Sebbene questi scrittori parlassero del Machiavelli per incidenza, pure l'autorità della loro dottrina e del loro ingegno era di gran lunga superiore a quella di coloro che se n'erano fatti accusatori, ed ebbe perciò un peso assai maggiore. Se però vogliamo essere giusti, è forza notare che, pure andando per opposti sentieri, gli uni e gli altri cadevano in un medesimo errore. I detrattori del Machiavelli credevano che bastasse denigrare il suo carattere, per condannarne le dottrine; i suoi difensori credevano invece che, esaltandone il patriottismo, dimostrando l'amore che egli ebbe per la libertà, venivano nello stesso tempo a provare implicitamente il valore e la verità delle sue dottrine. E non si capiva che, se la questione del Machiavelli non era un caso di coscienza, non era neppure una disputa di patriottismo e di liberalismo. Il punto essenziale doveva essere: Aveva egli detto il vero o il falso? Che valore scientifico hanno le sue dottrine? Tutto il resto doveva venire in seconda linea. È evidente che, anche difendendo il dispotismo, si può essere un uomo di grande ingegno, come si può essere un retore ed un uomo tristo, pur difendendo la libertà. Nondimeno pareva che tutto questo non si volesse riconoscere, e si continuò un pezzo, specialmente in Italia, ad andar sempre per la medesima via. Quando infatti cominciarono fra di noi le aspirazioni nazionali, e la letteratura divenne il mezzo più efficace ad apparecchiare la nostra redenzione politica, tutto allora, anche la critica, volle avere un fine, una tendenza patriottica. Ed il Machiavelli repubblicano, nemico dei Papi, sostenitore dell'unità e dell'indipendenza italiana, divenne per molti addirittura un idolo, senza che altro si richiedesse da lui. Il Foscolo che nei Sepolcri lo esaltò come un nemico dei tiranni[641], lo esaltava nelle Prose come un avversario dei Papi e degli stranieri, un fautore della repubblica e della indipendenza nazionale.[642] Il Ridolfi, nel suo libro sul Principe,[643] credè di assolvere il Machiavelli da ogni accusa, osservando che egli voleva liberare la patria dallo straniero, impresa per la quale tutto è permesso. E così i critici di questa scuola continuarono un pezzo fra noi, pubblicando lavori che erano sempre animati da sentimenti patriottici, e dimostravano uno studio, una ammirazione sincera pel Machiavelli; ma, salvo uno scritto dello Zambelli, per molti rispetti assai pregevole, e del quale parleremo fra poco, essi non facevano altro che ripetere, con maggiore o minore eloquenza, le medesime idee generali e indeterminate.

Una critica non molto diversa, sebbene con maggiore apparato di dottrina, si fece strada anche in Germania. Quando colà cominciarono a rendersi più vive le aspirazioni verso l'unità nazionale, sotto l'egemonia della Prussia, e l'attenzione si volse ad esaminare la realtà vera delle condizioni politiche del paese, si ebbe una più esatta idea delle difficoltà pratiche che si presentavano, dei mezzi coi quali solamente si potevano superare, e si comprese allora il gran valore che avevano le sentenze del Machiavelli, il quale fu perciò studiato ed ammirato assai più di prima. L'avere egli invocato un principe liberatore, che riunisse la patria, e la liberasse dallo straniero, l'essere stato nemico del Papa, erano tutte condizioni che, come gli avevano cresciuto favore in Italia, quando essa mirava ad abbattere il potere temporale dei Papi, e liberarsi dallo straniero sotto l'egemonia del Piemonte, così gliene crescevano nella Germania protestante, che voleva costituirsi per una via non molto diversa. Ciò spiega il gran numero di libri, di opuscoli, di articoli di riviste e giornali tedeschi, che negli ultimi anni parlarono del Machiavelli con grande entusiasmo, pieni sempre di sentimenti patriottici. Citeremo un solo esempio, fra i molti che si potrebbero addurre. Il signor Bollmann, nella sua Difesa del Machiavellismo, pubblicata l'anno 1858, incomincia coll'osservare che la morale politica è profondamente diversa dalla privata; che l'una non ha quasi relazione con l'altra; che in mezzo alla malvagità degli uomini ed alle miserie della patria, il volerla salvare con una nobile e leale condotta sarebbe pazzia: ci vuole fermezza di volontà e chiarezza di mente, lasciando da parte ogni sentimentalismo. Il Machiavelli ebbe il gran merito di esporre francamente queste verità. Egli credette di trovare in Cesare Borgia le qualità necessarie, e lo propose a modello. A dimostrare poi che questa difesa non deriva da fantastica e teoretica ammirazione per uno straniero, il Bollmann si rivolgeva alla Germania, cercando dimostrarle, che allora nessuno de' suoi partiti politici poteva salvarla. Era quindi necessario che sorgesse in Prussia un principe riformatore ed armato, quale appunto era stato descritto dal Machiavelli. Questo principe, egli concludeva, potrà nell'interno seguire le norme della giustizia e della morale; ma di fronte allo straniero, seguendo i consigli del Machiavelli, non penserà nè a mitezza, nè a crudeltà, nè a fede, nè a onore, nè a vergogna, ma solo alla salute della patria. Quando sorgerai, o principe dell'avvenire?[644] Siffatti scrittori apparivano in Germania quando già gli studi storici, massime sul nostro Rinascimento, avevano fatto gran cammino, e però non di rado or gli uni or gli altri scrittori s'allargavano a considerazioni generali più o meno notevoli. Pure in essi si faceva sempre strada un patriottismo che, per quanto si voglia lodare, riesciva spesso inopportuno, e finiva coll'attribuire al Machiavelli idee che questi non ebbe mai, specialmente poi nella forma tutta moderna, in cui gli venivano attribuite.

