Il Machiavelli si pose subito all'opera, ma, com'era naturale, per qualche tempo non potè far altro che studî preparatorî, tanto più che ebbe varie interruzioni. Anzi, donde meno se lo aspettava, gli venne ora il consiglio di ricusare addirittura l'incarico, per accettare invece un'assai diversa offerta. Piero Soderini, l'ex-gonfaloniere, dopo che da Ragusa gli aveva scritto, dando consigli[181] che, a quanto pare, non furono accettati, tornato a Roma, non gli aveva più indirizzato lettere, o almeno noi non abbiamo notizia alcuna di corrispondenza seguita fra loro. Vedemmo invece come, per evitare sospetti pericolosi, usavano mille riguardi vicendevoli. A un tratto però il Soderini ruppe il lungo silenzio, scrivendogli da Roma il 13 aprile 1521: «Giacchè non vi piacque la proposta che vi feci da Ragusa, ho preso occasione di suggerire il vostro nome a Prospero Colonna, che cerca un segretario, ed egli, conoscendo la fede vostra, ha accettato. La provvisione sarà di dugento ducati d'oro e le spese. Se vi soddisfa, partite subito e senza conferire con alcuno, in modo che si sappia prima il vostro arrivo che la partenza. Non saprei trovare per voi partito migliore di questo, il quale giudico assai preferibile allo stare costà, a scrivere storie a fiorini di suggello.»[182] Come e perchè a un tratto così viva e non chiesta premura; così insolito disprezzo per lo scrivere storie, con un sussidio concesso dallo Studio fiorentino, per iniziativa dei Medici, in un tempo nel quale tutti ne accettavano in Italia dai Mecenati, e l'essere storico ufficiale d'uno Stato grande o piccolo era reputato un onore invidiabile? La spiegazione si può facilmente indovinare. I Soderini con l'aiuto dei Francesi tramavano allora, come vedremo fra poco, una congiura contro i Medici, ed anche l'ex-gonfaloniere, uscendo dalla sua lunga neutralità, vi pigliava parte. Era quindi naturale che vedesse assai poco volentieri, che ora appunto il suo antico segretario entrasse nella loro grazia, e perciò la grande premura per allontanarlo da Firenze. Prospero Colonna si trovava a servizio degli Spagnuoli, nemici dei Francesi; laonde, quando pure si fosse scoperto da chi veniva l'offerta al Machiavelli, l'autore di essa non ne avrebbe avuto danno, sebbene il segreto fosse preferibile e quindi assai raccomandato.

Ma il Machiavelli non poteva in verun modo accettare un'offerta così inaspettata, che arrivava nel momento in cui le sue condizioni erano davvero per migliorare in Firenze. Uscito appena dalle persecuzioni e dai sospetti, correva rischio di vedersi confiscati i beni, se improvvisamente abbandonava la Città contro il volere dei Medici, e per suggerimento dei loro nemici, quali ormai già s'erano dichiarati i Soderini, quantunque ancora non si sapesse che cospiravano. Egli adunque non solo continuò i lavori per le Storie, ma accettò anche un altro incarico temporaneo, che ricevette dal Cardinale, con lettera firmata il dì 11 maggio 1521 da Niccolò Michelozzi segretario degli Otto di Pratica. Con essa era inviato a Carpi, dove si riuniva allora il Capitolo Generale dei Frati Minori, ai quali doveva chiedere, in nome della Signoria e del Cardinale, che i Minori residenti nel territorio fiorentino fossero separati dagli altri in Toscana, per poterli meglio sorvegliare e correggere, con vantaggio della religione e del costume, che andava fra loro decadendo.[183] E perchè riuscisse anche più singolare questa commissione che, data al Machiavelli, era già singolarissima, egli non era appena arrivato a Carpi, che ricevette un'altra lettera de' 14 maggio, con cui i Consoli dell'Arte della Lana, ai quali era affidata la cura di Santa Maria del Fiore, lo pregavano d'ottenere dal superiore dell'Ordine licenza di lasciar venire in Firenze un frate detto il Rovaio, che essi avevano eletto predicatore per la futura quaresima.[184] Il Machiavelli, com'è da credere, prese questo secondo incarico assai leggermente, e se ne occupò poco o nulla, tanto più che lo stesso frate Rovaio non sembrava aver voglia di predicare in Firenze. Quanto poi al decreto di separazione, sebbene insistesse molto, anche in nome del Cardinale, presso il Ministro generale e gli assessori del Capitolo; sebbene presentasse due Brevi favorevoli del Papa, i frati sofisticarono sulle parole, e dichiararono di dover portare la cosa all'assemblea generale. Onde stanco finalmente d'una faccenda, che s'andava prolungando, e che, affidata a lui, sembrava divenire ridicola, partì a un tratto, fermandosi per via qualche giorno a Modena, come ne fu richiesto dal Cardinale stesso, per vedere il Guicciardini, che era colà governatore in nome del Papa, ed ancora perchè il cavalcare in fretta gli nuoceva, essendo minacciato dal male della pietra[185].

