Fu già osservato dal Ranke, che in questo capitolo si trovano reminiscenze della Politica d'Aristotele,[572] ed il Burd nel suo diligentissimo lavoro aggiunge, che ve ne sono anche maggiori del comento fatto ad essa da S. Tommaso.[573] Se non che è ben da notare, che così l'uno come l'altro di questi scrittori parlano del tiranno, che mettono in opposizione al monarca, al re. Nel Principe invece una tale distinzione, sostanziale in Aristotele ed in S. Tommaso, è scomparsa del tutto. E quindi le parole del Machiavelli, sian pure imitate, hanno un significato essenzialmente diverso, se non vogliam dire opposto. Si avvera anche qui quello che abbiamo più volte notato, che cioè il momento della più fedele riproduzione è spesso ancora quello della più sostanziale divergenza. Il Machiavelli non discorre di ciò che fa il tiranno come tale, ma di ciò che il Principe, l'uomo di Stato, il legislatore deve fare.[574] Anzi questo appunto è ciò che dà alle sue parole quel colorito loro proprio, che le rende ai nostri occhi funeste, detestabili. Eppure esse non sono altro che l'affermazione d'una verità profondamente osservata; ma che, per renderla più efficace e chiara, egli espone in una forma paradossale, che la fa parer colpevole errore. In sostanza il Machiavelli qui ripete che l'uomo politico, il diplomatico non possono sempre dire la verità; che, in alcuni casi anzi debbono nasconderla con arte, inducendo in errore quelli con cui trattano, se non vogliono mettere a pericolo sè stessi, il proprio partito, lo Stato stesso. Or si può discutere quanto si vuole; ma finchè la società e la politica restano quali erano allora, e quali sono in gran parte anche adesso, si dovrà riconoscere che così pur troppo stanno le cose. L'uomo politico non è un individuo che parla ad un altro individuo, è il rappresentante di un partito, di un governo, quasi un essere collettivo, le cui parole, dette in pubblico, hanno un valore, un significato, un effetto diversissimi da quel che hanno le parole dei privati fra di loro. Qualche volta, anche volendo dire il vero, egli può trovarsi nella impossibilità di farlo. E ciò non solamente perchè il dirlo può avere conseguenze disastrose; ma perchè, quando pure lo dicesse al pubblico, senza riserve e senza artifizi, sarebbe inteso in un senso affatto diverso da quel che le parole veramente esprimono. Il pubblico è anch'esso un essere collettivo, che sente e intende ogni cosa assai diversamente che non faccia un privato; vuole in altro modo essere guidato, e in altro modo bisogna parlargli. V'ha di certo una politica leale ed una politica sleale, una politica onesta ed una politica disonesta; ma di siffatta questione il Machiavelli, specialmente nel Principe, non si occupava e non poteva, perchè egli voleva prima di tutto determinare quel che la politica è veramente: questo è il suo fine costante. Continuando perciò la sua via, torna a ripetere, che supremo dovere del Principe è il mantenere lo Stato; tutti i mezzi a ciò veramente necessarî, saranno sempre giustificati. Ed aggiunge inoltre, che l'azione dell'uomo di Stato diviene efficace, utile, non secondo la intenzione da cui muove, ma secondo la sua apparenza, la quale in politica ha un grandissimo valore, è spesso anzi quella che sola ha valore, sola produce un effetto reale. Essere buono, sincero, e non sapersi far riconoscer tale, non significa nulla; ma farsi creder sincero e buono, anche senza esserlo, può portar conseguenze efficaci, utili allo Stato ed a chi lo governa. Questo discorso provoca naturalmente indegnazione, perchè sembra che con inaudito cinismo inculchi l'ipocrisia. Quando infatti segue una grande, pubblica calamità, se un privato cittadino profonde la sua fortuna in aiuto dei miseri, e non vuole che si sappia, nasconde agli altri la sua generosità, noi siamo presi da entusiasmo, ammiriamo la sua virtù, che vuole essere e non parere. Questo è il criterio morale col quale giudichiamo. Come potremmo mai adottare il criterio opposto? Eppure se un Principe, in presenza della pubblica sventura, mosso da pietà, profondesse tesori, senza volere che si sapesse, che apparisse, noi invece di ammirarlo lo biasimeremmo. Non è la sua intenzione, ma la sua azione quella che dobbiamo giudicare, quella che ha valore. E questo valore essa lo avrà solo se è visibile, se apparisce. Meglio assai