A migliore intelligenza però di questi fatti tante volte ricordati e lodati dal Machiavelli, dobbiamo notare che nuovi documenti, negli ultimi anni venuti alla luce, resero assai più chiara la ragione della costante sua ammirazione pel Valentino, e pel governo da lui fondato in Romagna. È ora provato ad evidenza, che questo governo del Duca fu davvero migliore che non s'era creduto. Egli prese molti utili provvedimenti a vantaggio dei sudditi più poveri nelle città e nel contado. E quanto alla uccisione di messer Ramiro, questi fu prima ripetutamente avvertito, che non opprimesse le popolazioni; che smettesse l'illecito commercio di derrate, da lui fatto a proprio vantaggio, con grave danno dei miseri. E solo quando le reiterate avvertenze furono riuscite vane del tutto, il Duca, mediante un giudizio sommario, lo condannò a morte annunziando con una lettera, anch'essa recentemente pubblicata, il fatto alle popolazioni, come una buona novella ed un esempio di giustizia riparatrice, da lungo tempo universalmente desiderato.[556]
«Il Duca,» continua il Machiavelli, «doveva ora pensare a liberarsi dalla supremazia di Francia; cercava perciò nuove aderenze, e quando vennero gli Spagnuoli cominciò subito a raffreddarsi con essa, ed a vacillare. Egli sarebbe in tutto riuscito, se la morte d'Alessandro VI non avesse improvvisamente interrotto ogni cosa. Aveva infatti non solo preveduto la morte del Papa, ma anche la possibilità d'un successore nemico, e si era apparecchiato a potersi difendere contro di esso, avendo cercato di spegnere il sangue dei signori da lui spogliati, dei quali ammazzò quanti potè, e provveduto in modo che il Collegio dei Cardinali, già stremato di numero, era in gran parte suo, e lo Stato di Romagna si poteva dire formato e sicuro. Possedeva anche Perugia e Piombino, proteggeva Pisa, e non dovendo più avere rispetto ai Francesi, gli era facile saltare in questa città, pigliare Lucca e Siena, senza che i Fiorentini potessero impedirlo. Questo gli avrebbe dato di certo fermo e sicuro fondamento; ed era infatti per riuscire, quell'anno stesso, nell'intento d'assicurare l'opera sua, quando il Papa morì, lasciandolo colla Romagna solamente consolidata; tutto il resto in aria, fra due potentissimi eserciti nemici, ed egli malato a morte. Ma era tanta la ferocia, la virtù e l'accortezza sua, che se non avesse avuto quegli eserciti addosso, e fosse stato sano, avrebbe retto ad ogni difficoltà. Egli stesso mi disse, che aveva ogni cosa previsto, ad ogni cosa pensato, salvo che al trovarsi per morire appunto in sulla morte del Papa.» «Raccolte adunque tutte queste azioni del Duca, non saprei riprenderlo, anzi mi pare, come ho detto, di proporlo ad imitare a tutti coloro che, per fortuna e con l'armi d'altri, sono saliti all'imperio, perchè egli avendo l'animo grande e la sua intenzione alta, non si poteva governare altrimenti.»[557]
E dopo di ciò, come se il Valentino non fosse stato abbastanza tristo, viene il Machiavelli a parlare di coloro che salgono al principato non per fortuna, ma solo per vie scellerate, e dice di volerlo fare con due esempi, bastando a chi trovisi necessitato, imitare quelli. Primo esempio è quello già tante volte da lui ricordato d'Agatocle siciliano, che «divenuto, per la sua virtù militare, pretore di Siracusa, e cercata subito l'amicizia dei Cartaginesi, raccolse poi il popolo ed il Senato, facendo dai suoi soldati ammazzare tutti i Senatori ed i capi del popolo. Così fu sicuro, ed in tutto riuscì per opera sua propria. Non si può di certo,» egli prosegue, «dire che sia virtù ammazzare i cittadini, tradire gli amici, essere senza fede; ma se poi si considera l'animo di Agatocle nell'entrare e nell'uscire dai pericoli, nel sopportare e superare le cose avverse, non si vede perchè abbia ad essere giudicato inferiore a qualunque eccellentissimo capitano. Nondimeno la sua efferata crudeltà ed inumanità, con infinite scelleratezze, non consentono che sia intra gli eccellentissimi uomini celebrato; nè si può attribuire alla fortuna o alla virtù quello che, senza l'una e senza l'altra, fu da lui conseguito.»