Quello che più stranamente qui ci colpisce, non è il vedere una società in ogni sua parte corrotta, il non incontrare un solo personaggio veramente onesto e virtuoso; ma il vuoto orrendo, spaventoso che è nella coscienza di tutti; il vederli passare dal bene al male, senza quasi accorgersi di mutare. Callimaco s'è innamorato di Lucrezia prima d'averla veduta, solo per averne sentito lodare la bellezza e l'onestà; la sua passione diviene subito irresistibile, nè ha altro che un solo scopo e sensuale. Non può viver così, è disposto a pigliare piuttosto «qualche partito bestiale, crudo e nefando.» Gli balenano un momento l'idea dello scrupolo e la paura dell'Inferno; ma vi sono andati tanti uomini dabbene, può dunque farsi animo e andarvi anch'egli. La sola persona che apparisce onesta è la giovane sposa, la povera Lucrezia, un essere negativo, senza volontà, pienamente in balìa degl'inganni e dei capricci altrui. Quando la madre, il marito, tutti la spingono all'adulterio, perchè abbia un figlio, ella inorridisce e resiste; ma la menano in chiesa, dinanzi al confessore, il quale subito la persuade, che non c'è poi nessun peccato a «riempire una sedia in Paradiso.» Ed ella finisce non solo col rassegnarsi, ma col volersi allegramente godere la vita nell'abisso morale in cui l'hanno precipitata. La più chiara espressione, la più compiuta personificazione di questo stato di cose, si trova in fra Timoteo. Egli dice le sue orazioni e la messa, attende devoto alle immagini ed alla confessione; ma quando, per indurlo ad un'azione infame, gli sono promesse alcune limosine, non si turba punto. Considera che si diranno più messe, s'accenderanno più ceri; esamina i libri sacri e, trovato un sofisma adatto al caso, consente ad aiutare l'adulterio, a persuadere alla povera Lucrezia, che il male è bene, e che, disonorando se stessa, farà cosa grata a Dio. Ben riflette un momento che le cattive compagnie inducono al male anche i migliori; ma ormai ci si trova, e lo conforta il pensare che tutti sono interessati a nasconder la colpa. Spolvera le immagini, rilegge le vite dei Santi Padri, deplora la poca devozione de' suoi tempi; lo domina intanto, sopra ogni cosa, il desiderio di sapere se l'adulterio preparato, e col suo aiuto reso possibile, è riuscito ad votum. Saputo il resultato, li benedice tutti in chiesa.

