Infatti i primi suoi fieri assalitori furono uomini di Chiesa. Incominciò il cardinal Reginaldo Polo, dicendo nella sua Apologia,[604] che le opere del Machiavelli erano state scritte col dito del diavolo, che egli aveva mirato alla rovina di coloro stessi cui aveva dato consigli, che la sua vita non poteva non essere stata trista e detestabile al pari de' suoi scritti. Seguirono il vescovo di Cosenza Catarino Politi,[605] il vescovo portoghese Osorio,[606] ripetendo le medesime ingiurie. Ma la battaglia regolare fu intrapresa dai gesuiti, i quali, lavorando a tutta possa per rimettere lo Stato sotto la Chiesa, e credendo giustificato, santificato ogni mezzo che conducesse a questo fine, divennero i nemici dichiarati di colui che aveva combattuto per l'indipendenza dello Stato. Incominciarono quindi col farlo bruciare in effigie ad Ingolstadt,[607] ed indussero nel 1559 Paolo IV a metterne all'Indice le opere, con decreto che fu nel 1564 confermato dal Concilio di Trento.[608] Il Possevino, promotore di tutto ciò, fu anch'egli dei primi e più fieri ad assalire il Machiavelli. Non gli negava ingegno, ma gli negava religione, morale ed anche vera conoscenza del mondo. I suoi consigli, così diceva, porterebbero a sicura rovina chiunque li seguisse. Ma questa sua critica era fatta in modo, che subito si vide che egli non aveva neppur letto il Principe, che, fra le altre cose, supponeva diviso in varî libri, quando è solo diviso in capitoli.[609] In sostanza al Machiavelli si faceva allora una guerra di partito. Egli era divenuto per questi avversarî una specie di mito, che rappresentava l'opposizione dello Stato alla supremazia della Chiesa. Lo chiamavano autore della così detta Ragione di Stato, parole che non furon mai da lui pronunziate nè scritte. Combattendolo, volevano sopra tutto sostenere, persuadere, che chiunque, privato cittadino o principe, non si fosse lasciato guidar dalla Chiesa, era un nemico di Dio e del genere umano. Qualunque arme a questo fine adoperata era buona, era santa.
E che tal fosse veramente lo scopo che avevano, apparisce assai chiaro dalle loro stesse parole. Il gesuita Ribadeneira pubblicò varie opere a difesa «delle virtù vere e non simulate dei principi,» contro il Machiavelli. E in una di esse,[610] rivolgendosi al principe ereditario di Spagna, che stava per succedere a Filippo II, dice che «l'infernal fuoco dei politici e machiavellisti va dilatandosi per tutto, e minaccia di bruciare il mondo.» Lo consigliava perciò d'imitare l'esempio di Ferdinando di Castiglia, il quale non si contentava di far condannare gli eretici; ma quando dovevano esser bruciati, «andava egli stesso a porvi di propria mano il fuoco e le legna, per fare il sacrificio.» Chi non fa a questo modo, egli aggiunge, va incontro a certa rovina. Infatti Enrico III di Francia, che invece di farsi regolare dalla legge del Signore, prese consiglio dai politici e machiavellisti, dovette, per giusto giudizio di Dio, «morire per mano d'un povero frate, giovine, semplice e pio, d'una ferita che li diede con un picciol coltello nella propria sua stanza.»[611]
Il frate Bozio da Gubbio, dell'Oratorio, assalì il Machiavelli, per ordine d'Innocenzo IX, usando un linguaggio molto più temperato; ma facendo comprender del pari, che il suo scopo finale era pur quello di ristabilire, al di sopra delle repubbliche e dei principi, il papato di Gregorio VII e di Bonifacio VIII.[612] E così si continuò fino al Machiavellismo degollato[613] del gesuita spagnuolo Clemente, ed al Saggio della Sciocchezza di Niccolò Machiavelli,[614] che fu scritto dal gesuita italiano Lucchesini, e che i librai chiamarono Le sciocchezze del padre Lucchesini, solo titolo che davvero meritasse.