[558] Il secondo esempio è quello d'Oliverotto da Fermo, allevato da suo zio Giovanni Fogliani. «Si dette costui alla milizia e, riuscito valentissimo, pensò di occupare Fermo. Scrisse perciò allo zio, che voleva entrare in città con cento cavalieri, per dimostrare il suo splendore, e questi lo fece ricevere onorevolmente, alloggiandolo in casa propria. Oliverotto, ordinata la congiura co' suoi fedeli, invitò ad un pranzo lo zio con i primi uomini di Fermo, e quivi fece l'uno e gli altri tutti in una volta ammazzare. Dopo di che corse a cavallo la terra che fu sua, e sarebbe stato un uomo assai formidabile, se il Duca Valentino non lo avesse poi fatto strangolare. Si può qui domandare,» osserva il Machiavelli, «come è che Agatocle restò dopo le sue scelleratezze sicuro, mentre altri capitarono male. Ciò dipende,» egli risponde, «dalle crudeltà male o bene usate. Bene usate si possono chiamare quelle, se del male è lecito dir bene, che si fanno ad un tratto per necessità dello assicurarsi, e di poi non vi s'insiste dentro. Male usate son quelle invece, che si continuano anche dopo. Bisogna sin dal principio calcolare tutto ciò che è necessario, e farlo senza indugio, per quindi assicurare gli uomini; altrimenti si è costretti a star sempre col coltello in mano. Le ingiurie fatte ad un tratto, assaporandosi meno, offendono meno, e portano, nonostante, l'effetto che tu vuoi; i benefici bisogna farli invece a poco a poco, perchè si assaporino meglio.»[559]
Venendo ora a discorrere del principato civile, il Machiavelli ripete di nuovo, che esso deve reggersi sul popolo, senza il quale nessun governo può avere fondamento sicuro, essendo pericolosissimo affidarsi ai nobili, i quali vogliono sempre signoreggiare.[560] In ogni caso però la forza principale degli Stati riposa sugli eserciti proprî,[561] giacchè bisogna sopra tutto aver modo di respingere i nemici e tener sotto i sudditi. Questo è l'ufficio principale d'ogni governo, secondo il Machiavelli, il quale trascura, anzi neppure esamina tutti i vari elementi che costituiscono lo Stato e la Società, come ad esempio la religione, la cultura, il commercio, l'industria. Qualche volta si direbbe, che per occuparsi esclusivamente dello Stato e della sua forza, voglia considerarlo come separato, isolato affatto dalla società e dall'individuo, che volentieri sacrifica alla prosperità di quello, senza accorgersi che così anderebbe ogni cosa a rovina. Armi e politica sono il suo unico, il suo costante pensiero. Senza di esse nessuno Stato può reggersi a lungo, ed esse bastano a tutto. «Nel mondo non vi sono che i principati ecclesiastici, i quali si acquistano per virtù o per fortuna, e si conservano senza l'una e senza l'altra, perchè retti e mantenuti dalla reverenza degli ordini antiquati della religione. Costoro soli hanno Stati e non li difendono, hanno sudditi e non li governano, e gli Stati non sono loro tolti, nè i sudditi si ribellano. Anche quando gli Orsini ed i Colonna furono disfatti da Alessandro VI, sebbene questi non mirasse che a fondare nel territorio della Chiesa un principato al Valentino, pure ne seguì da ultimo che essa divenne più forte che mai nel suo temporale dominio.»[562] Ma gli altri Stati non possono sperare tale fortuna, e però debbono pensare a reggersi colla prudenza, a difendersi colla forza.