Non vi pare, dinanzi a questa commedia, di veder sorgere, come evocata dalla vostra coscienza, la tragica figura del Principe, che con la sua spada insanguinata percorre le vie, e con la forza, la violenza, anche l'inganno, costringe i suoi sudditi ad unirsi per formare uno Stato, avere una patria, e, dopo averli disciplinati con l'Arte della Guerra, li conduce dinanzi al nemico, sospingendoli, con l'esempio di Roma, non cristiana, ma pagana, a difendere questo Stato e questa patria col proprio sangue, ed a ricordarsi finalmente, tra i pericoli e le sventure, d'essere uomini? Non vi pare di sentir tuonare la voce potente di Martino Lutero, il quale grida che c'è pure una coscienza, che c'è qualche cosa in essa di sacro e d'inviolabile, ed obbliga così i cattolici stessi a vergognarsi ed a correggersi? La Mandragola, fu già osservato, è la commedia d'una società, di cui il Principe è la tragedia. Questo vuole col ferro rimediare ai mali che quella descrive ridendo, ma dei quali accenna pure la causa riposta. Perciò essa incomincia e finisce nella chiesa. Ivi già i Discorsi ci dissero trovarsi il germe della corruzione italiana, ed ora noi vediamo rappresentato sotto i nostri occhi, come la religione, divenuta puramente formale e meccanica, possa col sofisma giustificare così il male come il bene, e produrre quindi il vuoto nella coscienza. Si direbbe che qui gli uomini commettano il male senza rendersene conto, senza neppure esser cattivi. Le azioni da essi compiute non sono più loro proprî atti. Par che li guidi, che li conduca una forza esteriore, la quale si chiama ora passione, ora istinto, ora consuetudine, pregiudizio, non si chiama mai coscienza. E però solo una forza esteriore può portarvi rimedio. Unica medicina il ferro. Tale fu sempre il pensiero dominante del Machiavelli, ed ogni volta che lo espone, il suo animo si esalta, il suo linguaggio acquista una precisione, una eleganza, una forza che trascina: egli pare allora un uomo ispirato, e diviene superiore a sè stesso. Questo pensiero, che fu il soggetto dominante del Principe, nella Mandragola si vede continuamente balenare da lontano. Lo stile e la lingua dell'autore salirono nei due scritti a tanta altezza da farli riuscire due grandi capolavori della prosa italiana. Il Machiavelli è di certo il primo nostro prosatore; ogni sua parola esprime un'idea, senza inutili ornamenti, senza artifizî, senza sforzo alcuno. Gli uomini, gli avvenimenti, le cose stesse sembrano aver trovato il loro proprio linguaggio, e parlare direttamente al lettore. Egli ha tutto il mirabile atticismo che è sulla bocca del popolo fiorentino, qualche volta riproducendone con singolare vigore anche gl'idiotismi, non sempre grammaticalmente corretti. Dal latino piglia ciò che è più necessario a dar forza, dignità al suo stile. E se questa imitazione prevale qualche volta un po' troppo in altre opere, di rado assai ciò gli succede nel Principe, e meno ancora nella Mandragola, dove i tesori della lingua parlata si manifestano liberamente, largamente in tutta la loro freschezza, in tutta la loro vivacità, la loro inesauribile varietà d'armonìa e di colori. Senza mai cader nel volgare, egli è sempre naturale, spontaneo; senza mai cader nell'artificioso, è sempre elegante.

Il Macaulay, che come critico letterario è certo autorevolissimo, ha per la Mandragola un'ammirazione quasi sconfinata. Crede che il Machiavelli abbia in essa provato, come, se si fosse dato al dramma, sarebbe salito alle maggiori altezze, ed avrebbe prodotto un effetto salutare nel gusto e nella letteratura nazionale. Ciò, egli afferma, si deduce non tanto dal grado, quanto dalla natura stessa dell'eccellenza conseguita: «con una corretta e vigorosa descrizione dell'umana natura, tien desta l'attenzione del lettore, senza bisogno d'un intreccio complicato o piacevole, senza la più lontana ambizione a far prova d'arguzia.»[220] Il carattere più originale in tutta la commedia è, secondo lui, quello di Nicia, e lo dichiara perciò superiore ad ogni elogio.[221] E veramente questo sciocco presuntuoso, che, senza mai avvedersene, diviene zimbello di tutti, è il personaggio più ingenuo e più vero, in un mondo nel quale non sembrano avere coscienza di sè, quelli che più dovrebbero averla. Il riso che muove, il comico di cui è sorgente continua, non vengono in noi amareggiati mai da nessuna considerazione estranea. Nicia è quindi nel suo genere perfetto, ed il conoscerlo rallegra artisticamente, senza moralmente affliggere.