Chi ne abbia voglia, può trovare molte notizie sopra altri simili scrittori nel Cristio e nel Mohl. La loro critica è però sempre la stessa, accecata sempre dalle stesse passioni, senza mai alcun valore scientifico. Tutto il loro metodo si riduce a separare le sentenze del Machiavelli dalle condizioni in cui furono pensate ed esposte, dallo scopo che avevano, considerando e giudicando come massime di morale assoluta, quelle che sono norme di condotta politica, e così vengono alterate in modo da non poterle più riconoscere. Certo si può discutere, si può trovar modo di combattere uno scrittore, il quale dice: in politica, in diplomazia è lecito qualche volta mentire; in uno Stato gettato nel disordine dalla violenza dei partiti e delle ribellioni, si possono, debbono usar la forza, la violenza, anche l'inganno, per rimetterlo in condizioni normali; il Principe deve, se anche non crede alla religione, fingere di credervi e rispettarla. Ma se, per meglio combattere queste sentenze, si fa, in termini generali, dire allo scrittore, che bisogna mentire, ingannare, esser crudele, e finger di credere quello che non si crede o si disprezza, allora cessa la possibilità d'ogni discussione, e si ha facile vittoria contro un mostro, che però esiste solo nella immaginazione del critico. Questo è quello che assai spesso si fece contro il Machiavelli, e non senza fortuna, riuscendosi a farlo passare presso i più per un nemico della morale, della religione e della giustizia, animato da una sola passione: l'odio del bene.
Mentre però si continuava questa facile e fortunata crociata, seguiva un fatto singolare, che obbligava a riflettere. Le edizioni e le traduzioni del Principe si moltiplicavano, ed il libro faceva grande cammino nel mondo. È certo che Carlo V lo studiava con diligenza, che i suoi cortigiani e suo figlio lo leggevano.[615] Il cardinal Polo lasciò scritto, che Tommaso Cromwell, l'accorto, audace e potente ministro di Enrico VIII d'Inghilterra, gli espresse la sua grande ammirazione pel Principe, dicendo d'averlo preso a guida della propria condotta politica. E sebbene la verità di questa asserzione sia stata recentemente negata, pure l'essere essa stata creduta e ripetuta da storici autorevolissimi, è un'altra prova della opinione universalmente accolta, che cioè i più celebri politici del secolo XVI studiassero e pigliassero a modello il Principe.[616] Certo è che il cardinale di Richelieu dette incarico di scrivere un'apologia del Machiavelli a Luigi Machon, arcidiacono di Toul. Questi che, contro l'opinione de' suoi concittadini, era un dichiarato fautore della politica d'annessione della Lorena alla Francia, sostenuta dal Cardinale, non potè compiere la sua opera prima del 1643, quando cioè il suo protettore era già morto. Così essa restò non solo inedita, ma per molto tempo anche poco nota, ignorandosene perfino l'autore. Pure sembrò scritta con tanto calore, con tanta eloquenza, che alcuni vollero attribuirla perfino al Pascal. Ora però che è stata da molti esaminata, studiata, in parte anche pubblicata, si può affermare, che non ha nessun valore scientifico, essendo l'opera non di un critico, ma di un avvocato, il quale, difendendo il Machiavelli, voleva difendere la politica del Richelieu. Ed in ciò sta la sua storica importanza.[617] Caterina dei Medici, secondo uno scrittore moderno, fu quella che introdusse la prima volta il Principe in Francia, dove il Machiavelli acquistò una vera cittadinanza, esercitando, secondo l'espressione di un moderno, un'autorità quasi dinastica, nella Corte e nelle guerre di religione.[618] Si affermò ancora che Enrico III ed Enrico IV avevano indosso il Principe quando furono uccisi. Sisto V ne fece di sua propria mano un sunto.[619] Il fatto certo è che gli uomini di Stato leggevano allora con avidità il Machiavelli, perchè in lui trovavano il solo scrittore, che parlasse un linguaggio che rispondeva alla realtà delle cose, e desse consigli i quali riuscivano davvero praticamente applicabili nella condotta generale dei grandi affari politici. Tutti coloro che, in un modo o nell'altro, consapevolmente o inconsapevolmente, lavoravano alla ferma costituzione ed alla durevole indipendenza del nuovo Stato, dovevano riconoscere che esso s'andava costituendo sulle rovine del Medio Evo, per opera di principi quali appunto il Machiavelli li aveva descritti. Chiara appariva allora l'altezza del suo genio politico, trovandosi in lui solamente la vera spiegazione, e fino ad un certo segno anche la storica giustificazione della realtà in mezzo alla quale si viveva. E quando a questa corrispondenza del libro colla realtà, anzi in conseguenza di essa, si aggiunse la continua lettura che ne facevano allora i più grandi uomini di Stato, e la esplicita ammirazione che perciò professavano al suo autore, si finì col credere che tutto quello che allora seguiva in Europa, era conseguenza delle dottrine esposte nel Principe. E ciò appunto doveva procurare al Machiavelli un'altra serie di non meno implacabili e più formidabili nemici.