E qui si viene, nei tre capitoli seguenti, a parlare delle armi che deve avere il Principe, soggetto questo di somma importanza pel Machiavelli, il quale affermava che esse non solamente difendono lo Stato, ma rendono possibili anche le buone leggi, le quali sarebbe vano sperare senza le armi. «Queste sono mercenarie, ausiliarie e proprie. Le prime riescono sempre pericolosissime, perchè durano fino a che non si viene alla prova, come se ne è avuto chiara esperienza in Italia, non appena vennero tra noi i forestieri coi loro soldati. Solo le repubbliche e i principi che hanno eserciti proprî sono sicuri. Ed in vero con grande difficoltà una repubblica armata cade sotto l'obbedienza d'un suo cittadino, come se ne ha esempio negli Svizzeri armatissimi e liberissimi. Roma e Sparta stettero molti secoli armate e libere; Venezia e Firenze non hanno avuto che danni e pericoli continui dalle milizie mercenarie. I nostri principi ed i preti, ignari della guerra, ricorsero ad esse, che parvero dapprima gran cosa; ma il fine della loro virtù è stato poi che l'Italia venne corsa da Carlo, predata da Luigi, forzata da Ferrando, vituperata dagli Svizzeri. Le milizie mercenarie hanno fra noi distrutto le fanterie, che sono il nerbo degli eserciti. E ciò avvenne, perchè pochi fanti non bastano, e molti costano troppo, quando invece con un discreto numero d'uomini d'arme si forma subito una compagnia di ventura.[563] Anche le armi ausiliarie sono assai pericolose, perchè ti lasciano in balìa di chi ti aiuta, e sempre o le ti cascano di dosso e le ti pesano o le ti stringono.» E qui, tornando di nuovo al suo esempio prediletto, prosegue: «Io non dubiterò mai d'allegare Cesare Borgia e le sue azioni. Egli incominciò colle armi ausiliarie dei Francesi; ma, visto il pericolo, ricorse alle mercenarie, che almeno erano da lui pagate e dipendenti, e conosciuta la poca sicurezza anche di esse, si volse alle proprie. La differenza di queste dalle altre si vide subito nella reputazione che acquistò non appena rimase coi suoi soldati, e sopra sè stesso. Egli difatti non fu mai stimato assai, se non quando ciascuno lo vide intero possessore delle proprie armi.[564] La milizia adunque vuole essere l'occupazione continua del Principe, il quale deve sempre pensarvi, ed anche nelle storie meditar sulle azioni dei grandi capitani, per imitarle.[565]
Ed ora il Machiavelli affronta una questione anche più grave. Volendo ragionare in generale di quel che può dar lode o biasimo al Principe, egli dice che deve parlare di ciò, sebbene molti altri già prima di lui lo abbiano fatto. E qui allude non tanto agli antichi, quanto agli scrittori del Medio Evo, come Egidio Colonna e Dante Alighieri; agli eruditi del secolo XV, come il Panormita, il Poggio, il Pontano ed altri molti, i quali avevano sostenuto che il sovrano deve aver tutte le virtù, e ne avevano fatto un ritratto ideale di religione, di modestia, di giustizia e di generosità. Ma egli osserva giustamente che, volendo far cosa utile a chi l'intende, è assai più conveniente «andare dietro alla verità effettuale della cosa, che all'immaginazione di essa. E molti si sono immaginati repubbliche e principati che non si sono mai visti, nè conosciuti essere in vero, perchè egli è tanto discosto da come si vive a come si dovrebbe vivere, che colui che lascia quel che si fa per quello che si dovrebbe fare, impara piuttosto la rovina che la preservazione sua; perchè un uomo che voglia fare in tutte le parti professione di buono, conviene che rovini infra tanti che non sono buoni. Onde è necessario ad un principe, volendosi mantenere, imparare a potere essere non buono, ed usarlo e non usarlo secondo la necessità.» «Sarebbe certo lodevolissimo che un principe avesse tutte le qualità