Nella Mandragola v'è però un lato più serio, che è sfuggito al Macaulay, come gli è sfuggito quello che n'è il lato più debole. Se noi guardiamo alla unità fondamentale, al concetto dominante della commedia, Fra Timoteo è il personaggio che richiama la nostra attenzione principale. Il comico si unisce in esso ad una satira sanguinosa e profonda della società italiana, e possiamo quindi assai meglio riconoscere l'altezza del genio di colui che creava il singolare carattere. È però certo ancora, che il nostro riso è in questa commedia, assai spesso fermato, soffocato a mezzo. La immaginazione è come di tratto in tratto, quasi violentemente, dominata da troppo gravi riflessioni, per osare d'abbandonarsi a sè stessa, alla pura contemplazione estetica. L'autore, è ben vero, sembra occuparsi di rappresentarci solo il lato comico della società che gli sta dinanzi; ma dalla stessa sua rappresentazione sorge inesorabile, nel suo e nel nostro spirito, una satira sanguinosa. È come un nuovo, più alto, profondo e segreto concetto, che apparisce a distanza, senza poter mai entrar davvero nella commedia, perchè rimane sempre in una forma astratta, teoretica di riflessione filosofica. Il Machiavelli non riesce a concretarlo, ad individuarlo poeticamente, comicamente, facendo ricadere il ridicolo e il disprezzo sui veri autori d'una colpa, che ci mette orrore, e che egli invece si ostina a far trionfare ridendo. Ma questa non è l'atmosfera di cui la commedia ha bisogno per vivere, per respirare liberamente; e però i personaggi della Mandragola si trovano qualche volta come a un tratto circondati da una nebbia, che offusca i lineamenti della loro fisonomia reale, determinata e vivente, che pur costituisce il merito principale di questa commedia.

Si è detto da qualche critico, che Fra Timoteo è un buon frate, volendoci l'autore rappresentare in esso solo le conseguenze d'una falsa religione. Resta però a dimostrare come si possa esser buoni, ed aiutare a commettere azioni turpi, benedicendole anche in nome della religione. Che questa, una volta corrotta e mutata in puro formalismo, sia cagione di molti danni, è vero. Non è però vero che l'uomo possa mai trascorrere dal bene al male con animo così sereno e tranquillo, come fa Timoteo. E che dire d'una madre la quale cerca, ridendo, l'aiuto del confessore, per disonorare la propria figlia, la sola onesta, ma che finisce anch'essa col ridere del suo morale naufragio? I sospiri che sembrano qualche volta uscire involontari dal petto dell'autore, quando deplora i tempi in cui è nato e di cui fa parte, valgono solo a provar nuovamente, che neppure nella commedia è possibile sopprimere del tutto quel lato appunto dell'umana natura, che nella Mandragola è troppo spesso dimenticato. La descrizione che essa ci dà dell'uomo e delle sue passioni, se è sempre vigorosa ed originale, non è sempre corretta, come crede il Macaulay. L'arte ha bisogno della realtà vivente, deve rappresentarci la natura umana nella sua integrità, ed è uccisa dalle vivisezioni,[222] che possono giovar solo alla scienza. Al di sotto di ogni delitto, d'ogni corruzione, vuol sentire da vicino o da lontano la voce della coscienza, che anche nella colpa non può mai essere spenta del tutto, se prima non si spegne l'umana natura.

Con tutto ciò, riman sempre certo che la Mandragola fu scritta in un momento di vera ispirazione, nel quale il Machiavelli finì col superare sè stesso. La potenza della rappresentazione quasi sempre felicissima, la freschezza della forma e la profondità del concetto ne fanno un'opera che, non ostante i suoi difetti, è maravigliosa davvero. Ma che egli non fosse nato per esser un grande autore drammatico, lo prova il fatto, che non riuscì mai a compor nulla di simile alla Mandragola. Tutti gli altri suoi tentativi, riconfermarono sempre che, sebbene avesse scritto una commedia eccellente, egli non avrebbe mai saputo dare all'Italia un teatro nazionale. Il suo pensiero dominante, nella forma in cui costantemente lo vedeva, solamente nelle scienze politiche e storiche poteva riuscire davvero originale e fecondo, dando inesauribile materia a nuove riflessioni. La commedia italiana continuò, durante tutto il secolo XVI, a seguire la via in cui era già prima del Machiavelli entrata. E così avvenne che, con una fantasia ed uno spirito comico inesauribili; con una ricchezza, naturalezza, eleganza veramente prodigiose di lingua e di stile; con una vivacità inarrivabile di dialogo, gl'Italiani produssero un numero infinito di commedie, senza mai riuscire ad avere nè un Aristofane nè un Molière.[223] L'arte non è di certo una predica di morale; ma neppure può, senza rinnegare l'umana natura ed uccidere sè stessa, supporre che morale non vi sia, o presumere di ridere là dove ci sarebbe invece materia di pianto.

