Se qui si considera in quali condizioni si trovava allora, fra gli eruditi italiani, la scienza filologica; se si ricorda quanti elogi furono, ai giorni nostri, fatti a Leonardo Aretino, solo per avere egli ragionato della grande differenza che passava fra il latino parlato e lo scritto;[266] se si pensa che il Machiavelli non era nè erudito nè filologo, le sue osservazioni debbono dare sempre maggior prova dell'ingegno originale che aveva. Dire che l'indole propria delle lingue non sta nel maggiore o minor numero di parole che esse hanno in comune; ma nel verbo, sola parte del discorso che veramente si modifichi nella lingua italiana, la quale ha coniugazioni, non declinazioni, val quanto dire che la grammatica costituisce il carattere distintivo delle lingue. Ora questo è il concetto appunto col quale Federigo Schlegel iniziò la filologia comparata nel 1808. Il Dialogo sulla lingua prova chiaro, sebbene nessuno lo abbia finora osservato, che la stessa idea era stata tre secoli prima intravveduta dal Machiavelli. È ben vero, che nell'esporre le sue osservazioni, egli dice spesso: vogliono alcuni; e ciò potrebbe far supporre che avesse preso da altri il suo concetto fondamentale. Ma è prima di tutto da ricordare, che il Machiavelli, come abbiam visto altrove, dichiarò che credeva opportuno fare uso di queste o di altre simili parole, a conciliarsi meglio l'animo del lettore, quando esponeva idee e considerazioni sue proprie, che potevano sembrare troppo nuove o ardite.[267] Oltre di che, non solamente non si trova, per quanto noi sappiamo, negli eruditi del tempo una qualche traccia anche lontana del concetto suo; ma questo fu sino quasi ai nostri giorni combattuto in Italia, dove, più lungamente che altrove, la tendenza generale della filologia fu di sostenere invece, che la somiglianza delle parole costituisce la parentela delle lingue. Il Machiavelli, non solo partì dal principio opposto, ma provò che il concetto era suo, sapendone cavare conseguenze assai giuste, allora nuove ed arditissime. Certo i tempi non erano maturi, nè egli poteva avere le cognizioni necessarie a promuovere la grande rivoluzione scientifica, che fu possibile solo nel principio del secolo XIX. Pure anche dalle osservazioni secondarie, dalle applicazioni che fece del suo concetto, si vede assai chiaro che egli ne comprendeva tutto il valore. L'importanza che dà non solo alle forme grammaticali, ma anche all'accento; la confutazione che fa dell'ipotesi, sostenuta da Dante, d'una lingua curiale composta di più dialetti, che il Machiavelli dice giustamente sarebbe una lingua rappezzata e non viva; la esposizione del come il parlare dei Fiorentini, pure accettando molte parole dagli altri dialetti, le assimilò e fece sue, dando ad esse le desinenze e le forme grammaticali sue proprie; tutto ciò, dato come conseguenza logica del primo concetto fondamentale, è ragionato in modo che par di sentire il linguaggio d'un filologo moderno. E così sempre più si conferma che, quando si tratta di scoprire i caratteri sostanziali dei fenomeni sociali, morali o intellettuali, e determinarne le leggi, il genio del Machiavelli apparisce in tutta quanta la sua potenza, ed il suo occhio vede assai lontano, penetra assai al disotto della superficie.

Di un altro scritto, che è intitolato la Descrizione della Peste di Firenze dell'anno 1527,[268] ed ha forma di epistola, è messa, con assai maggior ragione, in dubbio l'autenticità, sebbene in favore di esso militi il fatto, che ne abbiamo una copia senza dubbio di mano del Machiavelli. In questo autografo sono però giunte e correzioni fatte da Lorenzo di Filippo Strozzi, al quale, in più parti del manoscritto stesso, è da altra mano antica attribuita tutta la Descrizione.[269] Ciò fa credere che il Machiavelli, come nello stesso codice aveva copiato la Commedia in versi, che non si può creder sua, così copiasse ancora uno scritto dell'amico Lorenzo Strozzi, che poi lo rivide e corresse di sua mano, il che non avrebbe osato fare con una composizione del suo amico, tanto a lui superiore. Ogni dubbio scomparisce poi, quando appena si comincia a leggere questa Descrizione, che non sarà mai attribuita al Machiavelli da nessuno che ne abbia con attenzione letto le opere.

