Questa evoluzione è pel Machiavelli l'opera propria del popolo, cui il legislatore deve perciò affidare la difesa delle leggi, la salute della patria. Ma siccome il popolo può anch'esso deviare dal retto sentiero, così è necessario prevedere i modi per ricondurvelo, il che sarà sempre più facile che ricondurvi un principe, essendo i popoli sempre migliori. «I principi sono più ingrati dei popoli, le cui ingratitudini riescono anche meno pericolose, perchè muovono da errore, non da ambizione o da animo corrotto. Il popolo è inoltre più savio. E sebbene prevalga in molti la opinione contraria, che è sostenuta ancora da Tito Livio, io oserò affermare contro tutti, che il popolo è più costante, più giudizioso, più prudente che un principe.» «E non senza cagione si assomiglia la voce di un popolo a quella di un Dio, perchè si vede una opinione universale fare effetti maravigliosi ne' pronostichi suoi, talchè pare che, per occulta virtù, e' prevegga il suo male e il suo bene.» «Esso è capace della verità che ode, ed è superiore al principe nel fare la elezione dei magistrati. Nè mai si persuaderà ad un popolo, che sia bene tirare alle dignità un uomo infame e di corrotti costumi, il che facilmente e per mille vie si persuaderà invece ad un principe. Ad un popolo licenzioso si può parlare e persuaderlo; ma con un principe cattivo non ci è altro rimedio che il ferro. Si è sempre visto le città in cui i popoli comandano, fare in brevissimo tempo progressi molto maggiori. E se i principi sono superiori ai popoli nel fare leggi, formare statuti e ordini nuovi, i popoli sono assai superiori nel mantenere le cose già ordinate.[494] Nè c'è punto da maravigliarsi, se le città libere fanno maggiori conquiste, e sono più prospere, «perchè non il bene particolare, ma il bene comune è quello che fa grandi le città. E senza dubbio questo bene comune non è osservato se non nelle repubbliche.... Al contrario interviene quando ci è un principe, dove il più delle volte quello che fa per lui, offende la città, e quello che fa per la città, offende lui. Di modo che subito che nasce una tirannide sopra un vivere libero, il meno male che ne risulti a questa città è non andare più innanzi.»[495]

Ogni volta che il Machiavelli entra in questo ordine d'idee, il suo entusiasmo si ridesta subito, ed egli esalta infino al cielo quelli antichi tempi repubblicani, che sono il suo costante ideale. «Quinzio Cincinnato,» egli dice in un altro luogo, «quando fu eletto console, lavorava di propria mano la sua piccola villa, e Marco Regolo, essendo a comandare eserciti in Africa, chiese licenza di tornare a casa per custodire una sua villa, che gli era guasta dai lavoratori. Quei cittadini facevano la guerra solo per trarne onore.» «Preposti ad uno esercito, saliva la grandezza dell'animo loro sopra ogni principe; non stimavano i re, non le repubbliche; non gli sbigottiva nè spaventava cosa alcuna; e tornati dipoi privati, diventavano parchi, umili, curatori delle piccole facoltà loro, ubbidienti ai magistrati, riverenti alli loro maggiori; talchè pare impossibile che uno medesimo animo patisca tanta mutazione.»[496] «Questi furono sempre gli effetti degli ordini liberi, e dei governi popolari, effetti che non seguono mai nelle monarchie, massime nella monarchia assoluta, la quale è utile, anzi necessaria, solo quando si tratta di riunire una nazione, di fondare uno Stato, come fecero Romolo, Licurgo e Solone. Se però questo principato dura a lungo, e non lascia al popolo la cura del governo, o almeno il principe non la divide con esso, come fanno i re di Francia col Parlamento, allora subito se ne risente il danno. È ben vero che la Dittatura, sebbene fosse un potere assoluto, non nocque punto alla repubblica romana; ma essa era anche un potere legale ed a tempo, non usurpato nè perpetuo, che è quello che nuoce.