CAPITOLO IV. Il Principe.

Nel 1513, come abbiamo già visto, il Machiavelli, ritiratosi nella sua piccola villa presso San Casciano, a sette miglia circa da Firenze,[531] aveva già cominciato a scrivere i Discorsi, ai quali interrottamente lavorò per lungo tempo. In essi il concetto fondamentale del Principe trovasi più volte accennato in germe, ed è parte d'un lavoro speciale che doveva contenere tutte le idee della politica pratica dell'autore. I Discorsi erano un'opera teorica, generale, scritta meditando sulla storia, specialmente sulla storia di Roma; e però il concetto assai più pratico del Principe, a misura che s'andava formando, doveva cominciare a staccarsi da essi, e finire di necessità col dare origine ad un altro lavoro.

In tutta l'Europa, per opera dei sovrani, s'andavano allora, sulle rovine del Medio Evo, rapidamente costituendo gli Stati nazionali e moderni. I mezzi poco scrupolosi, spesso immorali, coi quali questa trasformazione seguiva, coi quali solamente poteva allora seguire, sono quelli appunto che il Principe, secondo il Machiavelli, deve adoperare. Questo Principe infatti noi lo vediamo sorgere, formarsi nella mente dello scrittore, per le stesse ragioni, seguendo il medesimo processo, con cui si era andato formando, e sorse dalla realtà delle cose, in mezzo al vario, portentoso disordine politico del Rinascimento, dinanzi al caos medievale, che costituisce come il fondo del quadro, e si va lentamente sempre più allontanando. L'uno è come l'immagine, lo specchio fedele dell'altro. E della grande somiglianza che passa fra la creazione del pensatore, e la realtà dei fatti che seguono intorno a lui, l'una e l'altra quasi prodotto necessario, fatale d'una legge inesorabile, il personaggio che egli ci descrive, per quanto possa ai nostri giorni sembrar detestabile, acquista una tragica verità, che ci riempie, nello stesso tempo, di stupore, di terrore e di ammirazione. Il libro assume perciò tutta quanta l'importanza, di un grande avvenimento storico; il pensiero del Machiavelli e la nuova società che si va contemporaneamente costituendo, appariscono come due facce d'una sola e medesima rivoluzione, che, leggendo il Principe, par che segua sotto i nostri occhi.

La politica che noi vediamo qui descritta, anzi drammaticamente individuata in un personaggio ideale, era prima che altrove cominciata in Italia, per opera dei nostri Signori e tiranni, i quali l'avevano insegnata ai sovrani dei grandi Stati, che per mezzo di essa s'andavano ora formando in Europa. Ma fra i tiranni italiani, i quali erano pur quelli che costantemente si trovavano sotto gli occhi dei Machiavelli, ed i sovrani come Luigi XI e XII, Ferdinando il Cattolico, Enrico VIII, Francesco I, correvano differenze non poche. Il tiranno italiano era un uomo assai spesso sorto dal nulla, un privato cittadino salito al potere, non per legame o tradizione di famiglia, ma per opera sua propria, del suo ingegno, della sua accortezza ed audacia. Egli perciò era essenzialmente quello che il Machiavelli chiamava Principe nuovo. Il suo Stato si poteva dir veramente sua creazione; di esso s'era in mezzo a mille pericoli impadronito; in mezzo a mille pericoli doveva mantenerlo, quasi ogni giorno riconquistandolo. E fra questi principi nuovi, che d'ogni dove circondavano il Machiavelli, quello che a lui appariva come il tipo più definito, quello che egli aveva potuto meglio, più da vicino conoscere ed osservare, era il Duca Valentino, che nella sua mente, a poco a poco, s'era andato, come noi vedemmo, idealizzando.

