Le idee a questo proposito esposte nell'Arte della Guerra, non mancano certo di valore e di originalità,[164] sebbene qualche volta sembrino accennare ad uno stato di cose anteriore a quello in cui la scienza delle fortificazioni era allora arrivata. Il Machiavelli voleva sempre tenere assai alte le mura per impedire che venissero scalate.[165] Riconosce però in questo caso tutto il valore che avevano le artiglierie, delle quali dice, «è tanto il furore, che un muro solo non può in alcun modo resistere.»[166] Ma ciò che è più, riconosce quale era allora il problema fondamentale, proponendo anche una soluzione sua propria. «Se le mura sono troppo alte,» egli osserva, «non vi si possono far salire le grosse artiglierie, e non si può resistere a quelle del nemico, che facilmente apre la breccia; se sono troppo basse, vengono scalate.» A questo pericolo si era da più tempo cercato un rimedio con ciò che i Francesi dicono rempart. Il muro, sempre alto, veniva rivestito di terra nell'interno, e così ingrossato e reso più forte contro i colpi del nemico. Ma tale sistema aveva un gran difetto, già notato da altri, e di cui il Machiavelli stesso s'era coi propri occhi avveduto a Pisa. Appena aperta la breccia, le pietre del muro rovinato cadevano sempre dalla parte donde venivano i colpi, e dietro seguiva la terra con cui era stato ingrossato. In questo modo, il fosso esterno si trovava ricolmo, ed al nemico era reso facile dare l'assalto decisivo. Il Machiavelli perciò proponeva un sistema nuovo, del quale un piccolo saggio, aveva potuto vedere ben due volte a Pisa, nel 1500 e nel 1505,[167] quando i Fiorentini, avendo aperta una larga breccia nelle mura di quella città, sperano dovuti ritirare, perchè dietro il muro era stato dai Pisani cavato un fosso, e dietro il fosso alzato un riparo. Lo stesso esperimento, in assai più larga misura e con maggior fortuna, era stato fatto l'anno 1509 a Padova, ordinando la difesa di tutta la città secondo il nuovo sistema, e costringendo così il poderosissimo esercito di Massimiliano a levare vergognosamente l'assedio. Tutto quello che avvenne nella guerra di Pisa era, com'è noto, familiarissimo al Machiavelli, e nel 1509, trovandosi a Mantova ed a Verona, aveva potuto ricevere esatte notizie della tanto celebrata difesa di Padova. Di essa allora si parlò molto; il Guicciardini ce ne lasciò una minutissima descrizione,[168] e dalle lettere dirette al Machiavelli apparisce chiaro, che sin dai primi giorni, egli volle esserne minutamente ragguagliato.[169]

Il sistema che suggeriva era dunque il seguente. Le mura debbono essere «ritorte e piene di volture, per poter ferire il nemico da più lati.» Proponeva poi due cerchi di mura, con un largo fossato tra l'uno e l'altro. L'esterno doveva essere grosso tre braccia almeno, con torri ad ogni dugento braccia, alto più che era possibile, acciò il nemico non potesse scalarlo. Invece d'avere il fossato dinanzi, doveva averlo di dietro, largo trenta braccia, profondo dodici, con casematte nel fondo ad ogni dugento braccia. Il terreno cavato per formare il fosso, doveva gettarsi dalla parte che guardava la città, e servire a formare il muro interno, alto tanto da coprire un uomo, grosso in modo da sostenere le artiglierie pesanti, e poter quindi rispondere a quelle del nemico. In tal modo, egli diceva, quando sarà aperta la breccia nel muro esterno, avverrà come a Pisa, che le pietre, cadendo dal lato di dove vengono i colpi, invece di colmare il fosso che è nell'interno, formeranno un riparo esterno che renderà il fosso più profondo ancora; e così il nemico si troverà di fronte un primo argine o riparo ingrossato dalle pietre cadute, poi il fosso, poi il secondo muro con le artiglierie più pesanti.[170] Il Machiavelli non vuole bastioni esterni o altre opere staccate, a distanza dalle mura, perchè una volta prese tali opere, è presa, egli dice, la fortezza. Fino ad un miglio di distanza sarà quindi spianato e libero il terreno.[171] Ed anche quest'ultimo concetto è, secondo gli scrittori moderni, originale e nuovo per quel tempo. Qualche cosa di simile pare che suggerisse in Germania il grande ingegno del pittore Alberto Dürer, che potè ricevere la sua ispirazione dallo stesso assedio e difesa di Padova. In ogni modo è certo che queste idee scientificamente esposte nell'Arte della Guerra, dànno un'altra prova dell'acume singolare e del genio pratico del Machiavelli. Le artiglierie però mutarono allora con sì grande rapidità tutti i vecchi sistemi di fortificazione, che non lasciarono tempo a fermarsi in questi tentativi intermedi, per quanto fossero ingegnosi ed anche fortunati nella prima esperienza che se ne fece.[172]