Questa commissione ha qualche importanza solamente per la corrispondenza, che il Machiavelli allora appunto tenne da Carpi col Guicciardini. Motteggiavano fra di loro sull'affare del predicatore e dei frati, ed egli, annoiato del tempo che perdeva colà, s'abbandonava al suo spirito mordace e satirico, con tutta la vivacità del suo stile. Il Guicciardini scriveva il 17 maggio augurandogli che per l'affare del predicatore potesse rispondere ai Consoli dell'Arte della Lana, secondo l'aspettazione che avevano di lui, «e secondo che ricerca l'onore vostro, quale si oscurerebbe se in questa età vi dessi all'anima,[186] perchè avendo sempre vivuto con contraria professione, sarebbe attribuito piuttosto al rimbambito che al buono.» Sperava che si affretterebbe, perchè nello stare colà portava due pericoli: «l'uno che quelli frati santi non vi attacchino dello ipocrito, l'altro che quell'aria da Carpi non vi faccia diventare bugiardo, perchè così è l'influsso suo, non solo in questa età, ma da molti secoli in qua.»[187] Ed il Machiavelli rispondeva lo stesso giorno, con uguale ironia. Egli perdeva il tempo, aspettando che i frati eleggessero il generale e gli assessori. Pregava perciò il Guicciardini che, andando a spasso, arrivasse insino a Carpi per visitarlo, o che almeno gli mandasse un secondo fante con lettera, perchè sarebbe molto più stimato dai frati, quando vedessero spesseggiare gli avvisi.[188] «E vi so dire che alla venuta di questo balestriere, con la lettera e con un inchino infino in terra, e col dire che era stato mandato apposta e in fretta, ognuno si rizzò con tante riverenze e tanti romori, che gli andò sossopra ogni cosa, e fui domandato da parecchi delle nuove. Ed io, perchè la riputazione crescesse, dissi: che l'Imperatore si aspettava a Trento, e che gli Svizzeri avevano indetto nuove Diete, e che il re di Francia voleva andare ad abboccarsi con quel re; ma che questi suoi consiglieri ve lo sconsigliavano. In modo che tutti stavano con la bocca aperta e con la berretta in mano; e mentre che io scrivo ne ha un cerchio d'intorno, e veggendomi scrivere a lungo, si maravigliano e guardonmi per spiritato; e io per fargli maravigliare più, sto alle volte fermo sulla penna e gonfio, ed allora essi sbavigliano, che se sapessino quel che io vi scrivo, se ne maraviglierebbero più.» Quanto alle bugie dei Carpigiani, e quanto alla ipocrisia dei frati, il Machiavelli, spingendo l'ironia sino al cinismo, rispondeva che non ne aveva paura, perchè da un pezzo era in esse divenuto maestro, ed anche dicendo il vero, lo nascondeva fra le bugie.[189] E così continuarono con qualche altra lettera. Il Guicciardini, divenuto un momento più grave, scriveva che la condizione presente del Machiavelli ricordavagli quella di Lisandro, costretto a distribuire la carne a quei medesimi soldati che aveva condotti alla vittoria.[190] Deplorava che un uomo, adoperato presso tanti re ed imperatori, fosse ora costretto a «succiare la repubblica degli zoccoli.» Si rallegrava con lui della commissione avuta di scrivere le Storie, lo diceva «ut plurimum estravagante di opinione dalla comune, e inventore di cose nuove e insolite.» Poi tornava allo scherzo.[191] Il Machiavelli rispondeva anch'egli ridendo, e conchiudeva che in ogni modo aveva fatto pasti eccellenti e si era rinfantocciato. Così ebbe fine questa commissione, che il Guicciardini giustamente chiamava una baia. Nè essa poteva durare più a lungo, perchè ormai i frati cominciavano ad avvedersi che il Machiavelli si prendeva gioco di loro.