Lasciamo pure da parte, che l'anno 1527 fu quello in cui il Machiavelli morì, e non è certo credibile che, fra i tanti gravissimi pensieri che lo assediavano allora, egli avesse trovato il tempo per mettersi a fare una descrizione della peste. Questa era cominciata alcuni anni prima, e la data potrebbe perciò essere inesatta. Ma si può egli supporre che, nel 1527 o qualche anno prima, il Machiavelli parlasse d'un suo nuovo matrimonio, come fa nella Descrizione, quando si sa che a lui sopravvisse la Marietta, la sola moglie che egli ebbe? E chi vorrà mai crederlo autore d'uno scritto che incomincia con un periodo contorto e pedantesco come questo: «Non ardisco in sul foglio porre la timida mano, per ordire sì noioso principio, anzi quanto più le tante miserie per la mente mi rivolgo, più l'orrenda descrizione mi spaventa; e sebbene il tutto ho visto, mi rinnuova il raccontarlo doloroso pianto; nè so anche da che parte tale cominciamento fare mi deggia, e se lecito mi fosse, da tale proponimento mi ritrarrei.»[270] E continua sempre allo stesso modo. Ecco in fatti come descrive la bellezza d'una donna: «Candido avorio sembravano le fresche sue e delicate carni, e sì gentili e morbide da riserbare d'ogni quantunque leggiero toccamento forma, non meno che di un verde prato la tenera rugiadosa erbetta i sospesi vestigi dei leggieri animaletti faccia.... Ma che dirò io della melliflua e delicata bocca tra due piagge di rose vestite e di ligustri posta, la quale in tanta mestizia parea, che di un celeste riso non so come splendesse?... Le rosate labbra sopra gli eburnei e candidi denti accesi rubini parieno, e perle orientali insieme miste. Aveva da Giunone del soavemente esteso naso la forma tolta, così come da Venere delle candide e distese guance, ecc.»[271] Se vuol dire d'uno che sedeva sul pancone degli Spini, incomincia: «E sopra il solitario in questi tempi pancone degli Spini, ecc., ecc.»[272] Il verbo non viene, se non dopo tre o quattro versi ancora. Ha quindi pienissima ragione il Macaulay, quando afferma che nessuna prova esterna potrebbe indurlo mai a credere il Machiavelli colpevole d'uno scritto così detestabile, che si potrebbe appena tollerare in uno sciocco scolare di retorica.[273]

Il Dialogo dell'ira e dei modi di curarla, dettato anch'esso in uno stile assai contorto, fu da tutti, salvo il Poggiali e qualche altro, giudicato tale da non potersi in nessun modo attribuire al Machiavelli. È una traduzione dell'opuscolo di Plutarco, Del non adirarsi, come già dicemmo più sopra.[274] Ed anche qui noi crediamo che basti citarne qualche periodo, a convalidare senz'altro l'opinione che si può dire universalmente accettata, che esso cioè non sia un lavoro del Machiavelli. Ecco il principio: «Rettamente a me pare, Cosimo carissimo, che faccian quei prudenti pittori, li quali avanti che del tutto finischin l'opere loro, se le tolgono dalla vista per qualche tempo; acciocchè l'occhio, per quello intervallo, perdendo l'assidua consuetudine del vedere quella pittura, e dipoi, tornando nuovamente a rivederla, meglio e più dirittamente ne giudichi, ed in essa conosca i difetti, i quali forse gli avrebbe celati la continua familiarità.»[275] Chi vorrà supporre che un periodo come questo, che è pure uno dei più semplici e dei meno contorti in tutto il Dialogo, possa mai attribuirsi al Machiavelli?

