«Ora non c'è più rimedio possibile ai nostri mali. Bisogna contentarsi di vedere ognuno starsene da canto a ghignare e sparlare. Così il secolo traligna dall'antica virtù, perchè vedendo come tutti biasimano e ridono, nessuno s'affatica alle opere generose, che il vento dissipa e la nebbia ricopre. Ma se qualcuno credesse di spaventar l'autore col dirne male, io vi ammonisco che sa dir male anch'esso, che questa anzi è la sua prima arte; e non istima in Italia alcuno, sebbene faccia reverenza a chi sembra portare miglior mantello di lui.»[215]
Callimaco è un fiorentino che ha trenta anni d'età, venti dei quali ha passati a Parigi tranquillamente. Ivi ha sentito tanto lodare la bellezza e le virtù della moglie di Nicia Calfucci, che è venuto a Firenze per vederla, e subito è stato preso di grande amore per lei. Questa donna per nome Lucrezia è così buona ed onesta, che l'unica speranza di Callimaco sta nella scempiaggine del marito, nel desiderio vivissimo in lui e nella moglie d'avere figliuoli. Mezzano di questo amore è un tale Ligurio, scroccone, al quale Callimaco ha promesso danari, e che frequenta casa Calfucci. La semplicità e la scempiaggine ingenua di messer Nicia, che ha titolo di dottore e si crede gran cosa, mirabilmente rappresentate, divengono una delle principali sorgenti del comico nella Mandragola. Ligurio intanto vuol persuadere messere Nicia di condurre, come consigliano i medici, la moglie ai bagni. Così egli pensa, che Callimaco avrà più facile modo a conoscerla ed avvicinarla. Ma messer Nicia resiste, perchè, sebbene desideri molto aver figliuoli, pure gli sembra gran cosa il muoversi, e i dottori dicono chi una cosa, chi l'altra; «non sanno quello che si pescano. — A te dà briga,» — gli dice Ligurio, — «il non essere uso a perder di vista la cupola del Duomo. — Tu, erri,» — risponde subito messer Nicia, — «io sono stato da giovane molto randagio, e non mancavo mai alla fiera di Prato, nè c'è castello intorno Firenze, dove io non sia andato. E ti vo' dire più là: io sono stato a Pisa ed a Livorno. Oh! va. — Avete visto il mare? quanto è maggiore d'Arno? — Che Arno! Quattro, sei, sette volte. Non si vede se non acqua, acqua, acqua!» — Si conchiude finalmente, che Ligurio sentirà i medici, e messer Nicia cercherà intanto disporre la moglie a partire.
Nella terza, che è l'ultima scena del primo atto, Callimaco chiede ansioso a Ligurio, che cosa hanno conchiuso, e Ligurio risponde che i Calfucci facilmente andranno ai bagni; ma teme che con questo non si sia fatto nulla. — «Io conosco che tu di' il vero,» — risponde Callimaco. — «Ma come ho a fare? che partito ho a pigliare? dove mi ho a volgere? A me bisogna tentare qualche cosa, sia grande, sia pericolosa, sia dannosa, sia infame: meglio è morire che viver così. S'io potessi dormire la notte, s'io potessi mangiare, se io potessi conversare, se io potessi pigliar piacere di cosa veruna, io sarei più paziente ad aspettare il tempo. Ma qui non ci è rimedio, e se io non son tenuto in isperanza da qualche partito, io mi morrò in ogni modo; e veggendo d'avere a morire, non sono per temere cosa alcuna, ma per pigliare qualche partito bestiale, crudo e nefando.» Questo linguaggio manifesta, con molta eloquenza, una passione assai singolare, perchè divenuta già violenta, prima ancora che Callimaco abbia parlato alla donna amata. Ligurio dice a un tratto d'avere una felice idea, e gli propone di fare esso le parti di medico col Nicia. Gli dirà poi il resto. E così vien fissato.
