E che cosa è veramente che allora lo scusa, se non il fine che ha avuto, l'effetto che ha ottenuto? Il disgusto che noi proviamo nel sentir ripetere la frase, — il fine giustifica i mezzi, — deriva in parte dall'esser questa la massima funesta dei Gesuiti. Ma non bisogna dimenticare, che essi ammettevano l'uso d'ogni mezzo, per conseguire il fine che avevano di sottomettere lo Stato alla Chiesa, la Chiesa alla Compagnia, e che questo fine appunto non era in nessun modo giustificato nè giustificabile. Si respinga pure, se si vuole, la massima, giacchè è certo che dal male non nasce il bene, e che il mezzo non è indipendente dal fine che deve produrre, anzi l'uno partecipa sempre della natura dell'altro. Si dovrà però ammettere del pari che il valore d'una stessa azione riesce assai diverso nei vari ordini dell'attività sociale, in conseguenza del diverso fine a cui questi mirano, e del diverso effetto che quella produce. Nella vita privata noi dobbiamo cercare col nostro bene quello ancora del vicino; nella pubblica ogni privato interesse deve sottostare ed, occorrendo, essere sacrificato al generale. L'individuo perde così nella seconda una parte del valore che ha nella prima.

Del resto, che una reale e sostanziale differenza esista, è in termini generali ammesso da tutti, e lo tocca con mano chiunque passa repentinamente dalla vita privata alla pubblica, nella quale ciò che prima e più di tutto lo colpisce si è l'esistenza d'una logica morale affatto nuova per lui, perchè diversa, e qualche volta, apparentemente almeno, in contradizione con quella che fino allora aveva conosciuta e seguita. L'errore del Machiavelli consisteva nel risguardare l'una come affatto indipendente dall'altra, e nel non vedere alcuna relazione fra di esse. Noi invece riconosciamo non solo che c'è una relazione, ma che ambedue dipendono dai medesimi principii; hanno un punto comune di partenza, un fine comune a cui tendono. Questa relazione però resta ancora assai confusa nella nostra mente; il determinarla scientificamente non è stato finora possibile, il che è anche oggi uno dei maggiori ostacoli alla fondazione d'una vera scienza della politica.[511] La conoscenza così imperfetta, così mal sicura d'una relazione che in nessun modo vogliamo mettere in dubbio, ci spinge, per uscire d'ogni difficoltà, a supporre troppo facilmente di poter sopprimere ogni reale differenza tra la pubblica e la privata morale, proclamandone la identità. E questo è il nostro errore. Così non solo noi viviamo in un mondo morale assai diverso da quello del Machiavelli, ma ci troviamo anche in mezzo a pregiudizi ed errori che sono in opposizione con i suoi; e la scienza politica non essendo ancora sicuramente formata, non ha canoni incontrastabili, che ci possano condurre fuori di questo laberinto. Ognuno vede da ciò le enormi difficoltà che dobbiamo incontrare, quando vogliamo imparzialmente giudicare il Machiavelli nel tempo in cui egli gettava, per la prima volta, i fondamenti di quella scienza, che dopo di lui ha così poco progredito. Di qui la lunga schiera d'interpetri, ammiratori e detrattori, i quali non riescono mai a mettersi d'accordo, per sapere che cosa intendeva dire, che fini reconditi e misteriosi aveva uno scrittore, il quale disse sempre chiaramente tutto quello che pensava. Non vi fu infatti mai uomo meno machiavellico del Machiavelli; e più facilmente noi potremmo accusarlo di cinismo, che di reticenze premeditate o di secondi fini nascosti ne' suoi libri.

