A noi oggi è molto difficile farci un giusto concetto di questo modo di vedere, e misurarne tutte le conseguenze, essendo da un pezzo entrati in un ordine d'idee affatto diverso. Per noi l'uomo muta continuamente, e le leggi, le istituzioni, i governi, i costumi mutano con esso, perchè sono un resultato della sua attività, un prodotto del suo spirito, il quale se non mutasse, nulla muterebbe nella società. E com'esso è la sorgente principale di tutto ciò, così deve in parte almeno esserne responsabile; nè può nella vita pubblica e nella privata, che hanno nel suo spirito una comune origine, seguire due norme diverse di condotta: egli deve risponderne del pari alla sua coscienza, e mettersi d'accordo con essa. Così tutto per noi si coordina e si costituisce organicamente nella società, la quale è coll'uomo soggetta alla legge di evoluzione storica, ha una propria personalità e responsabilità, e diviene più morale, secondo che la morale individuale progredisce, non potendosi ammettere che l'una sia la negazione dell'altra, o che sia da essa affatto indipendente. Per quanto diverse siano le norme della vita privata e della pubblica, della morale e della politica, vi sarà pur sempre una politica onesta ed una politica disonesta. Tutto quello che abbiam detto qui sopra e più volte è stato già ripetuto da altri non deve, non può impedirci di credere ai principii, in ogni tempo, in ogni luogo o condizione, immutabili della morale, nè alle leggi ed alla unità costante dell'umana coscienza. Ma questa non è una unità immobile, è anzi, per usare l'espressione dell'Hegel, in un continuo divenire, è organica, vivente, e la sua vita è la storia. Anche a noi, anzi a noi assai più che agli antichi, lo studio del passato è necessario a conoscere il presente. E ciò non perchè siano fra loro identici, ma perchè nel presente sono gli elementi del passato, da cui esso deriva. Così la psicologia, la politica, la giurisprudenza, la scienza sociale trovarono la loro base sicura e necessaria nello studio dello spirito umano; non furono più scienze astratte, a priori, di fenomeni immutabili; ma sperimentali e concrete di fenomeni in continua mutazione, della quale mutazione si cercano le leggi nella storia.

Non ci sarà certo da maravigliarsi che il Machiavelli si trovasse assai lontano da queste nostre idee, se per poco si pensi che esse non erano ancora penetrate nella scienza neppure durante il secolo XVIII. Perchè infatti si spiegava allora l'origine della società col contratto sociale; l'origine dei linguaggi con una specie d'accordo stipulato fra gli uomini; l'origine delle mitologie con le invenzioni artificiose di filosofi, che, ad uso del popolo, rivestivano verità astratte sotto forme concrete? Solamente perchè quegli scrittori non riuscivano a comprendere la profonda differenza che passava fra gli uomini primitivi e quelli del loro tempo. Anche per essi la natura umana era immutabile, e della evoluzione storica non avevano ancora alcuna idea. Come altrimenti si spiegherebbe il loro preteso stato di natura? L'uomo, che uscito dalla società fosse tornato a vivere nelle foreste, si sarebbe, secondo le loro teorie, trovato in una specie di paradiso terrestre, in una innocenza e bontà primitiva, libero da ogni corruzione sociale, quasi che la società non fosse il solo stato naturale dell'uomo, e fuori di essa egli non tornasse un selvaggio abbrutito; quasi che la moralità e la civiltà non fossero conseguenza della società e della storia. Che cosa presumevano i filosofi della rivoluzione francese? Distruggere gli avanzi del passato, distruggere il presente, per ricostruire una società nuova, con nuovo governo, fondato sui principii immutabili della ragione. Non vedevano che la distruzione totale del passato e del presente avrebbe distrutto anche l'avvenire, che non può esistere senza il passato, e avrebbe perciò ricondotto alla barbarie. E si può aggiungere che in tutto ciò essi erano anche meno moderni del Machiavelli, il quale almeno a questi governi filosofici non credeva punto, e non si abbandonò mai alla oziosa contemplazione che cerca un uomo ideale fuori della società.