[497] Fu invece dannoso a Roma il potere dei Decemviri, anch'esso legale, perchè allora si soppressero i Consoli, i Tribuni e l'autorità del popolo, che quasi abdicò. Un'autorità illimitata e senza freno nuoce sempre, anche se il popolo non è corrotto, perchè subito lo corrompe.[498] Infatti si vide crescere rapidamente la potenza di Appio Claudio col favore del popolo, e se con questo favore egli avesse spento i grandi, per poi dominare il popolo, avrebbe potuto addirittura fondare la tirannide. Ma, essendosi invece unito ai grandi contro il popolo, lo ebbe contrario, e dovette cadere, perchè chi sforza bisogna che sia più potente di chi è sforzato; e però a volere fondare la tirannide con l'aiuto di pochi all'interno, è necessario avere almeno aiuto di fuori.»[499]

E qui noi chiudiamo l'esposizione di questi Discorsi, ricordando che molti capitoli del secondo libro ed alcuni pochi del terzo si occupano dell'arte della guerra, che pel Machiavelli era parte sostanziale di quella dello Stato. Ma, come abbiamo già detto, noi avremo altrove migliore occasione a parlarne. Basti per ora ricordar solo due cose. Il disprezzo grandissimo e quasi l'odio che il Machiavelli aveva per le compagnie e pei capitani di ventura, peste, secondo lui, e rovina d'Italia; la fede quasi illimitata nelle milizie nazionali, ad imitazione di quelle dei Romani. Ed anche in ciò egli, tornando come sempre all'antica Roma, percorreva i suoi tempi, e profetava l'avvenire. Assai scarsa fede aveva nelle armi da fuoco, nè molto maggiore nelle fortezze. Queste, egli dice, giovano poco, se sono destinate a difendere contro i nemici esterni, e riescono addirittura dannose, se destinate contro i proprî sudditi. Un principe ha bisogno delle fortezze solamente quando è odiato pel suo mal governo, e allora prende per esse animo a perseverare nel male, ma gli riescono poi inutili, quando il popolo sdegnato insorge davvero, o il nemico si presenta alle porte, massime ora che ci sono le artiglierie. A queste, non senza contradizione, dà qui un'importanza, che generalmente nega del tutto. «Un principe o deve fondarsi sull'amore dei sudditi, o deve tenere un forte esercito e cercare di disfare il popolo; ma non deve mai riporre la sua difesa nelle fortezze. Quella di Milano, fondata da Francesco Sforza, non salvò i suoi eredi dai nemici interni nè dai nemici esterni. Guidobaldo duca d'Urbino, quando tornò ne' suoi Stati, dopo che ne fu cacciato il Valentino, fatto accorto dalla esperienza, disfece le fortezze, che, inutili a difender lui, erano state utili invece al nemico, e fidò solo nell'amore dei propri sudditi. Più notevole ancora è l'esempio di Genova, seguìto ai nostri tempi. Ciascuno sa come essa nel 1507 si ribellò da Luigi XII di Francia, che vi costruì poi una formidabile fortezza, la quale non gli valse a nulla, quando nel 1512, cacciate d'Italia le genti francesi, la città si ribellò di nuovo. Allora Ottaviano Fregoso, dopo avere per fame espugnato la fortezza, come uomo prudente, la disfece, fondando la sua potenza non su di essa, ma sull'amore del popolo, sulla virtù e prudenza propria. Così ha tenuto e tiene quella città; e dove, a variare lo Stato di Genova, solevano bastare mille fanti, gli avversari suoi l'hanno assalito con diecimila, e non l'hanno potuto offendere, Brescia fu presa, nonostante la fortezza. I Fiorentini fecero la fortezza in Pisa, e la videro giovar solo ai Pisani, neppur essi avendo capito che bisognava seguire l'esempio dei Romani, farsi cioè quella città compagna, o disfarla. Nelle terre che volevano tenere con la forza, i Romani smuravano e non muravano.»[500] Secondo il Machiavelli le piccole tirannidi italiane, fondate con inganni e per sorpresa, mantenute con l'aiuto di pochi amici e d'una fortezza, in cui il principe si chiudeva, erano fondate sulla rena, e dovevano perciò scomparire per sempre.

