Ma a questo toccava di peggio. Finora i soli che abbiamo trovati a lui favorevoli, sono stati alcuni sovrani o i loro ministri. Ben presto anch'essi cominciarono a volgerglisi contro. Col cadere del secolo XVI le condizioni politiche dell'Europa mutavano di nuovo, ed il sovrano trovavasi nel proprio Stato in una posizione sostanzialmente diversa da quella tenuta nel Rinascimento. Non si trattava più di conquiste contro il feudalismo già domato, contro piccole repubbliche e governi locali già scomparsi; il potere sovrano non era più oscillante ed incerto, ma stabilmente assicurato alle dinastie regnanti. Intanto sorgeva nelle monarchie un popolo nuovo, a cui i re sentivano bisogno di avvicinarsi, per trovare aiuto nella lotta contro l'aristocrazia, nelle guerre che facevan tra loro; per ricever forza dal benessere, dall'incremento morale, civile, industriale di tutti. E così si apparecchiava la via a quelli che furono nel secolo XVIII chiamati principi illuminati e riformatori. Essi sentivano ora di dover essere il capo e la guida dello Stato, i rappresentanti del popolo, i sostenitori o promotori de' suoi veri interessi; non potevano, non volevano quindi più vedere nel Principe, la loro immagine. Questo sovrano che sembrava confondere lo Stato con la sua persona; occuparsi solo di consolidare il proprio potere; presumer di dare al popolo la forma che più a lui piaceva, più a lui conveniva, si presentava ai loro sguardi come la negazione della vera e giusta politica, fatta a vantaggio delle moltitudini, secondo le norme della nuova filosofia. E così anche i re ed i loro ministri divennero finalmente nemici del Machiavelli.
C'è una traduzione francese del Principe, stampata in Amsterdam nel 1683, ed un esemplare di essa fu annotato di mano della ex-regina Cristina di Svezia. L'occhio corre avido a leggere queste note finora inedite, scritte in un francese assai svedese, da una donna culta e d'ingegno, che fu a capo d'uno Stato forte e d'un popolo valoroso; che menò una vita piena delle più singolari vicende; che abbandonò prima la corona, poi la religione de' suoi padri, e si fece cattolica; che non fu senza capacità politica, e non ebbe molti scrupoli; che si macchiò, quando non era più sovrana, del sangue d'un uomo che aveva amato, e finì ritirata in Roma fra gli artisti, meditando sul Principe del Machiavelli. La sola conseguenza che si possa però cavare dalla lettura di quelle note, è che la Regina viveva in un periodo di transizione, e che però la sua mente oscillava incerta fra quell'ammirazione che Carlo V e Richelieu avevano avuta pel Machiavelli, e l'avversione che dovevano fra poco avere per lui i principi riformatori. Ella senza dubbio ammira il Principe, e di continuo scrive nei margini: Que cela est bien dit! — Que ceci est beau et vrai! — Vérité incontestable! — Maxime admirable! — Spesso però respinge sdegnosa altre sentenze. Quando il Machiavelli scrive, che chi vuole esser leale fra molti tristi, trova la sua rovina, ella esclama: «Che importa? Non v'è interesse più grande, che quello di mantenere la propria parola.» Ed altrove: «Io dubito che l'impero del mondo valga un tal prezzo.» Ma poi si va di nuovo lentamente riavvicinando al Machiavelli, e quando questi racconta le uccisioni commesse dal Valentino in Romagna, ella riconosce che furono scelleraggini; ma freddamente aggiunge: «Vi sono altre vie più nobili e più sicure per disfarsi di qualcuno.» Conviene che la forza e le armi sono i soli mezzi che in politica riescano sempre, e quando il Machiavelli loda in termini generali la capacità e l'ardire di Valentino, ella scrive subito: «Grandi qualità! Io non ne dubito punto.» Ha molta ammirazione anche per Alessandro VI, «che fu un gran