Resta a dir qualche cosa di due altre commedie, quella chiamata la Commedia in versi, e l'Andria, che è solo una traduzione di Terenzio. L'autenticità della prima fu pure messa in dubbio da parecchi; altri la ritennero invece lavoro giovanile del Machiavelli. Ciò che potrebbe farla creder sua è il fatto, certo notevolissimo, che nel ben noto codice strozziano della Nazionale di Firenze, se ne trova una copia autografa di lui. Ma questa prova esterna perde il suo valore, quando si pensa che nello stesso codice v'è, di mano pure del Machiavelli, la Descrizione della peste, della quale nessuno oggi lo crede autore. In fine della commedia trovansi anche di sua mano scritte le parole: Ego Barlachia recensui,[229] E ciò ribadisce il dubbio, che egli avesse qui copiato alcuni scritti non suoi, del che troveremo più innanzi nuova conferma. Se poi dalle prove esterne passiamo alle interne, sarà assai difficile attribuire al Machiavelli questa Commedia in versi. Fondata tutta sull'equivoco di due nomi, Camillo e Catillo, essa porta sulla scena personaggi e fatti di tempi romani; non ha intreccio, non bellezza di stile, non realtà o verità di caratteri, ed è noiosa tanto che non si può reggere alla lettura. Piena d'eterni monologhi, non ha neppure quei motti e sali fiorentini, che non mancano mai nelle commedie e nelle poesie del Machiavelli. Scorrendola anche a caso, difficilmente si crederà che sieno di lui versi come quelli del monologo che incomincia:

Oh! che disgrazia, oh! che infelicità

È quella di chi vive in gelosia!

Oh! quanti savi tener pazzi fa,

Ma de' pazzi giammai savi non fe'.

Non si mangia un boccon mai che buon sia;

Usasi sempre solo. Adunque egli è

Piacer da mille forche. E spesse volte

Stassi desto la notte a udir quel dice

Sua donna, perchè già n'è sute colte;