Quando lo poniamo davvero nel suo secolo, e lo seguiamo con attenzione, senza pregiudizî, allora ci avvediamo subito che egli, entrando in quella via che ci par così spesso pericolosa e precipitosa, fa uno sforzo audace e gigantesco, per arrivare all'esame della realtà vera delle cose, uscendo definitivamente dal Medio Evo. Questo aveva confuso il diritto con la morale, per mezzo della quale sottoponeva la politica alla religione, e finalmente lo Stato alla Chiesa; aveva confuso il diritto pubblico col privato, dando al supremo potere, ai pubblici uffici una forma feudale e quasi di privata proprietà, dal che era nato un caos inestricabile così nel fatto come nelle idee degli uomini.[512] E però, quando vediamo il Machiavelli guardare per la prima volta i fatti della società e della storia come fenomeni della natura; cercarne le leggi, il legame reale; esaminare l'efficacia che può avere su di essi l'opera dell'uomo di Stato, senza occuparsi di giudizi o pregiudizi individuali, di condanne religiose o morali, allora, quasi dimenticando ad un tratto i nostri scrupoli, ci par di vedere la luce del genio, che illumina il mondo che stiamo esaminando; di assistere finalmente, come di fatti assistiamo, alla creazione della scienza politica. E dobbiamo riconoscere che la via per la quale egli audacemente si mise nel secolo XVI, rimane anche oggi, se ne correggiamo gli errori, la sola per cui si possa arrivare ad un resultato, che sia davvero pratico e scientifico nello stesso tempo. Ed in vero, fino a quando, pur ammettendo la costanza immutabile dei principii morali, non ammettiamo anche il valore obiettivo dell'azione politica, e la sua profonda differenza dalla privata, una vera scienza dello Stato sarà impossibile.

Ma non basta. Per quanto possa parere strano, un ritorno razionale alle dottrine e al metodo del Machiavelli, è necessario a trovare un fondamento e una guida sicura alla onestà politica. Se noi ci contentiamo di ripeter sempre, che una è la morale, e che gli affari pubblici si debbono condurre con le norme stesse dei privati, che la vera politica e la vera diplomazia stanno nella lealtà, quale sarà poi la conseguenza, quando nel fatto ci accorgeremo che, restando davvero fedeli a queste massime, restiamo isolati e condannati all'impotenza? O dobbiamo allora ritirarci o, dopo i primi scrupoli esagerati, che la forza reale delle cose contraddice e smentisce, incomincia quella serie di transazioni, di sottintesi e di ripieghi, i quali in sostanza sono maschere per nascondere la differenza reale sotto una uniformità puramente convenzionale ed ingannatrice. Ora è certo, che in mezzo a queste finzioni, i veri e sicuri criteri di ciò che in politica è onesto o disonesto, leale o sleale, si perdono. Non v'è più norma di sorta, tutto par che sia lecito, purchè si trovi la maschera e la forma conveniente; e spesso si vedono quelli che erano in principio i più scrupolosi, divenire a un tratto scettici, e confondere anch'essi la verità, la sostanza delle cose coi più volgari artifizî della politica, la quale sembra anzi ridursi tutta a tali artifizî. Ed in questo lavoro di sottili finzioni, i tristi riescono assai meglio dei buoni e leali cittadini, i quali, fidenti nella rettitudine delle loro intenzioni, sanno assai meno nasconderle o mascherarle, e non ne sentono il bisogno. Spesso segue anzi che passano essi per disonesti, ed onesti appaion quelli solamente che meglio san fingere, e che, sotto mentite apparenze, provvedono solo al privato loro interesse. Di qui la porta aperta alla corruzione politica, pericolo che ai giorni nostri è assai più minaccioso che nel passato, e diverrà sempre maggiore. Una volta, infatti, i governi erano in mano d'un numero ristretto di persone, le quali non solamente nei paesi aristocratici come l'Inghilterra, ma anche in quasi tutte le repubbliche antiche o del Medio Evo, costituivano un ordine privilegiato di cittadini. Il suo interesse s'immedesimava con quello dello Stato, ed a poco a poco si formavano tradizioni che tenevano luogo di principii. Ma oggi che la democrazia invade tutto, ognuno può prima o poi salire al governo. Gli uomini si trovano perciò balestrati a un tratto dalla vita privata alla pubblica; e mancando ad essi le tradizioni secolari di una educazione politica ereditaria, se principii sicuri non danno norme costanti, facendo nella continua mutabilità prevaler sempre l'interesse dello Stato, la corruzione politica sarà la malattia delle nostre società democratiche, e ne metterà a repentaglio l'esistenza. Che se v'è una reale differenza tra la morale politica e la privata, ciò non vuol dire di certo che non vi sia una politica morale ed una politica immorale, e che questa non sia rovinosa agli Stati ed alle nazioni, quanto l'immoralità privata all'individuo ed alla famiglia.

