Dopo queste considerazioni, l'autore viene ad esaminare qual era lo scopo patriottico del Machiavelli. Ma qui non ci sembra che riesca felicemente, perchè egli vuol farne addirittura un federalista. Ed il Principe sarebbe il capo della supposta confederazione,[681] forma di governo per la quale noi abbiam visto invece, che il Machiavelli non ebbe mai simpatia di sorta; dichiarò anzi esplicitamente che la trovava accettabile solo in alcuni casi eccezionali, quando non era possibile sperare di meglio. Poteva consigliarla in uno Stato piccolo come la Toscana, ma non la propose mai all'Italia, che solo colla monarchia poteva, secondo lui, divenire unita e forte.

Il signor Feuerlein continua accennando, con quella brevità che i limiti del suo scritto richiedevano, qual è il valore delle dottrine, quale il loro merito di fronte alla scienza, che cosa esse dicono di nuovo. Il Machiavelli vide che lo Stato ha un suo proprio scopo, e che vi è unità nei vari scopi sociali. Lo Stato per lui non è mezzo, ma fine a sè stesso; è un organismo, che non ammette ostacoli al proprio svolgimento, cui tutto deve cedere. Per noi esso è invece una delle molte forme della vita che facciamo in comune; ma ve ne sono altre ancora, le quali hanno uguale diritto di esistere, e le molteplici loro relazioni vengono anch'esse regolate da leggi. Egli si accorse, che il Medio Evo era in un caos d'istituzioni diverse, sempre in disordine, sempre in conflitto fra di loro, e fu il primo che osò dire; nella società, cui tutti apparteniamo, v'è un fine comune, e non possono esservene molti. Visse in un secolo nel quale le antiche divisioni medioevali di Chiesa ed Impero, di repubbliche, feudalismo, consorterie, associazioni d'arti e mestieri, compagnie di ventura erano scomparse o in via di scomparire, e respinse, condannò ad un tratto ed irremissibilmente tutto quello che impediva l'unità dello Stato. La formola infatti con la quale si passa dal caos medioevale all'ordine giuridico moderno, è appunto la riduzione dei vari scopi dello Stato ad uno solo, determinato e concreto, quello stesso che il Machiavelli vide ed annunziò la prima volta al mondo. È però una formola, un'astrazione, che ci conduce ad un meccanismo, non allo svolgimento ampio, naturale, organico e libero della varia cultura e della coscienza sociale. Ed egli fu indotto ad entrare in questa via, perchè aveva sempre in mente l'unità antica dello Stato romano, e voleva riprodurla. A lui tuttavia seguì come alla Riforma, che, volendo riprodurre il passato, iniziò invece l'avvenire. Il Principe parla della monarchia, i Discorsi della repubblica, di comune v'è però sempre l'autonomia dello Stato e lo scopo esclusivo di esso, che è il punto essenziale. Il Machiavelli studiò queste due forme di governo, come due fatti esistenti nel passato e nel presente; ma non conobbe i mezzi che uniscono, con la libertà, la monarchia al popolo, nè quelli che, separando il potere esecutivo dal legislativo, danno stabilità alla repubblica; e però il suo principato ha un'aspra e dispotica durezza, la sua repubblica abbandona troppo le redini al popolo.[682]

In tutta questa esposizione v'è un linguaggio filosofico ed astratto, che non ritrae punto il carattere degli scritti del Machiavelli, il quale vide e presentò ogni sua idea sotto una forma personale, pratica, concreta. E ciò, sebbene egli sia, nello stesso tempo, come giustamente osserva il signor Feuerlein, il più obiettivo degli scrittori tale infatti che ne' suoi libri sembrano parlare gli avvenimenti stessi, donde viene la forza maravigliosa del suo stile. Questo doppio carattere, obiettivo e personale, che si trova nelle opere del Machiavelli, e ne determina la fisonomia, lo spinge di continuo ad esporre le sue teorie in forma di precetti, di consigli per regolare la condotta dell'uomo di Stato, e fa quindi ad ogni piè sospinto ricomparire, con la questione politica, anche la questione morale. Principalissima riman sempre la prima, ma la seconda non si può sopprimere del tutto, come pare che vorrebbe fare il signor Feuerlein.

