Risorga in voi l'amore
De' giusti e veri onori,
E torni il mondo a quella prima etade.
Così vi fien le strade
Del cielo aperte alla beata gente,
Nè saran di virtù le fiamme spente.[250]
Da questi versi si vede chiaro, come anche in mezzo al brio ed all'oscenità dei Canti Carnascialeschi, si facciano strada le solite riflessioni del Machiavelli, l'eterno pensiero della patria italiana e delle antiche virtù. Il Canto d'uomini che vendono le pine, e il Canto de' ciurmadori s'avvicinano più degli altri ai veri componimenti carnascialeschi. Seguono un'assai breve canzone, due ottave ed un sonetto. La canzone che incomincia: Se avessi l'arco e l'ale, è parsa a qualche critico moderno imitata da un epigramma greco dell'Antologia Palatina;[251] ma fu dal Piccolomini giustamente osservato che non solo è assai difficile provare che vi sia davvero imitazione visibile, ma che il codice unico contenente l'Antologia di Cefala, cioè il Palatino, fu fatto conoscere dal Salmasio assai dopo la morte del Machiavelli. Le due ottave ed il sonetto non hanno molto valore, sono versi amorosi, come pure amoroso è l'altro sonetto che trovasi a stampa nella sua lettera del 31 gennaio 1515. Dei tre sonetti a Giuliano de' Medici e dell'epigramma sul Soderini abbiamo parlato più sopra. Non è difficile che qualche altra breve poesia del Machiavelli sia rimasta inedita, giacchè soleva comporne spesso per suo passatempo.[252] Nella Vaticana trovasi un suo sonetto giovanile, indirizzato al padre, e poco intelligibile, perchè scritto, con allusioni oscure, in una lingua piena di riboboli fiorentini, che ricordano il Burchiello.[253]
Venendo ora alle prose letterarie, cominceremo innanzi tutto dal Dialogo sulla Lingua, nel quale si disputa, se la lingua in cui scrissero Dante, il Petrarca ed il Boccaccio, debba chiamarsi italiana o fiorentina. Le ragioni che furono addotte dal Polidori per negare che questo dialogo sia veramente del Machiavelli, non hanno secondo noi, valore di sorta. A lui pare impossibile che il Machiavelli, il quale disse che la venuta dei barbari, fra tanti mali, aveva all'Italia portato l'inestimabile vantaggio della nuova lingua, potesse poi, come si legge nel Dialogo, biasimare aspramente coloro che la chiamano italiana e non fiorentina o toscana. Ma la disputa intorno al nome, sollevata nel 1513 in Firenze, negli Orti Oricellari, dal Trissino,[254] che fece conoscere la prima volta il De Vulgari Eloquentia di Dante, non implica nulla quanto al merito della lingua. Al Polidori sembra impossibile del pari, che colui il quale deplorò sempre i mali d'Italia, accusi poi Dante d'aver profetato una grande rovina a Firenze, aggiungendo che la fortuna, per farlo bugiardo, l'ha condotta invece «al presente in tanta tranquillità e sì felice stato.» Tali parole gli sembrano un'allusione favorevole al governo del principato, cosa di cui non poteva, dice, il Machiavelli esser capace.[255] Ma questi lodò più volte le condizioni in cui Firenze si trovava al suo tempo, anche sotto i Medici, come lodò i Medici stessi. Al principato, che cominciò solo dopo la sua morte, non poteva certo alludere nel Dialogo. Ma tutti i dubbi del Polidori o di altri debbono cadere innanzi all'autorevole testimonianza del Ricci, il quale afferma chiaro che quel lavoro è del Machiavelli, «quantunque in alcune parti lo stile sia diverso dal solito.» Ed aggiunge, che «Bernardo Machiavelli figlio di detto Niccolò, oggi di età d'anni 74, afferma ricordarsi averne sentito ragionare a suo padre, e vedutogliene spesso fra le mani.»[256] V'è qualche volta, è vero, un certo sussiego e classicismo insolito in lui, non però mai tale da giustificare i dubbi, che si vorrebbero muovere sull'essere egli l'autore del Dialogo. Queste diversità di forma non solamente si spiegano con la natura del soggetto, erudito e letterario, ma son poche, e trovan pure qualche riscontro nei Discorsi, nel Principe e nelle Storie. In tutto il resto non mancano punto la solita vivacità, evidenza e spontaneità del Machiavelli. Se poi si esamina la sostanza, vi si trovano paragoni, osservazioni, pensieri così acuti ed originali, così propri di lui, che ogni dubbio deve di necessità sparire del tutto.[257]