papa, checchè se ne dica.» E queste oscillazioni continuano sino alla fine. Qualche volta afferma nobilmente: «Non v'è grandezza che meriti d'esser comprata a prezzo di delitti; non si è mai grandi nè felici a questo modo; di rado i malvagi godono della loro fortuna.» Ma quando il Machiavelli discorre delle crudeltà da lodarsi o da biasimarsi, secondo che sono bene o male usate, allora l'ex-regina non resiste, e scrive in margine — Cela n'est pas mal dit. — E poco dopo riconosce, che «senza dubbio vi sono, in politica come in chirurgia, mali che si guariscono solo col sangue e col fuoco.»[625]
Tutte queste incertezze scompariscono nel linguaggio d'un altro sovrano, venuto più tardi, ed assai superiore per ingegno e carattere politico alla regina di Svezia. Federigo il Grande di Prussia scrisse nella sua gioventù una Réfutation du Prince de Machiavel, pubblicata ai nostri giorni nella sua forma originale, ma che era già nota, per essere stata nel 1710 pubblicata dal Voltaire, riveduta e corretta da lui, col titolo: L'Antimachiavel. Il futuro Re si scaglia con tutto l'impeto del suo carattere, contro il Machiavelli, e facendosi difensore dell'onore oltraggiato dei sovrani, dice che il libro del Principe può ritenersi come lo scritto d'uno che voglia insegnare ai ladri ed agli assassini. Esaminando una ad una le principali massime del Machiavelli, le isola, come fecero il Possevino, il Gentillet e tanti altri, dalle condizioni in cui furono scritte, dallo scopo che avevano, considerandole al solito come regole generali e incondizionate di condotta, come norme di morale, e così, al pari de' suoi predecessori, ne ha subito facile vittoria; nè si avvede che in questo modo combatte non il Machiavelli, ma un personaggio fantastico di sua creazione. Egli difende con calore la lealtà, la giustizia, l'onore, che debbono essere le virtù proprie dei sovrani, e conclude al solito, che una politica come quella consigliata nel Principe condurrebbe a certa rovina chiunque volesse seguirla. Una così esplicita condanna, pronunziata da un uomo che fu poi un grande genio politico e militare, il vero fondatore della monarchia prussiana e della sua potenza, doveva certo avere un grandissimo peso a danno del Machiavelli.[626]
Se non che si presentava molto naturale una domanda: quali norme seguì poi Federigo nella sua condotta politica, quelle del Machiavelli o quelle dell'Antimachiavelli? E la risposta non poteva essere dubbia. L'assalto inaspettato ed ingiustificato contro Maria Teresa; la conquista della Slesia; le alleanze tante volte fatte e disfatte, senza scrupoli e senza fede, provavano con ogni evidenza che egli fu nei suoi atti uno dei più fedeli seguaci di quelle dottrine del Principe, che con tanta acrimonia aveva combattute a parole. La sua biografia dimostra con lampante evidenza che, sapendo seguire i consigli del Machiavelli, non si va poi necessariamente a rovina; si può anzi fondare la gloria e la grandezza del proprio Stato; essere ammirato, quasi idolatrato dal proprio popolo, durante la vita e dopo la morte. Perchè dunque aveva il gran Re tenuto un linguaggio da lui stesso così manifestamente smentito coi fatti? Si fecero al solito mille ipotesi. Si disse che il suo alto ingegno vedeva il bene, ed il suo tristo carattere seguiva il male; si disse che l'avere egli scritto L'Antimachiavelli fu un atto del più consumato machiavellismo, con cui voleva farsi credere diverso da quel che era, per poi potere sul trono riuscir meglio nei suoi intenti. Ma queste sottigliezze non erano del suo carattere, e sono smentite nelle sue lettere, dalle quali invece apparisce che il suo sdegno contro il Machiavelli era sincero. Noi crediamo che la vera spiegazione sia molto più semplice.