Era però da un pezzo cominciata anche una critica più scientifica, che lentamente, ma costantemente faceva il suo cammino. Il Raumer e lo Schlegel, per esempio, avevano creduto di trovare la sorgente degli errori del Machiavelli nell'aver egli avuto un concetto antico e pagano dello Stato, tale infatti che faceva scomparire ogni valore morale dell'individuo, non riconoscendo altro che l'intelligenza e la forza. Nello Stato del Machiavelli, aggiungeva lo Schlegel, non si sa nulla di Dio e de' suoi precetti; nè si vede che il male d'Italia veniva dalla corruzione del suo popolo, a cui bisognava innanzi tutto portare rimedio.[645] Il Matter trovava invece la sorgente degli errori nella separazione della politica dalla morale. Così, egli diceva, si dimenticarono i diritti del popolo; ed il principe cercò uno Stato per suo uso, che avesse uno scopo indipendente dalla giustizia.[646] Questi non furono, è vero, che deboli ed incerti tentativi; ma pur si cominciava con essi a riconoscere, che il merito o demerito delle dottrine, bisognava cercarlo non nel carattere dell'autore, ma nei suoi scritti, ad essi applicando quei criteri scientifici che si credevano giusti. Il Franck, assai più recente, cercò di entrare anch'egli in questa nuova via. Secondo lui, il Machiavelli, dopo aver diviso la politica dalla morale, esaminando due sole forme di governo, la monarchia e la repubblica, non trovò nè cercò mai i vincoli che possono unire la monarchia alla libertà. I suoi errori non sono conseguenza del male che egli non voleva, ma delle false premesse, da cui logicamente li deduceva. I vari elementi sociali, l'individuo e la coscienza, sono sottomessi all'unità dello Stato; i vizî e le virtù sono considerati come qualità relative, che bisogna stimare o biasimare, non già per sè stesse, ma per gli effetti che ne derivano. E però il suo nome resta odioso anche quando vengono remosse tutte le ingiuste accuse. In conclusione però il Machiavelli era, secondo il Franck, un uomo senza principii, che nell'ordine politico non credeva alla distinzione fra il bene ed il male, non riconosceva una giustizia assoluta, nessun dovere inviolabile, e sottometteva i diritti più sacri dell'umanità alla ragione di Stato.[647]

Lasciando però da parte che così il Franck ritorna, sebbene in una forma assai più mite, a quella guerra personale contro il carattere del Machiavelli, che dapprima sembrava volesse evitare, due sono in genere i difetti principali di questi critici. Essi vogliono dedurre l'intera dottrina del Machiavelli da alcune poche idee molto semplici e molto chiare, sulle quali rivolgono tutta quanta la loro attenzione. Ma il Machiavelli non ha mai una forma rigorosamente filosofica e sistematica; la sua mente, le sue opere sono molteplici e varie; le sue dottrine si formano di parti diversissime, nelle quali è qualche volta difficile trovare un nesso che le unisca. Se non si esaminano da ogni lato, sotto i loro mille mutabili aspetti, riesce impossibile comprenderle. La divisione della politica dalla morale è una sola delle molte questioni su cui deve fermarsi il critico. Ma da essa solamente non si può certo dedurre tutta la dottrina. Un altro errore di questa scuola è quello di voler esaminare gli scritti del Machiavelli, senza quasi occuparsi della sua vita e de' suoi tempi; onde le sfugge assai spesso lo scopo pratico che le dottrine avevano, e le riesce quindi impossibile determinarne il carattere ed il valore. Non si capirà mai il Principe, se prima non si conoscono i fatti che lo ispirarono, le condizioni in cui fu scritto, lo scopo pratico che si propose. È ben vero che così in esso come nei Discorsi v'è un'idea pagana dello Stato; ma se non si aggiunge che questa idea prese in Italia, durante il Rinascimento, una forma affatto nuova, tutta propria di quel tempo, e non si definisce quale era questa forma, non si capirà mai nulla del Machiavelli.

