Due anni dopo pubblicato lo scritto del Ranke, venne alla luce in Berlino la traduzione delle lettere del Machiavelli, fatta da Enrico Leo, e preceduta da una sua prefazione.[663] In questa erano combattute alcune idee del Ranke, ed in mezzo ad osservazioni di un valore assai disputabile, ve n'era pure qualcuna giusta ed originale. Il Leo fu tra i primi ad osservare, che il Principe, quale lo aveva descritto il Machiavelli, era stato un fatto storico ed inevitabile nel Rinascimento. Questo Principe e la sua condotta politica avevano quindi bisogno di essere spiegati e giustificati come storicamente necessarî, e ciò fece la prima volta il Machiavelli. Veleno o non veleno, diceva il Leo,[664] alludendo alle parole del Ranke, qui sta tutta la grande importanza del libro, ed il sentimento confuso di ciò che esso veramente era, lo fece leggere e studiare con ammirazione. «Ma (ed è qui che il Leo entra, secondo noi, in un terreno assai disputabile), se il libro ebbe realmente un gran peso nel mondo, non è questa una ragione per concluderne, che un egual valore ebbe colui che lo scrisse. Il Machiavelli sperò di cavarne qualche utile per sè, e quanto al resto, che cosa importava a lui del genere umano? Egli spiegò e giustificò il Principe, per far piacere ai Medici, per avere un ufficio, e la sua spiegazione riuscì invece utile alla società. Che un Italiano si persuada, che un tale uomo volesse davvero scrivere un libro per salvare la patria, si può perdonare all'amor proprio nazionale; ma ci vuol troppa ingenuità, perchè se ne persuada uno straniero. Come poteva il Machiavelli, il quale parlava con tanto disprezzo de' suoi connazionali, pensare sul serio che essi fossero capaci di cacciar dall'Italia Spagnuoli, Francesi e Tedeschi? Egli non pensava a liberare l'Italia, pensava ad avere un ufficio. Indirizzò il libro a Giuliano, e quando da lui non potè sperare più nulla, lo dedicò invece a Lorenzo, aggiungendovi quell'ultimo capitolo, che risponde così poco al concetto generale di tutta l'opera.[665]»

In questo modo il patriottismo del Machiavelli, che il Ranke aveva con tanto acume veduto e posto in evidenza, è stranamente negato dal Leo, che, dopo aver riconosciuto tutta l'importanza e l'originalità del Principe, vorrebbe levarne ogni merito all'autore, dando al suo libro un gran valore storico, ma quasi accidentale e casuale, o almeno affatto impersonale. Egli non vede, non sospetta neppure, che l'ultimo capitolo è la sintesi ultima di tutto il resto, che il concetto se ne trova in germe anche nei Discorsi. Nè qui ci fermeremo ad esaminare la teoria esposta dal Leo, d'una coscienza germanica e d'una coscienza latina. La prima, secondo lui, si modifica, si altera secondo le diverse relazioni in cui si trova con gli uomini e con la società; la seconda resta inalterabile al pari d'un cristallo, facendo col mondo esteriore quasi una partita a scacchi, come se il bene ed il male che va compiendo, non la toccassero punto. Tutto quello che possiam dire, senza entrare in una disputa, che sarebbe qui fuori di luogo, si è che il Leo da alcune osservazioni fatte sul Rinascimento, passa troppo presto, per non dir troppo leggermente, a determinare non già le condizioni in cui erano allora lo spirito umano e lo spirito italiano, ma il carattere dei popoli latini in generale, arrivando così a scoprir due coscienze, una germanica ed una latina.[666] E di ciò si vale poi, non a determinare o definire le colpe del Machiavelli, non a spiegarne il carattere, ma ad inveire sempre più contro di lui. Se avesse invece circoscritto i proprî giudizî al periodo del Rinascimento, sul quale faceva allora le sue osservazioni,, ne avrebbe cavato conseguenze meno generiche e più giuste. Sarebbe stato anche più cauto se, volendo condannare il cinismo dissoluto, come egli dice, e lo scetticismo del Machiavelli, non avesse citato a sostegno delle asserzioni la Descrizione della Peste, che nessun critico autorevole crede scritta da lui. Nè sappiamo capire, perchè mai neghi a Francesco Vettori quell'ingegno e quella coltura che pur tanto chiare appariscono dalle sue lettere, dalle sue opere, dalla sua vita. Ma se, lasciando da parte le divagazioni, le troppo acerbe e poco ponderate critiche, noi uniamo la molto giusta, quantunque breve e fugace osservazione del Leo sul valore storico del Principe, a quelle fatte dal Ranke sul carattere politico del Machiavelli e de' suoi scritti, cominciamo a veder chiara quale è la via che bisogna percorrere, per arrivare a qualche risultato soddisfacente e sicuro. Crediamo quindi che si debba dar lode non piccola a questi due scrittori, specialmente al Ranke, sebbene non ci abbiano lasciato sul Machiavelli che poche pagine, nelle quali si contengono solo osservazioni staccate. Ma essi non si erano proposto di scrivere un libro, e neppure un opuscolo sul difficile tema.