Il carattere, le condizioni morali e politiche dei sovrani nei loro propri Stati apparivano allora, come abbiamo già detto, assai mutate da quel che erano state al tempo del Machiavelli. Ciò che costituisce davvero la storica grandezza di Federigo di Prussia, e ne fa, nonostante le sue colpe, un grande uomo ed un gran re, è il profondo sentimento che lo immedesimava col suo popolo. Innanzi alla battaglia di Rossbach, egli scriveva al suo primo ministro: «Se venissi fatto prigioniero, ordino che, sotto il comando di mio fratello, sia continuata la guerra, come se io non fossi mai esistito a questo mondo. Egli ed i ministri saranno tenuti a rispondermi sul loro capo, che non si penserà a nulla concedere pel mio riscatto.» Un uomo animato da questo sentimento profondo di sacrificare tutto sè stesso alla grandezza, alla gloria del suo popolo, del suo Stato, della sua patria, sebbene ad ottenere un tale scopo non si fosse lasciato mai fermare da veruno scrupolo di coscienza, doveva sentire uno sdegno invincibile contro uno scrittore, che a lui sembrava presentar come imitabile modello l'immagine d'un principe, che voleva sottomettere lo Stato, il popolo, ogni cosa al suo solo personale arbitrio. E se anche Federigo s'ingannò nel suo giudizio, ciò non esclude punto che il suo sdegno fosse sincero, quando diceva: «Il Machiavelli non ha compreso la vera natura del sovrano, il quale deve preferire a tutto la grandezza e la felicità del suo popolo. Invece di essere il padrone assoluto di coloro che son sotto il suo dominio, egli ne è il primo servitore, e deve essere lo strumento della loro felicità, come essi sono lo strumento della sua gloria. Che cosa divengono allora tutte le idee di ambizione personale e di dispotismo? Ecco quello che rovescia dalle fondamenta il libro del Principe, e ricopre di vergogna il Machiavelli. Secondo lui, le azioni più ingiuste e più atroci divengono legittime, quando hanno per iscopo l'interesse e l'ambizione. I sudditi sono schiavi, di cui la vita e la morte dipendono dalla volontà del sovrano, presso a poco come gli agnelli d'una mandra, il latte e la lana dei quali sono destinati all'utilità del padrone, che li fa anche scannare, quando gli torna comodo.»[627]
Educato dalla filosofia umanitaria del secolo XVIII, sebbene d'un carattere violento, ambizioso e niente scrupoloso; ignaro della storia e della letteratura italiana; non avendo neppur letto le altre opere del Machiavelli, a Federigo era impossibile capire il vero significato del Principe, sorto nella mente dell'autore a similitudine dei tiranni del Rinascimento, i quali costituivano l'unità dello Stato e del popolo, sottoponendoli colla violenza alla propria ambizione. Egli non si avvedeva, non capiva, si sarebbe anzi sdegnato e ribellato contro chi gli avesse voluto dimostrare che Il Principe del Machiavelli era stato il precedente storico, necessario del sovrano del secolo XVIII. Pure in nessuno più che nel gran re di Prussia la stretta parentela dei due personaggi appariva evidente, e nessuno più di lui seppe cavar profitto dalle massime che aveva condannate. Nel suo proprio caso egli credeva di certo giustificate quelle massime dallo scopo che aveva, e dalla ineluttabile necessità di praticarle a benefizio dello Stato; ma questo era anche il modo con cui il Machiavelli le aveva giustificate nel Principe. Fin dai primi del secolo XVI questi aveva chiaramente compreso, che la nuova tirannide sarebbe stata un apparecchio alle nuove libertà, e dal Principe contemporaneo aveva profeticamente veduto discendere il futuro sovrano riformatore. Un tale concetto, è ben vero, egli lo accennò nei Discorsi assai più spesso che nel Principe; ma nell'ultimo capitolo di questo è tuttavia esposto chiarissimamente, in quella esortazione nella quale il pubblico bene sorge e s'innalza al di sopra di tutto, come fine ultimo dell'opera. Ma Federigo, arrivato a questo punto, sospende a un tratto il suo giudizio, e si tace, perchè l'esame della esortazione avrebbe anche a lui fatto capire, che la sua critica senza sicuro fondamento, cadeva per terra. In verità, date le cognizioni storiche e letterarie assai limitate del gran Re, che del Machiavelli aveva letto solo il Principe; dato il sentimento che egli aveva dei doveri del sovrano; date le premesse erronee da cui partiva, tutto il resto era una conseguenza logica, necessaria, che non deve recarci nessuna maraviglia. Così potè avvenire che, mentre la sua vita è il più chiaro comento, la più sicura conferma delle verità esposte nel Principe, l'Antimachiavelli n'è invece solamente una parodia superficiale. Ebbe perciò ragione il Mohl, quando disse, che lo scritto di Federigo «non è una critica, ma un malinteso, perchè egli combatte una sua propria creazione, e quindi non si è con lui molto severi se si dice, che il suo è un lavoro da scuola sopra un argomento mal compreso.»[628] Si può aggiungere tuttavia che l'Antimachiavelli rimane, ciò nonostante, un documento storico di grandissimo valore, perchè, se fa poco onore allo scrittore, che non capì il Machiavelli, ne fa invece molto al sovrano, che fin dalla sua gioventù, sentiva l'altezza della propria missione nel mondo.