Fra coloro, che recentemente hanno scritto del Machiavelli, va prima di tutti annoverato il De Sanctis. Già nel suo Saggio intitolato l'Uomo del Guicciardini, egli aveva esposto notevolissime considerazioni sul Cinquecento. In fine del capitolo XII della sua Storia della letteratura italiana,[683] ed in tutto il capitolo XV, discorre a lungo del Machiavelli, ed anche qui balenano a più riprese lampi di vera luce. De' suoi predecessori il De Sanctis non si occupa punto, forse neppure li lesse, per serbare più genuina la propria impressione. Della Biografia non dice verbo, nè ci dà una critica particolareggiata e distinta delle varie Opere. «Il Machiavelli, egli dice, è stato giudicato dal Principe, e questo libro è stato giudicato, non già nel suo valore logico e scientifico, ma nel suo valore morale. Hanno detto che è un codice della tirannia, fondato sulla turpe massima, che il fine giustifica i mezzi. Molte difese sonosi fatte, ed assai ingegnose, attribuendosi all'autore questa o quella intenzione, più o meno lodevole.» «Così n'è uscita una discussione limitata, e un Machiavelli rimpiccinito. Questa critica non è che una pedanteria. Ed è anche una meschinità porre la grandezza di quell'uomo nella sua utopia italica, oggi cosa reale. Noi vogliamo costruire tutta intera l'immagine, e cercare ivi i fondamenti della sua grandezza» (pagine 106-107).

Così noi abbiamo, in brevi parole, la condanna di quella critica, che d'una questione scientifica volle fare una questione di morale o di patriottismo. E si comprende anche la ragione per la quale le Opere non sono esaminate, ciascuna partitamente per sè, ma solo in quanto servono allo scopo, che il critico si è prefisso. Sul Machiavelli scrittore, sulla sua forma letteraria, sul suo stile, come si può facilmente immaginare, troviamo subito la solita originalità del valoroso critico. «Dove non pensò alla forma, riuscì maestro della forma. E senza cercarla, creò la prosa italiana (p. 104). — Nel secolo in cui la forma era la sola divinità riconosciuta, egli uccideva la forma come tale.» «Appunto perchè ha piena la coscienza di un nuovo contenuto, per lui il contenuto è tutto, e la forma è nulla. O per parlare più corretto, la forma è essa medesima la cosa nella sua verità effettuale, cioè nella sua esistenza intellettuale e materiale» (p. 122). E queste ultime osservazioni acquistano un vigore ed una eloquenza singolari davvero, quando egli viene a parlar della Mandragola.