sarebbe se, senza esser mosso da alcuna pietà, soccorresse i miseri per semplice dovere di Stato, e sentisse l'obbligo di farlo vedere, di farlo sapere. Questo è ciò che il Machiavelli volle dire quando affermò che in politica il parere vale più che l'essere. Ed è ciò per cui fu tanto aspramente biasimato. Pure se un Principe, il quale non creda alla religione del suo popolo, ciò non ostante la rispetti, e lasci anche supporre al volgo di avere la stessa sua fede religiosa, sarà certo ritenuto più savio di colui che sembri non curarla, quando anche in realtà vi creda. Nessuno condannò Napoleone I pel rispetto mostrato in Egitto a Maometto ed al Corano; nessuno condannò gl'Inglesi, quando fecero in India dimostrazioni di ossequio devoto a Brama ed a Budda. Il Principe rappresenta lo Stato, e come tale deve professarsi credente al pari del suo popolo. Tutto ciò non vuol dire di certo che la religione sia da ritenersi come un puro strumento di governo, opinione tante volte attribuita al Machiavelli. Egli, è ben vero, la studiò come un mezzo di governo, perchè la riconobbe una delle grandi forze sociali, di cui bisogna valersi; ma ciò dicendo, non espresse alcuna opinione sul valore intrinseco della religione stessa. Che l'uomo di Stato ci creda o non ci creda, è questione che riguarda la sua privata coscienza, e sulla quale perciò il Machiavelli non pensò di doversi come scrittore politico fermare. Ben si può asserire che egli non manifestò mai disprezzo verso la religione in generale; ma più volte disse che a fondare sicuramente la libertà, era necessario avere un popolo credente, aggiungendo che la mancanza di religione aveva corrotto l'Italia.
Al Machiavelli nocque sempre la forma troppo assoluta, con cui si esprimeva. Questa dette facile pretesto a giudicare come massime di morale assoluta, quelle che erano invece di convenienza e di opportunità politica. Di certo quando egli, avendo presente il Valentino, circondato dai suoi alleati, che lo tradivano, afferma che non vi è obbligo di mantenere la fede a coloro che sono già pronti a violarla, non si può dire che abbia torto. Ma quando invece scrive in termini generali: «Non può, nè debbe un Signore prudente mantenere la fede, spente che siano quelle ragioni che la fecero promettere,» chi non vede come egli esponga il fianco ai colpi de' suoi avversarî? Questi infatti ne profittarono non solo di buona, ma anche di mala fede. Il Machiavelli aveva esposto il concetto politico, facendo astrazione dal morale; ed essi pretesero di giudicarlo, esaminando il concetto morale, astrazion fatta dal politico: modo sicuro per non comprenderlo punto.
Nel capitolo XIX si riepiloga quanto l'autore ha detto sull'obbligo che ha il Principe di non rendersi odioso, ritornando sulle altre qualità che gli occorrono. Egli non deve levare ai cittadini la roba, nè offendere le loro donne; deve farsi tener sempre animoso e grave. Ma due cose sono a lui sopra tutte le altre pericolose: essere assalito fuori dai nemici esterni, e dentro dalle congiure. Su queste il Machiavelli espone in brevi parole quello che assai ampiamente scrisse più tardi nei Discorsi, che noi abbiamo già esaminati. Sono sempre le stesse idee, e le imitazioni da Aristotele vi appariscono visibilissime, oltre di che nei Discorsi molti esempî di cospirazioni sono cavati da storici greci e romani.[575] Ma anche qui le imitazioni provano tutt'altro che somiglianza d'idee. Infatti il capitolo che tratta delle congiure, si trova nella Politica d'Aristotele connesso al concetto assai più vasto di tutto il libro V, il quale ragiona delle rivoluzioni che mutano la forma dei governi. E dopo averne distinto le varie specie, le loro cause ed effetti, distingue del pari le congiure. A queste distinzioni il Machiavelli senza dubbio si attiene; ma se ne vale per fare un'altra ricerca, con uno scopo sostanzialmente diverso. Egli esamina con quali mezzi, per quali cause le congiure contro i re, contro i tiranni, contro la libertà della patria, riescono o falliscono; in che modo bisogna condurle per ottenere l'intento, quali pericoli si corrono e come si possono evitare; come il Principe può prevenirle, scoprirle, spegnerle in tempo. Il concetto d'Aristotele è teorico e scientifico, quello del Machiavelli pratico e di condotta politica. La differenza è, come si vede, grandissima.