Nell'esame di questi così varî giudizî, non bisogna mai dimenticare, che se tutte le scienze che si chiamano morali, sono in una stretta relazione con la società in mezzo alla quale nascono e si svolgono, più di ogni altra è soggetta a questa legge la scienza politica. Rispetto ad essa infatti, mutano non solo le idee, le cognizioni e il modo di pensare di coloro che la trattano; ma muta ancora il soggetto di cui essa si occupa, che è per l'appunto la società umana. E quanto al Machiavelli, il fatto diviene anche più visibile, perchè, come vedemmo, i suoi scritti s'immedesimano per modo con la società e i tempi in cui egli visse, che le sue dottrine assumono qualche volta un valore così obiettivo, da apparire addirittura come un prodotto impersonale, fatale della storia. E questo ci spiega perchè anche gli uomini di Stato lo giudicarono tanto diversamente, secondo la diversa condizione in cui si trovarono. Carlo V e Richelieu ammiravano molto il Principe, a cui si sentivano ancora assai vicini; Federigo II, che si trovava in una condizione sociale e politica affatto nuova, lo biasimava. Napoleone I, che era di un carattere ben diverso, si trovò in condizioni non molto lontane da quelle osservate, studiate dal Machiavelli, e lo ammirò. Egli fu veramente un principe nuovo, che tutto dovè alla fortuna, al proprio coraggio ed ingegno; un usurpatore sorto per storica necessità a levare la Francia dal caos in cui l'aveva gettata la Rivoluzione. Il sentimento dominante di Federigo, quello che ne determinava il carattere politico, era la sua immedesimazione con lo Stato e col popolo, in mezzo a cui era nato, per cui doveva e voleva vivere, e di cui diceva d'essere il primo servitore. Napoleone I, invece, comandava e guidava popolazioni alle quali spesso si sentiva affatto estraneo. Le sue stesse parole qualche volta dipingono mirabilmente questa sua condizione. — Mais après tout, un homme d'État est-il fait pour être sensible? N'est-ce pas un personnage complètement excentrique, toujours seul d'un côté, avec le monde de l'autre?[629] — Non solamente tutta la sua vita ci dimostra una continua applicazione delle teorie del Principe; ma spesso anche egli manifesta opinioni, sentimenti che sembrano imitati dal Machiavelli. Anche Napoleone aveva un'assai cattiva opinione degli uomini, ed era convintissimo che seguivano sempre e solo l'interesse personale.[630] Che poi la condotta dell'uomo di Stato dovesse essere giudicata con norme sue proprie, diverse affatto da quelle della vita privata, era per lui un altro assioma. «Le sue azioni,» egli diceva, «che, considerate assolutamente, il mondo così spesso biasima, formano parte integrante della grande opera, che sarà poi ammirata, e che sola può farle giudicare. Innalzate la vostra immaginazione, guardate più avanti, e vedrete che quei personaggi, i quali vi paiono violenti, crudeli e che so io, non sono altro che uomini politici, i quali sanno rendersi padroni delle loro passioni, e calcolar meglio gli effetti delle loro azioni.»[631] Leggendo questo ed altri suoi simili discorsi, si vede assai chiaro come e perchè egli fosse così grande ammiratore di quel Machiavelli che Federigo tanto biasimava.[632]
Il principe di Metternich, che fu invece grande oppositore di Napoleone, rappresentante contro lui delle vecchie tradizioni e della reazione europea, fu anche un avversario dichiarato del Machiavelli, di cui parla con grande disprezzo nelle sue Memorie. Noi qui non vogliamo prendere in esame le poche parole che ne dice in una nota,[633] perchè sono le solite vecchie e vuote frasi senza valore. Tutto intento a descrivere sè stesso, non quale fu veramente, ma quale voleva esser tenuto dalla posterità, il Metternich insiste di continuo sulla indissolubile unione della morale con la vera politica, con la vera diplomazia, che debbono valersi solamente di mezzi leali ed onesti. Partendo da questi principii, ai quali noi sappiamo quanto poco si attenne nella pratica, egli muove guerra alla Rivoluzione, a Napoleone, al Machiavelli, ripetendo sempre che la morale, la lealtà, la giustizia sono i soli criterî coi quali si possono sicuramente giudicare le azioni dei principi e dei popoli, il valore reale di ogni politica. Ma quando poi viene ad esaminare il carattere di Napoleone I, e domanda a sè stesso: fu egli sostanzialmente buono o cattivo? Quale è allora la sua risposta? «Ad un uomo come Napoleone,» egli dice, «non si può applicare nè l'uno nè l'altro epiteto, nel senso che generalmente si dà a queste parole. Occupato dalla sua grande impresa, avanzava sempre, schiacciando tutto quello che incontrava per via, senza poter mai fermare il suo carro. Egli aveva due facce: come uomo privato, era assai alla buona e molto trattabile; come uomo di Stato, non aveva alcun sentimento. Non v'è che un solo modo di giudicarne la grandezza, e sta tutto nel saper giudicare la sua opera, ed il secolo che egli riuscì a dominare. Se quest'opera fu veramente grande, tale deve esser giudicato anche Napoleone I; se invece fu effimera, tale è anche la sua gloria.»[634] Ma tutto questo ragionamento, che forma certo uno dei brani migliori nelle Memorie del Metternich, è una negazione della teoria, che egli pretende di darci come norma costante della sua condotta, e colla quale vuol combattere il Machiavelli, di cui, senza avvedersene, finisce poi coll'ammettere la dottrina fondamentale, che politica, cioè, e morale sono due cose assai diverse.