Naturalmente però lo scopo principale non è qui lo scrittore, ma il pensatore. E il De Sanctis s'accinge subito a descriverlo, a riprodurlo, a ricostruirne, come dice, la immagine ideale. Se non che, egli crede di poterlo fare, fermandosi poco o punto nell'esaminare e giudicare il valore intrinseco delle dottrine. «Non è il caso di disputare della verità o falsità delle dottrine. Non fo una storia, e meno un trattato di filosofia. Scrivo la storia della letteratura. Ed è mio obbligo notare ciò che si muove nel pensiero italiano, perchè quello solo è vivo nella letteratura, che è vivo nella coscienza» (p. 43). E quindi, sebbene egli non resti sempre fermo a questo programma, che sarebbe davvero troppo ristretto, pure ne segue necessariamente, che assai spesso i pensieri, le contradizioni, che erano nello spirito del Machiavelli e nei suoi tempi, vengono riprodotti con una grande vivacità, ma senza occuparsi di distinguerli, di conciliarli o di giudicarli. «Passato il momento dell'azione, ridotto in solitudine, pensoso sopra i volumi di Livio e di Tacito, il Machiavelli ha la forza di staccarsi dalla sua società, e interrogarla: cosa sei? dove vai? (p. 107). — Vide la malattia dove altri vedeva la più prospera salute (p. 108). — Riabilitare la vita terrena e darle uno scopo, rifare la coscienza, ricercare le forze interiori, restituire l'uomo nella sua serietà e nella sua attività, questo è lo spirito che aleggia in tutte le opere del Machiavelli» (p. 111). — Qui veramente noi abbiamo lo spirito, non del solo Machiavelli ma de' suoi tempi. Dal Boiardo in poi, il presentimento che l'Italia andava a rovina, era divenuto assai generale. Basta leggere le lettere del Vettori, per persuadersene. La riabilitazione della vita terrena era stata già opera degli eruditi. E quanto al rifare la coscienza, ricreare le forze interiori, il Machiavelli ci pensò assai poco: questo si può dire piuttosto il lato debole delle sue dottrine. Per lui l'uomo era di sua natura cattivo, e non sperandone egli, come Lutero, la redenzione dalla fede infusa dalla grazia divina, la cercava in qualche cosa di esteriore, nelle buone leggi, nei buoni ordini, che con la forza e la minaccia della pena, lo avrebbero migliorato. Nè s'avvedeva che, a fare le buone leggi, ad eseguirle davvero, era necessario appunto un uomo migliore. «Risecata dal suo mondo ogni causa soprannaturale e provvidenziale, ei mette a base l'immutabilità e l'immortabilità dello spirito umano, fattore della storia. Questa è già tutta una rivoluzione» (p. 120). Ma della immutabilità e immortabilità dello spirito umano, il Machiavelli non parlò, nè vi pensò mai. Si occupò invece dell'uomo individuo, dei partiti, dei principi, dei nobili e del popolo, non dello spirito umano, che suppone qualche cosa di affatto impersonale, cui egli non giunse mai, nè vi giunse altri al suo tempo. Bisognava per ciò arrivare a G. B. Vico.

Una redenzione italica, dice assai giustamente il De Sanctis, non era allora possibile. E nello stesso Machiavelli non fu che un'idea; nè sappiamo che, per attuarla, abbia fatto altro di serio che scrivere un magnifico capitolo, il quale testimonia più le aspirazioni di un nobile cuore, che la calma persuasione di un uomo politico. «Furono illusioni. Vedeva l'Italia un po' attraverso dei suoi desideri. Il suo onore come cittadino è di avere avuto queste illusioni. E la sua gloria come pensatore è di avere stabilito la sua utopia sopra elementi veri e durevoli della nazione italiana, destinati a svilupparsi in un avvenire più o meno lontano, del quale egli tracciava la via. Le illusioni del presente erano la verità del futuro» (p. 136-137). Non sarebbe possibile dir meglio.