CAPITOLO III. Critica dei Discorsi. Le Considerazioni del Guicciardini su di essi.

L'esposizione dei Discorsi da noi fatta nel capitolo precedente, avrà forse, senza ancora rispondervi, risollevata nell'animo del lettore l'eterna domanda: Il Machiavelli voleva dunque il bene o il male? Era onesto o disonesto? E abbiamo da capo innanzi a noi la sfinge, di cui non si può spiegare l'enigma. Ma il problema resterà sempre insolubile, fino a quando sarà posto in tal modo. La questione vera non è qui psicologica e personale, ma generale e di scienza politica. Non si tratta di sapere se il Machiavelli voleva il bene o voleva il male; ma piuttosto se riuscì a trovare ed esporre il vero. La narrazione della vita ci fa conoscere il suo carattere; ma questo può spiegarci più la forma che la sostanza delle sue dottrine, la cui sorgente bisogna cercarla non già nell'indole dell'uomo, ma nella mente del pensatore. È quindi necessario sopra tutto la critica delle opere. Che egli sia entrato per una via nuova è evidente. Che le sue considerazioni sulla storia, sul sorgere e decadere degli Stati, sulla connessione degli avvenimenti, sulla successione dei partiti in Roma ed in Firenze siano ammirabili, nessuno lo mette in dubbio. E così tutti riconoscono che il suo metodo è eccellente, la sua eloquenza grandissima, la sua psicologia politica superiore assai a quella de' suoi contemporanei, non escluso il Guicciardini; giacchè egli non si contenta, com'essi fanno, di considerare la società come un semplice aggregato d'individui, dei quali vogliono tenere in equilibrio le passioni. Il Machiavelli cerca l'unità dello Stato; studia le passioni del popolo, dell'aristocrazia, dei principi, riconoscendo che esse non sono passioni puramente individuali. Ma lo scopo ultimo delle sue indagini, il carattere fondamentale della sua scienza politica sta pur sempre nel dar precetti sulla condotta che debbono tenere gli uomini politici. Ed è appunto quando consiglia azioni che a noi paiono disoneste, qualche volta addirittura inique, che la nostra coscienza irresistibilmente reagisce, si ribella, ed allora noi mettiamo in dubbio la stessa ammirazione che abbiamo prima avuta pel suo genio. Dire che ha dato questi precetti, perchè era tristo e tristi erano i suoi tempi, che nei suoi libri egli ritrae, non spiega nulla. Perchè il Guicciardini, che non era migliore di lui, non arrivò mai fino alle stesse conseguenze? Perchè il Giannotti e tanti altri politici e storici, che vissero nello stesso tempo, non dettero mai consigli immorali? Il sollevare poi l'esempio di tempi corrotti a guida permanente dell'uomo di Stato, trasformando quasi la narrazione in precetto, non sarebbe forse un errore tale da togliere ogni solidità e fermezza alla base stessa su cui riposa un sistema generale di scienza politica? Il Machiavellismo non è un fatto capriccioso e accidentale nella storia del pensiero umano. Per comprenderlo e giudicarlo bisogna, senza dimenticare le cagioni personali e psicologiche che ne determinarono la fisonomia, ritrovare le cagioni logiche e storiche che ne resero necessaria l'apparizione.

