In vero il Machiavelli non solo afferma che gli uomini, tristissimi di loro natura, tali rimarrebbero se le leggi non li correggessero e costringessero ad essere buoni; ma aggiunge ancora che, se fossero veramente buoni, non sarebbero necessarie le leggi. Secondo noi invece, queste essendo fatte dagli uomini, essendo espressione del loro modo di sentire e di pensare, ne risulta chiaro che, se in essi non fosse germe veruno di bontà, non si potrebbero avere nè le buone leggi, nè le virtù che ne derivano. Ma il Guicciardini, che non aveva le nostre idee, e non accettava quelle del Machiavelli, si contenta di osservargli semplicemente, che tutto è da lui detto in modo troppo assoluto, perchè gli uomini sono di loro natura portati al bene, da cui deviano solo per interesse personale. Chi preferisse, egli dice, il male per sè stesso, sarebbe un mostro. Le leggi si debbono quindi fare in modo, che chi voglia non possa compiere il male, e debbono con premi incoraggiare il bene.[518]
Ma il Machiavelli aveva anche con molta eloquenza scritto, che chi, messo da una parte il bene e dall'altra il male, preferisse questo a quello, dovrebbe non essere nato di uomo. Esaminando però la società, egli vedeva che l'interesse privato si metteva di continuo in conflitto col pubblico, il quale non avrebbe trionfato davvero senza le leggi e la forza; e siccome questo trionfo egli voleva sopra ogni altra cosa assicurare, ed in esso vedeva la sorgente di tutte le civili virtù, così le faceva derivare dalle leggi e dalla forza. Il Guicciardini, invece, che ai privati e personali interessi dava, in teoria ed in pratica, assai maggior forza, voleva rimediare a tutto ponendoli fra di loro in equilibrio, facendo sì che gli uni servissero di freno agli altri, ed in ciò riponeva l'essenza del governo, e vedeva la via a formare lo Stato, che il Machiavelli concepiva invece come una unità superiore, alla quale dava il diritto, imponeva il dovere di sottomettere i privati interessi, vincendo ogni loro resistenza. Considerando poi tutta l'attività politica come personificata nel legislatore, nel Principe, il quale a forza si sovrapponeva alla società, ne seguiva necessariamente, che ogni impulso, ogni tendenza sociale, il governo stesso prendevano sempre l'aspetto di qualche cosa che veniva di fuori, che non nasceva da essa, ma aveva la sua sorgente in una volontà affatto estranea. Ed il Guicciardini anche qui non fa altro che esaminare sentenze ed osservazioni staccate, contentandosi di biasimare le esagerazioni del Machiavelli, temperandone, moderandone la forma eccessiva di linguaggio, lasciando da parte le quistioni generali, che gli paiono sempre teoriche ed oziose.
Nei Discorsi si legge ripetutamente: «Non esservi più sano nè più utile mezzo ad assicurare la libertà, che ammazzare i figli di Bruto.» Ed il Guicciardini scrive: «Assai difficilmente si educa alla libertà un popolo che mai non la conobbe. Il meglio è in questi casi fondare un governo temperato, e punir subito i nemici di esso, lasciando vivere gli altri in pace. Sebbene però allora sia spesso inevitabile metter le mani nel sangue, non desideri il nuovo governo che Bruto abbia figli, per acquistare reputazione ammazzandoli: meglio sarebbe che non ne avesse. Se poi si tratta d'un principe odiato da un popolo che ami la libertà, non v'è davvero rimedio. Ed è puerile credere col Machiavelli, che Clearco ammazzasse gli Ottimati, per dar soddisfazione al popolo che gli era avverso; bisogna credere piuttosto che anch'essi gli erano nemici, e che però li spegnesse sotto finto colore. Il solo rimedio in simili casi sta nel farsi partigiani abbastanza potenti da opprimere il popolo, o batterlo ed annichilirlo in modo che non possa muoversi, introducendo nello Stato nuovi abitatori che non siano educati alla libertà.»[519] E dopo tali parole, che sembrano, pur combattendolo, concedere già molto alle idee del Machiavelli, egli cerca subito di temperare la sentenza troppo assoluta. «Bisogna però che il Principe abbia animo ad usare questi modi straordinari, quando siano necessari; ma abbia tanta prudenza da non tralasciare alcuna occasione che si presenti, per stabilire le cose con la umanità e coi benefici, non pigliando così per regola assoluta quello che dice lo scrittore, al quale sempre piacquono sopra modo i rimedi straordinari o violenti.»[520]
