Il Machiavelli, continua il critico tedesco, esaminò solo il principato e la repubblica, perchè queste, secondo lui, sono le due sole forme veramente utili di governo. Era inoltre convinto, che un popolo guasto solo colla forza può essere corretto. Siccome poi le cose d'Italia andavano a rovina, ed il governo popolare v'era quasi per tutto divenuto impossibile, unico mezzo di salute alla patria si presentava allora il principato, che egli quindi raccomandò, sebbene facesse un'eccezione per Firenze, a cui voleva conservare la forma repubblicana, come apparisce dal suo discorso a Leone X. Il Gervinus si trova d'accordo col Machiavelli circa la successione dei governi, perchè al pari di lui riconosce nella storia una legge generale, secondo cui il governo dalle mani d'un solo passa in quelle di pochi, per arrivare ai molti, dai quali fa ritorno di nuovo ad un solo.[670] Ma in Italia, dove la democrazia era profondamente corrotta, e l'aristocrazia formava il più grande ostacolo ad ogni miglioramento, altro non rimaneva possibile che il principato,[671] perchè, «una moltitudine può essere rigenerata solo colla forza, di che la storia moderna offre moltissimi esempî. Ed il Principe ci presenta l'immagine d'un legislatore armato, il quale non è veramente cattivo, ma non può neppure essere scrupoloso: gli basta evitare ciò che è scellerato, senza con questo potersi rigorosamente attenere alla morale ordinaria di tutti i giorni.[672] La necessità non conosce legge, e i grandi uomini si sono sempre creduti come piccole divinità. In tutto ciò il Machiavelli ha con grande acume esaminato, compreso le leggi della storia e della società, animato sempre dal più puro patriottismo.»
C'è però, secondo il Gervinus, una ragione evidente, per la quale gli scritti del Machiavelli non furono mai bene intesi, e questa è, che gli eventi seguìti dopo di lui dimostravano solamente in parte la verità delle sue dottrine. «I secoli posteriori combatterono con energia l'assolutismo risorto nel Rinascimento; ma non videro come e perchè esso era stato necessario, il che fu invece chiaramente compreso dal Machiavelli. E però le nuove generazioni capiranno tutta l'altezza del suo genio, solo quando, finita la guerra che noi oggi combattiamo ancora, potranno, in mezzo alla vittoria, accorgersi che esse non avrebbero mai ottenuto i benefizi delle moderne libertà, se la lotta non fosse stata provocata dalla esistenza del dispotismo. È certo che, quando si alza la voce per difendere i diritti del popolo, che combatte i tiranni, non si può comprendere, nè molto meno approvare un uomo i cui scritti dettero regole seguite da Carlo V, da Enrico III e da Sisto V. In tempi migliori però si potrà ben esser favorevoli al gran pensatore, che osò profeticamente dire il vero, e riuscì davvero, ne abbia o non ne abbia egli stesso avuto l'intenzione, ad ammaestrare i principi come opprimere i popoli, e ad ammaestrare i popoli come spezzare il giogo ad essi imposto, o, per seguir le parole di Bernardo di Giunta, insegnò ad un tempo l'uso delle medicine e quello dei veleni. Io posso,» conchiude il Gervinus, «mirare ad un più alto ideale, a cui il Machiavelli non arrivò mai; quando però lo vedo così poco apprezzato in tutto quello appunto cui dedicò la vita ed il grande ingegno; quando vedo disconosciute le storiche e politiche verità dai lui trovate, messa in dubbio la integrità del suo carattere politico e morale, allora debbo deplorare con lui quei tempi nei quali non v'è forza per le magnanime imprese, nè perseveranza per gli studi profondi, nè intelligenza pei grandi esempi della storia.»[673]
In tutto questo v'è di certo un sincero entusiasmo, ma v'è anche un po' di retorica politica, e di politica del secolo XIX. Il patriotta si fa innanzi anche quando dovrebbe parlar solo il critico. Non fu quindi senza ragione nella stessa Germania osservato, che egli era appunto uno di coloro, che da un lato mettevano il Machiavelli troppo, e da un altro troppo poco nel suo tempo. Troppo poco, quando dimenticava che il pensatore politico, anche nel formulare in astratto leggi generali, è costretto a concepirle dentro i limiti della cultura nazionale del proprio tempo. Non poteva quindi il Machiavelli, in una età disordinata come la sua, conoscere ed invocare un principato legale, temperato, proprio de' nostri giorni. L'attribuirgli perciò quelle aspirazioni che ebbero la Germania e l'Italia negli anni che precedettero la loro nazionale ricostituzione, finisce col dargli una fisonomia moderna, che certamente non ebbe. Il Machiavelli è poi messo troppo nel proprio tempo, quando anche le sue teorie più generali si vogliono presentare come conseguenza de' suoi personali sentimenti e del suo patriottismo: esse debbono avere anche un valore scientifico indipendente dall'uomo e dal suo secolo. Anzi è questo valore appunto, che il critico deve cercar di conoscere e di giudicare con esattezza.