Noi potremmo qui ripetere una serie di osservazioni sui modi di migliorare la costruzione delle feritoie, delle saracinesche, delle ruote e dei carri per trasportare le artiglierie, dei ponti levatoi e simili. Da esse si vedrebbe come il Machiavelli non tralasciasse mai occasione alcuna di tutto osservare e ricordare, e come le sue osservazioni fossero sempre ingegnose, acute e non prive di valore pratico. Ma preferiamo di affrettarci alla conclusione dell'opera, alla quale s'arriva dopo alcuni pensieri, quasi direi aforismi militari, come i seguenti: «Colui che seguita con disordine il nemico poi ch'egli è rotto, non vuole fare altro che diventare di vittorioso perdente. — Muta partito, quando ti accorgi che il nemico lo abbia previsto. — Agli accidenti subiti con difficoltà si rimedia, ai pensati con facilità. — Gli uomini, il ferro, i danari ed il pane sono il nervo della guerra; ma di questi quattro sono più necessari i primi due, perchè gli uomini ed il ferro trovano i danari ed il pane; ma il pane ed i danari non trovano del pari gli uomini ed il ferro.»[173]

E qui il Colonna s'affretta a concludere, dicendo che avrebbe potuto esporre molte altre cose intorno alla milizia degli antichi; ma il suo scopo era stato di dir solamente ciò che gli pareva necessario al buono ordinamento di quella de' suoi tempi. Della milizia navale non aveva parlato, perchè non se ne intendeva.[174] «Se voi volete sapere, quali sono le qualità che deve avere un buon capitano, io sarò assai breve, bastando il dirvi che deve conoscere tutte le cose soprascritte; ma che esse non bastano, se non saprà nulla trovare di suo, perchè niuno mai fu grande nel suo mestiere senza invenzione, e questa è sopra tutto necessaria nella guerra.[175] Ridurre la milizia ai modi antichi non è difficile, come io vi ho mostrato; ma a poterlo fare, sarebbe necessario essere un principe grande abbastanza da mettere insieme quindici o ventimila giovani, per farli buoni soldati. E nulla si può immaginare di più glorioso, perchè se è lodevole con un buon esercito vincere una battaglia, più lodevole assai è formare un esercito vittorioso. Di questo numero furono Pelopida, Epaminonda, Filippo di Macedonia padre di Alessandro, Ciro re dei Persi. Costoro riuscirono per la loro prudenza, e per avere avuto soggetti adatti ad un tale scopo; ma nessuno di loro, ancorchè eccellente, avrebbe potuto compiere opere lodevoli in una provincia piena di uomini corrotti, non usi ad alcuna onesta obbedienza, come è l'Italia. Qui non basta saper comandare un esercito; bisogna saperlo e poterlo prima formare, e però è necessario cominciare coll'essere principe di uno Stato grosso. Di questi tali non posso essere io, che comandai sempre eserciti forestieri, soldati di ventura, uomini obbligati ad altri e non a me. E lascio giudicare a voi, se è possibile introdurre in essi qualche utile riforma. Come potrei io indurli a portare più armi del solito, ad esercitarsi più ore del giorno? Quando si asterrebbero essi dalle lascivie, dalle insolenze e dalle violenze che ogni giorno commettono? Quando si ridurrebbero mai in tanta disciplina, che un albero carico di pomi, in mezzo ai loro alloggiamenti, rimanesse intatto, come si legge che presso gli antichi molte volte intervenne? Che cosa posso loro promettere, quando, finita la guerra, non hanno più nulla da fare con me?» «Di che gli ho io a fare vergognare, che sono nati ed allevati senza vergogna?... Per quale Iddio o per quale Santo gli ho io a fare giurare? Per quei che eglino adorano, o per quelli che bestemmiano? Che ne adorino non so io alcuno; ma so bene che li bestemmiano tutti.... Come possono coloro che bestemmiano Iddio riverire gli uomini? Quale adunque buona forma sarebbe quella che si potesse imprimere in questa materia?»[176]