Ad un lavoro più lungo si accinse il Macaulay col suo celebre Saggio, pubblicato nella Rivista d'Edimburgo (1827), un anno dopo il lavoro del Leo. Quel suo scritto ebbe in Inghilterra grandissima fortuna, pel merito letterario dell'autore, e perchè era veramente il primo tentativo d'un esame serio e compiuto del Machiavelli e delle sue opere. Il Macaulay era un uomo del secolo XIX con le idee del XVIII, scrittore elegante ed eloquentissimo, narratore impareggiabile, espositore lucidissimo, ma di un ingegno poco filosofico, e qualche volta anche superficiale. La sua critica scientifica era assai più debole del suo gusto e giudizio letterario. Volendo sempre ridur tutto a grande semplicità ed evidenza, evitava troppo spesso le maggiori difficoltà con uno sforzo d'eloquenza. Per lui il Machiavelli è un enigma, che si spiega assai facilmente coi tempi. Incomincia descrivendoci come nelle opere di lui si trovino sentenze, che esaltano la virtù col più puro entusiasmo, accanto ad altre, che il più corrotto diplomatico oserebbe appena comunicare in cifra a qualche sua spia. Procede poi, con molta eloquenza, con smaglianti colori, a ritrarci il carattere nazionale degl'italiani del Rinascimento, nei quali trova le stesse contradizioni che nel Machiavelli. In questo modo l'enigma è, secondo lui, risoluto; tutto divien chiaro. Ma, lasciando anche da parte, che egli ci pone dinanzi agli occhi un ritratto, che è solo la riproduzione vivace d'un tipo generico e convenzionale dell'Italia, quale fu per molto tempo immaginata dagli stranieri, che cosa potrebbe mai cavarsene, quando anche il ritratto fosse così fedele com'è eloquente? Noi avremmo contradizione nel carattere degl'Italiani, contradizione nel carattere e nelle idee del Machiavelli; bisognerebbe spiegare un enigma con un altro: ecco tutto. Oltre di che, per spiegar l'uomo coi tempi, si finisce di nuovo col negare al Machiavelli ogni individualità ed originalità sua propria. Quanto poi al valore intrinseco delle dottrine politiche, esso rimane affatto oscuro al critico inglese, che non riesce nè a spiegarle nè a giudicarle. Ci dà invece osservazioni e giudizî molto precisi sulle opere letterarie, di cui esamina anche lo stile con una sicurezza singolare davvero in uno straniero. Da storico valente qual egli era, discorre con molta perizia ed acume delle Legazioni; è anzi fra i primi a notare il gran tesoro di notizie e di ritratti che in esse si trovano. E con esse alla mano, difende vittoriosamente il Machiavelli dalla strana e ridicola accusa, già fatta allora e ripetuta anche poi, d'avere consigliato Cesare Borgia e preso anche parte ai suoi delitti in Romagna. Pone in rilievo il patriottismo del Machiavelli, e gli sforzi costanti e generosi che fece, per dare all'Italia una milizia nazionale, fatto, egli osserva giustamente, che per sè solo basterebbe a rendere per sempre onorato il suo nome. E così, trasportati dalla sua affascinante parola, noi arriviamo ai quattro quinti del Saggio, senza che ancora sieno stati esaminati il Principe, i Discorsi e le Storie, cioè le opere su cui riposa principalmente la fama del Segretario fiorentino.

