CAPITOLO V.

I critici del Principe. — I contemporanei. — I Fiorentini dopo il 1530. — I difensori della Chiesa. — I gesuiti. — Carlo V e gli uomini di Stato. — I protestanti. — Cristina di Svezia, Federico di Prussia, Napoleone I, il principe di Metternich. — I filosofi ed i nuovi critici. — Il Ranke ed il Leo. — Il Macaulay. — Il Gervinus ed altri. — Il De Sanctis. — Il Baumgarten.

Sebbene il Machiavelli avesse sempre esposto le sue opinioni con una chiarezza, che può qualche volta sembrare eccessiva, pure non v'è nella storia di tutte le letterature un altro uomo che sia stato soggetto a tante e così diverse interpretazioni. Nel Principe soprattutto si sono voluti scoprire fini reconditi e misteriosi; e per meglio riuscirvi si è voluto metterlo in aperta contradizione coi Discorsi. Quando poi fu dimostrato, che questa contradizione era immaginaria; allora i sottili comenti, le artificiose ipotesi si fecero non solo sull'una e sull'altra opera ad un tempo, ma anche sulla condotta politica, sul carattere morale dell'autore. Queste interpetrazioni essendo in grandissimo numero e diversissime fra loro, spesso sostenute da uomini di molta dottrina ed ingegno, n'è finalmente avvenuto, che all'enigma del Machiavelli s'è aggiunto quello de' suoi critici. Noi siamo ben lontani dal voler compilare un elenco del numero veramente straordinario di tutti coloro che, in un modo o nell'altro, scrissero di lui. Dovremmo estenderci al di là d'ogni giusto limite, oltre di che, questo è un lavoro cominciato già da molto tempo, e mirabilmente compiuto poi dal Mohl, il cui scritto oggi avrebbe bisogno solamente d'essere condotto dall'anno 1858, in cui fu pubblicato, fino ai nostri giorni.[588] Ma a noi qui importa ricordar solo i principali comentatori ed espositori, per determinare le diverse correnti che seguì la critica, ed indagare le cagioni di tanti e così opposti modi di giudicare uno stesso autore.

Finchè visse il Machiavelli non furono dati alla stampa nè i Discorsi, nè il Principe. Questo ben presto girò, per le mani di molti, in più copie manoscritte, alcune delle quali si trovano ancora oggi in varie biblioteche italiane e straniere.

La prima edizione del Principe è quella stampata dal Blado a Roma, cum Gratia et Privilegio di N. S. Clemente VII, nel gennaio del 1532, il che vuol dire cinque anni dopo la morte del Machiavelli.[589] Nel maggio dello stesso anno la medesima edizione fu riprodotta in Firenze da ser Bernardo di Giunta, e senza giusta ragione, come dimostrò il prof. Lisio, si credette che questa riproduzione fosse condotta sull'autografo, che sfortunatamente non si conosce. Uno studio assai diligente dei più antichi manoscritti, confrontandoli fra loro e con le due antiche edizioni, fu fatto dallo stesso prof. Lisio, il quale si provò a darci una edizione critica del testo, avvicinandolo, per quanto era possibile, a quello che presumibilmente era stato l'autografo.[590] L'impresa doveva riuscire di una estrema difficoltà, perchè non solo le lezioni (spesso arbitrarie) dei codici più antichi e delle due prime edizioni differiscono fra loro; ma l'ortografia e le forme grammaticali usate dal Machiavelli nei suoi autografi variano continuamente. Una norma sicura da seguire costantemente non è quindi possibile trovarla, ed in ogni caso non varrebbe a darci una immagine fedele della spontanea mutabilità dell'originale. Non è perciò da maravigliarsi se, non ostante la sua molta diligenza ed il buon metodo, il prof. Lisio, pure avvicinandosi più degli altri a quello che dovette essere l'autografo, non riuscì sempre a contentare i critici. Non può infatti soddisfare l'avere egli adottato certe forme come, per esempio, preta per pietra, torgnene per toglierne, posserno, possuto e possè, per poterono, potuto e potè, specialmente quando anche alcuni degli antichi manoscritti e delle antiche edizioni adottarono le forme meno lontane dall'uso comune e più moderne.

Uno dei codici più autorevoli che abbiamo del Principe è quello che si trova nella Laurenziana (Pluteo XLIV, cod. 32), da alcuni ritenuto di mano del fido Buonaccorsi[591] e da lui indirizzato a Pandolfo Bellacci con una lettera, nella quale dice che gli manda l'opera «nuovamente composta» dal Machiavelli, e che in essa troverà descritte «tutte le qualità de' principati, tutti i modi a conservarli, tutte le offese di essi, con una esatta notizia delle istorie antiche e moderne.» Lo prega poi di apparecchiarsi «acerrimo difensore contro a tutti quelli che, per malignità o invidia, lo volessino, secondo l'uso di questi tempi, mordere e lacerare.»[592] Tali parole dimostrano, che già si temevano critiche, non però uno scandalo; e provano ancora, che un uomo di mediocre ingegno, ma di animo onesto quale era il Buonaccorsi, aveva abbastanza chiaramente inteso il significato e lo scopo manifesto del libro, riconoscendone il valore. Il Vettori, come noi vedemmo, appena che ebbe letto i primi capitoli del libro, gli aveva assai lodati. Il Guicciardini, quando esaminò i Discorsi, s'era più volte fermato a quelle massime appunto, che si ritrovano anche nel Principe, e se spesso aveva dissentito dal Machiavelli, non s'era poi molto scandalizzato, nè aveva fatto cenno alcuno che altri avesse allora protestato. È difficile supporre, che se scandalo vi fosse stato davvero, non se ne trovasse almeno qualche ricordo nelle lettere del Machiavelli o in quelle a lui dirette. Leone X non lo avrebbe consultato, come fece, sulla politica generale e sulle condizioni di Firenze; Clemente VII non gli avrebbe fatto aver la commissione di scriver le Storie, nè lo avrebbe più tardi adoperato, come vedremo, in ufficî di qualche importanza.