buone e nessuna delle cattive; ma perchè le condizioni umane non lo consentono, è necessario che egli sia tanto prudente da fuggire quei vizi che gli torrebbero lo Stato, e da quelli che non glielo torrebbero, guardarsi se è possibile; ma non potendo, vi si può con minor rispetto lasciare andare.» Ed insiste e ripete: «Non si curi d'incorrere nell'infamia di quelli vizi, senza i quali possa difficilmente salvare lo Stato, perchè se si considererà bene tutto, si troverà qualche cosa che parrà virtù, e seguendola, sarebbe la rovina sua, e qualcun'altra che parrà vizio, e seguendola, ne riesce la sicurtà ed il benessere suo.[566]
Qui il lettore può cader facilmente in errore, come a molti è seguìto, se non ricorda che in questo scritto il carattere personale e privato del Principe scomparisce del tutto, perchè di lui il Machiavelli si occupa solo in quanto è il rappresentante, la personificazione dello Stato. Infatti egli dice indistintamente la rovina sua e la rovina dello Stato, per esprimere una sola e medesima idea. Il suo errore anzi sta in ciò, che troppo spesso egli dimentica come questo Principe dovendo pur essere un uomo, non si può ammettere che ogni carattere personale e privato possa mai scomparire del tutto dalle sue azioni. Qui, come nei Discorsi, l'autore, a sempre meglio manifestare il proprio pensiero, fa la più assoluta separazione della politica da ogni privata morale; ma nello stesso tempo, concretando, personificando l'idea dello Stato in un individuo, vede inevitabilmente ricomparire quel carattere privato, che egli cerca sopprimere del tutto, perchè farebbe risorgere la questione morale, di cui non vuole occuparsi. E così ne segue che in questa, direi quasi, persona impersonale, l'uomo pubblico finisce assai spesso coll'uccidere il privato. Quello poi che il Machiavelli dice dell'uno, facilmente s'attribuisce dal lettore anche all'altro, ed i precetti, i consigli che sono dati solo a colui che personifica lo Stato, par che siano dati anche all'uomo privato. Di qui la confusione ed una serie di malintesi continui.
In ogni modo, quali sono le qualità che deve avere il Principe? La liberalità, che tanto gli eruditi raccomandavano allora, massime verso i letterati, non è, secondo il Machiavelli, lodevole in lui, perchè egli non spende il suo, ma quello d'altri; è quindi preferibile la parsimonia: solo di ciò che piglia nella guerra può essere larghissimo.[567] È meglio per lui essere crudele o clemente, amato o temuto? «Certo, in termini generali, è assai meglio essere stimato pietoso; ma non bisogna poi usar male la pietà. Cesare Borgia era tenuto crudele; nondimeno quella sua crudeltà aveva racconcio la Romagna, unitala e ridottala in pace ed in fede. Egli fu nel fatto più pietoso dei Fiorentini, i quali, per evitar l'accusa di crudeli, lasciarono distruggere Pistoia dalle fazioni. Sarebbe certo desiderabile poter essere in un medesimo tempo amato e temuto; ma questo non è possibile, e però sarà meglio, quando s'abbia a scegliere, essere temuto. L'amore infatti è formato da un vincolo d'obbligo, il quale, perchè gli uomini sono tristi, da ogni occasione di propria utilità vien rotto; il timore nasce invece da una paura di pena, che non ti abbandona mai. Gli uomini amano a loro arbitrio, e temono ad arbitrio del Principe, che deve fondarsi su quello che è suo, non su quello che è d'altri. Pure egli può essere temuto e non odiato, quando s'astenga dalla roba e dalle donne dei sudditi, nè venga mai al sangue, se non quando vi sia causa e giustificazione manifesta, perchè gli uomini dimenticano più facilmente la perdita del padre che della roba. Oltre di che, cominciando una volta a vivere della roba d'altri, non si finisce mai, quando invece le occasioni al sangue sono più rare assai.»[568]