Fra questi critici va collocato anche P. S. Mancini, il quale, venuto più tardi, allargò i confini della scuola, non evitandone però gli errori. Egli incomincia col dichiarare di voler esaminare il valore intrinseco delle dottrine, cosa che non crede sia stata ancora fatta da nessuno. La questione principale anche per lui sta tutta nella separazione della politica dalla morale, separazione che egli condanna senza riserve. Aggiunge poi giustamente: il Machiavelli voleva liberare lo Stato dalla Chiesa, e perciò separava la politica dalla teologia, dalla religione, dalla morale, dall'astratta filosofia scolastica, applicando ad essa il metodo storico e sperimentale.[648] Insiste ancora, e con ragione, nell'affermare che il Machiavelli non pensò mai a negare la virtù, la giustizia, la libertà, le quali anzi ammirò ed esaltò, come dimostrano chiaramente infiniti brani, alcuni dei quali vengono da lui citati e riprodotti. Siccome però il punto fondamentale riman sempre la separazione della politica dalla morale, il che è dal Mancini dichiarato un errore gravissimo, così tutte le citazioni fatte non valgono a salvare il Machiavelli dalla condanna. Questi proponendosi, sopra ogni cosa, di salvare l'indipendenza dello Stato, cercò i mezzi che conducono ad un tal fine, buoni o cattivi che fossero, e divenne perciò l'antesignano degli utilitari. «Così la politica, abbandonata a sè stessa, ed allevata in una selvaggia indipendenza, addiviene una teoria sistematica di mezzi senza presupposta rettitudine di volontà.»[649] L'aver creduto possibile di escludere dal campo proprio di essa il problema morale, lo fece cadere in «un errore fondamentale, che guasta e corrompe tutto il sistema,» il quale rimane affatto «destituito della salda base di cui abbisogna.»[650] È chiaro che il valore intrinseco di questa dottrina si deve ridurre a ben poca cosa, quando essa manca della necessaria base, quando è adulterata da un veleno intrinseco, che tutta la corrode e corrompe.

Secondo il Mancini, la parte meno originale nelle opere del Machiavelli è quella che parla del principato, perchè imitata da Aristotele e da San Tommaso,[651] il che, come abbiamo già visto, non è esatto. Suo merito sarebbe l'essere egli riuscito a dimostrare come il principato assoluto debba, per preservare la sua esistenza, adoperare, quali mezzi ordinarî di governo, l'immoralità e l'ingiustizia; mirare sempre al fine dinastico, non al bene dello Stato e del popolo, dal che ne segue implicitamente «la condanna più sapiente, più perentoria della monarchia assoluta.»[652] — Sfortunatamente però questo merito indiretto non si può, secondo noi, attribuire al Machiavelli, che s'adoperò invece a dimostrare la storica necessità del dispotismo in alcune condizioni sociali, cosa di cui l'Europa de' suoi tempi gli offriva una dimostrazione incontrastabile. Egli era profondamente convinto, che solo il potere assoluto poteva colla forza riunire e salvare dall'anarchia un popolo corrotto, e lo disse chiaro. Anzi in ciò appunto, non già nella indiretta condanna dell'assolutismo, sta tutto il significato del Principe, che è un prodotto originale della mente e dei tempi del Machiavelli, non una imitazione d'Aristotele. È qui che bisogna giudicarlo e decidersi ad assolverlo o condannarlo. Così, sebbene il Mancini cercasse d'allargare le sue osservazioni, finì col restringersi anch'egli a voler dedurre tutta la dottrina del Machiavelli da poche e semplici premesse, nè s'occupò in modo alcuno dei tempi. Qualche volta infatti egli sembra esaminare il Principe e i Discorsi, come se si trattasse addirittura di opere composte ai nostri giorni, senza tener conto alcuno delle condizioni storiche, in cui furono scritte. E quando dà al Machiavelli lode meritata, per aver separato la politica dalla scolastica e dalla teologia, dimentica affatto così coloro da cui questi era stato preceduto, come coloro che avevano con lui lavorato al medesimo fine. Di tutto ciò il Mancini si sarebbe, col suo acuto ingegno, facilmente accorto, se avesse preso in più attento esame i critici che avevano scritto prima di lui.