Tutto ciò non deve peraltro impedirci di riconoscere il cammino immenso che abbiamo fatto, e la distanza che ci separa dal Machiavelli. Per noi l'uomo di Stato deve essere immedesimato con la società che egli governa, la quale ha una sua personalità ed una coscienza, che è in relazione con la coscienza individuale da cui deriva, nè può quindi mettersi con essa in aperta contradizione. La società obbedisce ad alcune leggi sue proprie, ha fini e scopi determinati, il principale dei quali è il miglioramento morale dell'uomo. Se da questo fine il politico, il legislatore si allontanano, essi violano le leggi più sacre della natura e della storia. Guardare solo alla grandezza e potenza dello Stato, senza guardare all'uomo, quasi esso fosse creato per lo Stato, e non viceversa, fu un altro errore del Machiavelli. E l'azione politica, per quanto abbia un valore indipendente, è pure un atto compiuto da un uomo, nè può quindi da essa scomparire ogni elemento personale, umano. Se io soccorro i poveri, senza che la mano sinistra sappia quello che ha fatto la destra, la mia azione può certo essere buona, pur non avendo valore politico di sorta; se invece io, non per sentimento alcuno di cristiana carità, ma per compiere solo un atto di governo, dono ad essi in pubblico, e voglio che si sappia da tutti, la mia azione può essere politicamente buona, senza avere un alto valore morale. Ma dire che il primo sentimento, quando vi sia, nulla aggiunga all'azione politica, il cui valore anzi risulta solo dalla sua apparenza esteriore, senza relazione alcuna colla intrinseca sua realtà, è un uscire dai confini del vero. Ed il Machiavelli, nel distinguere i due ordini di fatti, trascinato dalla sua fantasia indomabile e dalla sua logica, esagera spesso oltre ogni giusta misura. Quando, per esempio, arriva a dire che in politica la sola apparenza del bene giova, e che la bontà della intenzione è inutile, anzi nuoce qualche volta all'uomo di Stato, allora il vero, a questo modo esagerato, divien falso. Se lo scopo della politica, com'egli stesso più volte afferma con eloquenza, deve esser la grandezza della patria, a cui ogni privato interesse va sacrificato, nessuno negherà che solo un animo generoso e buono può veramente amarla, e con maggiore efficacia riuscire ad aiutarla.

Pure il Machiavelli, a dimostrarci che la bontà personale e la capacità politica son cose diverse, si diletta sopra modo di farci vedere quanto utile potè politicamente riuscire qualche volta uno scellerato; e, non avendo nè potendo al suo tempo avere un'idea chiara del progresso morale e civile delle società umane, ciò che trova una volta giustificabile, gli appar tale per sempre. Non vede allora differenza sostanziale tra i mezzi, con i quali un capo di tribù selvagge riesce a costituire un qualche ordine sociale, e quelli che è lecito adoperare ad un principe di uno Stato già progredito. Se la storia anche oggi può lodare il carattere politico di Guglielmo il Conquistatore, che pur cavava gli occhi ai prigionieri, e tagliava loro mani e piedi, senza mai dar segno alcuno di pietà,[513] al Machiavelli sarebbe stato difficile intendere che in altri tempi questi medesimi mezzi potrebbero essere adoperati solo da un mostro, e porterebbero la immediata rovina di chi li adoperasse, appunto perchè non vedeva, come noi vediamo, che la coscienza pubblica e la privata sono fra loro in relazione; che gli uomini non son sempre gli stessi, ma mutano di continuo. E perciò appunto, quando ammirava le azioni del Valentino quasi come un'opera d'arte, non s'avvedeva che questi aveva passato il segno, scandalizzando perfino quel secolo scandaloso, e che prima o poi la sua impresa doveva rovinare, perchè esso ed il padre, nonostante l'accortezza, l'ingegno e la fortuna, calpestando l'umana coscienza, avevano di necessità fabbricato sulla rena. Tutto ciò riesce a noi anche più intollerabile, per quel suo linguaggio singolare che tanto spesso egli adopera. Le parole con le quali si lodano le più nobili azioni nella vita privata, il Machiavelli le usa di continuo per lodarne altre, che sarebbero in essa giudicate inique, se crede che possano riescire utili o necessarie nella vita pubblica. Egli lo fa a sempre meglio mettere in luce la differenza che passa fra l'una e l'altra, e senza scrupolo, senza esitare, anzi con vero entusiasmo, quando si tratta d'azioni compiute a difesa della patria. Ma nessuna spiegazione al mondo farà mai, che il nostro orecchio possa assuefarsi a sentir parlare di frodi onorevoli, di crudeltà generose, di scelleratezze gloriose. Eppure egli, trascinato da una logica irresistibile, spronato dal bisogno di dare efficacia alle sue parole, di trovar leggi e regole generali; convinto d'aprire una via sconosciuta, di fondare sopra solide basi una scienza nuova e praticamente utile alla società; portato dalla propria indole, dalla propria fantasia alle conclusioni assolute, traeva, inesorabile, le conseguenze dalle sue premesse, senza mai di nulla spaventarsi, senza occuparsi di quello che si sarebbe detto o pensato di lui.