L'idea d'una storica evoluzione dell'uomo e della società, balenata la prima volta nella Scienza Nuova di G. B. Vico, e rimasta anche allora pensiero solitario di un filosofo, entrò nella scienza e nella coltura generale solamente dopo la rivoluzione filosofica iniziata dal Kant. E giustamente osservò a questo proposito il Bryce: «Non esservi nulla di più moderno di quello spirito critico, che si fonda sulla differenza che passa fra le menti degli uomini nelle diverse epoche della storia, e cerca di farsi il vero interpetre di tali epoche, giudicando con norme relative e proprie a ciascuna di esse, quello che ciascuna fece o produsse.»[506]

Il concetto di un'assoluta, immutabile uguaglianza degli uomini è assai antico, e cominciò, insieme col concetto d'uno stato di natura, ad essere formulato nel jus gentium dei Romani, e nel loro diritto di natura, secondo cui omnes homines natura aequales sunt. A poco a poco questo concetto entrò anche nella scienza politica. Cominciato, collo studio del diritto romano, a diffondersi nel Medio Evo, progredì ancora più nel Rinascimento; trionfò poi nella filosofia del secolo XVIII e nella rivoluzione francese, che proclamò l'uguaglianza degli uomini come suo domma fondamentale.[507] E la parentela che, sotto questo aspetto, corre fra la Rivoluzione ed i nostri Comuni, apparisce qualche volta in modo assai singolare in alcune leggi, che essi formularono con un linguaggio e con una dichiarazione di principii generali, che ricordano la Convenzione di Francia. Un esempio ne abbiamo nella legge con cui i Fiorentini abolirono la servitù nel 1289, ed in altre che poi, riunite insieme, formarono gli Ordinamenti di Giustizia del 1293. Molti se ne trovano anche negli storici, ed uno dei più evidenti lo abbiamo nelle parole che il Machiavelli pone in bocca d'un popolano, il quale nel tumulto dei Ciompi (1378) voleva sollevare la plebe contro i nobili: «Nè vi sbigottisca,» così gli fa dire, «quella nobiltà del sangue che ei ci rimproverano, perchè tutti gli uomini, avendo avuto un medesimo principio, sono ugualmente antichi, e dalla natura sono stati fatti a un modo. Spogliateci tutti ignudi, voi ci vedrete simili; rivestite noi delle vesti loro ed eglino delle nostre, noi senza dubbio nobili ed eglino ignobili parranno, perchè solo la povertà e la ricchezza ci disagguagliano.»[508]

Qualunque però sia la storia di questo concetto della uguaglianza assoluta ed immutabile degli uomini, in esso certamente il Machiavelli aveva grandissima fede, e ne risultavano conseguenze notevoli nel suo modo di pensare. E prima di tutto ne risultava, che a lui era impossibile trovare un criterio relativo per giudicare diversamente le azioni e la condotta politica degli uomini di Stato, secondo i tempi, le società e la diversa moralità dei popoli. Ciò che era riuscito opportuno, necessario, utile in un tempo, diveniva per lui logicamente giustificato per sempre. Inoltre, se egli non trovava un criterio relativo di morale per giudicare le diverse epoche, non poteva trovarlo neppure quando, in una medesima società, vedeva gli stessi uomini costretti a seguire, nella vita pubblica e nella privata, norme diversissime di condotta. Non gli era però possibile nascondere questa differenza, questa apparente contradizione, o tacerne. Uno dei suoi meriti principali fu anzi quello d'averla veduta e studiata, senza rivolgere altrove lo sguardo inorridito, per scrupolo di coscienza o per prudenza. Ma non gli fu mai possibile di scoprire una vera relazione fra questi due ordini di fatti tanto diversi, e condurli a principii comuni, da essere solo diversamente applicati. E così, non potendo rinnegare la morale cristiana, che si presentava come assoluta, immutabile, eterna, e trovavasi in sostanza d'accordo anche coll'antica filosofia, non gli restava che o rinunziare addirittura allo studio dei fatti sociali e delle norme di condotta dell'uomo di Stato, o considerare la politica come un mondo del tutto separato e indipendente, regolato da principii sostanzialmente diversi.

A che cosa erano infatti riusciti gli scrittori politici del Medio Evo, che questa differenza non avevano riconosciuta, e dalla morale cristiana non s'erano mai voluti dipartire? Avevano composto lunghe dissertazioni sulla bontà, la virtù, la religione dei governanti, lette con avidità da uomini che continuavano poi a lacerarsi fra di loro, dominati dalle più feroci passioni.[509] Era stata una scienza, che come non aveva tenuto conto alcuno della realtà, così su di essa non aveva esercitato mai la più lontana azione. E di certo se un qualche effetto essa poteva sperar d'ottenere, non sarebbe stato mai nel guidare la vita pubblica, ma piuttosto nel persuadere ad abbandonarla addirittura, per rinchiudersi in un convento. Tale non era evidentemente lo scopo del Machiavelli, che cercava invece nello studio della società l'arte di governare e di condurre gli uomini ad un fine pratico e determinato.