Questo scritto fu assai probabilmente composto nell'autunno del 1514.[258] L'anno innanzi era stato a Firenze, ed aveva frequentato gli Orti Oricellari il Trissino. Egli che, secondo il Gelli, come abbiamo già accennato, fu primo a far conoscere ai Fiorentini il De Vulgari Eloquentia di Dante, sollevò anche la disputa sul nome da darsi alla nostra lingua. Appoggiandosi alle dottrine sostenute dal sommo poeta, affermava doversi essa chiamare italiana, non toscana, nè fiorentina. Ed il Machiavelli, col suo Dialogo, pigliava parte alla disputa, che s'accese allora in Firenze assai vivamente.[259] Incomincia, con una forma, come dicemmo, un po' più pomposa del solito, ad esporre quel concetto, che non manca quasi mai del tutto nelle sue opere, piccole o grandi che sieno, cioè che il maggiore obbligo e più sacro noi l'abbiamo verso la patria. Aggiunge poi, che fu mosso a scrivere questo suo Dialogo dalla «disputa accesa più volte, nei passati giorni, se la lingua, cioè, in cui scrissero i poeti e prosatori fiorentini, sia da chiamarsi italiana, toscana o fiorentina. Vogliono alcuni, egli continua, che ad ogni lingua dia il proprio carattere la particella affermativa, e così si avrebbero la lingua del sì, la lingua d'och e di huy,[260] come di yes, d'hyo (ja), ecc. Ma, se ciò fosse vero, parlerebbero la stessa lingua Siciliani e Spagnuoli. Ond'è che altri sostengono invece, che solo quella parte del discorso che si chiama verbo, è la catena e il nervo della lingua. Le lingue che variano nei verbi, sono, secondo questi tali, veramente diverse; quelle, invece, che variano nei nomi o altro, ma non nei verbi, hanno solamente una qualche dissomiglianza fra di loro. Le provincie d'Italia variano molto nei nomi, meno nei pronomi, assai poco nei verbi, e però s'intendono tutte facilmente l'una coll'altra. Anche gli accenti variano il parlare degl'Italiani, non però tanto che essi non s'intendano fra loro, come si vede fra i Toscani, che fermano le parole sulle ultime vocali, e i Romagnuoli, i Lombardi, che le sospendono. Considerate adunque quali sono le differenze in questa lingua italica, bisogna vedere quali, fra i parlari che la formano, tiene la penna in mano. I nostri primi scrittori, fatta qualche rara eccezione, sono fiorentini. Il Boccaccio dice, che egli scrive in lingua fiorentina; il Petrarca non ne parla; Dante, è vero, afferma di scrivere in lingua curiale, e danna ogni lingua particolare d'Italia, compresa la fiorentina; ma egli era nemico di Firenze, e la biasimava in ogni cosa. Inoltre parlare comune è quello che ha più del comune che del proprio, e viceversa proprio è quello in cui è più del proprio che del comune; giacchè non si trova nessuna lingua, la quale non abbia accattato qualche cosa dalle altre nel conversare. E con le nuove dottrine e le nuove arti, è pur necessario che vengano vocaboli nuovi di là appunto donde vengono quelle arti e dottrine. Questi vocaboli però sono sempre modificati con i modi, i casi e gli accenti della lingua in cui entrano, e formano una sola cosa con essa; altrimenti le lingue parrebbero rappezzate, e non tornerebbero bene. Così fra noi anche i vocaboli forestieri diventano fiorentini. In questo modo le lingue dapprima arricchiscono, più tardi si corrompono per la soverchia moltitudine di vocaboli nuovi la imbastardiscono e fanno divenire un'altra cosa. Ma tutto questo segue in uno spazio lunghissimo di tempo, tranne il caso d'una invasione, perchè allora la lingua si perde affatto in breve tempo. In questi casi, bisogna, volendo, riassumerla per mezzo degli scrittori di essa, come si fa oggi col latino e col greco.[261] Ora io vorrei chiedere a Dante, che cosa è in lui, che non sia scritta in fiorentino?» E qui, il Machiavelli comincia a disputare in forma di dialogo, per dimostrare che, salvo poche, tutte le parole adoperate dall'immortale poeta sono prettamente fiorentine.