I Discorsi ed Il Principe, dice finalmente il Macaulay, sostengono una sola e medesima teoria; i primi ci espongono il progresso di un popolo conquistatore, il secondo, quello di un uomo ambizioso. In quanto alla immoralità di alcune massime, tutto, come abbiamo visto, si presume spiegato riferendosi ai tempi. Il Machiavelli fu immorale, perchè immorale era allora l'Italia, e fu non ostante animato dal più puro patriottismo, spesso anche dal più puro entusiasmo per la virtù, perchè anche queste qualità si trovavano in molti degl'Italiani del Rinascimento. Volendo poi determinare in breve il valore intrinseco delle due opere, e darcene un'idea chiara e precisa, il Macaulay fa uno di quei ragionamenti che dimostrano subito quale è la vera natura della sua critica, scoprendone il lato più debole. Nulla a questo mondo, egli dice, è inutile quanto una massima generale. Se essa è vera, può tutto al più servire come esemplare da impararsi a mente o copiarsi in un asilo infantile. Il gran merito del Machiavelli sta nell'averci dato massime che sono, non più vere o più profonde, ma più applicabili alla realtà di quelle d'ogni altro scrittore. Se non che, lasciando anche da parte l'osservare, che una sentenza può essere nello stesso tempo pratica e di poco valore, di nessuna originalità, questo carattere non è proprio esclusivamente del Machiavelli, ma è comune a tutti gli scrittori politici, a tutti gli ambasciatori italiani del tempo; anzi appunto in questo carattere pratico, egli, come abbiam visto, è assai spesso vinto dal Guicciardini. Il suo merito principale sta invece nell'avere, con metodo sicuro, creato una nuova scienza politica, fondandola sulla storia e sulla esperienza. Ma che cosa potrebbe mai essere una scienza dello Stato, se, come pretende il Macaulay, le sentenze generali fossero prive d'ogni valore? Un ragionamento simile egli fece più tardi, anche nel suo celebre Saggio su Bacone da Verulamio, quando, volendo dimostrare che tutto il merito del grande filosofo stava nell'avere cercato sempre l'utile ed il pratico, conchiudeva affermando, che il primo inventore delle scarpe doveva essere preferito all'autore del libro sull'ira, perchè le scarpe salvarono molti dall'umidità e dai raffreddori, mentre assai probabilmente Seneca non salvò mai nessuno dall'ira. E non s'avvide che, ciò dicendo, negava ogni valore alla filosofia stessa ed a tutte quante le scienze morali. Nondimeno così lo scritto sul Machiavelli come quello sul Bacone sono fra i migliori esempi della prosa inglese. Nel secondo di essi l'eloquenza risulta, scintilla dal contrasto che ci vien descritto fra la bassezza morale e l'altezza intellettuale di Bacone, senza farci capire che cosa è la sua filosofia. Nel primo risulta invece dalle descrizione delle molte contradizioni, che il Macaulay crede di vedere nel carattere degl'Italiani ed in quello del Machiavelli, non meno che negli scritti di lui. Ma così, invece di un'enigma, ne abbiamo due, ed il problema rimane affatto inesplicabile.

Nè più fortunato riesce il critico inglese, quando cerca di penetrare nel vero concetto delle dottrine del Machiavelli, per scoprirne gli errori. Secondo lui, la sorgente prima di questi errori sta tutta nel non aver l'autore saputo distinguere il bene pubblico dal privato; dal credere che uno Stato prospero e forte renda sempre felici i suoi sudditi. E ciò gli avvenne, perchè non aveva dinanzi a sè che i piccoli Stati dell'Italia medioevale e della Grecia antica, nei quali le pubbliche calamità o fortune divenivano subito calamità e fortune private. Una disfatta impoveriva, una vittoria arricchiva tutti i cittadini. Così egli die' sempre grandissimo valore a ciò che può rendere una nazione formidabile ai vicini; nessuno invece a ciò che può renderla prospera nell'interno. Certo in tutto questo vi ha del vero, ma l'ideale del Machiavelli non era nelle piccole repubbliche della Grecia e dell'Italia, era in quella di Roma e nell'Impero. Nelle repubbliche del Medio Evo le particolari associazioni e le individuali passioni si trovavano in continua ribellione contro il potere centrale dello Stato, che riducevano perciò all'impotenza. Il Machiavelli voleva invece uno Stato grande e forte, cui era disposto a sacrificare ogni cosa, anche la felicità e la prosperità interna. Non confondeva il pubblico col privato interesse; ma questo a quello eccessivamente sottoponeva, perchè altro modo allora non vedeva per dare alle nazioni quell'unità e quella forza che, nell'anarchia de' suoi tempi, erano divenute la suprema necessità. Lungi dal credere che la prosperità pubblica portasse sempre ed inevitabilmente alla privata, non vedeva abbastanza che il benessere dell'individuo è necessario al benessere dello Stato, e lodava sempre le repubbliche della Germania, nelle quali, egli diceva, i privati eran poveri ed il pubblico era ricco; esaltava più di tutto quei tempi romani, nei quali i grandi capitani d'eserciti, dopo la guerra, se ne tornavano poveri a casa, dove vivevano coltivando colle proprie mani i loro campi.