Ed ora segue quel celebre e tanto bersagliato capitolo, che parla del mantenere o non mantenere la fede. Che sia bene, dice il Machiavelli, mantenere la fede, ognuno lo intende; «nondimanco si vede per esperienza nei nostri tempi, quelli principi aver fatto gran cose, che della fede hanno tenuto poco conto, e che hanno saputo con l'astuzia aggirare i cervelli degli uomini, ed alla fine hanno superato quelli che si sono fondati in su la lealtà.»[569] «Vi sono due modi di combattere, uno con le leggi, l'altro con la forza: il primo è proprio dell'uomo, il secondo della bestia, e come il primo non basta, così bisogna spesso ricorrere al secondo. Pertanto ad un Principe è necessario saper bene usare la bestia e l'uomo, il che vollero significare gli antichi con la favola di Achille educato da Chirone centauro. Un Principe deve però della bestia saper «pigliar la volpe ed il lione, perchè il lione non si difende da' lacci, la volpe non si difende da' lupi....[570] Coloro che stanno semplicemente in sul lione, non se ne intendono. Non può pertanto un signore prudente, nè debbe osservare la fede, quando tale osservanzia gli torni contro, e che sono spente le cagioni che la fecero promettere. E se gli uomini fossero tutti buoni, questo precetto non sarebbe buono; ma perchè sono tristi e non l'osserverebbero a te, tu ancora non l'hai da osservare a loro.» «È necessario tutto questo saperlo bene colorire, ed essere gran simulatore e dissimulatore, perchè gli uomini si lasciano facilmente ingannare. Alessandro VI non fece mai altro, non pensò tutta la sua vita ad altro, nè vi fu mai uomo che con maggiori giuramenti affermasse quello che poi non osservava; nondimeno tutto gli riusciva, perchè conosceva bene questa parte del mondo.»
Ad un Principe non è necessario avere le buone qualità, di cui più sopra si è discorso; ma è bene necessario parere d'averle. «Anzi ardirò di dire questo, che, avendole ed osservandole sempre, sono dannose, e parendo d'averle sono utili; come parere pietoso, fedele, umano, religioso, intiero, ed essere; ma stare in modo edificato con l'anima, che, bisognando non essere, tu possa e sappia mutare il contrario.» E si deve pure intendere che un Principe, massime un Principe nuovo, non può osservare tutte quelle cose per le quali gli uomini sono tenuti buoni, essendo spesso «necessitato, per mantenere lo Stato, operare contro alla fede, contro alla carità, contro alla umanità, contro alla religione. E però bisogna che egli abbia un animo disposto a volgersi. secondo che i venti e le variazioni della fortuna gli comandano; e come di sopra dissi, non partirsi dal bene, potendo, ma sapere entrare nel male, necessitato. Deve adunque avere un Principe gran cura, che non gli esca mai di bocca una cosa, che non sia piena delle soprascritte cinque qualità, e paia a vederlo e udirlo tutto pietà, tutto fede, tutto umanità, tutto integrità, tutto religione. E non è cosa più necessaria a parere d'avere che quest'ultima qualità, perchè gli uomini in universale giudicano più agli occhi che alle mani, perchè tocca a vedere a ciascuno, a sentire a pochi. Ognuno vede quel che tu pari, pochi sentono quel che tu sei, e quelli pochi non ardiscono opporsi alla opinione de' molti, che abbiano la maestà dello Stato che li difenda.... Faccia adunque un Principe conto di vincere e mantenere lo Stato; i mezzi saranno sempre giudicati onorevoli e da ciascuno lodati, perchè il vulgo ne va sempre preso con quello che pare, e con lo evento della cosa.... Alcuno principe dei presenti tempi, quale non è bene nominare, non predica mai altro che pace e fede, e dell'una e dell'altra è inimicissimo, e l'una e l'altra, quando e' l'avesse osservata, gli arebbe più volte tolto o la reputazione o lo Stato.»[571]