Nel Capitolo dell'Ambizione, indirizzato a Luigi Guicciardini,[248] si torna di nuovo alle considerazioni filosofico-politiche. Esso non potè essere scritto molto dopo del precedente, perchè allude più volte, come di recente seguìta, alla fraterna lite dei Petrucci in Siena, la quale scoppiò l'anno 1516. L'Ambizione è cominciata da Caino, e non ha mai abbandonato i mortali. Perciò il mondo non ha pace, i regni, gli Stati furono disfatti, i principi rovinati. E se tu chiedi, perchè essa in un caso riesce nel suo intento, nell'altro no, io ti dico che questo dipende dall'essere o non essere all'ambizione unita la ferocia dell'animo. Ma se qualcuno volesse incolpare la natura, perchè non fa ora nascere fra noi uomini che abbiano questa energia, io gli ricorderei, che l'educazione può sempre supplire, dove manchi la natura. L'educazione fece un giorno fiorente e forte l'Italia, che
Or vive (se vita è vivere in pianto)
Sotto quella rovina e quella sorte,
Ch'ha meritato l'ozio suo cotanto.
Se tu in fatti rivolgi a questa lo sguardo, non vedrai altro che desolazione e stragi. I padri sono uccisi coi figli; molti vanno fuggendo in straniere regioni; le madri piangono il destino delle figlie; le fosse e le acque sono sozze di sangue, piene di membra umane;
Dovunque tu gli occhi rivolti e giri,
Di lagrime la terra e sangue è pregna,
E l'aria d'urli, singulti e sospiri.
«Tutto questo è nato dall'Ambizione. Ma a che vado io discorrendo lontano, ora che essa sopra i monti di Toscana vola, ed ha già messo tante faville tra quelle genti piene d'invidia, che arderà le terre e le ville, se grazia e ordine migliore non la spegne?»[249] Qui il Machiavelli allude alla guerra contro Urbino, cominciata appunto in quegli anni, e condotta da Lorenzo de' Medici, che partì da Firenze nel maggio 1516.
Poco di notevole hanno le terzine del Capitolo Pastorale e la Serenata in ottava rima. Il soggetto non si presta nè alla satira, nè alle considerazioni filosofiche; il merito dovrebbe essere puramente poetico, e la penna del Machiavelli procede quindi più fiacca. Le ottave sono abbastanza disinvolte, ma dopo quelle del Poliziano e dell'Ariosto, c'è poco in esse da ammirare. Scrisse ancora sei Canti Carnascialeschi di vario metro. Alcuni hanno brio e naturalezza, ma non v'è altro. Mancano la freschezza e la vivace descrizione che s'incontrano così spesso in quelli di Lorenzo de' Medici, il quale fu anche l'inventore del genere. Le oscenità che vi abbondano, restano perciò semplici allusioni indecenti. Nel primo, il Canto dei Diavoli, questi discendono saltellando sulla terra, e si dichiarano autori di tutti i mali e di tutti i beni che vi sono, incitando gli uomini a seguirli. Nel secondo, Canto d'amanti disperati e di donne, gli amanti piangono le pene invano patite per amore, e dichiarano che perciò preferiscono ora l'Inferno; le donne vorrebbero averne pietà, ma ormai è tardi, non è più tempo d'amore, e però esse concludono avvertendo le giovani a non aver troppi rispetti, per non pentirsi poi invano del tempo perduto. Nel terzo, che è intitolato Canto degli Spiriti beati, si deplorano i mali che tribolano il genere umano, specialmente l'Italia.