Quando, dopo tutto ciò, il Macaulay, parlando nuovamente dello stile del Machiavelli, lo paragona a quello del Montesquieu, e ne dimostra la grande superiorità, noi ritroviamo da capo il merito eminente del critico letterario. Reca però non poca meraviglia il vedere, come uno storico tanto giustamente celebrato, si perda nell'esaminare qualità assai secondarie e di pura forma nelle Storie fiorentine, senza mai accorgersi, che il merito principale di esse, la loro vera originalità sta nello scoprire per la prima volta la logica e necessaria successione dei partiti che divisero la repubblica, le varie forme di governo che ne risultarono, e le cagioni di queste mutabili e continue vicende. Egli finisce tornando ad esaltare il patriottismo del Machiavelli, le cui opere, dice, saranno comprese dagl'Italiani solo quando per le vie delle loro città echeggierà di nuovo il grido: popolo, popolo, muoiano i tiranni! E veramente appena che l'Italia fu libera, ricominciarono con molto ardore gli studi sul Machiavelli, che fu sempre meglio inteso e giudicato. I difetti principali di questo Saggio derivano, non solo dall'essere troppo più letterario e descrittivo, che critico e scientifico, ma anche dall'avere esagerato quel metodo storico, il quale crede che si possa assai facilmente spiegare tutto un uomo, descrivendone i tempi. Ciò non ostante, esso riman sempre il primo tentativo d'un lavoro abbastanza compiuto sul carattere e sulle opere del Machiavelli; e lo stile eloquente dell'autore lo farà continuare a leggere con avidità, anche quando molti altri di merito maggiore saranno dimenticati.[667]

Nel 1833 comparve un volume di scritti storici di G. Gervinus,[668] e la prima metà di esso ne conteneva uno intitolato, Florentinische Historiographie, il quale non era altro che un nuovo lavoro sul Machiavelli, preceduto da alcune considerazioni sugli storici fiorentini anteriori. Lo stile n'è monotono, confuso, senza colorito, e le ripetizioni sono continue. Il Gervinus però cercava di riparare al difetto principale del Macaulay, occupandosi poco o punto delle opere letterarie; fermandosi invece a prendere in attento e minuto esame le opere politiche, l'Arte della Guerra, le Legazioni e le Storie; cercando di scoprire il concetto fondamentale che le informa tutte. E fu il primo a dimostrare che il pensiero politico del Machiavelli trovasi anche nelle Storie, di cui riconobbe ed esaminò così il valore letterario, come il valore scientifico. Le studiò con molta diligenza, facendo utili osservazioni sulle fonti; e ciò lo condusse ad esaminare gli storici anteriori. Ad una grande e sincera ammirazione pel Machiavelli, egli univa il vantaggio d'essere stato educato alla scuola critica dei grandi storici tedeschi. Essendo però anche di coloro che più si adoperarono a ridestare, per mezzo della letteratura, lo spirito nazionale della Germania, fu spinto di nuovo nella via pericolosa d'introdurre troppa politica e troppo patriottismo moderno nella critica storica.