A riordinare una città corrotta, a fondare una nazione, uno Stato, occorre, secondo il Machiavelli, come più volte abbiamo già visto, un legislatore quali furono Romolo, Solone, Licurgo. Compiuta che essi hanno l'opera loro, ne affidano lo svolgimento e la difesa al popolo, rendendola così davvero benefica e duratura. Ad iniziarla però sarà sempre necessaria l'opera di un solo, che con la sapienza e la grandezza d'animo, abbia anche l'assoluto potere, e quindi la forza necessaria ad infondere nell'opera propria l'unità organica del suo intelletto. Un tale concetto si era andato in lui lentamente, logicamente formando, e si ripresentava ogni volta che egli esaminava, ricercava nella storia l'unità sociale. Questa a lui inevitabilmente appariva assai diversa da quella che il Medio Evo aveva concepito, e non meno diversa da quella che concepiamo noi. Per noi la società è come un organismo vivente, che nasce, cresce, si svolge, quasi prodotto naturale, conseguenza necessaria dell'indole d'un popolo e della sua storia: conseguenza in gran parte d'un lavoro impersonale, che l'opera del legislatore viene solo a coordinare e determinare. Al Machiavelli invece appariva come l'opera e la creazione dell'uomo di Stato, del genio politico, il quale non personifica in sè stesso la coscienza popolare, ma dà piuttosto al popolo l'impronta, la forma, quasi la coscienza che vuole. Quello che noi chiamiamo lavoro impersonale, inconsapevole eppur razionale, è un'idea essenzialmente moderna, ignota affatto al Rinascimento ed al Machiavelli. Egli vide bensì che l'opera del popolo si univa a quella del legislatore, e perciò appunto affermò che l'uno continua, conserva e compie l'opera dell'altro; ma la potenza d'iniziare, di creare le istituzioni, resta per lui sempre al legislatore. Il potere che gli dà quindi nei Discorsi, nel Principe, nelle Storie, sembra quasi non avere confini. Ora gli fa trasmutare i popoli di luogo in luogo, «come si trasmutano le mandrie;» ora gli fa mutare una repubblica in una monarchia o viceversa. Altrove egli dice: «esser più vero che alcun'altra verità, che se un principe ha sudditi e non soldati, deve dolersi di sè e non della natura e viltà degli uomini.[501] I principi son sempre la colpevole cagione dei peccati e della corruzione dei popoli. Ai nostri giorni s'è vista la Romagna tutta piena di sangue e di vendette, per opera di principi affamati, i quali facevano leggi e spingevano a violarle, per arricchirsi poi colle taglie che imponevano. E solo colla morte loro, per opera del Valentino, fu riordinato quel paese.»[502]

Come abbiamo già osservato, il popolo, secondo il Machiavelli, è nelle mani del suo legislatore quasi come una creta molle nelle mani dello scultore. L'ordinarlo a repubblica o a monarchia, a democrazia o aristocrazia, non è, nei varî casi, una necessità storica, cui nessuno si può nè si deve opporre. Tutto dipende invece dalla forza, dal coraggio, dalla volontà dell'uomo di Stato, il quale riuscirà sempre a fare quello che vuole, se conosce l'arte e va diritto al suo scopo, senza mai perdersi nelle vie di mezzo.