Questo non era però mai, secondo lui, un fine necessario e prestabilito, perchè la società non aveva ai suoi occhi uno scopo necessario, risultante dalle leggi dell'umana natura. Dipendeva invece, come abbiamo già visto, unicamente dall'arbitrio dell'uomo politico, del legislatore, le cui azioni divenivano così anch'esse arbitrarie. Infatti, dato il fine che egli si proponeva, qualunque esso fosse, la scienza doveva saper trovare i mezzi per raggiungerlo. Se era buono, se mirava alla grandezza della patria, il legislatore sarebbe stato glorioso; se invece mirava alla rovina di essa e della libertà, sarebbe stato infame, dell'un caso e nell'altro la scienza lo avrebbe del pari aiutato, senza perciò essere morale o immorale, ma solo vera o falsa, secondo che sapeva o no insegnare a riuscire nell'intento. In ogni modo, era sempre il fine che giustificava o condannava, non i mezzi necessarî a raggiungerlo. Condannare un'azione che sembrasse iniqua o crudele, ma che pur fosse provata necessaria a salvare la patria, ad assicurare lo Stato, era un voler giudicare la condotta politica con i criteri della vita privata, e rendere impossibile una scienza dello Stato, fondata sulla realtà e non sulla immaginazione. Poste le premesse, egli traeva, come portava la natura del suo ingegno, inesorabilmente le conseguenze, e persuaso di rivelare al mondo nuove ed utili verità, non si spaventava d'essere giudicato malvagio da chi non lo capiva.

Per riuscire a ciò era di certo necessario trovar nella storia e nella società un qualche elemento razionale, senza di che esse non potevano formare oggetto di scienza. E così fu condotto a cercare, spesso a scoprire la connessione logica dei fatti, senza però mai occuparsi d'alcuna teoria filosofica a priori sullo spirito umano, senza quasi conoscerne alcuna. Quando questa connessione gli apparve chiara, e nella storia, nella società vide come un disegno segreto e nascosto, non potendo spiegarlo nel modo che faceva la scuola teologica, dichiarandone cioè solo autore Iddio; non avendo alcun concetto della operosità impersonale, che pur si manifesta nella società umana, e delle leggi che regolano questa operosità non sapendo ricondurre la evoluzione storica allo spirito umano, come a sua prima sorgente, trasportò e personificò tutto nel legislatore. Così questo divenne per lui come il creatore, l'arbitro della società, non guidato dalla coscienza popolare, non costretto di obbedire ad essa, non parte di essa, nè ad essa legato in modo alcuno. L'azione politica gli apparve come un fatto indipendente dalla coscienza stessa di colui che la compieva, quasi un fenomeno della natura, del quale si studiano impassibilmente le cause, la forza e gli effetti. Non poteva infatti giudicarla nè secondo le norme della coscienza sociale che egli non vedeva, nè secondo le norme della privata coscienza, perchè egli aveva messo il legislatore al di fuori, al di sopra d'ogni legge della morale individuale. Poteva essere un uomo buono e nonostante, anzi appunto per la sua troppa bontà, tenere una condotta politica rovinosa alla società; poteva essere un tristo, e nondimeno riuscire a salvarla. Gli atti politici perdevano così il vero e proprio nome di azione, non pareva che avessero più nulla di umano e di personale. Il legislatore che li compie sembra ripetere con Amleto: — La coscienza ci rende codardi. — Egli cerca di soffocarne perciò la incomoda voce, abbandona le vie di mezzo, e, senza più esitare, cammina inesorabile al suo scopo.

