Condizioni generali del teatro in Italia. — Le Sacre Rappresentazioni, la Commedia dell'arte e la Commedia erudita. — Le Commedie dell'Ariosto. — La Calandra del cardinal Bibbiena. — Le Commedie del Machiavelli: La Mandragola, La Clizia, la Commedia in prosa, la Commedia in versi, la traduzione dell'Andria.

L'Italia, com'è noto, ebbe più di uno scrittore comico, e qualche poeta tragico di grandissimo merito; ma non quello che si chiama veramente un teatro nazionale. Quando dai Mimi e dalle Atellane, che erano farse e rappresentazioni popolari, comiche, satiriche, i Romani potevano cavare una commedia originale e nazionale, sopravvenne l'imitazione greca, da cui non si potè liberare neppure il genio di Terenzio e di Plauto. S'ebbe quindi una commedia letteraria, che non era sorta dalle viscere del popolo, il quale continuò a preferire i Mimi e le Atellane. Queste antiche farse, lentamente alterandosi, sopravvissero anche nel Medio Evo, quando si avvicinarono, s'innestarono alle Sacre Rappresentazioni, che finalmente resero laiche e cavarono fuori delle chiese. Più tardi dettero origine a quella che si chiamò la commedia dell'arte, la quale divenne assai popolare, e nel Rinascimento s'era già molto diffusa fra di noi. Essa, com'è noto, veniva quasi improvvisata dagli attori, ai quali si dava solo lo scenario, cioè il soggetto, l'intreccio generale, lo scheletro delle varie scene, determinando il carattere che ciascun personaggio doveva rappresentare, i punti più salienti dei principali dialoghi. Le maschere di questa commedia, Pantalone, Arlecchino, Pulcinella, Brighella sono, secondo ogni probabilità, lente trasformazioni dei personaggi delle Atellane e dei Mimi.

Nel Rinascimento avvenne poi qualche cosa di simile a ciò che era assai prima seguìto a Roma. Poteva dalle Sacre Rappresentazioni, che già erano arrivate ad uno svolgimento letterario notabile, come poteva dalla commedia dell'arte, che già fioriva, cavarsi un dramma, una commedia nazionale, quando sopravvenne invece l'imitazione dei tragici e dei comici antichi. La tragedia rimase addirittura soffocata da questa imitazione. In un tempo nel quale lo scetticismo invadeva gli animi, le istituzioni politiche si decomponevano, la nazione non riusciva a formarsi, e le invasioni straniere cominciavano, non erano più possibili nè la vera ispirazione epica, nè il dolore veramente tragico. La Sofonisba del Trissino e la Rosmunda del Rucellai, che sono le migliori tragedie di quel tempo, non mancano di pregi; vi si ritrova qualche slancio lirico ed anche qualche lampo di drammatica potenza: ma esse non abbandonano mai il modello antico, non hanno mai una vera e propria vitalità, nè furono seguìte da altre opere migliori. Allora però, in mezzo a tante sventure, pur troppo si rideva molto in Italia, e più fortunata fu quindi la commedia, quantunque anch'essa s'andasse formando con la imitazione, specialmente di Terenzio e di Plauto. Questa che fu chiamata commedia erudita, si diffuse largamente fra i letterati, nelle Corti, avvicinandosi sempre più alla commedia dell'arte. E senza mai confondersi con essa, riuscì pure a migliorarla, correggerla non poco, ricevendone in cambio maggiore vivacità e spontaneità. Nondimeno la commedia erudita era pur sempre un'opera di letterati, un lavoro d'imitazione, e quindi il popolo continuò a preferire quella dell'arte, che sebbene cominciasse a divenire anch'essa alquanto artificiosa, non perdè mai affatto il suo carattere popolare e primitivo.