La ben nota Novella di Belfagor arcidiavolo fu senza dubbio scritta da lui. Essa non ha grande intreccio, nè vera analisi di caratteri; può dirsi uno scherzo, un capriccio grazioso, di cui molti esempi troviamo nei nostri novellieri. Plutone, osservando come tutti coloro i quali venivano nell'Inferno, si lamentavano sempre delle mogli, a cui attribuivano la cagione della loro condanna, riunì i suoi a consiglio, e deliberarono d'indagare la verità del fatto. A questo fine venne mandato sulla terra l'arcidiavolo Belfagor, sotto forma d'uomo, con 100,000 ducati, a prender moglie. Egli sposò in Firenze una tale Onesta, figlia d'Amerigo Donati; e subito la superbia, lo spendere, i modi, i parenti di lei lo ridussero alla disperazione ed alla miseria. Perfino alcuni diavoli, che in forma di serventi aveva seco menati, preferirono tornarsene a stare nel fuoco all'Inferno. I creditori lo assediarono in modo, che finalmente si dovè dare alla fuga, per evitare la prigionia. Inseguito da essi, dai magistrati, dal popolo, fu nascosto e salvato da un contadino, al quale promise, per gratitudine, d'arricchirlo. Gli disse in fatti, che quando avesse sentito parlare di qualche donna spiritata, indemoniata, fosse pur venuto a trarlo fuori, che esso, per dargli occasione di grosso guadagno, se ne sarebbe andato via. E così per ben due volte s'avverò il caso, con grande fortuna del contadino. La seconda volta però il diavolo, che era entrato nella figlia del re di Napoli, gli disse: Bada che questa sia l'ultima volta, che tu vieni a cavarmi di dove sono, perchè, se tu ritorni ancora, avrai a pentirtene amaramente. Ed il contadino, che allora ricevette da quel re la somma di 50,000 ducati, contento ormai dei guadagni fatti, voleva tornarsene a casa, a vivere tranquillo. Ma invece la fama del suo misterioso potere s'era diffusa per tutto, in guisa che trovandosi indemoniata la figlia del re di Francia, Luigi VII, questi ricorse a lui, e non accettò scuse. Il contadino dovè adunque provare la terza volta. Ma non s'era appena accostato alla figlia del Re, che il diavolo ricordandogli di quanto aveva già detto, minacciava di farlo pentire, se non andava subito via. E da un altro lato il Re, non volendo sentire ragione, lo minacciava nel capo. Messo così fra l'incudine ed il martello, il contadino ricorse all'astuzia. Ordinò che fosse nella piazza di Nostra Donna costruito un gran palco di legno, su cui dovevano sedere tutti i grandi baroni e prelati del Regno, e in mezzo della piazza un altare, su cui doveva prima celebrarsi la messa, poi esservi condotta la figlia del Re. In un canto dovevano trovarsi venti persone almeno, con trombe, corni, tamburi, cornamuse ed ogni altra sorta dei più romorosi strumenti, con ordine di sonare e correre verso l'altare, non appena il contadino avesse fatto un cenno, levando in aria il cappello. Tutto finalmente era pronto: i dignitari al loro posto, la piazza piena di popolo, la messa celebrata, la figlia del Re all'altare. Ma il diavolo minacciava sempre il contadino, e da capo lo avvertiva che, se non s'allontanava subito, qualche cosa di ben triste gli sarebbe seguìta. Questi allora fece il segno convenuto, levando il cappello, e senza indugio i sonatori s'avanzarono, facendo strepito grandissimo cogli strumenti. All'inaspettato romore, il diavolo, stupito, domandò al contadino: Che cosa è mai seguìto? Ohimè! gli rispose l'altro, è la moglie tua che viene a ritrovarti. A questo annunzio, senz'altro chiedere, il diavolo si dette a precipitosa fuga, tornandosene per sempre all'Inferno, a far fede dei pericoli e dei guai del matrimonio.[276]