Questa si può dir la materia prima del Principe. In esso domina sempre una tendenza pratica, in relazione costante colla storia contemporanea, specialmente italiana, e ciò determina la vera e propria fisonomia del libro. Qui infatti, contro l'uso che serba nelle altre sue opere, il Machiavelli cerca di trarre quasi tutti gli esempî dagli avvenimenti seguìti al suo tempo. Ferdinando il Cattolico, Luigi XI, Francesco Sforza, Alessandro VI, Cesare Borgia ed altri simili sono di continuo citati e come interrogati. Qualche volta nel ricorrere all'antichità, par che senta quasi l'obbligo di scusarsene. «Io non mi volevo partire dagli esempî italiani e freschi; pure non voglio lasciare indietro Ierone Siracusano.»[532] Più il libro s'avvicina alla situazione politica in cui era allora l'Italia, più il calore, l'eloquenza, l'entusiasmo dello scrittore vanno crescendo.[533] Il soggetto essendo inoltre assai più circoscritto e determinato che nei Discorsi, scompariscono affatto le digressioni e ripetizioni che in questi si trovano assai spesso. Si procede di capitolo in capitolo con più stretto legame logico, con uno stile rapido vigoroso, chiarissimo. Ogni pagina risplende per nuove bellezze di forma; il libro par quasi un'opera d'arte, ha una potenza drammatica che affascina, che trascina il lettore fino all'ultimo capitolo, in cui il Principe nuovo, divenuto finalmente, attraverso i pericoli ed il sangue, sicuro padrone dello Stato che è opera sua, può renderlo libero, affidandone la difesa, come fecero sempre i più grandi e gloriosi legislatori, alla guardia del popolo. Ed abbiamo allora l'apoteosi dell'Italia indipendente, unita e libera in quella celebre esortazione finale al tiranno, che si trasforma in redentore della patria, esortazione la quale è forse ciò che di più eloquente abbia la letteratura italiana.