In condizioni politiche non molto diverse da quelle in cui era allora la Germania, vennero fuori in Italia, l'anno 1840, Le Considerazioni sul libro del Principe, del prof. Andrea Zambelli.[674] Esse sono di certo il miglior lavoro che sul Principe fosse stato finallora pubblicato in Italia. Lo Zambelli aveva non comune ingegno e dottrina, conosceva la storia moderna e le letterature straniere, aveva studiato con intelligenza e con diligenza le opere del Machiavelli, di cui era grande ammiratore. Nelle sue Considerazioni egli disputava a lungo contro il Macaulay, per dimostrargli, che non solo l'Italia e la sua politica eran corrotte; ma che la corruzione era grandissima in tutta l'Europa dei secoli XV e XVI. E molte volte, a giudizio anche degli stranieri, riesce ad aver ragione. Sfortunatamente però cade egli stesso in esagerazioni opposte, quando vuole, per esempio, attenuare le colpe, le iniquità del Valentino, di Alessandro VI e di Lucrezia Borgia. Ciò non ostante, la descrizione che ci fa dei tempi e dell'insieme abbastanza fedele, e pone in chiaro le enormi difficoltà contro cui dovevano allora lottare i principi ed i tiranni italiani, i quali, in uno stato di guerra continua contro tutto e contro tutti, erano costretti a seguire quella morale che sola era possibile in una quasi anarchia.
L'accentramento necessario per uscire dal Medio Evo, la fondazione dei nuovi Stati e delle nazioni, si potevano, osserva lo Zambelli, ottenere solo per mezzo di quei tiranni. I consigli che dà ad essi il Machiavelli, e le massime che espone nelle sue opere, sono le migliori che si potevano dare allora, le sole pratiche, quelle che infatti, quando furono seguite, condussero allo scopo. Ma egli cerca, esponendole, di attenuarle più che può, raccogliendo con gran cura tutte quelle che esaltano la virtù, la indipendenza e la libertà della patria. La mira costante del suo lavoro è sempre nel cercar di provare, che il Machiavelli voleva l'Italia unita, libera e indipendente; che indagò e propose quei mezzi che soli potevano riuscire nell'intento. Ma com'è che noi ora lo troviamo fautore di repubblica, ora di monarchia? Egli cercava il possibile. Conobbe il Valentino e questi fu il suo ideale. Morto il Valentino, tornò alla repubblica, che amava anche per intima convinzione; spenta la repubblica, si volse ai Medici, e scrisse il Principe, sperando l'unità d'Italia dalla monarchia. E quanto ai mezzi che il Machiavelli suggerisce a porre in atto questo suo disegno, lo Zambelli, come abbiam detto, ne attenua più che egli può la violenza e la crudeltà, andando sempre in traccia d'esempi che valgano in qualche modo a giustificarlo, ricorrendo perfino alle Sacre Carte, nelle quali, egli osserva, si trovano sentenze, che, se fossero nei Discorsi o nel Principe, sarebbero più delle altre biasimate.
Due in sostanza sono i punti su cui riposa la difesa, che questo autore fa del Machiavelli. — La politica consigliata nel Principe, sebbene impossibile oggi, perchè solleverebbe contro di sè la coscienza pubblica, era la sola possibile in quel tempo, la migliore che poteva seguirsi; il Machiavelli l'accettò e la consigliò per liberare la patria. — È però innegabile, che questi espose ancora alcuni principii generali di governo, per reggere gli Stati in tutti i tempi ed in tutti luoghi, repubbliche o monarchie che fossero. Di ciò lo Zambelli, che esaminava solo il Principe, non pare si avvedesse; e quindi cercò di spiegare tutto coi tempi e col patriottismo dell'autore, dimostrandosi così anch'egli più dotto e patriottico apologista, che critico indipendente e giudice imparziale.
In conclusione dunque, esaminando i lavori del Macaulay, del Gervinus e dello Zambelli, dobbiamo riconoscere che un grandissimo cammino si è fatto, seguendo i precetti di quella critica storica, di cui il Ranke era stato in Germania uno dei principali iniziatori. Ma da un altro lato si è cercato di esagerare stranamente la pretesa di tutto spiegare coi tempi, e si è ceduto troppo all'altra pretesa non meno strana di tutto giustificare col patriottismo. Nel principio del suo lavoro bibliografico, il Mohl osservò giustamente, che in uno scritto sul Machiavelli occorre determinar bene, non solo che cosa si deve pensare dell'uomo, ma ancora che giudizio bisogna dare sulle dottrine, e farci inoltre capire come mai un così grande scrittore potè esporre e sostenere sentenze tanto contrarie al bene, alla virtù. Si può la questione morale spiegare colla corruzione dei tempi;[675] ma se i tempi ci fanno capire come il Machiavelli potè arrivare a dottrine immorali, ciò non prova punto che egli dovesse inevitabilmente arrivarvi, perchè un grande uomo s'innalza al di sopra del suo secolo, e lo trascina dietro di sè. Quindi è chiaro che, secondo il Mohl, la spiegazione storica risulta, per questo lato almeno, insufficiente: il suo giudizio finisce infatti non con una esposizione e giustificazione, ma con una condanna.