Secondo lui, una parte delle idee del Machiavelli deriva da considerazioni pratiche sulle condizioni del suo tempo, e da una conoscenza dello stato reale del proprio paese; un'altra deriva da desideri ideali, da bisogni del suo spirito. Egli non si fermava punto, come molti hanno creduto, solamente alle cose materiali; cercava nell'antichità quella eccellenza che il suo intelletto ed il suo cuore desideravano, che mancava alla sua patria, ed alla quale il suo secolo non sapeva innalzarsi. Offrì il risultato di questo lungo e difficile lavoro all'Italia, di cui con grande ardore desiderò il rinascimento, per mezzo dei costumi romani. Nella sua mente c'era però, secondo il Gervinus, un grave difetto, e questo derivava dal non avere egli conosciuto la letteratura greca, ma formato il suo spirito, educato l'intelletto solamente colla storia e colla letteratura romana. Il non avere conosciuto l'epopea, la tragedia, la lirica greca; l'avere poco stimato e poco conosciuto il vero spirito del Cristianesimo e della Riforma, gli tolsero l'amore per ogni alta e vera idealità poetica, per tutte le arti e le scienze che uscivano fuori dei confini della politica. Da ciò nacque in lui anche la tendenza ad esaminare il lato esteriore delle cose e degli avvenimenti, più che l'interiore, e quindi a cercar le cause delle grandi rivoluzioni politiche, non già in una forza o bisogno interiore dei popoli, ma sempre in qualche causa esteriore e negativa. L'aristocrazia nasce, secondo il Machiavelli, per reazione contro l'oppressione esercitata dal tiranno; la democrazia, per reazione contro la potenza soverchiante e dispotica dell'aristocrazia. Così nulla vien mai da un intimo bisogno, da un irresistibile impulso verso la libertà. E qui il Gervinus s'accinge a ritrovare questo medesimo difetto nelle Storie, in tutte le opere del Machiavelli, anzi nella storia e nel carattere dei popoli latini in genere.

È però molto singolare, che non si sia avvisto, come questa teoria intorno alla successione dei governi, dalla quale tutta la sua critica prende le mosse, e che egli fa derivare originariamente da poca conoscenza degli scrittori greci, non era una creazione del Machiavelli, il quale anzi l'aveva presa di pianta per l'appunto da uno di essi. Noi abbiamo infatti già osservato, che è quasi tradotta da Polibio, che la sua prima origine si trova in Aristotile. Di ciò il Gervinus avrebbe dovuto accorgersi, anche perchè il fatto era già stato notato da altri.[669] E avrebbe potuto anche osservare, che quell'alto idealismo, quella intimità, come la chiamano i Tedeschi, della quale tanto egli deplora la mancanza nel Machiavelli e negl'Italiani, si trovava pure in Dante, che non conosceva il greco; cominciò a mancare nel Petrarca, che fu dei primi a studiarlo; mancò sempre più nel Boccaccio e negli eruditi, quando appunto lo studio del greco andò progredendo. Il fatto non è certo conseguenza di questo studio, ma della storica evoluzione dello spirito italiano, e tutto proprio del nostro Rinascimento, che perciò appunto, anche nella letteratura e nell'antichità greca, cercava la bellezza della forma esteriore, una guida che l'aiutasse ad uscire dalla Scolastica, ad avvicinarsi alla natura, al mondo reale. Buona o cattiva che si giudichi siffatta tendenza, essa fu propria del secolo e dell'Italia d'allora, e contribuì non poco alla creazione della scienza politica, che delle umane azioni studia appunto il lato esteriore e le conseguenze pratiche.

Il Gervinus ammira grandemente il patriottismo e l'ingegno del Machiavelli, tanto da concludere il suo scritto dicendo, che in lui trovasi tutto ciò che pensarono e sentirono gl'Italiani in un tempo, che si può ritenere fra i più gloriosi nella storia del mondo, e durante il quale essi furono la prima delle nazioni civili. Se avesse, egli conchiude, conosciuto più da vicino il pensiero greco e la Riforma, iniziata allora da Martino Lutero, difficilmente l'Europa moderna potrebbe vantare un altro uomo degno di stargli accanto. Questa sincera ammirazione però qualche volta lo tradisce. Infatti quando egli trova sentenze che offendono la sua coscienza, invece di pesarle e spiegarle, cerca troppo spesso di attenuarle. Ma a che giova affannarsi a provare che il Machiavelli poneva Teseo, Perseo e Mosè al disopra del Valentino? A che giova insistere a provare, che egli non accettava senza restrizioni la teoria che il fine giustifica i mezzi, quando, attenuando finchè si vuole, resta pur sempre molto che ha bisogno d'essere giustificato; riman sempre necessario trovare una spiegazione fondamentale del sistema, o rassegnarsi a non comprenderlo affatto? A tutto ciò il Gervinus crede troppo facilmente di rimediare, esaltando il patriottismo del suo autore. Ma questa è una deviazione, non è una soluzione del problema.