Nel secondo atto, Ligurio presenta Callimaco a Nicia, dandogli a intendere che è medico, e che ha una pozione, bevuta la quale, la moglie avrà un figliuolo. Se non che colui che le si avvicina la prima volta, dopo che essa ha bevuto, deve ben presto morire. Bisogna quindi consentire che la moglie sia la prima volta avvicinata da un altro. Lo spavento di Nicia a queste parole, la sua presunzione di parlar latino col finto dottore, la sua ammirazione nel sentirlo rispondere con citazioni latine che non capisce, la facilità con cui si persuade, appena gli viene affermato che il re di Francia ed altri principi consentirono all'esperimento, e tutto ciò credendo sempre essere più furbo degli altri, rendono questo secondo atto comico davvero. Ma non basta aver persuaso messer Nicia, bisogna ora persuadere la moglie, ed a ciò Ligurio suggerisce, unico mezzo, il confessore, che è un frate. — «Chi disporrà il confessore?» — gli domanda Callimaco. — «Tu, io, i danari, la cattività nostra, la loro,» — risponde l'altro, proponendo che si parli alla madre, perchè poi induca il confessore ad aiutarla, con l'autorità della religione, a persuadere la figlia.
Nel terzo atto la madre è già persuasa, a condizione però che non si gravi la coscienza. I prudenti, ella dice, debbono pigliare dei cattivi partiti il migliore. Nicia intanto ha già dato 25 ducati a Ligurio, che gli ha chiesti per corrompere il frate, ed a tal fine s'avviano ora alla chiesa. «Questi frati,» osserva Ligurio, «sono trincati ed astuti, perchè sanno i loro peccati ed i nostri. Chi non ne è pratico s'inganna e non sa condurli a suo proposito.»
Ed ora comparisce la prima volta sulla scena fra Timoteo, che sotto un certo aspetto può dirsi davvero il personaggio più notevole della commedia. Egli se ne sta in chiesa, tranquillamente discorrendo con una fantesca, e il dialogo, nella sua impareggiabile vivacità e naturalezza, nella sua spensierata tranquillità, fa un contrasto così singolare con tutto quello che deve seguire tra poco, che richiama alla memoria l'arte inarrivabile dello Shakspeare. — «Se voi vi volete confessare,» — dice il frate, — «io farò ciò che voi volete. — Non per oggi,» — risponde la donna; — «io sono aspettata, e' mi basta essermi sfogata un poco così ritta ritta. Avete voi detto quelle messe della Nostra Donna? — Madonna sì. — Togliete ora questo fiorino, e direte due mesi, ogni lunedì, la messa dei morti per l'anima di mio marito. Ed ancora che fosse un omaccio, pure le carni tirano; io non posso far ch'io non mi risenta, quando io me ne ricordo. Ma credete voi ch'e' sia in Purgatorio? — Senza dubbio. — Io non so già cotesto. Voi sapete pure quello che mi faceva qualche volta. Oh! quanto me ne dolsi io con esso voi. Io me ne discostava quanto io poteva; ma egli era sì importuno. Uh! nostro Signore. — Non dubitate, la clemenza di Dio è grande. Se non manca all'uomo la voglia, non gli manca mai la potenza a pentirsi. — Credete voi che 'l Turco passi questo anno in Italia? — Se voi non fate orazione, sì. — Naffe! Dio ci aiuti con queste diavolerie; io ho una gran paura di quello impalare. Ma io veggo qua in chiesa una donna, che ha cert'accia di «mio; io vo' ire a trovarla. State col buon dì. — Andate sana.»[216]
Intanto arrivano Nicia e Ligurio, il quale subito annunzia al frate, che vi sono alcune centinaia di ducati da distribuire in limosine, purchè egli dia mano ad aiutarlo in una faccenda, che è però tutta un'invenzione, che egli racconta solo per vedere se, colla promessa delle limosine, può sperare aiuto dal frate, e fidarsene tanto da domandargli ciò che veramente vuole. Vistolo infatti pronto a cedere, gli espone con arte ogni cosa, e ne riceve la promessa desiderata. Arrivano in questo mezzo le donne, e la madre va dicendo alla figlia, che non vorrebbe mai consigliarle nulla di male. «Se però fra Timoteo dirà che non c'è carico di coscienza, tu puoi stare tranquilla.» La figlia non sa persuadersi di dovere «esser cagione che un uomo muoia per vituperarla.» E qui di nuovo entra in campo il frate, e fa prova di tutta la sua destrezza. «Io sono stato in su i libri a studiare più di due ore questo caso, e dopo molte esamine, io trovo di molte cose che in particolare e in generale fanno per noi.... Voi avete, quanto alla coscienza, a pigliare questa generalità, che dove è un ben certo e un male incerto, non si debbe mai lasciare quel bene per paura di quel male. Qui è un bene certo, che voi avrete un figliuolo, acquisterete un'anima a messer Domenedio.... La volontà è quella che pecca, non il corpo, e la cagione del peccato è dispiacere al marito, e voi gli compiacete; pigliarne piacere, e voi ne avete dispiacere. Oltre di questo, il fine si ha a riguardare in tutte le cose. Il fine vostro si è riempiere una sedia in Paradiso, contentare il marito vostro.»[217] E così continua, ricordando ancora come la Bibbia dice che le figliuole di Lot non peccarono, perchè la loro intenzione fu buona, concludendo, che si tratta d'un peccato veniale, il quale va via con l'acqua benedetta. «A che mi conducete, Padre?» esclama qui la povera Lucrezia, e promette, confusa, di fare il voler loro; ma aggiunge che teme di non poter sopravvivere alla vergogna ed al dolore.