Ogni lingua, egli osserva, è di necessità più o meno mista; ma quella «si chiama d'una patria, la qual converte i vocaboli che ella ha accattati da altri, nell'uso suo, ed è sì potente, che i vocaboli accattati non la disordinano, ma la disordina loro, perchè quello che ella reca da altri, lo tira a sè in modo che par suo». E si spiega poi anche meglio, ricorrendo ad uno de' suoi soliti paragoni. «I Romani avevano negli eserciti due legioni di loro cittadini, che erano in tutto 12,000 uomini, e 20,000 di altre nazioni;[262] nondimeno, siccome quelli erano veramente il nervo dell'esercito, così esso si chiamava sempre romano. E tu che hai messo nei tuoi scritti,» così dice il Machiavelli a Dante, «venti legioni di vocaboli fiorentini, ed usi i casi, i tempi, i modi, le desinenze fiorentine, vuoi che i vocaboli avventizî facciano mutar nome e natura alla lingua? Se la chiami comune, perchè s'usano in tutta Italia i medesimi verbi, questi sono pure variati in modo che sono da provincia a provincia un'altra cosa. Quello che t'inganna è che tu e gli altri Fiorentini che scrissero, foste celebrati tanto, che i nostri vocaboli furono perciò adottati e seguìti in tutta Italia. Paragona in fatti i libri scritti nelle altre provincie prima e dopo di noi. Negli uni non troverai le parole fiorentine, che abbondano negli altri, il che è una riprova che imitarono i nostri. Anche oggi gli scrittori delle altre parti d'Italia imitano con mille sudori la nostra lingua, nè vi riescono sempre, perchè la natura può più dell'arte. E quando adoperano termini loro, li spianano alla toscana. Nelle commedie poi, dove è necessario usare le parole e i motti familiari, che per riuscire noti debbono esser propri, i non Toscani hanno poca fortuna. Se uno di essi vorrà usare i motti della patria sua, farà una veste rattoppata; se poi non vorrà usarli, non conoscendo quelli di Toscana, farà una cosa monca, che non avrà la perfezione sua. Io voglio portare in esempio una commedia (I Suppositi) scritta da uno degli Ariosti da Ferrara.[263] Vedrai in essa una gentil composizione, uno stile ornato ed ordinato; vedrai un nodo bene accomodato e meglio sciolto; ma la vedrai priva di quei sali che ricerca una commedia, non per altra cagione che per la detta, perchè i motti ferraresi non gli piacevano e i fiorentini non sapeva.»[264] Cita poi alcuni esempi di espressioni ferraresi, che stanno assai male fra le toscane, e conchiude che per iscrivere bene bisogna intendere tutte le proprietà della lingua, e per intenderle, andare alla fonte, altrimenti si fa una composizione dove una parte non corrisponde coll'altra. «La poesia passò di Provenza in Sicilia, di quivi in Toscana, più di tutto in Firenze, e ciò per esservi la lingua più adatta. Ora poi ch'essa s'è così formata, si vedono Ferraresi, Napoletani, Veneziani scrivere bene, avere ingegni attissimi allo scrivere, il che non sarebbe seguìto, se i grandi scrittori fiorentini non avessero prima dimostrato loro, come dovevano dimenticare quella naturale barbarie, nella quale il loro patrio linguaggio li sommergeva. Si deve conchiudere, adunque, che non v'è una lingua curiale o comune d'Italia, perchè quella cui si dà questo nome, ha il fondamento suo nella fiorentina, alla quale, come a vero fonte, è necessario ricorrere, e però anche gli avversari, non volendo esser veri pertinaci, hanno a confessarla fiorentina.»[265]