Si è molto disputato intorno alle ragioni, per le quali l'Italia non potè nel Rinascimento arrivare alla creazione d'un vero teatro, neppure d'una vera commedia nazionale, quando già per questa v'erano ad esuberanza tutti gli elementi necessarî a costituirla. Non mancavano certo vivacità e fecondità d'invenzione nella commedia dell'arte, e nella erudita si ritrovava pure una grande ricchezza di quello spirito comico, che abbondava anche in quasi tutte le novelle, in molte poesie italiane di quel tempo. Da un altro lato moltissimi dei nostri lavori letterarî cominciarono dalla imitazione, e da essa poi, per forza intrinseca, per vitalità propria, si resero indipendenti, arrivando ad una vera originalità nazionale. Perchè dunque a questo non potè mai giungere il nostro teatro? In verità l'essere una nazione riuscita felicemente in molte cose, non è una ragione, perchè debba riuscire del pari fortunata in tutte. La creazione del teatro richiede che la vita sociale e nazionale siano già formate e progredite, e l'Italia non era anche costituita a nazione, quando le invasioni straniere sconvolsero tutto, soffocando la libertà ed affrettando la decadenza. Richiede inoltre una larga partecipazione del pubblico, quasi la cooperazione del popolo, che, in questo come in molti altri generi, apparecchia la materia poetica, in cui i sommi scrittori infondono poi la nuova vita dell'arte. Ed è pur da riconoscere, che allo svolgimento originale, vigoroso, compiuto d'una poesia popolare propriamente detta, fu in Italia assai spesso contraria l'azione continua, incessante, che l'arte dei letterati esercitò sempre su quella del popolo, più culto che altrove. Prima che un genere qualunque di componimento popolare arrivi fra noi a quella maturità, che è necessaria a far germogliare una nuova forma di arte nazionale, più di una volta s'è visto, che esso comincia ad inaridire, cedendo il terreno all'arte dei letterati, che s'avanza e penetra nel popolo. Essi certo si giovano molto d'ogni elemento popolare, anzi è con tale aiuto, che l'imitazione classica riuscì a divenire in Italia un vero e proprio rinascimento. Ma quando l'elemento popolare dovrebbe prevalere, per arrivare alla creazione originale d'una forma poetica nuova e nazionale, è allora che la nostra letteratura incontra le maggiori difficoltà. Non c'è quindi da maravigliarsi se essa non le supera in quei casi nei quali anche le condizioni politiche le riescono avverse, come furono certo al nostro teatro nel secolo XVI.

Per queste ragioni avvenne, che la Sacra Rappresentazione era nel Rinascimento italiano già piena di classiche reminiscenze, di forme letterarie e convenzionali, prima che fosse giunta alla sua piena vitalità popolare, prima cioè di offrire ai grandi scrittori materia adatta a nuove creazioni. La commedia dell'arte si era anch'essa ripulita, modificata, alterata, avvicinandosi alla erudita. E questa, senza poter mai lasciare del tutto l'imitazione di Plauto e di Terenzio, si sforzava continuamente d'accostarsi al popolo. Più di una volta pareva che fosse già per toccare la mèta; che sorgesse finalmente per questa via la commedia originale, nazionale, quando invece prevaleva da capo la imitazione classica. Così si oscillava sempre fra l'artifizioso ed il plebeo, senza poter mai arrivare permanentemente al vero comico di Aristofane e di Molière.

Terenzio è assai facile, e però fu subito molto imitato in Italia; ma l'azione di Plauto sul nostro teatro non è piccola. Come scrittore comico, sebbene più rozzo, egli è assai superiore. Il suo sguardo psicologico è quello di un accorto conoscitore degli uomini; la rappresentazione dei caratteri, la forza e varietà con cui riproduce le innumerevoli forme della vita cittadina, e sopra tutto il genio che dimostra nel porre in rilievo il lato comico delle azioni e dei caratteri, con una certa ardita superiorità che ride di tutto, sono le qualità che lo distinguono e che lo resero popolare in Italia. Egli, come osserva il Mommsen, stringe e scioglie i nodi del suo intreccio comico con grande accortezza e malizia; preferisce di stare nella bettola, che nella sua commedia è in opposizione con la casa. Terenzio, invece, sta nella casa, fra gente di buona e civile condizione; va dietro alla verosimiglianza, anche a costo di lungaggini; ha un'indole quieta e tranquilla, e le sue commedie ci presentano un concetto più morale della donna e della vita matrimoniale. Plauto colorisce i suoi caratteri con largo pennello; l'analisi psicologica di Terenzio è una miniatura. Nella commedia del primo i figli canzonano continuamente i padri, ed il suo linguaggio è pieno di frizzi; il secondo sembra spesso avere un fine pedagogico, il suo stile ornato, sereno ha finezza e movimenti eleganti: il suo lato debole è la invenzione, alla quale supplisce con l'arte.