Ma come mai, partendo da un concetto che, sia pure pratico e di politica contemporanea, è certo anche scientifico e generale, si finisce d'un tratto colla sola Italia, la quale sembra inaspettatamente divenire così lo scopo esclusivo di tutto il libro? Questo è ciò che ha messo a tortura il cervello di molti, ed alcuni han finito col vedere in quella che è la conclusione logica di tutta l'opera, un capitolo senza nessuna connessione col resto, artificialmente, forzatamente appiccicato. Per rispondere a una tale domanda, bisogna innanzi tutto notare quale fu veramente l'occasione prossima, che indusse il Machiavelli a scrivere il Principe. Noi abbiamo già detto che uno dei pensieri i quali dominaron sempre la mente di Leone X, fin dai primi anni del suo pontificato, fu quello di creare uno Stato così al fratello Giuliano come al nipote Lorenzo. Di ciò si parlava spessissimo a Firenze ed a Roma, come vediamo in tutti gli storici, in molte e molte lettere dei contemporanei. Da essi sappiamo, che s'era perfino pensato di poter dare un giorno a Giuliano il regno di Napoli, che il ducato d'Urbino gli era stato veramente proposto, ma che egli lo ricusò. Continuamente si discorreva poi di dargli Parma, Piacenza, Modena e Reggio. Un tale disegno non era molto diverso da quello concepito già da Alessandro VI per suo figlio il Duca Valentino, il quale, secondo il Machiavelli aveva saputo mirabilmente attuarlo, e se i tempi non gli fossero a un tratto, senza sua colpa, divenuti avversissimi, si sarebbe forse allargato in Toscana e più oltre ancora. Le provincie di Parma e di Modena erano allora lacerate dalle fazioni poco meno della Romagna;[534] a riunirle e governarle occorrevano quindi provvedimenti non molto diversi. Si trattava d'un principe nuovo in uno Stato nuovo. Tutte le osservazioni già fatte dal Machiavelli nella sua legazione al Valentino; tutte le teorie da lui meditate leggendo Livio, e già cominciate ad esporre nei Discorsi; tutto il concetto del Principe, che da un pezzo s'era venuto formando nella sua mente, suggerito dalla realtà storica che lo circondava, e che ad esso dava, da esso riceveva luce; tutto ciò acquistava ora un valore pratico e immediato. Così le sparse idee, lungamente meditate, si riunivano, si coordinavano, come per forza intrinseca, e divenivano una persona vivente dinanzi ai suoi occhi attoniti: egli stesso si sentiva esaltato e maravigliato da questa sua improvvisa ispirazione. Se di Parma, di Modena e delle altre città un nuovo principe fosse riuscito, anche colla forza, colla violenza e con l'inganno, senza scrupoli di sorta, a formare un corpo solo, uno Stato armato, come aveva saputo fare il Valentino, allora gli sarebbe riuscito facile estendersi, allargarsi fino a Ferrara, a Bologna, forse a tutta Italia, e facendosi un nome immortale, essere annoverato tra i più grandi fondatori di Stati, come Romolo, come Licurgo. Che tutto ciò fosse nell'Italia corrotta di quel tempo un sogno, non v'ha dubbio di sorta, ed il Machiavelli stesso lo aveva più d'una volta detto; ma fu pure il sogno di tutta la sua vita, e noi lo vedremo più tardi tentare di farne invaghire anche Leone X. I Medici erano allora potentissimi, la loro fortuna ogni giorno cresceva, ed a lui, trascinato dalla sua fantasia, tutto pareva oramai possibile. Non sapeva, non poteva egli stesso dominarsi. A riuscire bisognava di certo conoscer bene l'arte dello Stato; ed egli la conosceva a fondo quest'arte, perchè ad essa aveva dedicato l'esperienza e la meditazione di tutta la sua vita. Possibile mai che giovani come Giuliano, come Lorenzo, che il Papa stesso, una volta che egli avesse loro esposto un tale disegno, non ne vedrebbero la grandezza e la gloria, non capirebbero quanto utile egli poteva riuscir loro nell'attuarlo? Possibile mai che non capissero quale onore immortale ne sarebbe venuto alla famiglia, all'Italia, e personalmente ad essi medesimi, che erano pur figli di questa patria, e non potevano non amarla, non desiderare di vederla, con loro vantaggio grandissimo, libera dagli stranieri, che così crudelmente la calpestavano? Non aveva egli col Soderini dimostrato quanto utilmente e fedelmente sapeva nelle cose di Stato servire? Se una volta sola i Medici lo avessero adoperato, anche nel più modesto ufficio, fosse pure, come scriveva poco dopo al Vettori, «a voltolare un sasso,» si sarebbe doluto di sè e non della fortuna, quando non fosse riuscito a guadagnarsi l'animo loro. Così l'interesse privato ed il bisogno che aveva di operare, s'univano in lui all'entusiasmo del pensatore, del patriotta, e sempre più lo stimolavano, lo accendevano. Ma questo doppio, anzi triplice carattere, teorico, pratico e personale del Principe, se da una parte è quello che ne determina la fisonomia e ne costituisce il valore, da un'altra è quello che ha dato origine ai più disparati, opposti, contradditorî giudizî. A guardarlo, come molti han fatto, sotto l'uno o l'altro solamente de' suoi molteplici aspetti, si finisce col non comprenderne più nulla. Pure le lettere del Machiavelli più d'una volta dimostrano, con la maggiore possibile evidenza, in che modo, con quale scopo egli meditò il libro, e donde ricevette la sua immediata ispirazione a scriverlo. Nei primi del 1515, quando cioè il Principe era già compiuto, affermavasi di nuovo e con assai maggiore insistenza, che Giuliano de' Medici sarebbe stato fatto signore di Parma, Piacenza, Modena, Reggio, e dicevasi ancora che nel nuovo Stato verrebbe inviato, come governatore, Paolo Vettori, fratello di Francesco. A quest'ultimo perciò il Machiavelli scriveva, il 15 gennaio di quell'anno stesso, una lettera in cui ragionava delle difficoltà che vi sono a governare un nuovo principato, massime se formato di parti diverse, appartenute a diversi Stati. «Bisogna,» egli diceva, «di queste varie parti formar membra d'un corpo solo, e dargli unità. A ciò si riesce o coll'andarvi ad abitare in persona, o col mandarvi un governatore solo, che si faccia obbedire da tutti i sudditi. Se Giuliano se ne starà a Roma, come par che voglia fare, e manderà in ogni terra il suo governatore, tutto resterà disunito e in aria.» «Il Duca Valentino, l'opere del quale io imiterei sempre, quando fossi principe nuovo, conosciuta questa necessità, fece messer Rimino[535] Presidente in Romagna, la qual deliberazione fece quei popoli uniti, timorosi dell'autorità sua, affezionati alla sua potenza, confidenti di quella; e tutto l'amore gli portavano, che era grande, considerata la novità sua, nacque da questa deliberazione. Io credo che questa cosa si potrebbe facilmente persuadere, perchè è vera; e quando toccassi a Paolo vostro, sarebbe questo un grado da farsi conoscere non solo al signore Magnifico, ma a tutta Italia.... Mi è parso scriverne a voi, acciò sappiate i ragionamenti nostri, e possiate, dove bisognasse, lastricare la via a questa cosa.