Quando il potere regio fu assicurato e l'unità dello Stato consolidata in Europa, cominciò subito la lotta di coloro che volevano mettere un freno al dispotismo crescente, per salvare la libertà politica e l'indipendenza delle coscienze. Il Machiavelli s'era nei Discorsi occupato solo della prima, lasciando sempre da parte il problema della libertà di coscienza, e nel Principe aveva soprattutto dimostrato la necessità di sospendere ogni franchigia per poter costituire lo Stato. Egli doveva quindi facilmente apparire allora, come il sostenitore del dispotismo; fu infatti odiato da tutti coloro che combattevano per le nuove libertà. E vediamo quindi entrare in lizza i protestanti, specialmente in Francia, dove allora si trovavano in lotta colla monarchia, cui domandavano la libertà di coscienza. Essi odiavano il Machiavelli, che era tenuto ispiratore della politica della Corte, e che sapevano poco fervido cristiano, indifferente verso la religione, di cui aveva parlato solo come mezzo di governo.
Primo di tutti fra costoro si presenta Innocenzo Gentillet, il quale, attribuendo alle dottrine del Principe le stragi della notte di San Bartolommeo, e scrivendo sotto l'azione di un tale convincimento, assaliva senza pietà il Machiavelli, che chiamava ce chien impur. Sebbene il Gentillet abbia uno scopo assai diverso, anzi contrario a quello dei gesuiti, pure egli in sostanza segue la loro stessa critica. Riduce cioè le parole del Machiavelli a sentenze generali di condotta morale, dopo di che gli è facile accusarlo d'immoralità, d'iniquità. E non basta, perchè gli nega anche l'ingegno. La sua politica, egli dice, non arriverebbe mai allo scopo che si propone: non conobbe che i piccoli Stati in dodicesimo dell'Italia, e gli mancò quindi una vera cognizione della storia e del mondo: De jugement naturel, ferme et solide, Machiavel n'en avait point.[620] Pure una critica così superficiale, nè punto nuova, fece allora grande fortuna, perchè rispondeva ad un nuovo bisogno dei tempi. Essa, è vero, ripeteva cose vecchie, ma con uno scopo affatto diverso, a difesa cioè della libertà religiosa, non del dispotismo teocratico; e però il libro del Gentillet venne subito imitato, copiato da molti. Così il Machiavelli si trovò assalito con le stesse armi dai gesuiti e dai protestanti, dai sostenitori del dispotismo e dagli amici della libertà.
Ma il primo degli avversarî, che ebbe un ingegno veramente originale, fu Giovanni Bodino, il celebre autore del libro De Republica, in cui il Machiavelli è continuamente preso di mira. Il Bodino non è un protestante; ma si connette con lo spirito della Riforma, sebbene da un altro lato sia ancora legato al Medio Evo. Egli oscilla fra il metodo storico ed il metodo scolastico-teologico, fra l'esperienza e le scienze occulte, con le quali ultime pretende qualche volta di spiegare le rivoluzioni politiche. In sostanza il Bodino si proponeva di far quello appunto che il Machiavelli aveva dichiarato inutile e puerile, costruire cioè uno Stato a priori; esaminare non quel che fanno gli uomini, ma quel che dovrebbero fare, e persisteva nelle sue teorie, che credeva sostenute dalla ragione, anche quando non poteva metterle d'accordo colla storia e colla realtà. Si credeva predestinato a fondare la politica sulla morale cristiana, facendo del sovrano un modello di virtù. Con tali idee egli doveva di necessità trovarsi in contradizione col Machiavelli; ed infatti egli continuamente assale «questo tristo uomo, che è venuto in voga fra i cortigiani, e mena vanto del suo ateismo. Coloro i quali sanno veramente ragionare degli affari di Stato, converranno però che egli non si addentrò mai nelle profondità della scienza politica, la quale non consiste in quelle furberie tiranniche, andate da lui cercando in tutti gli angoli d'Italia. Il suo Principe innalza fino al cielo, e prende a modello dei re il più sleale figlio di prete, che sia mai esistito al mondo, e che, non ostante tutta la sua accortezza, precipitò vergognosamente qual furfante che era. Così è sempre avvenuto ai principi che ne hanno seguito l'esempio, andando dietro ai precetti del Machiavelli, il quale pone a fondamento della sua repubblica l'empietà e l'ingiustizia.»[621]