Già da un pezzo s'era cominciato a mettere il Machiavelli in relazione coi tempi; qualche tentativo anzi s'era visto sin dal principio del nostro secolo. Il Rehberg, che scrisse quando la Germania era oppressa dai Francesi, e non senza pensare a ciò, giudicava il Principe opera d'un ingegno grandissimo, ma privo di un alto ideale, e che perciò non pensava punto al vero benessere del genere umano. Essendo la repubblica divenuta allora impossibile in Italia, egli si rivolse a ciò che era pratico, immaginando un monarca forte e potente, che sperò di trovare in uno dei Medici. In tal modo pensava di poter cacciare i barbari dall'Italia, lasciando che il popolo aiutasse l'alta impresa, come e quanto poteva. I suoi consigli furono dati in queste condizioni politiche, e bisogna tenerne conto nel giudicarli. La immoralità di molti di essi non repugnava all'autore, perchè anch'egli era macchiato dai corrotti costumi del secolo.[653] Quasi contemporaneamente il Ginguené cercava di dare, nella sua Storia della letteratura italiana, un giudizio largo ed intero su tutte le opere del Machiavelli, tenendo conto dei tempi e dello scopo pratico, che l'autore aveva costantemente preso di mira.[654]

Ma questi ed altri lavori simili, sebbene dotti e lodevoli per nuove indagini, sebbene esaminassero il Machiavelli sotto vari aspetti, non potevano riuscire ad un resultato soddisfacente, perchè mancavano d'un metodo rigoroso. Erano osservazioni più o meno acute, più o meno originali, sempre però incompiute ed incerte. I primi tentativi d'un vero esame scientifico cominciarono con la nuova critica storica, e furono fatti dal Ranke e dal Leo, i quali ci lasciarono solo poche pagine sul Machiavelli; ma in esse una via più larga e sicura era indicata. Leopoldo Ranke, che sin dalla sua prima giovinezza s'annunziò come un uomo di straordinario ingegno, e fondò poi una grande scuola storica in Germania, pubblicava nel 1824 le sue brevi considerazioni sul Machiavelli, insieme con altre su molti storici italiani del secolo XVI.[655] Nei Discorsi, egli dice, il Machiavelli ragiona sulla storia romana e su Tito Livio; ma in realtà si occupa poco di ciò, perchè il suo pensiero è rivolto all'avvenire d'Italia, in cui aiuto chiama l'esperienza del passato. La grandezza di Roma a lui non sembra derivare da una forza interiore del popolo romano, ma da alcune massime, da alcuni assiomi, che espone agl'Italiani, perchè, seguendoli, possano giungere alla medesima grandezza. Per riuscirvi però, sarebbe stato necessario un altro popolo, che avesse avuto forza e virtù, un'altra educazione morale. Egli andava quindi dietro all'impossibile, e dovette più volte accorgersene, e disperare, persuadendosi finalmente, che occorreva un principe assoluto, per rimediare colla violenza alla generale corruzione. Anche nell'Arte della Guerra, dopo avere escogitato le combinazioni diverse sui modi di formare in Italia un esercito a similitudine del romano, finiva col disperare, tornando all'idea che risulta dai Discorsi, cioè alla necessità di uno Stato forte, con potere assoluto. Chi fonderà un tale Stato, sarà come Filippo di Macedonia, e s'impadronirà dell'Italia. Questa idea di riunire la patria, che forma il soggetto del Principe, v'era già nel Rinascimento, e molte volte gli scrittori l'avevano accennata.[656] Al tempo di Leone X erano grandi le speranze dei Medici su tutta o gran parte d'Italia, e i loro amici si lusingavano molto. In tali condizioni fu ideato il Principe.