«Gli Svizzeri e gli Spagnuoli, sebbene lontani dalla perfezione, sono assai migliori degl'italiani, che non avendo preso alcun ordine buono, rimangono il vituperio del mondo. Non ne hanno già colpa i popoli, ma i principi, i quali ne sono stati puniti col perdere ignominiosamente lo Stato, senza dare alcuno esempio virtuoso. E che gli ordini vigenti siano pessimi, lo prova chiaro il fatto che, dopo tante guerre seguìte in Italia dalla venuta di Carlo VIII in qua, i nostri eserciti, invece di agguerrirsi col combattere, sono andati sempre peggiorando. Nè c'è altro rimedio fuori di quello indicato, cioè di un principe che possa e sappia formare il suo esercito con uomini rozzi, non ancora guasti dai cattivi ordini presenti. Una nuova forma s'imprime assai meglio in animi rozzi ed inculti, che nei corrotti, come un buono scultore riuscirà meglio a fare una statua da un blocco di marmo greggio, che da uno male abbozzato.» «Credevano i nostri principi italiani, prima che egli assaggiassero i colpi delle ultramontane guerre, che a un principe bastasse sapere negli scrittoi pensare una acuta risposta, scrivere una bella lettera, mostrare ne' detti e nelle parole arguzia e prontezza, sapere tessere una fraude, ornarsi di gemme e d'oro, dormire e mangiare con maggiore splendore che gli altri, tenere assai lascivie intorno, governarsi co' sudditi avaramente e superbamente, marcirsi nell'ozio, dare i gradi della milizia per grazia;... nè si accorgevano i meschini che si preparavano ad essere preda di qualunque gli assaltava. Di qui nacquero poi nel mille quattrocento novantaquattro i grandi spaventi, le subite fughe, e le miracolose perdite, e così tre potentissimi Stati che erano in Italia, sono stati più volte saccheggiati e guasti.» «Ma peggio ancora si è, che coloro i quali restano, vivono nel medesimo errore e nel medesimo disordine, nè considerano che quelli che in antico volevano tenere lo Stato, erano i primi tra i combattenti, e se perdevano, volevano con lo Stato perdere la vita, talmente che o vivevano o morivano virtuosamente. E se in alcuno di essi si poteva dannare troppa ambizione o ferocia, non si troverà mai alcuna mollizie o cosa che faccia gli uomini delicati ed imbelli. Le quali cose se fossero state lette e credute dai nostri principi, sarebbe impossibile che essi non mutassero forma di vivere, e che le loro province non mutassero fortuna.»

«Ma perchè voi vi doleste della nostra Ordinanza, vi dico, che se davvero l'avete formata come di sopra ho detto, e non ha fatto buona esperienza di sè, ve ne potete dolere; ma se non l'avete esercitata e formata come io ho detto, essa può dolersi di voi, che avete fatto un abortivo, non una figura perfetta. Anche i Veneziani e il duca di Ferrara cominciarono e poi non seguirono, il che fu colpa loro e non dei loro uomini.» «Ed io vi affermo che qualunque di quelli che tengono oggi Stati in Italia, prima entrerà per questa via, fia prima che alcun altro signore di questa provincia; ed interverrà allo Stato suo come al regno de' Macedoni, il quale, venendo sotto a Filippo, che aveva imparato il modo di ordinare gli eserciti da Epaminonda tebano, diventò con questo ordine e con questi esercizî, mentre che l'altra Grecia stava in ozio ed attendeva a recitar commedie, tanto potente, che potette in pochi anni tutta occuparla, ed al figliuolo lasciare tale fondamento, che potè farsi principe di tutto il mondo. Colui adunque che dispregia questi pensieri, se egli è principe, dispregia il principato suo; s'egli è cittadino, la sua città. Ed io mi dolgo della natura, la quale o ella non mi doveva fare conoscitore di questo, o ella mi doveva dare facoltà a poterlo eseguire. Nè penso oggimai, essendo vecchio, potere averne alcuna occasione, e per questo io ne sono stato con voi liberale, che essendo giovani e qualificati, potrete, quando le cose dette da me vi piaceranno, ai debiti tempi in favore dei vostri principi aiutarle o consigliarle. Di che non voglio vi sbigottiate o diffidiate, perchè questa provincia pare nata per risuscitare le cose morte, come si è visto della poesia, della pittura e della scultura. Ma quanto a me si aspetta, per essere in là cogli anni, me ne diffido. E veramente se la fortuna mi avesse conceduto per lo addietro tanto Stato, quanto basta a una simile impresa, io crederei in brevissimo tempo avere dimostro al mondo, quanto gli antichi ordini vagliano; e senza dubbio, o io l'avrei accresciuto con gloria, o perduto senza vergogna.»[177]