Lo stesso metodo di critica segue là dove il Machiavelli afferma che, quando si tratta di salire a grande fortuna, non basta la sola forza, ma occorre anche usare la frode. Il Guicciardini distingue: «Se si parla di simulazione e di astuzia, può esser vero che la sola forza, non dirò mai, che è vocabolo troppo risoluto, ma rarissime volte conduca gli uomini al potere. Se però s'intende addirittura inganno o mancamento di fede, vi furono molti, che senza la frode acquistarono regni, come Alessandro Magno e Cesare, che scoprì la sua ambizione. Può anche essere disputabile, se la frode sia sempre mezzo sicuro d'arrivare a grandezza, perchè con l'inganno si fanno di bei colpi, ma la reputazione d'ingannatore ti toglie poi modo di conseguire l'intento.»[521] Se non che, la questione principale posta nei Discorsi era, che in politica l'inganno sia non di rado un mezzo necessario per riuscire ad un fine buono, e che perciò l'adoperarlo possa, in questi casi, essere un dovere. Il Guicciardini evidentemente è d'accordo col Machiavelli; ma non vuole ammetterlo senza riserve, nè vuole fermarsi a discutere una sentenza che gli par troppo ardita. E si contenta di esaminare, come cosa più pratica, quando la frode riesce e quando non riesce al fine proposto.
Abbiamo già visto, che il Machiavelli fa alcune giuste, profonde osservazioni sulla storia dei partiti in Roma ed in Firenze, concludendo che a questa le divisioni furono rovinose, perchè la vittoria del popolo portò alla distruzione dei grandi; a quella furono invece utili, perchè il popolo cominciò in essa a combattere pe' suoi giusti diritti, e, avuta la vittoria, si contentò di dividere il governo coi patrizi. Tali considerazioni furono poi il fondamento della sua Storia di Firenze, contribuendo non poco a determinarne la originalità ed il valore. Il Guicciardini, fermandosi al solito, unicamente sul modo troppo assoluto con cui sono esposte, dice: «Non fu certo la divisione che rese potente Roma, anzi assai meglio sarebbe stato se i patrizi avessero sin dal principio ammesso il popolo al governo. Lodare le disunioni è come lodare in un infermo la sua infermità, per la bontà del rimedio che gli fu poi apprestato.[522] Appio Claudio non cadde perchè s'unì coi grandi a combattere il popolo, quando doveva fare il contrario, nè per altra ragione addotta dal Machiavelli; ma perchè voleva spegner la Repubblica, quando Roma aveva buone leggi, costumi santi, e ardente amore di libertà. Manlio Capitolino s'appoggiò al popolo per sforzare i grandi, e cadde del pari; Silla s'appoggiò ai grandi, e lo stesso fece in Firenze il Duca d'Atene, che per sua colpa perdette poi il loro favore. Le storie abbondano d'esempî diversi, e ciascuno ha le sue buone ragioni; sono partiti che non si possono pigliare con una regola ferma, perchè la conclusione si deve cavare dagli umori della città, dall'essere delle cose, che varia secondo la condizione dei tempi, e da altre occorrenze che girano.»[523]
Il punto però nel quale il Guicciardini esce dalla sua solita temperanza, per usare un linguaggio eccessivo o almeno assai deciso, è quello in cui si parla del popolo, che egli disprezza, quasi odia, ed il Machiavelli invece ama, ammira, esalta. «Io non so bene,» egli dice, «che cosa significhi l'affermare che bisogna confidare al popolo la guardia della libertà. Se s'intende parlare di chi deve aver parte al governo, ciò spetta, massime nei governi misti come quello di Roma, così al popolo come ai nobili, che ivi più volte salvarono la patria e la libertà di tutti. Quando poi si dovesse fare una scelta tra un governo tutto di nobili o tutto di popolo, io non starò a discutere se veramente il primo sia più atto a conservare, il secondo a conquistare; ma non esiterei punto nella scelta, perchè la plebe è ignorante, e non buona nè all'uno nè all'altro ufficio.»[524] «Dove è moltitudine quivi è confusione, e in tanta dissonanza di cervelli dove sono varî giudizî, varî pensieri, varî fini, non può esservi nè discorso ragionevole, nè risoluzione fondata, nè azione ferma...; però non senza ragione è assomigliata la moltitudine alle onde del mare, le quali, secondo i venti che tirano, vanno ora in qua, ora in là, senza alcuna regola.» Il Machiavelli diceva che, non senza ragione, s'era assomigliata la voce d'un popolo a quella d'un Dio. Pel Guicciardini un popolo è «un'arca d'ignoranza,» e quindi i governi popolari son sempre ignoranti. Che se la repubblica romana fu savia, ciò dipese dall'essere stata sempre governata dai pochi, non dai molti. Nè vale a nulla, egli dice, il ricordare i vizî personali e privati dei principi, perchè qui si tratta solo della loro prudenza politica, ed un uomo di molti vizî può anche essere prudentissimo nel governare.[525] Questo era però quello appunto che diceva ancora il Machiavelli, che delle qualità private dei principi non s'occupava, o solo in quanto giovavano o nocevano allo Stato. I due grandi politici fiorentini erano, non ostante le loro somiglianze, così diversi, che spesso finivano col non intendersi fra loro.
