[257]. Al Tommasini (I, pag. 100) non parve possibile che il Machiavelli fosse autore di questo Dialogo, che egli giudicava irreverente verso Dante, scritto «da pedantuccio uggioso, che con insufficienti ragioni gli si volle attribuire.» Ma più riesamino la questione, e più io sono costretto a persistere nel mio primo giudizio, che del resto è stato recentemente avvalorato da scrittori, che son pure autorevolissimi nella filologia e nella storia della lingua. Il compianto e benemerito Gaspary, nella sua bella Storia della letteratura italiana (II, 536) attribuisce il Dialogo al Machiavelli, e lo chiama höchst originelle. Il professore Rajna se ne occupò a lungo, nella Memoria qui sopra citata. In essa egli afferma che il contenuto del Dialogo è «tale davvero da rivelarci una mente così poderosa e originale, che il pensiero correrebbe al Machiavelli, quand'anche non fossimo assolutamente costretti a non uscir di Firenze.» La stessa opinione fu, in modo egualmente esplicito, manifestata dal professore F. D'Ovidio.
[258]. Nella prima edizione io credetti possibile supporre che il Dialogo fosse stato scritto anche prima del 1512. Il Gaspary dimostrò invece che non poteva essere anteriore al 1513, ed il Rajna, continuando la stessa ricerca, dimostrò con valide ragioni e con logica stringente, che quasi certamente il Dialogo fu scritto nell'autunno del 1514; certo non più tardi del 1516, nè prima del 1514.
— Recentemente, nel suo secondo volume (pag. 349 e segg.), il Tommasini modificò alquanto la sua prima opinione, senza però abbandonarla del tutto, senza cioè accettare come interamente provata l'autenticità del Dialogo.
[259]. Opere, vol. V, pag. 3-21.
[260]. Le stampe dicono huis, ma il cod. Ricci dice huy.
[261]. Nelle precedenti edizioni io avevo qui, in nota, osservato che c'era una certa somiglianza tra questo riassumere, per mezzo degli scrittori antichi, la lingua imbastardita, corrotta, ed il restaurare le istituzioni corrotte, riconducendole ai loro principii, di che il Machiavelli parlò spesso ne' suoi scritti politici.
Il sen. Morandi, in un suo recente lavoro, osservò che il Machiavelli, nel luogo citato, parla di lingue addirittura trasformate (divenute un'altra cosa) come il greco e latino. E trovò che io ero caduto in un grosso errore, che egli combattè vivacemente. (Morandi, Lorenzo il Magnifico, Leonardo da Vinci e la prima grammatica italiana, pagg. 105 e segg. Città di Castello, Lapi, 1908). Il Machiavelli, secondo lui, confutava in anticipazione la dottrina del Bembo, il quale sosteneva la lingua essere formata dagli scrittori, il che era contrario alla dottrina sostenuta da lui, che la diceva fiorentina, ed affermava che essa trovava la sua sorgente nel popolo di Firenze. Aggiungeva che con quella nota io veniva a dar ragione al Bembo contro il Machiavelli.
La dottrina del Machiavelli io l'ho esposta nel testo assai chiaramente, e non ho nulla da mutare. Nè ho inteso in nessun modo combatterla nella fugace osservazione fatta in una nota. Siccome però il Morandi ha ragione quando dice che, nel luogo citato, il Machiavelli accenna a lingue affatto decadute o morte come il greco ed il latino, così, per non generare equivoco, ho soppresso la nota incriminata. Mi sia lecito però osservare che, quando si dicesse che ai tempi del Beccaria e del Filangieri la lingua italiana era infranciosata e decaduta, e venne coll'aiuto e l'esempio dei buoni scrittori riassunta e rimessa nella buona via dal Parini, dal Foscolo, da altri, non direbbe un'eresia e non sarebbe perciò sostenitore della dottrina del Bembo contro quella del Machiavelli.
[262]. Qui c'è qualche divergenza da quello che dice nell'Arte della Guerra (Opere, vol. IV, pag. 282-3), che fu scritta dopo. Ma sarebbe strano vedere in ciò (come fa il Polidori) un'altra ragione per negare che il Machiavelli sia autore del Dialogo.
[263]. Questo modo di ricordar l'Ariosto, come notò il Gaspary, dimostra che allora non era anche pubblicato l'Orlando Furioso, che il Machiavelli, nel dicembre 1517, aveva letto ed ammirato (Lettera 17 dicembre 1517, a L. Alamanni).