Ma ciò appunto è quello che ci spaventa. Quando sentiamo freddamente enumerare i casi in cui il politico deve mentire, ingannare e tradire, un sentimento più forte di noi reagisce con violenza irresistibile, e ci obbliga ad esclamare, che col tradimento e la immoralità non si fanno, ma si disfanno gli Stati. A questa convinzione non possiamo in modo alcuno rinunziare; più facile ci sarebbe ammettere che il Machiavelli era un mostro. Se non che, per quanto un tale sentimento persista e sia giustificato, non basta di certo a farci giudicare le dottrine dello scrittore, e molto meno a ritrovare la sorgente de' suoi errori, per evitarli, dopo averne misurato l'estensione e le conseguenze. Questo sentimento poi, non solo non può divenire un criterio, ma ci fa troppo spesso uscire addirittura di strada, essendo noi indotti di continuo ad esagerarlo. E ciò perchè da una parte la moralità pubblica e privata dei nostri tempi è superiore assai a quella dei tempi del Machiavelli, e dall'altra perchè tra lui ed il lettore moderno nasce una serie di equivoci, che bisogna rimuovere, se vogliamo metterci in grado di giudicare imparzialmente. Questi equivoci, che il linguaggio assai spesso eccessivo dal Machiavelli adoperato, rende anche maggiori, derivano da ciò, che di fronte agli errori suoi e del suo tempo si pongono i nostri, i quali sono di natura affatto diversa. Persuasi una volta che leggi, istituzioni, società, governi scaturiscono dallo spirito umano, e progrediscono, decadono, si corrompono con esso, la immoralità individuale non può per noi divenire moralità sociale, nè può in una sfera d'azione divenir bene quello che in un'altra è male, essendo una sola la nostra coscienza. Noi ammettiamo che la morale dei Pagani era diversa dalla morale dei Cristiani, quella del Medio Evo dalla nostra, perchè infatti riconosciamo che l'uomo era allora diverso. Non possiamo però con uguale facilità ammettere che in uno stesso popolo, in un medesimo tempo, la morale condotta possa e debba, nelle diverse sfere dell'umana attività, essere guidata da norme diverse, e che le medesime azioni abbiano in esse un diverso valore. L'inganno, la menzogna sono sempre immorali, e dobbiamo, vogliamo sempre condannarli. Pure nel fatto siamo costretti poi a contraddirci.

Nella guerra si può anche oggi ingannare il nemico, per meglio distruggerlo; diamo premî al disertore che tradisce la sua patria, e una fortunata imboscata è anche da noi lodata. Questa in un duello sarebbe un assassinio; ma una finta, che metta l'avversario fuori di guardia, e lo scopra per più facilmente ucciderlo, è ammessa dalle leggi della cavalleria, mentre nel corso ordinario della vita, ogni finzione è rigorosamente bandita dalla condotta d'un uomo onesto. Ripetiamo tutti i giorni, che la vera diplomazia, la vera politica dicono sempre lealmente il vero, si conducono con le norme stesse della vita privata; anzi è perciò appunto che siamo tanto severi col Machiavelli. Ma bisogna osservare se quello che diciamo e scriviamo risponde veramente a quello che facciamo, perchè delle azioni e non delle idee o delle parole egli s'occupava. Quando il Machiavelli afferma che il Principe deve saper fare la volpe ed il leone, il nostro orrore non ha confini. Ma quando, sotto i nostri occhi, una potente nazione si costituisce, contribuendovi principalmente l'opera di chi sa essere appunto volpe e leone; schiacciare il nemico, ed occorrendo, anche ingannarlo; valersi di tutti gli uomini, e respingerli come inutili strumenti, appena che più non giovano al suo fine, che giudizio porta di lui allora la coscienza pubblica dell'Europa? Guarda ai mezzi o al fine? Lo chiama immorale, o lo chiama invece un grande politico, se tutto egli ha fatto a solo vantaggio della patria sua? Si narra che il nostro più grande uomo di Stato, in quei giorni medesimi nei quali più ardentemente ed efficacemente contribuiva alla redenzione della patria, fu sentito ansiosamente esclamare: — Io mi trovo qualche volta costretto di chiedere a me stesso: son sempre un galantuomo o sto divenendo un birbante? — E ciò nulla proverebbe contro la moralità del suo carattere, ma ben dimostrerebbe assai chiaro, che il conflitto da noi accennato esiste anche oggi, e sino al punto da assumere qualche volta tragiche proporzioni nella coscienza onesta del patriotta, che tutto sacrifica al bene del suo paese. «Vice n'est ce-pas,» osservò il Montaigne, accennando a questi casi appunto, in cui l'uomo di Stato spesso si ritrova, «car il a quitté sa raison à une plus universelle et puissante raison.»[510]