«Bisogna ricordarsi, egli dice, che il Machiavelli si propose nel Principe un problema speciale ai suoi tempi, e che anche nei Discorsi tenne sempre presente lo Stato libero italiano, mirò costantemente ad esso. Non si deve quindi giudicarlo, come se avesse voluto scrivere e parlare in astratto per tutti i tempi. Ma anche dopo di ciò, riman sempre la domanda: Che valore intrinseco hanno le sue dottrine? Vi sono alcune sentenze del Machiavelli, che dimostrano certo una profonda conoscenza degli uomini e del mondo. Il suo metodo è eccellente, nè da Aristotele in poi si vide mai nulla di simile. Tutto ciò, se non è ancora la scienza, costituisce le condizioni o, se si vuole, le basi necessarie a crearla. Il Machiavelli ignora però la profonda differenza che passa fra lo Stato antico e il moderno, e così la sua dottrina riesce ad un vero anacronismo.[676] Egli disprezza troppo gli uomini, e crede che solo la forza possa correggerli. Questo è un secondo ed assai grave errore, da cui deriva una politica violenta, che non tien conto della parte più nobile dell'umana natura. Quando anche i suoi consigli si risguardano come dati solo in condizioni e per tempi speciali, riman sempre vero che l'astuzia e la mala fede, a lungo andare, non riescono mai. Per quanto sien tristi gli uomini, essi si spaventano di tali massime, ne diffidano, e finalmente le riducono all'impotenza. Ed è un altro errore il credere che un popolo corrotto possa colla violenza essere reso capace di libertà. Più facile sarebbe stato allora vedere gl'Italiani corrompersi sempre più, seguendo i consigli del Machiavelli, ed allontanarsi quindi sempre più dal fine proposto.» Così, in conclusione, il valore intrinseco delle dottrine si riduce a ben povera cosa. Sono frammenti d'un sistema che mal si regge insieme; anzi il Machiavelli stesso non è, secondo il Mohl, che un frammento, quasi il torso di un grande uomo, e rimane perciò come un esempio ed un avvertimento a tutti, contro la falsa via che egli aveva presa.[677]
In queste brevi osservazioni, come si vede, il Mohl ritorna, sebbene con molta moderazione e moltissima dottrina, in parte alla spiegazione puramente storica, in parte alla critica ed alla condanna morale del Machiavelli. E così, più o meno, s'è continuato sempre. Dopo tanti studi, adunque, dopo tante ricerche, che negli ultimi anni si moltiplicarono sempre di più,[678] si finiva col mettere in dubbio il valore intrinseco del pensiero, delle opere e del carattere del Machiavelli. Se alcuni si ostinarono a spiegar tutto coi tempi e tutto giustificare col patriottismo, altri persistettero a pronunziare, in nome della morale, una condanna temperata da molte considerazioni storiche e filosofiche, ma sempre severissima.
Il signor E. Feuerlein pubblicava, l'anno 1868, nella Rivista storica del prof. Sybel,[679] uno scritto che ha, su quella che esso chiamava la questione Machiavelli e sul modo di trattarla, alcune considerazioni assai opportune. La questione Machiavelli, egli dice, è ora mutata. Prima si trattava di sapere quali erano i sentimenti morali dell'autore; oggi si tratta innanzi tutto di sapere qual era il suo intendimento politico. Questo ha fatto sì che molte idee moderne, o almeno in una forma moderna, gli vennero attribuite. Ma il Machiavelli sarà assai meglio inteso, se una volta si distinguerà bene ciò che aveva pensato come dotto sulle leggi della politica in generale, da ciò che aveva pensato come cittadino e patriotta sul destino del proprio paese. Si vedrà allora, che, nel primo caso, egli non ci dà la logica e rigorosa esposizione dell'assolutismo storico, come noi oggi lo vediamo, e nel secondo, non poteva pensare alla soluzione moderna del problema nazionale al modo germanico. Importa moltissimo distinguere ciò che in lui fu un prodotto del suo pensiero, e porta bensì l'impronta inevitabile del suo tempo, ma solo come un accessorio, dai desideri e dai sentimenti del patriotta, che sono un vero e proprio risultato sostanziale del tempo in cui e per cui egli visse.[680]