Il Machiavelli non era però restato lungamente senza difesa. Appena in fatti, colla nuova filosofia, cominciò nel secolo XVI una critica indipendente, sbalzarono subito voci autorevoli in favore di lui. Giusto Lipsio fu dei primi a dichiarare, che egli lo credeva superiore a quanti avevano mai scritto del principato. Gli doleva solamente che non avesse sempre condotto il suo Principe nella via della virtù e dell'onore, giacchè troppo spesso aberravit a regia hac via. Questa dichiarazione per altro non bastò a salvarlo dagli assalti, che ben presto gli mossero i nemici del Machiavelli, dai quali dovette difendersi.[635] Poco dopo venne Bacone da Verulamio, il quale, pratico com'era degli affari, e promotore della filosofia sperimentale, si dichiarò aperto fautore del Machiavelli, dicendo che bisognava esser grati a lui ed a tutti coloro che come lui esaminarono ciò che gli uomini fanno, non ciò che dovrebbero fare.[636] Tali parole dimostrano chiaro, che egli aveva giustamente veduto un lato sostanziale, ma un lato solo del Machiavelli. Questi in vero esaminò ciò che gli uomini fanno, ma per indagar poi quello ancora che debbono fare in determinate condizioni, specialmente per riuscire nei loro fini. Le sue opere sono infatti piene di consigli e di precetti pratici. Ebbe quindi ragione Traiano Boccalini quando, nello stesso secolo, ci rappresentò, in una forma satirica e burlesca, il Machiavelli, che condotto innanzi ad Apollo, si difende contro la condanna del fuoco, cui volevano sottoporlo. «Io non capisco,» così gli fa dire, «perchè mi si voglia condannare, non avendo io fatto altro che descrivere la condotta e le azioni dei principi, quale ce la narrano tutte le storie. Se essi non sono puniti di ciò che fanno, debbo io esser condannato al fuoco per aver descritto le loro azioni?» Ed aggiunge che, dopo una tale difesa il Machiavelli stava per essere assoluto, quando l'avvocato fiscale affermò, che era stato veduto di notte in mezzo ad una mandra di pecore, alle quali cercava porre in bocca denti di cane. In questo modo, osservava, non sarebbe stato più possibile farle governare come prima da un solo guardiano, col fischio e con la verga. Così fu pronunziata la condanna.[637] Nè è difficile capire il senso della favola.
Anche Alberigo Gentile, tanto celebrato pel suo libro De iure belli, s'era già nel secolo XVI chiaramente avvisto, che il Machiavelli non era un semplice descrittore di fatti, avendo colle sue opere desiderato e cercato di promuovere anche la libertà. Lo chiamava perciò democratiae laudator et assertor acerrimus, tyrannidis summe inimicus, aggiungendo che, sotto colore d'istruire i principi, aveva voluto svelare ai popoli gli arcani della tirannide.[638] E questa opinione trovò un numero sempre crescente di sostenitori. Il Rousseau scriveva nel suo Contratto sociale, che il Principe era il libro dei repubblicani, perchè, fingendo di dar lezioni ai re, ne aveva date invece ai popoli.[639] E l'Alfieri, che all'alto ingegno univa un nobile carattere, e non soleva nominare il Machiavelli senza chiamarlo anche divino, affermò: «Se nel Principe si trovano a mala pena sparse alcune poche massime tiranniche, esse sono esposte solo per svelare ai popoli le crudeltà dei re, non certo per insegnare a questi ciò che essi han sempre fatto e sempre faranno. Le Storie e i Discorsi, invece, spirano in ogni pagina grandezza d'animo, giustizia e libertà, nè si possono leggere senza sentirsi ardere da questi sentimenti. Pure il Machiavelli fu creduto un precettore di tirannide, di vizî e di viltà; e così avvenne, che la moderna Italia, in ogni servire maestra, non riconobbe il solo vero filosofo politico che ella abbia avuto finora.»[640]