«È necessario però non perdersi d'animo, per l'esempio di coloro che non riuscirono nell'impresa, perchè se voi fondate i nuovi ordini militari, questi troveranno subito la materia pronta. Qui è virtù grande negli individui, quando non manchino i capi, come si vede nei duelli e nei combattimenti di pochi, nei quali gl'italiani vincono sempre con le forze, con la destrezza e con l'ingegno. Bisogna armarsi di armi proprie, e fondarsi sulle fanterie nazionali, che possono riuscire eccellenti. Sebbene le svizzere e le spagnuole sieno stimate terribili, esse non sono senza difetti, ed un terzo ordine potrebbe in Italia superarle. Gli Spagnuoli non possono sostenere i cavalli, e gli Svizzeri dovrebbero temere i fanti, quando li trovassero in guerra ostinati come loro; laonde si può ordinare una nuova fanteria, che resista ai cavalli e non tema i fanti, al che si riuscirà non con la nuova qualità delle armi, ma con la variazione degli ordini. E queste son quelle cose, che danno reputazione e grandezza ad un principe nuovo.» «Non si deve adunque lasciar passare questa occasione, acciocchè la Italia vegga, dopo tanto tempo, apparire un suo redentore. Nè posso esprimere con quale amore ei fusse ricevuto in tutte quelle provincie, che hanno patito per queste illuvioni esterne, con qual sete di vendetta, con che ostinata fede, con che pietà, con che lacrime. Quali porte se gli serrerebbero? quali popoli gli negherebbero l'ubbidienza? quale insidia se gli opporrebbe? quale Italiano gli negherebbe l'ossequio? Ad ognuno puzza questo barbaro dominio. Pigli adunque la illustre casa vostra questo assunto, con quell'animo e quella speranza che si pigliano le cose giuste; acciocchè sotto la sua insegna e questa patria ne sia nobilitata, e sotto i suoi auspici, si verifichi quel detto del Petrarca:
«Virtù contro al furore
Prenderà l'arme, e fia il combatter corto;
Che l'antico valore
Negl'Italici cor non è ancor morto.»[586]
Così finisce questo piccolo volume, che restò per sempre un monumento immortale nella storia della letteratura. Nei Discorsi, noi lo abbiamo già visto, i varî elementi da cui il pensiero politico del Machiavelli è formato, son messi gli uni accanto agli altri, senza troppo occuparsi di coordinarli organicamente fra di loro, sotto principii generali, senza neppur troppo occuparsi di vedere se vanno sempre d'accordo fra di loro. L'unità della sua scienza bisogna quindi cercarla nel suo modo di pensare e di osservare, nel suo metodo, nel modo di concepire la società, lo Stato, soprattutto il carattere dell'uomo politico, che può veramente dirsi il centro comune de' suoi pensieri, e che diviene il soggetto stesso del Principe, il quale da ciò acquista la fisonomia ed il valore suo proprio. Sebbene neanch'esso ci dia un vero sistema di filosofia politica, pure i concetti fondamentali vi sono più sicuramente scolpiti, e ritrovano la loro unità organica, personificandosi nel sovrano, che, costituendo lo Stato, redime la patria. E questo Principe redentore, che nei Discorsi apparisce e sparisce di continuo, restando in una forma ancora incerta, quasi astratta, si presenta finalmente come un personaggio reale, vivente. Tutto ciò nell'Italia d'allora non poteva essere, come noi vedemmo, che un sogno; ma il sogno del Machiavelli era talmente fondato sulla realtà, che ebbe l'importanza di un avvenimento storico. Il suo libro perciò è senza alcun dubbio quello che più di ogni altro, esercitò una vera, efficace azione sugli uomini di Stato e sugli avvenimenti, per mezzo dei quali l'Europa uscì fuori del Medio Evo. Ed è un grande errore il credere che egli non facesse altro che esporre, ripetere idee comuni a tutti nel suo tempo: troviamo invece che molti de' suoi contemporanei lo biasimarono o non lo capirono. Egli studiò la storia e la società del suo tempo; fu il solo allora che ne comprese davvero lo spirito; ed assai spesso venne tenuto responsabile, quasi autore dei fatti che andarono poi seguendo in Europa, unicamente perchè essi seguivano nel modo stesso che da lui era stato preveduto. Tutto ciò è ben altro che ripetere quello che allora universalmente si diceva o pensava.
E se molti trovano strano, che, nella esortazione finale, quel Principe che pareva avesse voluto e saputo dare alla società, come a creta molle, la forma che più gli piaceva, a un tratto s'avvicina ad essa, s'immedesima col popolo, per rappresentarne le più nobili aspirazioni, personificarne la più intima coscienza, anche in ciò il libro ritrae fedelmente il processo storico, che le monarchie moderne dovevano necessariamente seguire. Esse infatti cominciarono con la tirannide a formare l'unità nazionale, per poi, appoggiandosi alla borghesia ed al popolo, contro l'aristocrazia, andarsi lentamente trasformando, ed arrivare al governo rappresentativo. Così fu che il Principe finì coll'essere davvero la profezia dell'avvenire. Che se poi si guardi solo all'Italia, l'esortazione sembra descrivere addirittura quello che, dopo tre secoli e mezzo, abbiam visto seguire sotto i nostri propri occhi. E però, a misura che i fatti andarono dimostrando la verità del sogno, si potè sempre meglio comprendere il pensiero del Machiavelli, e misurare tutta quanta la prodigiosa originalità della sua mente.