Noi possiamo e dobbiamo spesso biasimarlo; ma il giusto biasimo non ci deve far chiudere gli occhi alla realtà delle cose, ed alla difficoltà del problema, che egli per la prima volta osò affrontare, e che noi ancora non abbiamo risoluto. Quando, anche oggi, entrando nel tempio cristiano, vediamo sulla tela quasi santificata Giuditta che presenta al popolo esultante la testa d'Oloferne; quando nella scuola cerchiamo ispirare ai nostri giovanetti ammirazione per l'Orazio che uccide la propria sorella, pensiamo mai al nome che dovremmo dare a queste azioni, se le giudicassimo coi principii stessi con cui tante volte giudichiamo il Machiavelli? Esse sono fra quelle appunto che egli chiamava scelleratezze gloriose. Di certo, se i tempi fossero stati meno corrotti, il fenomeno del Machiavellismo avrebbe preso un'altra forma; e se il Machiavelli avesse avuto un animo più puro, più ideale, sdegnoso d'ogni cinismo, un amore della virtù più intenso, avrebbe anch'egli tenuto altro linguaggio, e anche senza vedere quello che allora nessuno poteva vedere, avrebbe qualche volta fatto almeno sentire la protesta, il dolore della propria coscienza. Ma nulla di meno razionale, che il non tener conto degli errori inevitabili d'un secolo, e delle loro necessarie conseguenze; nulla di più ingiusto, che il volere in lui solamente giudicare gli errori come colpe, e pretendere di tutto spiegare colla corruzione sua e del suo tempo. Aveva perciò ragione il Mohl, quando scrisse che, se il Machiavelli aveva peccato, molto più era stato contro di lui peccato.[514] La posterità deve ancora rendere giustizia a colui che certo non fu senza colpa, ma che pure osò affrontare la soluzione d'uno dei più ardui problemi che s'incontrino nelle scienze morali, e non temè di condannare per secoli il suo nome all'odio dei posteri, perchè si sentiva nello scrivere animato dall'amore della verità, della libertà e della patria, da un grande desiderio del pubblico bene.

A sempre meglio intendere il valore intrinseco del Machiavelli, e le sue vere relazioni coi tempi in cui visse, nulla giova quanto il porlo accanto al Guicciardini, esaminando le Considerazioni, che questi scrisse sui Discorsi del primo. Il Guicciardini era senza dubbio più pratico, aveva maggiore attitudine a comandare, maggiore conoscenza degli uomini e degli affari, specialmente dei grandi affari, dei quali ebbe un'assai più larga esperienza. E, come abbiamo già visto, senza ferme convinzioni politiche, senza grandi ideali, occupato solo a farsi strada nel mondo, egli era un osservatore sempre esatto, sempre pratico, non mai fantastico. Messo accanto al Machiavelli, sembra il genio del buon senso, che, sicuro di sè, guarda sorridendo i voli troppo audaci, le creazioni troppo ardite d'un genio divinatore, di cui nota ogni inesattezza, biasima i passi precipitosi e pericolosi, con grande maestria e prudenza; ma del quale non comprende tutta la forza, nè l'altezza della mèta cui aspira. Il Machiavelli dal suo lato non ascolta i consigli della prudenza, perchè trova soddisfacimento solo quando s'avanza per sentieri sconosciuti, inesplorati, donde qualche volta precipita senza però mai perdere l'energia necessaria a salire nuovamente in alto.