V'è un altro fatto, il quale conferma quello che noi diciamo, e dimostra ancora che il Principe, prima d'essere pubblicato, ciò che avvenne solo nel 1532, era assai conosciuto e diffuso in Italia. Agostino Nifo di Sessa, filosofo di mediocre ingegno, ma pur molto lodato allora, insegnò qualche tempo a Pisa, fino all'anno scolastico 1521-22. Tornato a Napoli, egli pubblicava nel 1523 un libro intitolato: De regnandi peritia,[593] il quale non è altro che una imitazione, anzi cattiva traduzione latina del Principe. Lo divise in quattro libri, sopprimendone l'ultimo capitolo, quello che conclude l'opera con la celebre esortazione a liberare l'Italia, aggiungendovi invece di suo un quinto libro, diviso in pochi capitoli, che trattano di quelli che egli chiama i modi onesti di governare, ripetendo in essi i soliti luoghi comuni sulle virtù del buon Sovrano. Evidentemente il Nifo pretendeva d'aver così compiuto, anzi corretto il Principe, di cui mostrava invece di non aver capito nè il significato, nè il valore. Questa cattiva copia egli dedicava, come suo lavoro originale, a Carlo V, dicendogli che in esso avrebbe trovato brevemente esposte le azioni dei tiranni e dei re, «come nei libri dei medici si trovano indicati i veleni e gli antidoti.» Il Machiavelli, fin da quando scriveva il suo libro nel 1513, aveva, come noi vedemmo, temuto che qualcuno si volesse far bello dell'opera sua. Pure della pretesa imitazione, che fu molto lodata dai letterati napoletani,[594] non pare che s'accorgesse o desse molta importanza al plagio. Fu però ben presto notato da altri, ed ai giorni nostri molti se ne occuparono. Primo fra questi v'accennò il Ferrari.[595] Poi se ne occupò il Settembrini, il quale da principio credette che il Machiavelli avesse imitato il Nifo;[596] più tardi suppose che l'uno o l'altro avesse imitato Isocrate. Il Nourrisson, in un suo libro sul Machiavelli, pubblicato nel 1875, credendo d'essere il primo a notare le somiglianze, si fermò a dimostrare il plagio; e suppose che fosse rimasto lungamente inosservato, perchè il Nifo era poco conosciuto, e perchè le massime che i due scrittori sostenevano, non avevano allora nulla di singolare, essendo, come egli dice, la moneta corrente a quel tempo.[597] Bisogna però notare che il Nifo, professore nell'Università di Pisa, non era uno sconosciuto, e che il plagio, come vedremo, non era rimasto ignoto neppure ai contemporanei. Egli pubblicò il suo libro quattro anni prima della morte del Machiavelli. Oltre di ciò, con le modificazioni e aggiunte fatte nel suo scritto, il Nifo aveva cercato di attenuare l'effetto che certe massime troppo audaci potevano produrre sull'animo dei lettori; e così modificato, aveva dedicato il suo lavoro a Carlo V. Il che sembra provare che quelle massime non erano poi interamente, secondo affermava il Nourrisson, la moneta corrente a quel tempo. E come questi aveva ignorato i suoi predecessori, così non li conobbe neppure il prof. Francesco Fiorentino, il quale credette anch'egli d'essere stato il primo a scoprire il plagio. Aggiunse però alcune utili notizie sulla vita del Nifo.[598]

Recentemente della stessa questione si è occupato a lungo e con diligenza il Tommasini. Egli non vuol credere ad un vero e proprio plagio (II, 137 e nota 2). Il Nifo, secondo lui, avrebbe pensato piuttosto ad un rifacimento in latino e con forma peripatetica, seguendo il gergo della scuola. — Il Machiavelli, egli dice, «se ne compiacque forse,» quantunque non amasse quel gergo scolastico. — Al plagio però, che a me parve evidente, credettero non solo i moderni, ma anche gli antichi. Bernardo di Giunta, nella sua lettera dedicata a Monsignor Gaddi, premessa alla prima edizione del Principe (1532), allude evidentemente al Nifo, quando dice: «Con ciò sia che di già, siano stati di quegli che in buona parte tradottala nella lingua latina, l'abbiano per sua mandata fuori in stampa come facilmente potrà vedere chiunque.»[599] E nella stessa lettera, ripetendo la raccomandazione già fatta dal Buonaccorsi al Bellacci, prega Monsignor Gaddi di difendere il libro «da quelli che, per il suo soggetto, lo vanno ogni giorno lacerando sì aspramente, non sapendo che coloro i quali insegnano le medicine, insegnano del pari i veleni, acciò possano difendersene.»[600] Eran queste le parole stesse adoperate dal Nifo nella sua lettera a Carlo V, parole le quali pare che facessero fortuna, giacchè le troviamo ripetute fino ai nostri giorni.