La Clizia, che venne rappresentata a Firenze nel 1525,[224] fu scritta certo dopo la Mandragola, e la ricorda infatti nella terza scena del secondo atto. L'azione, che in questa è messa nel 1504, è posta nell'altra due anni dopo, cioè nel 1506.[225] Il merito n'è assai inferiore, trattandosi d'una pura e semplice imitazione della Casina di Plauto, essa stessa, com'è ben noto, imitata dal greco. Il Machiavelli, sebbene qui muti in Fiorentini del suo tempo tutti quanti i personaggi della commedia antica, pure s'avvicina qualche volta tanto al suo originale, che addirittura lo traduce; qualche altra invece se ne allontana, abbandonandosi ad inopportune lungaggini e riflessioni astratte: di tanto in tanto però raggiunge qui appunto un'assai grande vivacità. Ma il suo genio comico si dimostra quasi sempre molto inferiore a quello di Plauto, che vuole emulare; e le sentenze e considerazioni generali raffreddano lo stile della commedia. Quasi tutte le aggiunte che vi fa di suo, ne indeboliscono lo svolgimento drammatico, scemandone il vigore comico.

Il prologo comincia col ripetere, in grave e solenne prosa, ciò che il Machiavelli ha già tante volte esposto altrove, che gli uomini cioè sono sempre gli stessi, e però quello che una volta seguì in Atene, è seguìto anche a Firenze. Egli preferisce il caso di Firenze, perchè ora non si parla più greco. — Cleandro ed il suo vecchio genitore Nicomaco si sono innamorati della giovane Clizia, allevata in casa loro, e tenuta come figlia. Nicomaco vuol darla in moglie al servo Pirro, e Cleandro, con lo stesso fine, cerca sventare la trama del padre, proponendo di darla al fattore Eustachio, nel che è secondato dalla madre, la quale s'è avvista d'ogni cosa. — La rappresentazione, che spesso è qui solo una narrazione di tutto ciò, forma l'intero primo atto e parte del secondo. A Plauto bastò invece un semplice dialogo, vivacissimo e comico, tra il servo ed il fattore, per entrar subito nel cuore del soggetto, senza prima narrare quello che doveva poi rappresentare. Ma il Machiavelli non si contenta ancora, ed aggiunge un lungo monologo di Cleandro, che è un paragone tra la vita dell'innamorato e quella del soldato, dialogo che starebbe assai meglio in una dissertazione politica o storica. Più vivace assai, nel secondo atto, riesce la commedia là dove la moglie disputa col marito, dicendo che vuol dare la giovane non al servo, ma al fattore, «che sa attendere alle faccende, ha un capitale, e viverebbe in su l'acqua, quando l'altro vive nelle taverne, nei giuochi, e morrebbe di fame nell'Altopascio.» Rimasta sola, essa ci dà una vivacissima pittura del mutamento che ha fatto il marito, la quale è anche una fedele descrizione della vita dei borghesi fiorentini a quel tempo. «Udiva la messa, trattava gli affari, andava ai magistrati, era ordinato in tutto. Ma da poi che gli entrò questa fantasia di costei, le faccende sue si trascurano, i poderi si guastano, i traffichi rovinano. Grida sempre e non sa di che; entra ed esce ogni dì mille volte, senza sapere quello si vada facendo.» La lingua è vivacissima, piena di motti fiorentini. Si finisce con un dialogo tra il servo ed il fattore, nel quale è molto bene imitato quello con cui incomincia la commedia di Plauto, e ne forma tutto il primo atto.

