[264]. Opere, vol. V, pag. 19.

[265]. Opere, vol. V, pag. 21.

[266]. Debbo qui riconoscere che, indotto dall'autorità del Bartoli e di altri storici della letteratura, anche io detti, nella prima edizione di quest'opera (vol. I, pag. 123-4), troppa importanza alla lettera dell'Aretino al Biondo, sulla questione della lingua. Di ciò mi son dovuto convincere dopo che, per le osservazioni giuste e cortesi del prof. F. C. Pellegrini, rilessi la lettera dell'Aretino insieme con quella del Biondo, quasi affatto dimenticata, e recentemente ripubblicata dal signor Mignini nel Propugnatore di Bologna (gennaio-aprile 1890). In sostanza i due eruditi discorrono, senza un criterio filologico determinato, sulle differenze che corrono fra il latino letterario ed il volgare. L'Aretino, esagerando molto, fa del volgare una lingua identica all'italiano, e affatto diversa dal latino letterario. Il Biondo, sebbene esageri, invece, nel voler troppo attenuare le differenze che pur riconosce fra il latino letterario ed il latino volgare, è assai più vicino al vero, vedendo nel secondo una semplice alterazione o corruzione del primo. Egli dà invece un'eccessiva importanza alle invasioni germaniche nella formazione della lingua italiana, ma la fa pure, in parte almeno, derivare dal latino volgare. Il vero è che ambedue discutono non dell'origine dell'italiano, ma principalmente, anzi quasi esclusivamente, della differenza che passa fra le due forme del latino. Dal modo però in cui una tal questione si risolve, deriva naturalmente anche la soluzione dell'altra. Ma essi non hanno nessun'idea precisa di ciò che forma il carattere essenziale d'una lingua; e qui appunto si vede assai chiara la enorme superiorità dell'ingegno divinatore del Machiavelli.

[267]. Vedi vol. II, pag. 75 di quest'opera.

[268]. Opere, vol. V, pag. 36.

[269]. Il Codice che contiene l'autografo, è quello più volte citato da noi, e descritto nell'opuscolo, Quarto Centenario, ecc., sotto il titolo: Libro degli autografi machiavelliani della Magliabechiana. Era indicato fra i Magliabechiani col numero 1451, fra gli Strozziani col numero 366. Ora è conservato fra i codici più rari e preziosi della Biblioteca Nazionale di Firenze, e contiene otto diversi manoscritti, sei dei quali autografi del Machiavelli. Fra questi è la Descrizione della peste, in un quaderno di 16 carte. Nella prima è scritto: Epistola fatta per la peste. E subito dopo: hanc epistolam agit laurentius Philippi stroci, cives florentinus, qui colebant plateam strociorum apud forum, et est multa plurcha, quia fecit illam Cum magna diligentia et studio temporis et laboris, et ob id laudo illam Cum amiratione ob elegantiam illius, et doctrinam magniam, ò rem inauditam et amirabilem, quod est ista, et testor Deum et homines bonos. — A tergo della carta 5ª trovasi ripetuto il principio della stessa dichiarazione, più in breve, ma con un linguaggio non meno strano e scorretto: Questa Pistola compose Laurentius Philippi Strozi cives florentinus, que colebat plateam strocioram apud forum, et est plurca. Segue la Descrizione della peste, di mano del Machiavelli, preceduta da una introduzione, pubblicata già dal Polidori e da altri, la quale è scritta da una terza mano. Dopo la Descrizione si leggono queste parole, della mano stessa di chi scriveva in così strana latinità: Copiata allibro grande nero di Lorenzo alla fine (qui seguono alcuni segni poco intelligibili, che sembrerebbero indicare il numero della carta), et così mi disse. Vedi Opere Minori di N. Machiavelli, pubblicate da L. E. Polidori, nota alla pag. 415: Firenze, Le Monnier, 1852.

[270]. Opere, vol. V, pag. 36. Questa è quasi tutta l'introduzione, quale trovasi nella Descrizione scritta di mano del Machiavelli. Più lunga e non meno intricata è l'altra, che, come già dissi, si legge trascritta separatamente, di mano diversa, nello stesso Codice.

[271]. Opere, vol. V, pag. 46-47. Il prof. L. A. Ferrai osservò che lo stile della Vita di Filippo Strozzi, scritta dal fratello Lorenzo, «ha qualche somiglianza con lo stile gonfio e prolisso» della Descrizione (Giornale storico della lett. italiana, vol. I, pag. 12 e seg.).

[272]. Opere, vol. V, pag. 45.

[273]. «Of this last composition, the strongest external evidence would scarcely induce us to believe him guilty. Nothing was ever written more detestable in matter and manner. The narrations, the reflections, the jokes, the lamentations are all the very worst of their respective kinds.... A foolish school-boy might write such a piece, and, after he had written it, think it much finer than the incomparable introduction of the Decameron. But that a shrewd statesman, whose earliest works are characterised by manliness of thought and language, should at near sixty years of age, descend to such puerility, is utterly inconceivable.» Macaulay's, Essays, vol. I, pag. 89. Con tali parole il Macaulay dimostra un criterio ed un gusto letterario ben più sicuri di quelli del Leo, il quale si fonda invece sulla Descrizione della peste, per denigrare il carattere morale del Machiavelli: «Wie leicht Machiavelli mit dem Tode umspringt, und wie er alles, was anderen schrecklich ist, mit der grössten Anmuth zu verhöhnen weiss sicht man recht gut aus der satyrischen Erzählung einer fingirten Heirath, während der Pest im Jahr 1527 in Florenz; es enthält diese Erzählung zugleich in jeder Zeile Beweise wie Machiavelli zu einer Zeit, wo ihn überall Unglück umgab, und kaum vier Wochen vor seinem eignem Tode (also nicht mehr bei jungen Jahren) seine Phantasie noch voll Bilder weiblicher Schönheit und sinnlicher Verhältnisse zu Weibern hatte.» Vedi la prefazione più volte citata, dal Leo premessa alla sua traduzione tedesca delle lettere del Machiavelli, pag. XIV, in nota.