Le condizioni politiche e la pubblica opinione s'andarono, dopo la morte del Machiavelli, rapidamente mutando in Firenze. Dopo l'assedio e la resa della Città nel 1530, i Medici tornarono colla forza, non più come timidi protettori d'una repubblica efimera, ma come tiranni assetati di vendetta; e ben presto cominciarono gli esilî, le persecuzioni, le condanne a morte. Se quindi al tempo di Giuliano e Lorenzo nessuno aveva biasimato il Machiavelli, perchè voleva servire i Medici, nè il Principe aveva dato origine a sospetti o calunnie, ora invece cominciarono a giudicarsi diversamente il libro ed il suo autore. Perchè un repubblicano aveva cercato di servire la famiglia di coloro che erano stati sempre tiranni della patria? Che scopo aveva egli avuto nel dare a Lorenzo, uomo di sua natura dispotico e crudele, consigli intorno al modo di conservare il principato e la tirannide? Così l'antica invidia e i nemici che lo spirito mordace del Machiavelli gli aveva suscitati, si ridestavano. E tanto è vero che il modo di vedere e di giudicar le cose politiche s'era in pochi anni sostanzialmente mutato, che coloro stessi i quali volevano difenderlo, ricorrevano ora ad argomenti, ai quali nessuno aveva prima pensato. Si disse che, se aveva nel suo libro insegnato ai principi come farsi tiranni, aveva anche insegnato ai popoli come spegnerli. Si aggiunse da altri, che egli aveva dato quei consigli a Lorenzo, perchè seguendoli andasse ad inevitabile rovina. Si pretese ancora, che il Machiavelli stesso si fosse a questo modo difeso, nel rispondere agli amici che lo avevano accusato o interrogato;[601] ma di ciò non v'è traccia o memoria alcuna durante la sua vita, nè risponde punto alle intenzioni da lui realmente avute, e francamente manifestate.

Se si fosse tenuto conto di questo mutamento della pubblica opinione in Firenze, non si sarebbe dato gran peso ad una lettera scritta l'anno 1549 dal Busini a Benedetto Varchi. In essa, riconoscendo pure che il Machiavelli «amava la libertà estraordinarissimamente,» aggiungeva che tutti l'odiavano. «Ai ricchi pareva che quel suo Principe fosse stato un documento da insegnare al Duca tor loro tutta la roba, ai poveri tutta la libertà. Ai Piagnoni pareva che e' fosse eretico, ai buoni disonesto, ai tristi più tristo e più valente di loro, talchè ognuno l'odiava.»[602] Ed il Varchi ripetè nella sua Storia le medesime accuse.[603] Ma se la lettera del Busini fu scritta ventidue anni dopo la morte del Machiavelli, e diciannove circa dopo il ritorno dei Medici, il Varchi, che se ne valse, compose più tardi ancora la sua opera, per ordine del duca Cosimo, quando tutto era mutato, non solo in Firenze, ma anche in Italia ed in Europa. La repubblica era spenta per sempre, il dominio assoluto dei Medici era costituito, gli stranieri percorrevano da padroni la Penisola. La riforma aveva ridestato il sentimento religioso in Germania, e la Chiesa cattolica costretta a reagire, a correggersi, si trovava in condizioni ben diverse da quelle del Rinascimento. Il Machiavelli l'aveva accusata d'essere stata sempre la rovina d'Italia, il principio della corruzione del mondo: queste ed altre sanguinose ingiurie non si potevano ora ascoltare o leggere con la quasi indifferenza con cui le avevano udite Leone X e Clemente VII. Coloro i quali lavoravano a ricostituirne l'autorità, a restituirle la direzione suprema delle coscienze, della condotta politica dei governanti, dovevano naturalmente vedere un nemico da combattere, da distruggere in colui che aveva parlato di essa con tanto disprezzo, che aveva voluto sottometterla allo Stato, occupandosi della religione solo come un mezzo di governo. E così fu che il Machiavelli si trovò a un tratto circondato da mille nemici, esposto al fuoco incrociato delle loro armi. Gli esuli fiorentini non gli perdonavano il desiderio manifestato di voler servire i Medici e i consigli dati a Lorenzo; i sostenitori del nuovo Duca non gli perdonavano i suoi sentimenti repubblicani e l'odio ai tiranni, che egli aveva smascherati; i protestanti erano scandalizzati del suo indifferentismo religioso, e del modo in cui aveva parlato del Cristianesimo; la Chiesa cattolica vedeva in lui l'idra da calpestare.