Nel tempo stesso in cui il Machiavelli correggeva ancora il Principe, Tommaso Moro scriveva la sua Utopia (1515), che fu pubblicata anche prima (1516). Vissuti ambedue pigliando parte non piccola agli affari del loro paese, erano stati l'uno e l'altro educati in mezzo alla erudizione classica. Ma questa erudizione, passando da Firenze in Inghilterra, massime in Oxford, s'andò subito profondamente trasformando. Fra di noi essa rimase solo e sempre un fatto letterario ed intellettuale, ivi invece, come in Germania, apparecchiò la Riforma, iniziando un rinnovamento della coscienza. L'Inghilterra cominciava allora a salire, l'Italia doveva fra poco rapidamente decadere. Nel carattere del Moro, non ostante i suoi difetti, v'era anche una grande altezza e nobiltà morale, che lo condusse in fine al martirio, e che mancava nel Machiavelli. I due libri, sorti da uno stato di cose tanto diverso, si trovarono, come era naturale, l'uno agli antipodi dell'altro.
Tommaso Moro vide i mali, i pericoli, le ingiustizie della società in cui era nato e vissuto. Vide l'ignoranza delle moltitudini, e i potenti che nuotavano nelle ricchezze, vivendo nell'ozio, col sudore dei poveri, che lavoravano come bestie da soma, senza avere abbastanza da sfamarsi. — Perseguitati, egli scrive, quando si danno all'accattonaggio, sono subito messi a morte, se rubano qualche cosa, per soddisfare la fame che li opprime. E così noi ci occupiamo a formar dei ladri, per poi impiccarli. I principi pensano a raccogliere soldati stipendiati, a far guerre per accrescere il proprio Stato, occupati come sono esclusivamente del loro potere, del loro interesse personale. Non sembrano comprendere, non sembrano avvedersi, che la loro vera forza può venir solo dalla giustizia e dal benessere sociale; che essi sono fatti per lo Stato, non viceversa. Ma a che varrebbe il far loro un tale discorso? Qual sovrano, in qual paese del mondo, darebbe ascolto? — L'Utopia nel suo primo libro riusciva così un documento storico di grande importanza, perchè ci fa conoscere la società inglese di quel tempo, descrivendoci i mali che la travagliavano, per bocca d'un uomo, che la vide, la conobbe, e qualche tempo fu anche tra quelli che la diressero. Nel secondo libro il Moro cerca invece i rimedi, ponendoci sotto gli occhi una società ideale, ritrovata in un'isola sconosciuta, che egli suppone scoperta da un compagno d'Amerigo Vespucci. In essa non solamente la giustizia trionfa, ma l'autore, fra molte idee singolari e fantastiche, ha come una chiara visione dei grandi problemi sociali che agiteranno l'avvenire.[587] Ed in un tempo nel quale già cominciavano feroci odii religiosi, che dovevano portare ad una cieca intolleranza, egli esponeva tutti i vantaggi della tolleranza. Nessun uomo, egli dice, deve esser punito per quello che crede, perchè nessuno è padrone di credere quello che vuole. Sulla pena di morte adopera un linguaggio, sostiene idee che preconizzano il Beccaria. La pena, egli dice, deve servire a migliorare l'uomo; ricondurlo al lavoro, alla virtù; non a pervertirlo o distruggerlo. Persino la questione delle otto ore di lavoro, si trova preveduta e risoluta nel modo stesso che si cerca di risolverla oggi. In Utopia l'ozio è severamente vietato, e tutti sono costretti a vivere lavorando. Anche molte questioni moderne d'igiene sulla costruzione delle case e delle città, sono prevedute e risolute. Ma dove propriamente si trova questa fortunata e felice società? Nel paese di Nowhere, cioè in nessun luogo. Chi, quando ed in che modo potrà mai iniziare una così grande riforma del vivere civile? Il Moro non si fa neppure una tale domanda, per lui affatto oziosa. I principi, padroni di tutto, non pensano che a sè, al loro male inteso interesse personale, e sarebbe vano sperare di rimuoverli dalla loro via fallace.
Un tal libro non poteva di certo esercitare alcuna azione efficace sulla società, e fu in parte contradetto dallo stesso autore, che negli ultimi anni della sua vita tornò al cattolicismo, divenendo un persecutore religioso. Ma se molti eruditi, come il Pontano ed Erasmo, si contentarono di descrivere un principe filosofo, ideale, non riuscendo così a far altro che un esercizio di retorica, il Moro descrisse le più nobili aspirazioni dell'umana natura e della futura società, scrivendo un'opera, che ha un vero valore storico, filosofico e morale. Ma egli si allontanò dal presente, senza punto occuparsi d'indicarci la via, i mezzi coi quali si poteva camminare verso questo ideale; ed il suo libro restò quindi una nobile utopia e niente altro. Il Machiavelli prese invece la via opposta, proponendosi di studiare la società quale essa è realmente, e i modi per farla progredire verso la libertà. I principi, è vero, egli disse, non cercano che il loro proprio tornaconto; e supporre che vogliano mai fare altrimenti, sarebbe lo stesso che non conoscere l'uomo, fantasticare, non ricercare la verità. Ma facendo e sapendo fare il loro interesse, possono anche costituire l'unità dello Stato, assicurandone la prosperità. Occorre solo che imparino a condurre con prudenza l'opera loro, e chiamino poi il popolo a compierla, a difenderla colle armi proprie. Ma per riuscire a trovare ed insegnare questa via, bisogna cercare la verità effettuale delle cose; non dimenticare quello che si fa, per correr dietro a quello che si dovrebbe fare; non perdere il tempo, immaginando società e governi, che non sono esistiti, e non esisteranno mai. Questa è la ragione per la quale il Principe, e non l'Utopia, potè essere la guida politica di molti sovrani, di molti uomini di Stato; potè esercitare una efficace, potente azione sulla realtà storica.