E dirgli: amor, mostro crudel, può tanto.[20]
In mezzo all'eterno cicalare dei Petrarchisti, alle interminabili freddure degli eruditi, l'affetto disperato di questa donna, che, senza nominarlo, sembra, come dice il Carducci, accennare col dito il potente assassino del marito, si fa sentire come una voce della natura, una ispirazione vera della poesia che ritorna italiana. Si disse che Lucrezia Borgia era stata gelosa della Barbara; ma tutto fa credere che fosse invece gelosia del Duca, il quale vendicava nell'infelice e giovane poeta le ripulse avute dall'amante, poi moglie di lui.[21]
E se tale era la società in cui visse l'Ariosto, che fu segretario del fiero e dissoluto cardinal d'Este, neppure in casa sua egli aveva avuto buoni esempi. Non poteva certo ignorare che suo padre Niccolò era stato mandato a Mantova dal duca Ercole I, per avvelenare Niccolò d'Este, che con le armi gli aveva contrastata la signoria di Ferrara. L'assassinio era sul punto di riuscire, il veleno già pronto, quando fu invece scoperta la congiura. Il padre dell'Ariosto allora si salvò fuggendo; i suoi complici furono invece impiccati. Avidissimo di danaro, aveva ancora guadagnato rubando sul vitto dei poveri soldati a Reggio d'Emilia, dov'era capitano della cittadella, e dove suo figlio nacque nel 1474. Chiamato a Ferrara nel 1480, il popolo era quasi per insorgergli contro, ed uscirono poesie che ferocemente lo mordevano, dandogli di ladro, manigoldo, traditore. In una di esse la sua donna si duole di non potere uscir di casa, per non sentirsi chiamare la moglie del ladro, al che egli cinicamente risponde:
Io rubo e ruberò, che in fra le genti
Chi è senza roba matto dir si suole.[22]
A Lugo perdette nel 1496 l'ufficio di commissario, avendo ingiustamente torturato un gentiluomo. Per fortuna, suo figlio era così astratto, così assorto ne' suoi pensieri, che non s'avvedeva di quel che seguiva intorno a lui. Quando il padre lo rimproverava aspramente, perchè non studiava le leggi, egli lo ascoltava tranquillissimo, ma solo per rappresentarlo poi nella Cassaria, commedia che appunto allora scriveva. Il poeta Strozzi ce lo descrive alla caccia, che sguinzaglia i cani, pensando alle sue elegie.[23] Un giorno, senza accorgersene, andò da Ferrara a Carpi in pianelle. Tutto immerso nell'arte sua, non lo toccavano neppure i più grandi avvenimenti del tempo. Quando Carlo VIII s'apparecchiava nel 1496 a tornare in Italia, egli scriveva un'ode latina, nella quale imitava Orazio: Me nulla tangat cura. «Che m'importa di Carlo e de suoi eserciti? Io me ne starò all'ombra, ascoltando il dolce mormorio delle acque, guardando i contadini che mietono. E tu, o Filiroe, stenderai la bianca mano tra i fiori smaglianti, e mi tesserai corone, soavemente cantando.»[24] La morte del poeta Michele Marullo gli pareva sventura maggiore che l'invasione straniera. Che importa l'essere sotto un re francese o latino, quando l'oppressione è la stessa?
Barbarico ne esse est peius sub nomine quam sub
Moribus?[25]
Dal 1495 al 1503 studiò con indicibile ardore i classici, e scrisse versi latini pieni di movimento, di calore, affinando il suo gusto, ripulendo e fortificando il suo stile, che in italiano gli riusciva ancora incerto e scolorito. Poco o punto conobbe il greco. Venuto a' servigi del cardinal d'Este, ne lodò in versi la bontà e la castità! Narrò il fatto atroce dell'accecamento di don Giulio, che chiama invido, ingordo, adultero, scolpando il suo padrone assassino, di cui non vuol riconoscere la parentela con la vittima.[26] Ben la riconobbe più tardi quando si trattava d'esaltare la magnanimità di Alfonso, che non aveva ucciso, ma solo imprigionato i suoi fratelli, rei di cospirazione contro il proprio sangue.[27] Anche di Lucrezia Borgia lodò la castità e l'opere sante! Ma tutto ciò era il linguaggio convenzionale della Corte, qualche volta anche una semplice imitazione d'Orazio. Quando però l'Ariosto apre davvero l'animo suo, come nella satira al fratello Galasso, allora sembra un altro uomo, ed esprime sentimenti che paion quasi di Tacito. Pieno di sdegno, descrive la vita ambiziosa e licenziosa dei prelati, che voglion salire sempre più in alto, avidi solo di temporale dominio. «Che sarà mai se uno di costoro sederà sulla cattedra di San Pietro? Subito vorrà levare i figli e i nepoti dalla civil vita privata. Nè, per la manìa di dar loro regni, s'occuperà punto di muover guerra agl'infedeli, il che sarebbe assai più degno del suo ufficio.»
Ma spezzar la Colonna e spegner l'Orso,[28]