Nel giudicare l'antica Roma, il Guicciardini stimava esagerata l'ammirazione del Machiavelli, e non voleva prendere a modello uno stato in cui trovava ammirabili solo gli ordini militari.[526] Ma neppure nel discuter della guerra andavano d'accordo. Nessuno dei due era uomo del mestiere; il Guicciardini però aveva avuto una più larga esperienza, essendo stato commissario presso eserciti ben più numerosi e poderosi di quello di Firenze al campo di Pisa, e s'era trovato più volte presente ad imprese di ben altra gravità. Ma, sembrandogli sempre inutile il troppo speculare, non era riuscito mai a formarsi sull'arte della guerra in generale, nè sul modo di ordinare le milizie in particolare, nessuna delle idee originali cui arrivò il Machiavelli, che, nella sua più ristretta esperienza, aveva assai più da vicino esaminato le cose. E però anche qui il Guicciardini cerca solo di sorprenderlo in tutte le esagerazioni che gli sfuggono, e spesso lo trova veramente in fallo, come quando gli rimprovera il poco conto che fa delle armi da fuoco e delle fortezze, per volere al solito imitare e citar sempre l'esempio dei Romani. «Non bisogna poi tanto lodare l'antichità,» egli osserva giustamente, «da biasimare tutti gli ordini moderni, che non erano appresso i Romani, perchè la esperienza ha scoperto molte cose, le quali non furono considerate dagli antichi e per essere i fondamenti diversi, sono ora necessarie. Ed è troppo manifesto che le fortezze sono alcuna volta necessarie. La ragione addotta, che esse danno animo ai cattivi principi di perseverare nel male, è molto frivola, perchè allora non bisognerebbe avere guardia nè armi nè esercito. Non si debbono fuggire le cose utili per tema che la sicurtà ti dia animo a far male. Si deve forse biasimare la medicina, perchè la fiducia in essa ti può rendere meno cauto a riguardarti?»[527] Ed aveva ragione, perchè davvero, a questo proposito, il Machiavelli esagerava molto nei Discorsi, tanto che altrove egli stesso cercò, in parte almeno, di correggersi, e più tardi fu tra coloro che s'adoperarono a fortificare Firenze, per difenderla. Ma il Guicciardini non lo intese neppure quando sosteneva con molta ragione che i nuovi Stati dovevano fondarsi sull'amore del popolo e sui cittadini armati, non sulle fortezze, come avevano fatto e facevano i piccoli tiranni italiani, quasi sempre con loro rovina. Nè poteva intenderlo, perchè del popolo non voleva mai sentire dir bene, ed insisteva sempre che, «considerando come molte volte e' popoli eziandio bene trattati, sono poco ragionevoli, e spesso desiderosi di cose nuove, è pur necessario fare qualche fondamento in sulla forza, in sul tenerli in qualche terrore.»[528]
Citiamo un ultimo esempio. Vedemmo già con quanta eloquenza il Machiavelli aveva notato, che la corruzione della Corte di Roma, ed il potere temporale dei Papi erano stati causa della divisione e rovina d'Italia. Il Guicciardini osserva a questo proposito: «Della Corte di Roma non si può dir tanto male che non meriti più, perchè è una infamia, un esempio di tutti i vituperî e obbrobrî del mondo. Ed è anche vero che la Chiesa abbia impedito l'unione d'Italia in un solo Stato; ma non so se ciò fu bene o male. Una sola repubblica poteva certo essere gloriosa al nome d'Italia, e di grande utilità per la città dominante; ma sarebbe stata la rovina delle altre. È vero che la divisione nostra ha portato molte calamità, sebbene sia da ricordare che le invasioni dei barbari cominciarono al tempo dei Romani, per l'appunto quando l'Italia era unita. Ma