Per torgli Palestina[29] e Tagliacozzo,

E dargli a' suoi, sarà il primo discorso.

E qual strozzato, e qual col capo mozzo

Nella Marca lasciando ed in Romagna,[30]

Trionferà del cristian sangue sozzo.

Darà l'Italia in preda a Francia e Spagna,

Che sozzopra voltandola, una parte

Al suo bastardo sangue ne rimanga.[31]

Ma se così scriveva, l'Ariosto di certo non perdeva per tutto ciò il sonno. La sua vita era solo con le Muse, e da ogni cosa egli cavava argomento di poesia: scriveva e riscriveva i suoi versi, nè mai si fermava fino a che non gli aveva portati alla desiderata perfezione. Non si esaltava troppo contro la corruzione; ma se da essa non lasciavasi turbare, neppure lasciavasi da essa corrompere. Quando il cardinal d'Este insisteva per menarlo in Ungheria, rispose che non voleva di poeta farsi cavallaro, ed abbandonò la Corte per tornare con più ardore che mai agli studî, serbando la sua libertà. Nè ciò gli costava sacrifizio veruno, perchè era così modesto e semplice nel vivere, da scriver egli stesso, che meritava d'esser nato quando gli uomini si cibavan di ghiande. «Piuttosto che arricchire io voglio quiete, per continuare quegli studî che danno cultura all'animo, e fanno sì che non m'incresca la povertà, nè per fuggirla voglio fuggire la libertà. Se il mio signore chiama qualcuno invece di me, io non ne ho invidia. Vado solo e a piedi quando mi occorre, e quando cavalco, lego di mia mano le bisacce alla schiena del cavallo.»[32] E così avvenne che, se ne' suoi scritti cedette spesso ai tempi, non per questo si lasciò mai da essi contaminare; onde non si può di lui citare un'azione disonesta, sebbene si debba desiderare che alcuni versi non fossero mai usciti dalla sua penna. Coi parenti fu sempre affettuoso, negli amori incostante fino a che l'Alessandra Benucci non lo legò per sempre a lei. Pare che la sposasse occultamente, per non perder alcuni beneficî di famiglia. Non era mai così felice come quando poteva passare la vita tra il suo studio ed il suo giardino. In questo, così scrive suo figlio Virginio, «teneva il modo medesimo che nel far de' versi, perchè mai non lasciava cosa alcuna che piantasse, più di tre mesi in un loco; e se piantava anime di persiche o semente di alcuna sorta, andava tante volte a vedere se germogliava, che finalmente rompeva il germoglio.,.. I' mi ricordo che, avendo seminato dei capperi, ogni giorno andava a vederli, e stava con allegrezza grande di così bella nascione. Finalmente trovò ch'eran sambuchi, e che dei capperi non n'eran nati alcuni.»[33] Ad un tale uomo dovette pure riuscire di qualche utilità la dimora nella Corte, perchè l'obbligava ad uscir dalla solitudine, a venire in contatto col mondo. Egli ebbe infatti diverse commissioni diplomatiche a Roma ed altrove; andò governatore nella Garfagnana, dove trovò molte noie e molte faccende; seguì il Cardinale non solamente alla caccia e nei viaggi, ma anche nella guerra: si vuole anzi che l'anno 1510 riuscisse, nel fatto d'arme della Polesella, a prender sul Po una nave veneziana, contribuendo così alla vittoria del Duca.[34] Certo tutto questo dovette giovare al poeta, che fu poi un così mirabile descrittore della natura e degli uomini.

Sino al 1503 aveva continuato a scrivere versi latini; ma allora finalmente pose mano al poema dell'Orlando Furioso, e si cominciarono subito a vedere i maravigliosi effetti del lungo studio. Aveva acquistato un'eleganza, una sobrietà e dignità, un vigore singolarissimi, senza nulla perdere di naturalezza e spontaneità, cose tutte che mancavano prima ne' suoi scritti italiani. Il genio dell'Ariosto si manifestò, si formò a forza di perseveranza e di studio indefesso, correggendo e ricorreggendo mille volte i propri versi, cosa tanto più singolare in uno scrittore, il cui pregio principale è la spontanea semplicità ed eleganza. A questo egli giunse, infondendo vigoroso sangue latino nella poesia italiana del suo tempo, che così potè ringiovanire. L'innesto dei due elementi, l'antico ed il moderno, riuscì nella poesia dell'Ariosto così perfetto ed armonioso, com'era riuscito a Raffaello negli affreschi della Galatea, della Scuola d'Atene e del Parnaso.