E fin qui abbiam sola dinanzi a noi, viva e parlante, l'immagine del Machiavelli, che in tutta la vita s'educò leggendo gli antichi, studiando gli uomini e meditando su di essi, non senza bisogno di dar qualche pascolo alla propria immaginazione colla poesia. Ma ora, mutando stile, egli entra in argomento più grave, e ci dice finalmente come compose il suo libro. «Venuta la sera, mi ritiro a casa ed entro nel mio scrittoio, ed in sull'uscio mi spoglio quella veste contadina, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali, e rivestito condecentemente, entro nelle antiche corti degli antichi uomini, dove da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo che solum è mio, e che io nacqui per lui; dove io non mi vergogno parlare con loro e domandare della ragione delle loro azioni, e quelli per loro umanità mi rispondono; e non sento per quattro ore di tempo alcuna noia, sdimentico ogni affanno, non temo la povertà, non mi sbigottisce la morte, tutto mi trasferisco in loro. E perchè Dante dice, — Che non fu scienza senza ritener lo inteso,[540] — io ho notato quello di che per la loro conversazione ho fatto capitale, e composto un opuscolo de Principatibus,[541] dove io mi profondo quanto io posso nelle cogitazioni di questo subietto, disputando che cosa è principato, di quali spezie sono, come e' si acquistano, come e' si mantengono, perchè e' si perdono. E se vi piacque mai alcun mio ghiribizzo, questo non vi dovrebbe dispiacere, e ad un principe, e massime ad un principe nuovo dovrebbe essere accetto; però io lo indirizzo alla Magnificenza di Giuliano. Filippo Casavecchia[542] l'ha visto; vi potrà ragguagliare della cosa in sè, e de' ragionamenti ho avuti seco, ancorchè tuttavolta lo ingrasso e ripulisco.»

L'evidenza di queste parole è tale che, dopo averle lette, non si capisce davvero come mai si sia potuto disputare intorno ai pretesi fini reconditi del Principe. Da esse risulta ben chiaro, che il Machiavelli non lo scrisse già come un opuscolo d'occasione, destinato ai Medici per guadagnarsi il loro favore, quasi una domanda per mendicare un ufficio. Nessuna supplica, in nessuna letteratura, riuscì mai un'opera d'arte o una creazione scientifica. Egli lo concepì meditando sulla storia antica e contemporanea, sulla natura del soggetto che trattava, raccogliendo i resultati della sua lunga esperienza. E quando poi l'ebbe nella sua mente concepito e determinato, pensò che poteva cavarne partito scrivendolo e dedicandolo a Giuliano. La lettera continua dicendo, che egli non sapeva indursi ad accettare l'invito del Vettori, il quale gli aveva allora offerto la propria casa, perchè ne era impedito da alcune sue faccende, ed a Roma si trovavano i Soderini, che avrebbe dovuto visitare, nel qual caso temeva che, tornato a Firenze, invece di scavalcare a casa, sarebbe scavalcato al Bargello, giacchè il governo era nuovo e perciò sospettoso. Senza una tale paura sarebbe andato di certo. E qui torna da capo all'argomento della dedica. «Ho ragionato col Casavecchia, se era bene o pur no dare questo mio opuscolo a Messer Giuliano. E dandolo, se era meglio mandarlo o portarlo. Dubito da una parte che il Magnifico neppure lo legga, e che l'Ardinghelli[543] finisca col farsi onore di questa mia fatica. Da un altro lato mi spinge a darlo la necessità che mi caccia,» «perchè io mi logoro e lungo tempo non posso stare così, che io non diventi per povertà contennendo. Appresso il desiderio avrei che questi signori Medici mi cominciassino adoperare, se dovessino cominciare a farmi voltolare un sasso; perchè se io poi non me li guadagnassi, io mi dorrei di me. E per questa cosa, quando la fossi letta, si vedrebbe che quindici anni che io sono stato a studio dell'arte dello Stato, non gli ho nè dormiti nè giuocati, e dovrebbe ciascuno aver caro servirsi di uno che alle spese d'altri fosse pieno di esperienza. E della fede mia non si dovrebbe dubitare, perchè, avendo sempre osservato la fede, io non debbo imparare ora a romperla; e chi è stato fedele e buono quarantatrè anni, che io ho, non debbe poter mutare natura: e della fede e bontà mia ne è testimonio la povertà mia.»[544]