[503] Qualche volta si direbbe che il Dio personale della scuola teologica del Medio Evo, sia disceso sulla terra a prendere figura umana in questo legislatore, che è poco meno onnipotente. Egli, è ben vero, non guida tutti i popoli della terra, al pari del Dio del Bossuet, che fu paragonato ad un cocchiere che guida focosi destrieri; egli forma, quasi crea il suo popolo, e lo conduce dove più gli piace. È posto in una condizione affatto eccezionale, quasi un Dio ad immagine del quale si direbbe formato, al di fuori, al di sopra della società, colla potenza di farne tutto ciò che vuole, e noi non abbiamo più un criterio morale per giudicare le sue azioni, che acquistano un valore indipendente, impersonale, obiettivo. Non sono più oneste o disoneste, nel vero senso della parola; ma utili o dannose, lodevoli o biasimevoli, secondo che ottengono o no il fine cui sono destinate, secondo che questo fine è o no a vantaggio non d'alcuni individui, ma della società intera. Se uno o più uomini riescono d'ostacolo all'onnipotenza del legislatore, e quindi al buono ordinamento dello Stato, egli deve, senza esitare, levarli di mezzo nel modo che sarà più adatto, anche colla violenza, coll'inganno o col tradimento, quando sia necessario. Se si spaventa di compiere queste azioni inumane e crudeli, meglio è che torni alla vita privata, nella quale solamente è possibile evitarle del tutto. La prima condizione, cui deve soddisfare il legislatore del Machiavelli, è appunto quella di spogliarsi affatto della sua privata persona, senza punto curarsi d'esser giudicato malvagio dagli uomini, purchè miri sempre alla grandezza dell'opera sua, al bene della patria, «dinanzi alla quale cade ogni altra considerazione, non solo di privata utilità, ma d'onesto o disonesto. E allora accusandolo il fatto, converrà bene che l'effetto lo scusi.» Domandare perciò se un atto politico sia morale o immorale, secondo il criterio con cui si giudicano le azioni private, non ha pel Machiavelli alcun significato, perchè siamo in un mondo sostanzialmente diverso. Sarebbe lo stesso che chiedere qual colore hanno i suoni.

Tuttavia è assai singolare l'effetto che producono sull'animo del lettore moderno queste considerazioni. Si passa continuamente dal più profondo disgusto, qualche volta anche orrore, alla più sincera ammirazione, senza potersi mai fermare, e senza potersi render chiaro conto di questa nostra continua alternativa, quasi patente contradizione. Si direbbe che a forza di contemplare la sfinge, invece di comprenderla, finiamo col divenire sfinge ed enigma a noi stessi.[504] Ci ripugna la immoralità de' suoi precetti, ci affascina e ci lascia ammirati la verità delle sue osservazioni. Quel suo legislatore, quel suo Principe che così spesso detestiamo, sembra sorgere spontaneo, inevitabile, inesorabile dalla realtà stessa delle cose, che sono intorno al Machiavelli, dai tempi in mezzo ai quali egli visse, e nei quali anche noi ci sentiamo trasportati. Chiaro apparisce che se da un lato lo scrittore lo ritrae dall'antichità e lo ricostruisce colla sua immaginazione, da un altro lato sembra copiarlo fedelmente dal vero, vederlo come una realtà vivente dinanzi ai proprî occhi. Il suo maraviglioso realismo pare che getti una luce improvvisa sui fatti della storia, rivelandoci verità nuove ed inaspettate; ma esse a un tratto divengono tanto più oscure e misteriose, quanto più violentemente si pongono in contrasto con la nostra coscienza, e pretendono di trasformare i fatti in precetti, che vogliono imporre a noi in nome della ragione.