Nel terzo atto della Clizia, Cleandro si duole di trovarsi in lotta d'amore col padre. E questa sua condizione non apparisce in verità nè molto comica nè punto tragica. Come nella Casina, così nella Clizia, la moglie finalmente s'accorda col marito, per rimettere tutto alla decisione della sorte. S'imborsano i due nomi, si estrae quello di colui che sarà lo sposo, e riesce Pirro, secondo il desiderio di Nicomaco. Questi crede ora di trionfare, ma ha fatto i conti senza l'oste. Tutto lieto, egli fissa col pieghevole servo come avrà luogo il matrimonio, e la casa in cui egli, primo e solo, vedrà la novella sposa. Ma la moglie lo tien d'occhio, non lo perde mai di vista, e sa disporre le cose in maniera, che il povero Nicomaco si ritrova la notte non con la Clizia, ma con un famiglio. Il modo in cui il vecchio marito, tirato nella trappola, diviene ridicolo a tutti, è assai comico, forse anche più originale che in Plauto stesso,[226] sebbene nella maggior parte di questo atto il Machiavelli imiti o anche traduca la Casina.[227] La quale riesce però nel suo insieme molto più naturale, perchè la giovane è promessa sposa ad uno schiavo, non ad un uomo libero come nella Clizia, e la cieca, assoluta sottomissione al padrone è quindi più verosimile, più tollerabile. Nel quinto atto la moglie, mediante la trama che ha ordita, raggiunge il proprio fine, ed il marito umiliato si pacifica finalmente con lei. E qui la commedia veramente finisce, ma il Machiavelli v'aggiunge di suo quattro scene, nelle quali si scopre il padre della Clizia, un gentiluomo che arriva da Napoli; ed allora si celebra il matrimonio di lei con Cleandro. Quest'ultimo incidente è solo annunziato nella commedia di Plauto, il quale, come non fa comparire la fanciulla, nel che è seguìto dal Machiavelli, così non fa comparire neppure Cleandro. Egli capì, che un figlio in lotta d'amore col proprio padre, non può mai riuscir veramente comico; e che era addirittura superfluo il portar sulla scena il padre della fanciulla, il quale in fatti riesce nella Clizia niente altro che una vuota comparsa. Il Machiavelli abbandonò qui il suo modello, e fu a tutto suo danno.

La Commedia in prosa, brevissima, in tre soli atti, è piuttosto una farsa. Il soggetto è preso da un fatto, di cui sembra che si parlasse allora molto in Firenze. — Una serva si trova fra il vecchio padrone Amerigo, che s'è innamorato della comare, moglie di Alfonso, e frate Alberigo, che s'era innamorato della giovane padrona Caterina. Questa, confidandosi colla serva, le dice che ormai è stanca, e vuol cercarsi anch'essa un amante. L'altra allora le parla subito di Alberigo, vincendo facilmente le resistenze di lei. E il frate, divenuto così sicuro del fatto suo, cerca di mandare a vuoto la tresca fra Amerigo e la comare, di cui conosce il marito. Nella casa di costui viene la moglie d'Amerigo, e dopo aver colà visto prima l'amante, aspetta il proprio marito, che crede invece trovarvi la comare, e ne segue una scena clamorosa. In questo mezzo sopravviene, come a caso, il frate, che cerca metter pace fra marito e moglie, i quali, dopo essersi di nuovo ingiuriati, s'accordano finalmente, e pigliano a proprio confessore il frate stesso, che trionfa così ne' suoi intenti. — L'oscenità è qui anche maggiore del solito, l'azione è più narrata che rappresentata, e manca un vero svolgimento di caratteri. Il dialogo ha tutta la vivacità fiorentina del tempo, sebbene non sempre quella che è più propria del Machiavelli. Se questa commedia fosse veramente di lui, come per lungo tempo fu creduto, non aumenterebbe di certo la fama del suo genio comico. Ma dopo che il professor Bartoli pubblicò il prologo e l'argomento d'una farsa del Lasca, intitolata Il Frate, fu dimostrato che essa è una cosa stessa con la Commedia in prosa la quale non può quindi essere più attribuita al Machiavelli.[228]