«E nel cadere il superbo ghiottone

E' non dimenticò però Macone.»[536]

Da questa lettera, la quale dimostra la diretta applicazione delle teorie del Principe alla formazione del nuovo Stato, che si voleva creare per Giuliano, apparisce assai chiaro come un tale disegno fosse veramente quello che il Machiavelli aveva avuto di mira nello scrivere il suo libro, che da esso anzi era stato suggerito, ispirato, senza perciò perdere il suo primo carattere generale e scientifico.[537] I due versi citati in fine, alludono di nuovo alla speranza ch'egli aveva d'essere in qualche modo adoperato dai Medici. E che facesse allora di tutto per riuscirvi, nè senza qualche buona speranza, ne abbiamo una prova manifesta in ciò che pochi giorni dopo (14 febbraio) Piero Ardinghelli, segretario di papa Leone X, scriveva a Giuliano dei Medici. «Il Cardinal de' Medici,» egli diceva, «mi domandò ieri con premura, se io sapevo che V. E. aveva preso ai suoi servizi Niccolò Machiavelli. E rispondendogli io che non lo sapevo, nè lo credevo, mi disse queste formali parole: «Ancora io non lo credo, tamen, perchè da Firenze ce ne è adviso, io li ricordo che non è il bisogno suo, nè il nostro. Questa deve essere invenzione di Paolo Vectori.... Scriveteli per mia parte, che io lo conforto a non si impacciare con Niccolò.»[538]

Un'altra lettera, la più bella ed eloquente forse che uscisse mai dalla penna del Machiavelli, era stata da lui, fin dal 10 dicembre 1513, indirizzata a Francesco Vettori. Descrive in essa la vita che menava allora nella solitudine della sua villetta, esponendo con una precisione e semplicità grandissima in che modo, con quale scopo era andato colà componendo il suo opuscolo, come lo chiama. «Dopo i miei ultimi casi, io me ne vivo ritirato in villa, e non sono stato, ad accozzarli tutti, venti dì a Firenze. Ho passato il settembre uccellando ai tordi; ma, finito il mese, questo badalucco, ancorchè dispettoso, è mancato. Mi levo la mattina col sole, e me ne vo in un bosco, dove resto due ore a rivedere l'opere del giorno innanzi, ed a passar tempo con quei tagliatori, che hanno sempre qualche sciagura alle mani o tra loro o coi vicini. Uscito dal bosco, vo ad una fonte, e di lì ad un mio uccellare, con un libro sotto, o Dante o Petrarca o uno di questi poeti minori, come dire Tibullo, Ovidio e simili.» «Leggo quelle loro amorose passioni e quelli loro amori, ricordomi de' mia, e godomi un pezzo in questo pensiero. Trasferiscomi poi in sulla strada, nell'osteria, parlo con quelli che passano, domando delle nuove de' paesi loro, intendo varie cose, e noto vari gusti e diverse fantasie di uomini. Viene in questo mentre l'ora del desinare, dove con la mia brigata mi mangio quelli cibi, che questa mia povera villa e paululo patrimonio comporta. Mangiato che ho, ritorno nell'osteria. Qui è l'oste per l'ordinario, un beccaio, un mugnaio, due fornaciai. Con questi io m'ingaglioffo per tutto dì, giuocando a cricca, a tric trac,[539] e dove nascono mille contese e mille dispetti di parole ingiuriose, ed il più delle volte si combatte un quattrino, e siamo sentiti nondimanco gridare da San Casciano. Così rinvolto in questa viltà traggo il cervello di muffa, e sfogo la malignità di questa mia sorte, sendo contento mi calpesti per quella via, per vedere se la se ne vergognasse.»