«Il Dio di Dante è l'amore, forza unitiva dell'intelletto e dell'atto: il risultato era sapienza. Il Dio di Machiavelli è l'intelletto, l'intelligenza è la regola della forza mondana: il risultato è scienza. Bisogna amare, dice Dante. Bisogna intendere, dice Machiavelli. L'anima del mondo dantesco è il cuore; l'anima del mondo machiavellico è il cervello. Quel mondo è essenzialmente mistico ed etico, questo è essenzialmente umano e logico (p. 126). — L'uomo vi è come natura, sottoposto, nella sua azione, a leggi immutabili; non secondo criteri morali, ma secondo criteri logici. Ciò che gli si deve domandare, non è se quello che egli fa sia buono o bello, ma se sia ragionevole o logico, se ci sia coerenza tra i mezzi e lo scopo.... L'Italia non ti poteva dare più un mondo etico, ti dava un mondo logico (p. 129). — Proporsi uno scopo, quando non puoi o non vuoi conseguirlo, è da femmina. Essere uomo significa marciare allo scopo.... Quest'uomo può essere un tiranno o un cittadino, un uomo buono o un tristo. Ciò è fuori dell'argomento, è un altro aspetto dell'uomo. Ciò a che guarda Machiavelli è di vedere se è un uomo; ciò a che mira, è di rifare la pianta uomo in declinazione» (p. 149). Ma si può dir che sia veramente un uomo quegli in cui è scomparsa ogni distinzione fra il bene ed il male? Si può dir che sia mondo umano quello in cui manca ogni elemento etico? Non è questo un darla vinta agli avversarî, ai detrattori del Machiavelli, i quali mirano appunto a presentar come massime generali di condotta e di morale, quelle che sono invece di politica, per poterle così più facilmente condannare? «Il suo torto, comunissimo a tutti i grandi pensatori,» dice più volte il De Sanctis, «non è nel sistema, è nell'averlo esagerato, esprimendo tutto in modo assoluto, anche ciò che è essenzialmente relativo e mutabile.» «Il machiavellismo, in ciò che ha di assoluto e di sostanziale, è l'uomo considerato come un essere autonomo e bastante a se stesso, che ha nella sua natura i suoi fini e i suoi mezzi, le leggi del suo sviluppo, della sua grandezza, della sua decadenza, come uomo e come società» (p. 152). Ma se una volta si ammette che le dottrine del Machiavelli si riferiscono non solamente allo Stato ed all'uomo politico in ispecie, ma alla società, all'uomo ed alle sue azioni in genere, allora il considerare le sue massime come generali ed assolute, non è più la esagerazione, è invece la conseguenza logica del sistema, che rimane senza possibile difesa.

Una cosa bisogna tenere ben ferma. Il Machiavelli s'è occupato dell'arte dello Stato e dell'uomo politico, avendo continuamente di mira l'Italia de' suoi tempi. Il problema dell'uomo in genere e del suo destino, non se lo è mai posto; lo ha anzi lasciato assolutamente da parte. In ciò sta tutta la sua difesa e la sua accusa. La difesa, perchè la condotta delle azioni politiche deve essere guidata dalla ragione, dalla logica, non dal sentimento; deve mirare sopra tutto a raggiungere il fine propostosi. L'accusa, perchè, se nell'azione politica l'uomo non scomparisce del tutto, non potrà neppure scomparir mai del tutto il carattere, il valore morale di essa. E qui abbiamo non l'esagerazione, ma il lato intrinsecamente debole, erroneo del sistema. Su di ciò il De Sanctis non si è fermato abbastanza, e però la sua critica più di una volta oscilla incerta fra tendenze opposte. Un tale difetto però è assai diminuito dalle descrizioni vivaci, eloquenti, vere che egli fa dello spirito del Machiavelli, del suo pensiero. «La sua patria mi rassomiglia troppo all'antica divinità, e assorbe in sè religione, morale, individualità. Il suo Stato non è contento di essere autonomo esso, ma toglie l'autonomia a tutto il rimanente. Ci sono i diritti dello Stato, mancano i diritti dell'uomo» (p. 150). Qui in poche parole noi abbiamo un concetto fedele del sistema, che ne contiene in germe anche la critica, perchè ne pone in luce il difetto fondamentale. Ma queste esposizioni e descrizioni veridiche, eloquenti, quasi divinatrici, che assai spesso ci fa il De Sanctis, sollevano una quantità di domande, di problemi che la sua critica lascia insoluti. E quindi il lettore, nello stesso tempo ammirato ed attonito, rimane dubbioso ed incerto.[684]

Anche il signor H. Baumgarten, di cui la scienza deplora la perdita recente, ha nella sua nuova e bella Storia di Carlo V, ripreso in esame il Principe.[685] In verità egli si occupa più di combattere le opinioni altrui, che di esporre e sostenere la propria, la quale è un ritorno alla questione morale ed alla critica puramente storica. Abbiamo da capo il Machiavelli cinico, corrotto, senza fede, senza patriottismo, in mezzo ad un popolo più corrotto ancora. Si pensa più a condannare l'uomo che a giudicare il valore scientifico dello scrittore, che pur è riconosciuto come il primo pensatore politico del secolo.