Un Principe, continua il Machiavelli, ripetendo una sua costante opinione, non deve far disperare i grandi; gli è però necessario favorire il popolo, se non vuole capitar male. Ma perchè la storia degl'imperatori romani, molti de' quali si fondarono in tutto sui loro eserciti, può sembrare ad alcuno che contraddica a questa sentenza, egli fa osservare che la loro condizione era diversa assai da quella dei principi del suo tempo. «Se quegl'imperatori dipendevano dai loro soldati, i nostri principi, ad eccezione del Sultano, dipendono dal popolo; e però, quanto ai grandi, basta non disperarli, ma il popolo debbono soddisfarlo. Così fanno i regni bene ordinati, come è di certo quello di Francia. In esso si trovano infinite costituzioni buone, donde dipende la libertà e sicurtà del re, delle quali la prima è il Parlamento, perchè colui che ordinò quel regno, conoscendo l'ambizione e la insolenza de' potenti, giudicò necessario metter loro un freno in bocca, che li correggesse. Ma conoscendo anche l'opposizione del popolo contro i grandi, e volendo soddisfarla, senza dare questo ufficio al re, che voleva liberare dal carico che e' potesse avere con i grandi, favorendo i popolari, e con i popolari, favorendo i grandi, costituì un giudice terzo, che battesse questi e favorisse quelli.»[576] «Nè puote essere questo ordine migliore, nè più prudente, nè che sia maggior cagione della sicurtà del re e del regno.... Di nuovo concludo che un Principe debbe stimare i grandi, ma non si far odiare dal popolo.»[577] E qui si può intendere anche la ragione per la quale, secondo il Machiavelli, s'ingannano assai coloro che, non considerando come il principato moderno si fondi sul popolo, non vogliono armare i propri sudditi, per paura d'averli nemici, e non comprendono che le milizie nazionali sono la sola difesa su cui si possa fare sicuro assegnamento.
«Quando s'acquista una provincia nuova, che sia come appendice dello Stato vecchio, bisogna governarla coi sudditi di questo, cercando, ove occorra, indebolire i nuovi. Ed in simili casi giova molto al Principe compiere qualche impresa, che gli dia modo di dimostrare la propria forza, e non avendo un'occasione pronta, suscitare qualche nemico che la faccia nascere. Falso è però l'antico sistema dei Fiorentini, i quali volevano tener Pisa con le fortezze e Pistoia con le parti.» Quest'ultimo modo riuscì funesto anche ai Veneziani. E quanto alle fortezze, sebbene l'autore non sembri qui così assoluto come altrove nel condannarle, pure dimostra sempre poca fede in esse, sia che si tratti di valersene a tenere sottomessi gli antichi sudditi, sia i nuovi, e ripete sempre, che nel primo caso occorre fare assegnamento sull'affetto del popolo, nel secondo, sulle proprie forze, cercando continua occasione a darne prova in nuove ed ardite imprese. «Così fece Ferdinando il Cattolico, il quale agguerrì prima l'esercito; assaltò poi Granata e ne cacciò i Mori; assaltò ancora l'Africa, la Francia, l'Italia. E si tenga bene a mente, che in tutti questi casi bisogna dichiararsi subito amico o nemico aperto, nè pretendere di voler pigliare partiti sicuri, perchè non ve ne sono, consistendo sempre la vera prudenza nel prendere il manco tristo per buono.»[578]
E qui il Machiavelli, per la prima ed unica volta, accenna, sebbene brevissimamente e come di passaggio, a qualche cosa che nella società umana non sia guerra o politica. Il Principe, egli dice, deve incoraggiare i suoi cittadini ad attendere tranquilli alle loro faccende ed occupazioni, alla mercanzia, all'agricoltura, ad ogni altro esercizio, «acciocchè quello non si astenga di ornare le sue possessioni per timore che le non gli siano tolte, e quell'altro di aprire un traffico per paura delle taglie; ma deve preparare premi a chi vuole fare queste cose, ed a qualunque pensa in qualunque modo di ampliare la sua città o il suo Stato.... Debbe, oltre a questo, ne' tempi convenienti dell'anno, tenere occupati i popoli con feste e spettacoli.»[579] E dopo aver messo insieme industria, commercio e feste, risguardando tutto ciò come un mezzo di governo, altro non dice intorno al progresso sociale ed alla necessità di promuoverlo. Così queste poche e fuggevoli parole valgono solo a mettere in sempre maggiore evidenza il fatto da noi già più volte notato, che egli s'occupa solo di politica, e non vede che lo Stato, le arti con cui esso si mantiene, le armi con cui si difende, e ad un tal fine sacrifica ogni cosa.[580]