Giunto a Firenze, egli attese alle Storie e ad altri lavori letterari; ma poco dopo seguiva la morte di Leone X, con tutti i mutamenti che n'erano necessaria conseguenza. La guerra fu sospesa, perchè mancavano i danari, coi quali era stata principalmente alimentata dal Papa; e però gli Spagnuoli dovettero licenziare i fanti tedeschi, quasi tutti gli Svizzeri. Ed allora subito coloro che erano stati lungamente oppressi, si sollevarono. Francesco Maria della Rovere ricuperò Urbino, Pesaro, il Montefeltro, anche San Leo già dato ai Fiorentini, ai quali restò solo il piviere di Sestino. Sigismondo Varano, antico signore di Camerino, tornò nel suo Stato, cacciandone lo zio Giammaria, messovi da Leone X. Alfonso d'Este ricuperò quasi tutti i suoi dominî, ma non potè riavere Modena e Reggio. Il governatore Francesco Guicciardini seppe, nell'interesse della Sede pontificia, difendere Parma da un assalto che le fu dato. Più tardi Malatesta ed Orazio Baglioni tornarono a Perugia. Il Conclave intanto, dopo quattordici giorni, non aveva nulla concluso. Aspiravano al papato il cardinal Wolsey, il cardinal de' Medici, il Cardinal Soderini ed altri. Le cose andarono in lungo tanto che lo stesso Medici, il quale capì che l'ora non era per lui anche sonata, e vedeva per la sua prolungata assenza messo in forse anche il dominio di Firenze, propose uno straniero, lontano e quasi ignoto in Italia. La proposta fu accettata, e venne eletto il cardinale di Tortosa, Adriano Dedel di Utrecht, il quale era stato maestro di Carlo V, e prese il nome di Adriano VI.

L'indignazione del popolo contro l'elezione di questo papa straniero fu tale e tanta, che molti scrissero sulle loro case: Roma est locanda. E lo scontento divenne generale, quando Adriano fu conosciuto da vicino. Nato il 2 marzo 1459, eletto il 9 gennaio 1522, egli non parlava l'italiano, e pronunziava il latino in modo che ai Romani riusciva poco o punto intelligibile. Uomo culto e di costumi intemerati, diminuì subito le spese della Corte, restringendo tutto al puro necessario. Nè con ciò faceva altro che accrescere il malcontento. Voleva seriamente occuparsi di religione e riformare la Chiesa; lasciar da parte le feste, i poeti e gli artisti; ma nessuno gli dava retta. E così si trovò subito in un mondo a lui affatto sconosciuto, dal quale non era inteso, nè molto meno amato. Pasquino lo canzonava continuamente, ed egli, invece di riderne come facevano i Romani, se ne sdegnava tanto, che un giorno voleva farne gettare la statua nel Tevere. Ma il duca di Sessa gli disse, che Pasquino avrebbe continuato le sue satire, perchè sapeva parlare anche sott'acqua come le rane. Tutti in Roma, massime gli artisti ed i letterati, non più protetti dal Papa, erano adiratissimi contro lui e contro i suoi più intimi, dei quali neppur sapevano pronunziare i nomi.

Ecco che personaggi, ecco che Corte,

Che brigate, galanti cortigiane,

Copis, Vincl, Corizio e Trincheforte!

Nomi da fare sbigottire un cane.[192]

Così scriveva il Berni in un capitolo contro l'elezione d'Adriano, e contro i quaranta cardinali poltroni, che gli avevano dato il loro voto, e che venivano dal poeta ricoperti d'ingiurie. Egli ebbe quindi una vita assai infelice nel suo papato, che fortunatamente per lui durò poco, giacchè il 14 settembre 1523 cessò di vivere. La gioia allora fu così grande nella Città Eterna, che alla porta del medico il quale lo aveva assistito, furono appese corone con la iscrizione: Ob Urbem servatam.[193]