I nostri eruditi cominciarono subito con le imitazioni, traduzioni, rappresentazioni in italiano ed in latino di questi due comici. Pomponio Leto fu a Roma dei primi, con la sua Accademia Romana, a far rappresentare antiche commedie. Seguì ben presto l'Accademia dei Rozzi in Siena, e per tutto poi un gran numero di altre: Infiammati, Infocati, Intronati, Immobili, Costanti, ecc. Questo movimento ebbe però il suo vero impulso e la sede principale in Ferrara, per opera di quei duchi. Colà i Menecmi di Plauto furono tradotti e rappresentati sin dal 1486. E come, per l'innesto degli antichi romanzi francesi con la erudizione, a Ferrara trovò una vera forma il nostro poema cavalleresco; così dall'innesto di Plauto e di Terenzio con elementi nazionali e popolari colà nacque pure la nuova commedia, di cui fu iniziatore Lodovico Ariosto, prima che si rendesse immortale col suo Orlando Furioso.

Il modo con cui egli successivamente compose le sue cinque commedie, ci presenta in breve la storia del teatro comico italiano. Incominciò con traduzioni che andarono perdute, e si dette poi alle commedie originali. Nella Cassaria, che fu scritta nel 1498, s'incontrano ad ogni passo imitazioni da Terenzio; i Suppositi che vennero dipoi, presero il soggetto dai Captivi e dall'Eunuco, fusi insieme. E l'autore dichiara nel suo prologo, che «non solo nelli costumi, ma anche nelli argomenti delle favole, vuole essere degli antichi e celebrati poeti a tutta possanza imitatore.» Pure con i Suppositi già siamo a Ferrara, nel tempo della presa d'Otranto pei Turchi; le allusioni ai fatti contemporanei e i costumi del tempo appariscono frequenti, il dialogo acquista una vita propria e indipendente. Le due commedie, scritte dapprima in prosa, furono più tardi voltate dall'autore in versi, come in versi scrisse le altre, perchè solo in essi l'Ariosto trovava quel suo stile tanto semplice, naturale, originale, e si sentiva assai più nel proprio elemento. Così si allontanava però dalla via che era propria della commedia italiana, scritta quasi sempre in prosa, per la necessità di riprodurre il dialogo familiare. Nella Lena il soggetto e i caratteri sono del secolo XVI. Più originali di tutte le altre riescono le due ultime, il Negromante e la Scolastica. Siamo con esse fra gli studenti di Padova e di Ferrara, in mezzo agl'intrighi amorosi. La corruzione della società italiana ci è rappresentata senza velo, e la satira sferza i costumi del tempo: gli uomini che s'imbellettano come donne, i poveri che voglion fare da ricchi, i rettori delle terre che sono rapaci come lupi, i preti che danno scandali d'ogni sorta, i papi che vendono le indulgenze.

In questo modo la commedia erudita uscì dalle mani degli accademici, acquistò indipendenza e naturalezza, sempre più avvicinandosi alla società de' suoi tempi. Le dava vita uno spirito mordace e satirico, una grande semplicità e sensualità, che sono caratteri proprî della letteratura del Cinquecento in Italia, e trovavano alimento nello studio e nella imitazione di Plauto. Le commedie del Rinascimento sono quasi tutte d'intreccio, e spesso si compongono riunendo insieme più commedie antiche, che solevano esser di carattere. Ciò che principalmente si ammira in quelle dell'Ariosto, è la vivace dipintura dei tempi, la satira di essi, la quale è piuttosto una fine ironia, con cui l'autore, parte egli stesso del secolo che descrive, ride di tutto. Vi si ritrova l'ingegno del gran poeta, l'iniziatore d'un genere nuovo; ma si sente pure che egli già s'apparecchia ad un'opera maggiore e diversa. Per quanto maravigliosamente spontaneo e naturale sia il suo verso, l'indole privata e domestica della commedia italiana trova solo nella libertà del dialogo in prosa la propria forma. Inoltre ciò che più richiama l'attenzione dell'Ariosto e colpisce la sua immaginazione, ciò che egli sopra tutto ci rappresenta è l'intreccio, la mutabilità continua degli avvenimenti, la forma esteriore de' suoi personaggi. Non vuole, non può lungamente fermarsi all'esame psicologico di nessun carattere, di nessuna passione. Una grande varietà di episodî, che non sempre trovano la loro unità, o la trovano solo nel continuo mutare; una moltitudine d'individui, che compariscono pieni di vita, e scompariscono prima di aver compiuto nulla d'importante, ci avvertono che in queste commedie si va educando e formando il genio immortale di colui che creerà l'Orlando Furioso. Il grande poema sembra già vivere nella sua fantasia, pieno di vigore e di giovinezza, impaziente di venire alla luce. Si direbbe che esso già agita la mente del poeta, ed altera il carattere dell'opera che, in questo momento, egli ha ora fra le mani.