Insieme col Bodino possiamo citare anche Tommaso Campanella, filosofo di molto ingegno, che cospirò in Calabria contro il dispotismo spagnuolo, e sopportò con eroismo una prigionia di molti anni, una tortura prolungata e crudelissima. Anch'egli ogni volta che incontra il Machiavelli, lo morde ferocemente. Il Campanella era frate domenicano, nemico degli eretici, che voleva estirpare; autore della Città del Sole, che è un'utopia filosofica, della Monarchia di Spagna e della Monarchia Messianica, altre due utopie, con la prima delle quali sosteneva il dominio universale della Spagna, che poi sottoponeva nella seconda alla Chiesa universale. Ci vuol quindi assai poco a capire che doveva essere nemico del Machiavelli: infatti lo chiama sempre tristissimo uomo, inventore della ragione di Stato, che sostituisce l'interesse del sovrano a quello del popolo, e segue l'egoismo invece d'uniformarsi alla schietta giustizia, la quale guarda alla ragione universale, eterna.[622]
Così la questione del Machiavelli era pei protestanti e pei cattolici, pei filosofi e pei teologi divenuta un caso di coscienza. Molti credevano che per assalirlo non fosse neppur necessario leggerne le opere. Egli era il tristo, l'eretico, il cane impuro, l'ateo che conduceva a rovina la società e chiunque lo seguiva. E sebbene una tale critica non avesse ombra di carattere scientifico, continuò tuttavia a trovare seguaci fino ai nostri giorni. Citiamo un ultimo e più recente esempio. Il signor Barthélemy Saint-Hilaire ha premesso alla sua traduzione della Politica d'Aristotele una prefazione.[623] In essa si dichiara partigiano deciso di Platone, «che fondò la politica sulla morale,» e condanna Aristotele, «che volle invece fondarla sui fatti e sulla storia, la quale sollevò all'altezza d'un metodo. Polibio andò oltre per questa via, arrivando sino all'empirismo, col quale apparecchiò il terreno al Machiavelli, che merita addirittura l'obbrobrio universale. I personaggi che questi prende a modello, Alessandro VI e Cesare Borgia, sono dei mostri, ed egli approva senza esitare lo spergiuro, il veleno, l'assassinio. Pour peindre d'un mot tout cette politique, c'est le génie appliqué à la scélératesse.» Il dotto scrittore esalta lo stile del Machiavelli al di sopra d'ogni elogio, e conclude dicendo: «che se nelle opere di lui, alla parola succès si sostituisse le bien, allora veramente ci sarebbe molto da imparare intorno agli affari. Ma in sostanza, il metodo storico che aveva portato qualche conseguenza dannosa in Aristotele, che in Polibio viene esagerato, non ha più nel Machiavelli nè freno nè pudore. Ciò che principalmente a lui manca sono le idee generali. Del resto qualunque sieno i suoi meriti, la sua politica rimarrà per sempre disonorata. E di ciò due sono le cagioni: la perversità del cuore ed il cattivo metodo, che egli non ha neppure inventato, ma solo spinto agli estremi.»[624] Noi abbiamo già detto, che il carattere d'un uomo non è stato, nè sarà mai un criterio sufficiente a spiegare e giudicare il suo sistema scientifico. Basta forse a condannare la filosofia di Bacone da Verulamio il suo carattere immorale? E quanto al metodo, il Barthélemy Saint-Hilaire è addirittura fuori di strada, essendo troppo manifesto che quello di Aristotele solamente, non quello di Platone, poteva riuscire, come riuscì di fatto, a creare la scienza politica, la quale se non si fonda sulla esperienza e sulla storia, rimane sospesa in aria. Così noi troviamo anche qui ripetute vecchie ed ormai insostenibili accuse, che rendono il dotto Francese del pari ingiusto verso Aristotele e verso il Machiavelli.