Qui si vede che, solo dopo aver finito il libro, egli pensò veramente di dedicarlo a Giuliano, ma era incerto ancora sulla opportunità e convenienza di farlo, dubitando che questi forse neppur lo avrebbe letto, e quindi chiedeva su di ciò consiglio al Vettori. Infatti esitò tanto, che Giuliano morì (1516) prima che la dedica gli fosse offerta, e quindi la lettera, che era stata scritta per lui, fu invece indirizzata a Lorenzo, nè sappiamo se anche questi la vedesse mai e l'accettasse. Quanto all'opinione del Vettori, dalle sue lettere inedite apparisce solo, che egli allora non lesse che alcuni capitoli del libro, i quali gli piacquero «oltre a modo.»[545] Aspettava di poter leggere il resto, per dare poi un giudizio definitivo ed un consiglio sulla opportunità della dedica. Questo giudizio e questo consiglio non vennero però mai, sebbene il Vettori fosse stato anche degli altri capitoli ragguagliato dal Casavecchia, in quei giorni appunto arrivato a Roma, dopo aver letto il Principe in Firenze. Alle parole così nobili, così elevate ed eloquenti del Machiavelli, l'ambasciatore rispondeva tornando a ragionare de' suoi osceni amori, senza una sola frase d'incoraggiamento. Dal suo silenzio, dal suo contegno riservato, chiaramente apparisce, che egli non era punto favorevole alla proposta dedica, e molto meno era persuaso della utilità pratica che ne potesse venire al Machiavelli. Di certo ai Medici non sarebbe stato conveniente l'accettarla, massime se avessero davvero voluto mettere in pratica i consigli dati nel libro. Il Vettori perciò girava largo, dicendo all'amico, che poteva venire a Roma a divertirsi, e che non doveva astenersene per riguardo ai Soderini. Nessuno gli avrebbe fatto carico di una visita, alla quale del resto non era tenuto, perchè l'ufficio di segretario l'aveva avuto tre anni prima della elezione di Piero a gonfaloniere perpetuo, e aveva servito con fede, senza altro premio che il salario ordinario. «Avendo discorso col Casavecchia, non abbiamo trovato che in Roma ci sia cosa alcuna per voi. Si dice che il cardinale dei Medici vada in Francia, nel qual caso gli parlerò di voi, che conoscete il paese per esserci stato.» E così continuava con altri simili discorsi a dar speranze vaghe, senza nulla determinare, senza mai mostrar di credere che si potesse far per lui il più lontano assegnamento sul Principe, che infatti non riuscì di alcun vantaggio al Machiavelli, il quale anzi fu per esso fatto bersaglio a calunnie infinite.[546]

Nella lettera dedicatoria indirizzata a Lorenzo, egli dice che, desiderando acquistar favore appresso di lui, gli offriva quello che aveva di più prezioso, cioè la conoscenza delle azioni degli uomini grandi, appresa con una lunga esperienza delle cose moderne, e una continua lezione delle antiche. Così in poco tempo farebbe a lui comprendere ciò che egli aveva imparato con infinite fatiche e disagio. Nè doveva parer presunzione la sua, perchè come dalle pianure si vedono e disegnano meglio i monti, e da questi le pianure, così a conoscere bene i popoli bisogna esser principe, ed a conoscere bene i principi bisogna esser popolare.[547]

È certo assai singolare il vedere, come anche in uno scritto così semplice e personale, quale è questa dedica, il Machiavelli tenga dinanzi a sè gli scrittori antichi. Il principio della lettera infatti, come dimostrò la prima volta il prof. Triantafillis, è certo imitato, se non vogliam dire copiato, dal principio del discorso d'Isocrate a Nicocle. È ben vero che, dopo aver riprodotto un paragone ed alcune frasi generiche, il Machiavelli, non appena s'avvicina di più al suo soggetto, riacquista l'originalità del proprio stile, la indipendenza del proprio pensiero. Tuttavia noi abbiamo qui un'altra prova, che egli non solamente prese dagli scrittori greci e romani qualche concetto ed i moltissimi fatti della storia antica, che adduceva in esempio; ma cercava, specialmente nelle opere politiche, di dare maggiore autorità anche alle idee che erano sue proprie, appoggiandole di continuo alle parole di qualcuno di essi. Infatti, tra quelli che nel Principe e nei Discorsi egli cita, e quelli di cui si vale senza citarli, il numero è veramente grande.[548] Così grande, che non si può, io credo, respingere del tutto l'ipotesi di coloro, i quali dissero che fra i suoi libri dovette avere una qualche compilazione erudita,[549] a noi finora ignota, in cui più facilmente trovava quello che poteva servire al suo scopo.