Il quarto atto s'apre con Callimaco, che è nelle angosce dell'incertezza. Un momento spera, un momento dispera. «Sei impazzato?» egli dice a sè stesso. «Non sai che verranno poi il disinganno ed il pentimento, anche se otterrai l'intento? Ma che cosa è il peggio che ti possa mai seguire? Morire ed andare all'Inferno. Vi son però tanti uomini da bene morti ed andati all'Inferno, perchè devi vergognarti d'andarvi tu? Volgi il viso alla sorte. Fuggi il male o, non potendolo fuggire, sopportalo come uomo. Non ti prosternare, non t'invilire come una donna. Ma io non posso restar fermo su questo pensiero,» «per- chè da ogni parte mi assalta tanto desio di essere una volta con costei, che io mi sento dalle piante dei piè al capo tutto alterare: le gambe tremano, le viscere si commuovono, il cuore mi si sbarba dal petto, le braccia si abbandonano, la lingua diventa muta, gli occhi abbarbagliano, il cervello mi gira.»[218]
Ora arriva da capo Ligurio, e la trama già ordita si avanza rapidamente al suo fine. Fra Timoteo s'è travestito, ed è divenuto un ausiliario potente e deciso al male, sebbene faccia tutto con la più grande bonomia. «E' dicono il vero quelli che dicono, che le cattive compagnie conducono gli uomini alle forche. E molte volte uno capita male, così per essere troppo facile e troppo buono, come per essere troppo tristo. Dio sa ch'io non pensavo ad ingiuriare persona. Stavami nella mia cella, diceva il mio ufficio, intratteneva i miei devoti; capitommi innanzi questo diavolo di Ligurio, che mi fece intingere il dito in un errore, donde io ci ho messo il braccio e tutta la persona, e non so ancora dove io m'abbia a capitare. Pure mi conforta, che quando una cosa importa a molti, molti ne hanno aver cura.»[219] Tutto ormai procede secondo i desiderî di Callimaco.
Il quinto ed ultimo atto incomincia con un altro soliloquio di fra Timoteo, il quale ha passato la notte senza dormire, per la smania di sapere come siano andate le cose. «Io dissi mattutino, lessi una vita de' Santi Padri, andai in chiesa, ed accesi una lampada che era spenta, mutai un velo a una Madonna che fa miracoli. Quante volte ho io detto a questi frati, che la tengano pulita! E si maravigliano poi se la divozione manca. Io mi ricordo esservi cinquecento immagini, e non ve ne sono oggi venti. Questo nasce da noi che non le abbiamo saputo mantenere la reputazione.» «Noi vi dicevamo orazioni e facevamo processioni, perchè si vedessero sempre immagini fresche. Ora non si fa nulla di queste cose, e poi ci maravigliamo che la cose vadano fredde. Oh quanto poco cervello è in questi miei frati! Ma sento un gran rumore di casa messer Nicia.» Tutti vengono allegri e contenti, per menare la Lucrezia in Santo, ed il frate, ricordandosi delle limosine promesse, fa l'orazione e li benedice. «Chi non sarebbe allegra?» sono le ultime parole della madre in questa commedia, che finisce con una benedizione data in chiesa all'adulterio.