l'Italia divisa ha potuto avere tante città libere, che io reputo una repubblica sola le sarebbe riuscita più infelice che felice. Questo veramente non sarebbe seguìto sotto un regno, che è più comune verso tutti i sudditi; onde vediamo la Francia ed altri paesi vivere felici sotto un re. Pure, o sia fato o sia complessione degli uomini, questa provincia ha sempre voluto libertà, e però non s'è mai potuta unire sotto un imperio. I Romani vi riuscirono solo con grande virtù e violenza; ma appena si spense la Repubblica e mancò la virtù degl'imperatori, perderono facilmente il dominio. Laonde io credo che se la Chiesa ha impedito l'unione d'Italia, ciò non sia stato ad infelicità di questa, che ha potuto così vivere secondo la sua propria natura.»[529]
Chi non vede la verità di tali osservazioni, in ciò almeno che si riferisce alla storia vera, all'Italia reale del Medio Evo, ed in parte anche del Rinascimento? Ma il Machiavelli, guardando più oltre, vedeva pure che l'Europa e la società necessariamente mutavano, che si andavano formando le grandi nazioni e gli Stati moderni, i quali avevano bisogno di assai maggior forza, e di più vasto territorio. L'Italia sarebbe stata inevitabilmente oppressa dai vicini, se non si univa anch'essa. Questo era ciò che la Chiesa, come le aveva nel passato impedito di fare, così lo impediva al presente. È vero che nel Medio Evo una sola repubblica o una monarchia avrebbero reso impossibile la libertà di tanti Comuni, che pur fiorirono tra noi, e quindi la grande e varia cultura italiana. Ma il Machiavelli aveva pur fatto notare che v'erano le libere confederazioni di repubbliche, v'erano i grandi Stati repubblicani o monarchici, i quali sapevano estendersi, ingrandirsi, seguendo l'uso romano, che era d'avere «compagni, non sudditi;» e ricordava spesso anche i Parlamenti di Francia, che davano, egli diceva, prosperità a quella monarchia. Tutto ciò sfuggiva all'attenzione del Guicciardini, perchè fuori della realtà presente e circoscritta, in mezzo alla quale si trovava; ed egli non vedeva nè voleva veder altro.
Così da qualunque lato si esaminino questi due grandi scrittori, risulta sempre chiaro che, nelle questioni veramente pratiche, il buon senso, la natura dell'ingegno e l'esperienza del Guicciardini gli davano una vera superiorità sul Machiavelli. Le sue osservazioni, i suoi precetti possono più facilmente ed anche più utilmente servire di guida nella condotta giornaliera della vita e degli affari.[530] Le considerazioni del Machiavelli aprono invece nuovi orizzonti allo studio della connessione logica tra i fatti della storia, allo studio della società umana e dell'azione che su di essa può esercitare l'uomo di Stato, cui danno norme più generali, ma non meno pratiche per l'indirizzo da seguire nei grandi avvenimenti politici, nei quali non bastano più i consigli della esperienza personale, fatta giorno per giorno. E quanto al conflitto, che allora sorgeva più visibile che mai fra le necessità inevitabili della vita politica, ed i principii sacrosanti della morale privata, se il Guicciardini ne parlava a bassa voce, senza volercisi fermare, il Machiavelli invece su di esso principalmente fissava il suo sguardo, e rivolgeva tutta la sua attenzione, tirandone, senza paura, quelle che gli sembravano conseguenze inesorabili. Fu primo a veder la grande importanza pratica e scientifica del problema, che anche oggi affatica la mente dei filosofi e di tutti coloro che meditano sul destino dell'uomo, primo perciò a fondare la nuova scienza dello Stato.