Ma colui al quale, dopo l'Ariosto, spetta il primo luogo, per aver dato il suo vero carattere alla commedia italiana, è di certo il Machiavelli, che superò tutti con la Mandragola. Che egli avesse un grande spirito comico e satirico, lo abbiamo già visto ne' suoi scritti, massime nelle lettere familiari; che perciò si sentisse inclinato a scrivere commedie, lo vedemmo del pari fin dal 1504, quando si provò ad imitar le Nuvole di Aristofane, scrivendo le Maschere, che andarono perdute, e nelle quali mordeva i suoi contemporanei. Ma tutto questo non poteva far supporre, che egli fosse capace di darci nella Mandragola la migliore commedia del teatro italiano, superiore, secondo il Macaulay, alle migliori del Goldoni, inferiore solo alle più belle del Molière.

L'azione, che par suggerita da un fatto avvenuto in Firenze, ha luogo nel 1504.[209] Ma il prologo ci fa chiaramente capire che la commedia fu scritta assai più tardi, certo dopo del 1512, nei giorni meno lieti della vita del Machiavelli.[210] Il Giovio, ne' suoi Elogia doctorum virorum, dice che Leone X, sentito del gran successo della Mandragola in Firenze, la fece dai medesimi attori rappresentare anche in Roma.[211] E da una lettera che scrisse Battista della Palla il 26 aprile 1520, vediamo che allora tutto era già pronto per farla recitare.[212] In quell'anno adunque la commedia era stata assai probabilmente già rappresentata in Firenze. La più antica edizione, di cui, secondo i bibliografi, si crede conosciuta la data, sarebbe quella che si suppone pubblicata a Roma nell'agosto del 1524;[213] ma par certo che, fra le edizioni senza data, ve ne sia qualcuna ancora più antica. Il Sanudo racconta, ne' suoi Diari, che il 13 febbraio 1523, la Mandragola fu recitata a Venezia, dove il teatro era così affollato, che non si potè dare il quinto atto. Ma la recita che si pretese data negli Orti Oricellari, dinanzi a Leone X, non viene in alcun modo confermata, anzi non par credibile. Si fece probabilmente confusione con la Rosmunda del Rucellai.

La Mandragola ha per noi una doppia importanza, perchè da un lato ci fa conoscere il genio comico del Machiavelli, nella sua maggiore originalità; da un altro ci presenta sotto nuova luce, il concetto che egli s'era formato degli uomini e della società del suo tempo. Di essa egli fa come una fotografia, che spiega sotto i nostri occhi, quasi cinicamente ridendo. Ma la sua spensierata gaiezza è pur qualche volta interrotta da uno scoppio improvviso di pianto, che egli comprime subito, e, quasi se ne vergognasse, cerca far credere che sia invece uno scroscio di riso. Se voi chiedete, così dice nel prologo, come mai l'autore si perda in una materia troppo leggiera per chi voglia parere uomo savio e grave,

Scusatelo con questo, che s'ingegna

Con questi van pensieri

Fare il suo tristo tempo più soave,

Perchè altrove non ave

Dove voltare il viso,

Che gli è stato interciso,

Mostrar con altre imprese altra virtue.[214]