Ed ecco ricomparir sulla scena il re liberatore, che a similitudine di Filippo il Macedone deve con le armi salvare la patria. Così anche l'Arte della Guerra si riconnette col Principe. — Colui che primo in Italia seguirà i miei consigli, riuscirà con suo onore immortale nella magnanima impresa di liberare la patria. — Questo aveva il Machiavelli detto a Giuliano ed a Lorenzo de' Medici; questo ripetè agli amici degli Orti Oricellari, e scrisse nel suo Discorso sulla riforma di Firenze, al cardinal dei Medici ed a Leone X; questo ripete di nuovo nell'Arte della Guerra. Se in essa il suo pensiero dominante riesce anche più chiaro che altrove, e più esplicita apparisce la sua ammirazione per la virtù, più ardente e puro il suo patriottismo, ciò dipende solo dalla natura del soggetto che trattava. E se egli parlava così chiaro quando s'era potuto finalmente avvicinare ai Medici, e ne aveva la prima volta avuto sicura speranza di qualche favore, nessuno potrà credere che avesse voluto esprimere diversi pensieri, o cercato di mascherare il suo patriottismo, scrivendo i Discorsi ed il Principe, quando si trovava da tutti abbandonato, e vivevano ancora Giuliano e Lorenzo, il primo dei quali almeno era certo d'animo più mite del Cardinale e del Papa.

CAPITOLO IX.

Il Machiavelli ha la commissione di scrivere le Storie. — Il Soderini cerca dissuaderlo dall'accettare. — Gita a Carpi e corrispondenza col Guicciardini. — Papa Adriano VI. — Nuove proposte di riforme in Firenze. — Congiura contro i Medici e condanna dei congiurati.

Quando molti, fra i quali lo stesso cardinal dei Medici, cominciavano a leggere e meditare l'Arte della Guerra, la Vita di Castruccio Castracani era, come abbiamo veduto, già corsa per le mani di tutti gli amici degli Orti Oricellari, i quali, pur disputando sullo scopo, sperano trovati d'accordo nel vedere in essa una prova sicura, che il Machiavelli aveva una singolare attitudine allo stile storico, e lo avevano perciò incoraggiato a provarsi anche in tal genere. Molti di questi amici erano allora potenti in Firenze, ed il loro favorevole giudizio non restò senza effetto utile per lui. Nel novembre del 1520 infatti egli ebbe dagli ufficiali dello Studio fiorentino e pisano la commissione di scrivere la storia di Firenze. Il cardinale dei Medici, come arcivescovo pro tempore della Città, era capo dello Studio e conferiva i grandi accademici, secondo una bolla di Leone X (31 gennaio 1515), la quale confermava i privilegi già concessi dall'imperatore Carlo IV.[178] Si deve perciò attribuire in gran parte all'opera sua la commissione data al Machiavelli, il quale poi a lui appunto, divenuto papa Clemente VII, dedicò le Storie, e da lui ricevette più tardi nuovo aiuto a continuarle. La condotta, come la chiamavano, egli l'ebbe nello Studio di Pisa, per mezzo del suo parente Francesco del Nero, il quale allora appunto era stato mandato presso quella Università, per riparare ai disordini che v'erano seguiti. Il Machiavelli formulò di sua mano la proposta, la quale fu che, per un numero d'anni e con un salario che egli non determinava, dovesse scrivere la storia di Firenze «da quello tempo che gli parrà più conveniente, et in quella lingua latina o toscana che più gli parrà.»[179] Gli ufficiali dettarono la deliberazione il dì otto novembre 1520, conducendolo per due anni, l'uno fermo e l'altro a loro beneplacito, con salario di cento fiorini l'anno, e con l'obbligo d'essere a servizio loro, se altro gli volessero comandare.[180]