Nel capitolo seguente si discorre della scelta del segretario, dalla quale, dice il Machiavelli, si può riconoscere l'accortezza del Principe. Vi sono è vero uomini che intendendo bene le cose, riescono eccellenti, senza bisogno che qualcuno li aiuti; ma altri non le intendono da sè, nè per dimostrazioni o consiglio altrui, e questi riescono affatto incapaci. Vi sono però molti, che senza intenderle da sè, sanno profittare dei consigli altrui, ed a questi il segretario riesce utilissimo, come fu Antonio da Venafro a Pandolfo Petrucci, il quale per la buona scelta che fece, e pel vantaggio che seppe cavarne, fu giudicato uomo eccellente. La bontà del segretario si riconosce dal vederlo pensare all'utile del Principe, non al suo proprio, perchè quegli che ne ha in mano lo Stato, non debbe occuparsi mai di sè stesso, ma sempre del Principe, il quale ha dal suo lato l'obbligo di pensare al segretario, dandogli ricchezze ed onori, sì che non possa desiderare altro.[581] Bisogna però fuggire gli adulatori, che sono la peste delle Corti. Lasciar dir tutto a tutti non deve il Principe permetterlo, ma neppure lasciarsi adulare. Elegga uomini savi e prudenti, che liberamente gli dicano il vero su tutto quello che domanderà loro; deliberi poi da sè, e stia fermo alla deliberazione presa. Nè si dica, che con ciò egli mostrerà di non aver prudenza propria, e volerla accattare dagli altri, perchè è una regola generale che non falla mai, che un Principe il quale non sia savio per sè, non sarà mai consigliato bene da nessuno. E se anche il caso lo spingesse a rimettersi in uno, che al tutto lo governasse, e fosse prudentissimo, potrebbe di certo essere guidato bene, ma resterebbe interamente a discrezione di altri, e presto capiterebbe male. Se si consiglierà con più d'uno, potrà scegliere e coordinare i vari consigli; ma dovrà allora esser savio, altrimenti non avrà consigli uniti, nè saprà unirli.[582] — In questo capitolo il Machiavelli evidentemente ragionava alquanto pro domo sua.
«Quando le cose dette fin qui siano osservate,» così egli conclude, «faranno in breve parere antico un Principe nuovo, perchè le sue azioni, essendo molto più di quelle degli altri uomini guardate, una volta che sian riconosciute virtuose, guadagnano molto più l'animo dei sudditi, e molto più gli obbligano, che il sangue antico.» «E così arà duplicata gloria di aver dato principio a un principato nuovo, ed ornatolo e corroboratolo di buone leggi, di buone armi, di amici e di buoni esempi, come quello arà duplicata vergogna che, nato principe, lo ha per la sua poca prudenza perduto.» «E se ora si considerano i principi italiani che hanno perduto lo Stato ai nostri tempi, si troverà in tutti deficienza d'armi proprie; e si troverà oltre di ciò, che alcuni di essi non seppero tenersi amico il popolo, altri non seppero tenersi amici i grandi, perchè senza questi difetti non si perdono gli Stati. Si debbono quindi essi dolere di sè medesimi e non degli altri.[583] È vero che molti credono che le cose di questo mondo siano in modo governate dalla fortuna e da Dio, che gli uomini non vi possano nulla, e che perciò non parrebbe utile pensarvi troppo, ma occorrerebbe lasciarsi piuttosto governare dalla sorte. Questa opinione s'è molto diffusa ai nostri tempi, per le grandi variazioni che sono seguite in Italia, fuori d'ogni umana congettura.» «Nondimanco, perchè il nostro libero arbitrio non sia spento, giudico potere esser vero, che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che ancora ella ne lasci governare l'altra metà o poco meno a noi. Ed assomiglio quella ad uno di questi fiumi rovinosi, che quando si adirano, allagano i piani, rovinano gli arbori e gli edifici, lievano da questa parte terreno, lo pongono da quell'altra; ciascuno fugge loro dinanzi, ognuno cede all'impeto loro senza potervi in alcuna parte ostare; e benchè siano così fatti, non resta però che gli uomini, quando sono tempi quieti, non vi potessero fare provvedimenti, e con ripari ed argini, in modo che crescendo poi, o anderebbero per un canale, o l'impeto loro non sarebbe nè sì licenzioso nè sì dannoso. Similmente interviene della fortuna, la quale dimostra la sua potenza dove non è ordinata virtù a resisterle, e quivi volta i suoi impeti, dove la sa che non sono fatti gli argini e ripari a tenerla. E se voi considererete l'Italia, che è la sede di queste variazioni, e quella che ha dato loro il moto, vedrete essere una campagna senza argini e senza alcun riparo. Che se la fusse riparata da conveniente virtù, come è la Magna, la Spagna e la Francia, o questa piena non avrebbe fatto le variazioni grandi che l'ha, o la non ci sarebbe venuta.»