Il Machiavelli vedeva le repubbliche italiane, cadute nell'anarchia, mutarsi rapidamente, fatalmente in tirannidi, per opera dei capi di parte. Ma quando il più audace, più intelligente o più ambizioso di essi si faceva innanzi per prendere in mano le redini del governo, ecco subito i pugnali appuntarsi contro di lui. Egli quindi o doveva ritirarsi, o non poteva seguire altra norma di morale, che la sola possibile in uno stato d'anarchia e di guerra. Bisognava opporre pugnali a pugnali, veleni a veleni; ingannare; tradire; saper essere a un tempo volpe e leone; usare gli uomini come strumenti, che si gettano via appena son divenuti inutili. Una volta padrone dello Stato, ogni cosa dipendeva dal suo arbitrio, e a tutto doveva egli provvedere, se non voleva perdere tutto. Pretendere di poter essere in queste condizioni leale, onesto, umano, significava volere, sin dai primi passi, affogare nel sangue o nel ridicolo, procurando a sè stesso una certa rovina, senza giovare a nessuno. Ma se egli, adoperando pure la violenza e l'inganno, riusciva ad afferrare con mano ferma il potere, ordinare lo Stato, dar sicurtà e giustizia ai cittadini, allora tutti erano d'accordo nel lodarlo. E se il Machiavelli domandava a sè stesso: chi erano, dove erano coloro che riuscivano a governare con la umanità e la bontà cristiana? certo non era allora facile, non era possibile trovarli. La storia dei Visconti, di Ezelino da Romano, degli Sforza, di Ferdinando d'Aragona, del Valentino era nota a tutti. Volgendo lo sguardo ai capi stessi della religione cristiana, vedeva le arti inique di governo adoperate da uomini come Sisto IV, Innocenzo VIII, Alessandro VI. Si poteva, è vero, obbiettare che ciò risultava dalla decadenza e corruzione morale dell'Italia, la quale non bisognava quindi prendere a modello di buon governo. Ma guardando di là dalle Alpi, trovava egli forse uno spettacolo diverso? Non erano note le arti crudeli e i tradimenti di Luigi XI, che tuttavia riuscì con esse ad iniziare l'unità e la grandezza della Francia? Non era un maestro d'inganni Ferdinando il Cattolico, che con la regina Isabella aveva pure fondato la nuova monarchia di Spagna? Non era l'Inghilterra, non era l'Europa piena di tradimenti e di sangue?[505] E se si tornava indietro nel Medio Evo, non crescevano le barbarie, la ferocia e le iniquità d'ogni sorta? Roma e la Grecia non presentavano forse nei loro più illustri fondatori di Stati, uomini crudelissimi e violenti, che pure la tradizione e la leggenda ponevano quasi in cielo, accanto agli Dei? Gli antichi scrittori non esaltavano fino alle stelle i più atroci delitti, se tornavano utili alla grandezza della patria? A che giova dunque, concludeva il Machiavelli, immaginare governi ideali che non sono mai esistiti e non esisteranno mai? A che giova raccomandare una politica, che nessuno segue ora, nè ha mai seguita in passato, e che sarebbe la rovina di chi la seguisse?

A tutto questo però si risponde oggi: ma non doveva una mente come la sua comprendere la diversità dei tempi e degli uomini? Era chiaro che la morale pagana non poteva esser quella dei Cristiani nella vita pubblica, come non era nella privata. Il Medio Evo era stato un'epoca di barbarie, ed il Rinascimento era un periodo di transizione, di trasformazione e di corruzione. Non vedeva egli dunque che tempi migliori e normali potevano, dovevano seguire, e che in questi sarebbe stato possibile, anzi necessaria una condotta politica più onesta e morale, a cui la scienza doveva mirare, e che sola doveva prendere per norma? Ma qui appunto il Machiavelli trovava un ostacolo insormontabile in un'altra delle sue teorie fondamentali, che noi abbiamo incontrata già nei Discorsi, e dalla quale non era possibile che, ai suoi tempi, egli si dipartisse. In tutte le sue opere, non solo nelle politiche e storiche, ma anche nelle letterarie, mille volte egli ripete, in prosa ed in verso, che gli uomini sono sempre gli stessi, che la natura non muta, e i medesimi accidenti si ripetono sempre nel mondo. Anzi, se così non fosse, non sarebbe, secondo lui, possibile una scienza dello Stato, giacchè non si potrebbe dal passato prender norma pel presente e per l'avvenire. Mutano le leggi, mutano le istituzioni ed i governi, la virtù ed i vizî sono diversamente distribuiti da una ad un'altra provincia, onde segue la continua varietà di casi; ma l'uomo riman sempre lo stesso. E perciò appunto, conoscendo quali sono le buone leggi e le buone istituzioni, specialmente quelle dei Romani, noi possiamo con certezza ricondurre gli Stati all'antica virtù.