Il Principe è diviso in ventisei brevi capitoli. Il Machiavelli comincia col dichiarare che, avendo altrove parlato delle repubbliche, intende ora occuparsi solo dei principati,[550] i quali distingue in ereditarî e nuovi. Suddivide poi questi in principati che sono nuovi in tutto o in parte. Nei primi il Principe fonda addirittura uno Stato nuovo, o nuovamente se ne impadronisce; nei secondi, invece, che l'autore chiama anche misti, ad uno Stato vecchio s'aggiunge una provincia nuova. Questi erano allora assai numerosi, perchè i grandi regni si andavano nel Rinascimento formando colle conquiste. Gli Stati nuovi, che sono in genere il soggetto principale del libro, e ne avevano suggerito la prima idea, presentano, ad essere ben governati, difficoltà assai maggiori degli ereditarî, e richiedono quindi più lungo studio a poterli conoscere davvero. «La conquista offende necessariamente molti, e quelli che aiuta, aspettano dal mutamento più che esso non può dare.»

«Quando, negli Stati misti, la provincia conquistata è simile a quella che si annette, le difficoltà sono minori, perchè basta, per esserne sicuri, serbarvi gli antichi usi, e spegnere il sangue dell'antico principe. Ma quando tutto è in essa diverso, le difficoltà sono invece grandissime. Bisogna allora o andarvi ad abitare in persona, o mandare nei luoghi principali colonie di nuovi abitatori, il che, se danneggia quelli a cui si levano le case ed i campi, li rende impotenti ad offendere, e tiene gli altri tranquilli per paura della medesima sorte. Ed è una regola generale, che gli uomini bisogna o spegnerli o vezzeggiarli, perchè essi delle offese leggiere si vendicano, e delle gravi non possono; onde l'offesa deve esser tale che non tema la vendetta. È necessario inoltre aiutare e farsi amici i vicini deboli, perchè questi subito aderiscono al nuovo Stato, se è forte; ma occorre tener bassi i vicini potenti, e non aiutare nè introdurre mai in casa stranieri che sieno potenti; prevedere le cose da lontano e riparar subito. Ai Romani non piacque mai la massima dei nostri principi, cioè: godere i benefizî del tempo; ma vollero invece i benefizî della virtù e prudenza loro, perchè il tempo si caccia innanzi ogni cosa, e si porta il bene come il male. Il re Luigi XII, quando venne in Italia, andò contro a tutte queste regole, e commise cinque errori: spense i minori potenti; accrebbe forza ad un potente maggiore degli altri, cioè al Papa ed al Valentino; introdusse in Italia un potente straniero, cioè la Spagna; non venne ad abitarvi; non vi portò colonie. E però quando il cardinale di Roano mi disse, che gl'Italiani non s'intendevano della guerra, io gli risposi, che i Francesi non s'intendevano dello Stato, altrimenti non avrebbero mai lasciato venire la Chiesa in tanta potenza.[551] Quando però si conquista una città libera, allora non vi sono che tre modi soli di tenerla, nè sempre bastano: o rovinarla, o abitarla, o farvi un governo libero, ma di pochi, che te la conservino. Ed in generale chi conquista una città libera, aspetti, se non riesce a disfarla, di essere disfatto da quella, perchè sempre si ribellerà, mossa dal grande amore alla libertà, che è inestinguibile negli animi, quando invece chi è servo cambia facilmente padrone.»[552]

Col capitolo sesto si entra in quello che è propriamente il soggetto principale del libro, incominciandosi a parlare del Principe nuovo in uno Stato nuovo. «Questi Stati,» dice il Machiavelli, «si reggono sopra tutto sulla virtù del Principe; e però colui è più sicuro, che si fonda più sulle proprie virtù che sulla fortuna, sebbene si richiedano l'una cosa e l'altra. Mosè, Romolo, Ciro, Teseo ebbero dalla fortuna l'occasione di adoperare la virtù che avevano; ma l'una senza l'altra sarebbe stata inutile. In ogni modo, non vi è impresa più difficile a trattare, nè più dubbia a riuscire, che quella di farsi capo per introdurre ordini nuovi. Bisogna innanzi tutto esaminare, se questi novatori dipendono dalle forze altrui, o si reggono sopra sè stessi, cioè se debbono rivolgersi per aiuto ad altri, o possono adoperare le proprie forze. Nel primo caso capitano sempre male, nel secondo quasi sempre riescono; e questa è anche la ragione perchè i profeti armati vinsero sempre, e i disarmati, come il Savonarola, rovinarono.[553] Quelli poi che ottengono il principato per fortuna, con poca difficoltà vi arrivano, quasi volando; ma con grandissima vi si mantengono, perchè restano a discrezione di chi gli aiutò a salire. Possono però, ottenuto lo Stato per fortuna, porvi per virtù propria il fondamento sicuro che mancava prima, il che riesce qualche volta, ma sempre con disagio dell'architetto e pericolo dell'edificio.»