Le grandi e repentine mutazioni nel destino dei principi, dei generali e dei capi di parte, nascono, come s'è già visto nei Discorsi, dal non accordarsi sempre le qualità loro con la natura dei tempi, i quali variano di continuo, mentre che gli uomini non possono a loro arbitrio variare la propria natura, donde ne segue che coloro i quali sono stati fortunati un tempo, o rovinano a un tratto, o nulla più ad essi riesce secondo i desideri. «Variando la fortuna, e stando gli uomini nei loro modi ostinati, sono felici, mentre concordano insieme, e come discordano, sono infelici. Io giudico ben questo, che sia meglio essere impetuoso che rispettivo, perchè la fortuna è donna, ed è necessario, volendola tener sotto, batterla ed urtarla; e si vede che la si lascia più vincere da questi, che da quelli che freddamente procedono. E però sempre, come donna, è amica de' giovani, perchè sono meno rispettivi, più feroci, e con più audacia la comandano.»[584]
Ed ora siamo giunti all'ultimo capitolo, che finisce con la tanto celebrata esortazione ai Medici, perchè, dopo avere ordinato lo Stato nuovo, s'inducano a liberare la patria. A tutti coloro i quali non osservarono, come anche nei Discorsi il grande legislatore, fondato che ha colla violenza un regno, deve, affidandolo al popolo, renderlo libero e difenderlo, questa esortazione sembrò appiccicata, senza legame alcuno nè col resto del libro, nè colle idee dell'autore. In realtà essa è però l'ultima sintesi del Principe, che fu sempre il pensiero dominante del Machiavelli. Perfino quando egli serviva la Repubblica, lo vediamo rivolgersi ai Fiorentini, esclamando nei propri appunti, già da noi ricordati: «Manco male il tiranno, alla testa delle milizie nazionali, che stare come voi, senza difesa, in balìa del più tristo facchino che vesta armi in Italia.» Non deve quindi recar nessuna maraviglia il vederlo ora concludere: «Considerato adunque tutte le cose di sopra discorse, e pensando meco medesimo se al presente in Italia correvano tempi da onorare un Principe nuovo, e se ci era materia che desse occasione a uno prudente e virtuoso d'introdurvi nuova forma, che facesse onore a lui, e bene alla universalità degli uomini di quella, mi pare concorrano tante cose in beneficio di un Principe nuovo, che io non so qual mai tempo fusse più atto a questo.» «E se a provare la virtù di Mosè, di Ciro, di Teseo, era necessario che l'Egitto, la Persia e Atene venissero nelle misere condizioni che troviamo descritte; a provare la virtù d'uno spirito italiano,» «era necessario che l'Italia si riducesse nel termine ch'ell'è di presente, e che la fosse più schiava che gli Ebrei, più serva che i Persi, più dispersa che gli Ateniesi, senza capo, senz'ordine, battuta, spogliata, lacera, corsa, ed avesse sottoportato di ogni sorta rovine.» «E sebbene finora si sia visto qualcuno,[585] che ha dato un barlume di speranza d'essere mandato da Dio a redimerla, pure è stato poi dalla fortuna respinto, sì che s'aspetta sempre chi venga a sanar le sue ferite.» «Vedesi come la prega Dio, che le mandi qualcuno che la redima da queste crudeltà ed insolenzie barbare. Vedesi ancora tutta pronta e disposta a seguire una bandiera, purchè ci sia uno che la pigli. Nè ci si vede al presente in quale la possa più sperare che nella illustre Casa vostra, la quale con la sua virtù e fortuna, favorita da Dio e dalla Chiesa, della quale ora è principe, possa farsi capo di questa redenzione.» «Qui è giustizia grande e disposizione negli animi; si sono visti prodigiosi segni che annunziano grandi mutamenti; tutto è concorso alla vostra grandezza; il rimanente fate voi, perchè Dio non vuol torre il libero arbitrio.»