La Calandra del cardinal Bernardo Dovizi da Bibbiena, composta nel primo decennio del secolo XVI, levò gran rumore. Fu da molti affermato che essa iniziò il nuovo genere in Italia, il che non è vero, essendo stata già preceduta da alcune commedie dell'Ariosto, alle quali è molto inferiore. Il Bibbiena era però cardinale, toscano ed assai faceto; non era un poeta, ma voleva scrivere alla buona per divertire il pubblico, e vi riuscì. Il popolo, il papa, i cardinali, i personaggi più autorevoli del tempo lo ascoltarono, ridendo, e lo applaudirono. Il favore da lui ottenuto fu davvero grandissimo. La commedia fu subito molte volte recitata in varie città d'Italia, e poi anche, nel settembre del 1548, a Lione in Francia, ad iniziativa della nazione fiorentina, da attori toscani, fatti espressamente venire d'Italia, per festeggiare l'entrata di Errico II e Caterina dei Medici.[206] Nel suo prologo il Bibbiena dichiara, che non vuole usare il verso, «perchè la commedia rappresenta cose familiarmente fatte e dette, e perchè e' si parla in prosa con parole sciolte e non ligate.» Si scusa inoltre co' suoi uditori, se la commedia non è antica, perchè le cose moderne piacciono più; si scusa anche se non è latina, perchè vuole essere inteso da tutti, e la lingua che Dio e la natura ci han data, non bisogna stimarla meno che la latina, la greca e l'ebraica.[207] Tutto questo prova quanto il gusto del pubblico s'era allora mutato. Pure la Calandra è presa dai Menecmi di Plauto, sostituendo ai due gemelli maschi, affatto simili tra loro, un uomo e una donna anch'essi gemelli e simili in modo che, mutando abiti, vengono facilmente scambiati l'uno per l'altro. Da questa somiglianza e dalla sciocchezza di Calandro, che s'innamora dell'uomo credendolo donna, nascono mille equivoci buffi, comici, oscenissimi, il che secondava mirabilmente il gusto del tempo, e richiamava l'attenzione tanto più, perchè l'autore era cardinale, e papa e cardinali applaudivano e ridevano. Di moderno e di veramente nuovo non v'è che la forma esteriore, la vivacità e la naturalezza del dialogo toscano, che pur qualche volta è troppo lungo e monotono. La commedia si regge quasi del tutto sopra espedienti più osceni e buffoneschi che veramente comici. I personaggi sono vacui, e gl'incidenti non hanno mai un vero valore drammatico o comico, perchè tutto dipende dalla eccessiva imbecillità di Calandro, cui si può dare ad intendere quello che si vuole. Insomma è più che altro una farsa ripiena di facezie buffe ed oscene. La grande fortuna che ebbe allora, venne in parte anche dal modo in cui fu rappresentata; e si può facilmente capire come valenti attori potessero con essa riuscire a fare smascellar dalle risa un pubblico del secolo XVI. La Calandra rappresenta il momento in cui la commedia erudita e d'imitazione, avvicinandosi a quella dell'arte, trova finalmente nel dialogo in prosa la sua propria forma. Questo è ciò che le dà una importanza storica nella nostra letteratura.[208]