Qui il Ranke viene ad esaminare quelle che chiama le fonti del libro, e cita la prima volta alcuni brani che sembrano davvero imitati da Aristotele, specialmente in ciò che si riferisce alla natura del tiranno. Questi brani però non solo si riducono a poca cosa, e descrizioni simili del tiranno si trovano anche in San Tommaso, nel Savonarola ed in molti scrittori del Medio Evo e del secolo XV; ma lo stesso professor Ranke, col suo inarrivabile acume, ammette subito che il Machiavelli dette ad essi un significato diverso, e che anzi in questa diversità sta appunto il valore de' suoi scritti.[657] Aristotele descrive i vizi del tiranno, aggiungendo che il vero sovrano deve sforzarsi di essere giusto e buono, perchè il fondamento dello Stato e della politica deve essere la giustizia. Il Machiavelli sostiene invece, che il principe nuovo, se non vuole rovinare fra i tristi, deve serbar le apparenze di buono; ma esser pronto a divenire crudele, a violare la fede, quando la necessità lo imponga nell'interesse dello Stato. Così quello che per Aristotele è un fatto, diviene pel Machiavelli un precetto; e quindi la imitazione propriamente detta nei punti essenziali scomparisce del tutto, e la pretesa fonte non è più una fonte.[658] Ed il professor Ranke riconosce anch'egli, non ammette anzi ombra di dubbio, che il Principe sia sostanzialmente ispirato dai nuovi tempi, dei quali fa parte, e senza i quali non sarebbe intelligibile. Il suo scopo, così continua, è veramente immediato e pratico; se l'intitolazione dei capitoli è generale, il contenuto di essi è sempre speciale. Non è un trattato generale, sono consigli che il Machiavelli dette a Lorenzo, come più tardi ne dette a Leone X. Prese a modello Cesare Borgia, che aveva somiglianza con colui al quale il Principe venne dedicato, e per cui fu scritto. L'uno infatti era figlio, l'altro nipote d'un papa; ambedue speravano di poter fare grandi conquiste. Tutta la prima parte, cioè i primi dodici capitoli si riferiscono a Lorenzo, alle condizioni in cui egli si trovava, ed a quelle in cui trovavasi l'Italia. La seconda e la terza parte, cioè gli ultimi quindici capitoli, sono in istretta relazione colla prima. In conclusione, tre cose sono certe, secondo il Ranke: 1º Che il Machiavelli era persuaso della necessità di un principe per l'Italia; 2º Che i Medici, e massime Lorenzo, erano desiderosi e pronti ad assumere questo principato; 3º Che il libro non solo fu dedicato a Lorenzo, ma fu scritto per lui.[659] Chi perde di vista questo suo scopo pratico, non ne comprende più nulla. Il suo vero significato è il seguente: Questa Italia corrotta, solo da un principe, con mezzi crudeli e violenti, può essere unita e riuscire a cacciar lo straniero. Fino a che il governo libero di Firenze si resse, il Machiavelli servì la repubblica, e fu contento della libertà fiorentina. Tornati i Medici, dimesso egli da ogni ufficio, si destò in lui l'Italiano, e pensò al modo di liberare la patria comune, anche sacrificando la libertà di Firenze. Ma i Medici furono cacciati, la repubblica ristabilita, ed il partito popolare non gli perdonò l'aver voluto sacrificare all'Italia la libertà di Firenze. In conclusione, il Machiavelli cercava la salute d'Italia, che era in condizioni disperate, e fu ardito abbastanza da prescriverle, come unica medicina, il veleno.[660]

Il Ranke adunque, col suo sguardo acuto e col suo ingegno superiore, riconobbe il patriottismo del Machiavelli, e l'ispirazione che aveva continuamente dato alle opere di lui. Mentre però da una parte ricordò appena che il Machiavelli, dopo avere scritto il Principe, pensò pure di cavarne qualche vantaggio personale, dall'altra lo ridusse un po' troppo ad un libro d'occasione, senza tuttavia negargli affatto ogni carattere generale e scientifico.[661] Nè è vero che il Principe fu scritto per Lorenzo esclusivamente, giacchè era stato prima indirizzato a Giuliano, e solo dopo la costui morte venne dedicato a Lorenzo. Eccessivo addirittura riesce poi l'applicare tutte queste considerazioni, nello stesso tempo, al Principe e ai Discorsi, quasi fossero un'opera sola, con uno scopo unico; e ciò perchè anche dai secondi risulta la necessità del principato.[662] Il carattere assolutamente scientifico e generale dei Discorsi apparisce in ogni pagina troppo evidente per poterne dubitare. E se in essi, come afferma il professor Ranke, l'autore attribuisce tutta la grandezza dei Romani all'avere questi seguìto costantemente alcune savie massime di politica e di governo, era opportuno, ci sembra, prendere in esame il valore di tali massime, le quali di certo non possono essere un veleno prescritto come unico rimedio a salvare un popolo corrotto. Occupato a cercar la relazione che passa tra il Principe e le condizioni in cui fu scritto, egli trascurò troppo l'esame del valore intrinseco e del valore storico delle dottrine ivi esposte. Se però si considera, che il suo era un lavoro giovanile di poche pagine, il quale iniziò nondimeno una critica nuova del Machiavelli, allora il merito dell'autore apparirà grandissimo davvero.