E qui si ripresenta naturalmente la tragica figura del Valentino, il quale acquistò lo Stato per opera del padre, e con esso lo perdette. «Egli però, non appena lo ebbe, fece, per gettare saldi fondamenti, tutte quelle cose che da un prudente e virtuoso uomo si dovevano fare; onde non si potrebbero ad un principe nuovo dare precetti migliori di quelli che suggerisce l'esempio delle azioni di lui. Che se tuttavia non bastarono, non fu sua colpa, ma nacque da una estraordinaria ed estrema malignità di fortuna. Alessandro VI poteva con sicurezza formare uno Stato pel figlio solamente nella Romagna, dove tuttavia Faenza e Rimini erano sotto la protezione dei Veneziani, che perciò gli si opponevano. Dovette quindi profittare della venuta dei Francesi, che egli aveva già favorita. Ma il Valentino, appena che ebbe così acquistato la Romagna, s'avvide come, volendo procedere oltre, le forze che allora aveva in suo aiuto, potevano da un momento all'altro mancargli sotto. Quando infatti voleva assaltare Bologna, trovò il Re contrario, e gli Orsini, che pur erano suoi alleati, freddissimi; e quando, preso il ducato di Urbino, voleva entrare in Toscana, il Re lo fermò addirittura. Deliberò quindi di cominciare ad armarsi di armi proprie, e di levar seguaci agli Orsini, aspettando occasione di spegnerli, la quale gli venne bene, ed egli l'usò meglio. Essi infatti, congiurando alla Magione, gli ribellarono Urbino e la Romagna; ed egli sottomise prima lo Stato suo con l'aiuto dei Francesi, e poi, senza fidarsi più d'alcuno, si volse agl'inganni. E seppe così bene dissimulare l'animo suo, che gli Orsini si conciliarono con lui, tanto che la loro semplicità li condusse nelle sue mani a Sinigaglia, dove li spense. Così finalmente, sicuro dei capitani che gli restavano, e delle armi proprie da lui ordinate, aveva gettato assai buoni fondamenti alla potenza sua. Era infatti padrone di tutta la Romagna e del ducato d'Urbino; s'era guadagnata l'affezione di quei popoli, che avevano cominciato a gustare il benessere loro.»

«E perchè questa parte è degna di notizia, e da essere imitata da altri, non la voglio,» dice il Machiavelli, «lasciare indietro. La Romagna era piena di latrocinî e delitti d'ogni specie, per colpa specialmente dei principi che la dominavano, i quali, essendo poveri e volendo vivere da ricchi, ricorrevano ad ogni sorta di rapine e di modi disonesti. E quelli che da tali violenze restavano impoveriti, si rifacevano con altre simili sui meno potenti di loro. Di qui il sangue e le vendette continue.[554] Bisognava perciò riordinarla e pacificarla. Il Duca vi mandò allora, con assoluto potere, messer Ramiro d'Orco, uomo crudelissimo e pronto, il quale in brevissimo tempo la ridusse pacifica ed unita. Dopo di che, questa sua autorità eccezionale ed eccessiva non pareva più a proposito, e le crudeltà con cui messer Ramiro ne aveva abusato e continuava sempre più ad abusarne, la resero pericolosa. Laonde il Duca, soppresse quell'ufficio, ed istituì invece un tribunale ordinario, nel quale ogni città di Romagna aveva un suo giudice sotto la presidenza d'un uomo eccellentissimo, savio e prudente. Ed a persuadere poi che le crudeltà non erano dipese da lui in modo alcuno, ma solo dalla trista natura del suo ministro, lo fe' trovare una mattina in due pezzi, sulla pubblica piazza di Cesena, con un coltello sanguinoso a lato. La ferocia del quale spettacolo fece quelli popoli in un tempo rimanere soddisfatti e stupidi. Ma torniamo donde noi partimmo.»[555] E così freddamente ripiglia il filo del suo discorso.