Fin dalle prime parole, il Guicciardini fa presentire la disposizione del suo animo. Il Machiavelli discorrendo dell'origine delle città, fedele al suo principio, che gli uomini son cattivi per natura, e diventano buoni per forza, osserva che, quando le città si trovano in luoghi sterili, i cittadini riescono operosi ed energici; quando invece si trovano in luoghi fertili, si abbandonano all'ozio, se leggi e istituzioni severe non vi pongono efficace rimedio, stimolandoli al lavoro, educandoli alle armi. Ma la sterilità dei luoghi non offre agevole occasione alle conquiste; e però i Romani fondarono la loro città in un paese fertile, che apriva la via alle conquiste, e resero il popolo laborioso, armigero con leggi severissime, che il Machiavelli enumera. A questo punto il Guicciardini, che ammirava molto l'arte militare dei Romani, ma non del pari il loro governo e la loro politica, sembra che incominci subito a perdere la pazienza. Roma, egli dice, fu posta in un territorio fertile, ma senza contado, e circondata da popoli armigeri; onde fu costretta ad allargarsi con la virtù delle armi e della concordia. E questo è quello che segue, «non in una città che voglia vivere alla filosofica, ma in quelle che vogliono governarsi secondo il comune uso del mondo, come è necessario fare.»[515]

Venendo poi ad esaminare ciò che i Discorsi dicono sulle varie forme di governo, approva la esposizione fatta in essi secondo le idee di Polibio. Arrivato però, nel capitolo nono, al punto decisivo, là dove si dice che a fondare una repubblica bisogna esser solo, e che perciò Romolo fece bene ad ammazzare il fratello, quale è la posizione che il Guicciardini prende di fronte al Machiavelli? «Non è dubbio,» egli dice, «che un solo può porre miglior ordine alle cose, che non fanno molti, e che uno in una città disordinata merita laude, se, non potendo riordinarla altrimenti, lo fa con la violenza e con la fraude e modi estraordinari.» «Ma si preghi Dio che non ci sia bisogno d'essere riordinati a questo modo, perchè gli uomini sono fallaci, e facilmente al riordinatore può venire la voglia di farsi tiranno. E quanto alla vita di Romolo bisogna considerarla bene, perchè pare che fosse ammazzato dal Senato appunto per volersi arrogare troppa autorità. Bisogna considerarla bene.»[516] Dove poi il Machiavelli, proseguendo il suo discorso, s'esalta con tanta eloquenza a descrivere la grandezza d'animo del vero legislatore, che, compiuta la sua opera, prova il suo disinteresse e l'altezza del suo scopo, non lasciando lo Stato agli eredi, ma affidandone la cura alle mani del popolo, perchè lo mantenga a lungo libero e forte, il Guicciardini con freddezza osserva, che questi sono pensieri, «che si dipingono più facilmente in su i libri e nelle immaginazioni degli uomini, che non se ne eseguiscano in fatto.»[517] Egli dunque ammette, senza neppur discuterlo, il punto di partenza del Machiavelli, ed arriva fino a riconoscere che la frode, la violenza, l'inganno possano, nel caso di cui si ragiona, essere lodevoli. Riconosciuto però il fatto, quale era allora, almeno in pratica, ammesso da tutti, non vuole su di esso fondare una teoria, non tirarne conseguenze; ma cerca piuttosto attenuarlo, temperarlo con un linguaggio moderato, e coi suggerimenti del senso comune. Non ammette invece che sia possibile quella grande generosità del vero legislatore, nella quale il Machiavelli aveva così esplicita fede, e nondimeno lo accusa nello stesso tempo di credere gli uomini troppo cattivi.