Si pretese da alcuni, che con la sua piacevole novella il Machiavelli avesse voluto alludere ai tormenti che egli ebbe dalla sua Marietta; ma i fatti più noti e i documenti più accertati dimostrano chiara la insussistenza della pretesa allusione. La Marietta, come abbiam visto, fu sempre una buona moglie, e, se mai, poteva piuttosto fare rimproveri al marito, che meritarne da lui.[277] Vi fu ancora chi pretese, che della novella non fosse autore il Machiavelli, perchè un'altra compilazione, non molto diversa, ne venne alla luce col nome di monsignor Giovanni Brevio, nel 1545. I Giunti però la pubblicarono nel 1549, nella sua forma primitiva, col nome del Machiavelli, dichiarando di volerla così restituire «come cosa propria al fattor suo, essendo stata usurpata da persona che ama farsi onore degli altrui sudori.»[278] L'autografo di essa fu poi trovato nella Biblioteca Nazionale di Firenze,[279] il che pose termine alle dispute, giacchè le prove intriseche, cavate dallo stile e dalla lingua, erano già tutte in favore del Machiavelli. Egli non fu certo l'inventore del soggetto, che si trova già nei Quaranta Visiri, libro turco, derivato da fonte araba, e questa da indiana.[280] Il racconto venne dunque, per tradizione orale, se non scritta, dall'Oriente in Italia, e fu dal Machiavelli narrato nella sua novella, imitata poi dal Brevio, da Doni, dal Sansovino, da G. B. Fagiuoli e da altri. Fra di essi è da citarsi anche il La Fontaine, che riuscì in questa imitazione meglio assai che nel racconto imitato dalla Mandragola. Una novella molto simile è oggi popolare anche fra gli Slavi del Sud.[281]

Ricorderemo ora solamente il titolo d'alcuni altri brevissimi scritti del Machiavelli, che hanno poca o nessuna importanza. I Capitoli per una bizzarra compagnia[282] non sono che uno scherzo da ridere. L'Allocuzione fatta da un magistrato nell'ingresso dell'ufficio[283] non contiene altro che alcune considerazioni generali sulla giustizia, pel benessere degli Stati, con una lunga citazione dalla Divina Commedia sullo stesso argomento. Sembra il principio d'un qualche esercizio letterario, appena abbozzato. Nè molto diverso è il Discorso morale,[284] che pare scritto per essere letto in una delle tante confraternite religiose che v'erano allora a Firenze, ed espone, con una devota unzione, non scevra di certa velata ironia, l'obbligo ed i benefizî della carità verso il prossimo, della obbedienza verso Dio. Nè occorre fermarsi oltre su di ciò.

CAPITOLO XII.

Le Istorie fiorentine. — Il primo libro o la introduzione generale.

Quando il Machiavelli si pose a scrivere le Storie, vi erano in Firenze due scuole di storici, quella, cioè, di coloro che continuavano sempre nella via tenuta dal Villani, e gli eruditi, che avevano preso una direzione affatto diversa. Cronache, Annali, Prioristi, Diarî, che registravano giorno per giorno i fatti seguìti, se ne scrivevano allora molti, e l'uso n'è rimasto in Toscana fino anche ai nostri giorni, presso alcune famiglie. Nessuno di questi lavori però riusciva più, nel tempo di cui discorriamo, ad avere una reputazione letteraria. Il Tumulto dei Ciompi di Gino Capponi, le Istorie di Giovanni Cambi, quelle dello Stefani, il Diario di Biagio Buonaccorsi e molti altri simili scritti sono dicerto sorgente preziosa di notizie, ma come opere d'arte valgono assai poco. Da un pezzo quindi primeggiavano già gli eruditi, che avevano messo nell'ombra i cronisti, e, seguendo una via nuova, trovarono imitatori in tutta Italia. Ormai solo gl'ingegni minori, e quelli che non facevano professione di lettere, osavano seguire la vecchia strada. I principali rappresentanti fra gli storici eruditi erano stati a Firenze Leonardo Aretino e Poggio Bracciolini, che godevano ancora una grandissima fama. Essi, come abbiam visto altrove,[285] scrivevano in latino ciceroniano; non si contentavano più di registrare giorno per giorno i fatti seguìti; volevano aggrupparli con arte, alla maniera di Tito Livio, che pigliavano a modello. Sprezzavano la cronica, perchè miravano alla dignità classica della storia; ma la facevano consistere nel dare ai fatti che narravano, grandi proporzioni; nel trasformare le più piccole scaramucce dei Fiorentini in battaglie strepitose. I loro personaggi vestivano la toga romana e, per sempre più imitar gli antichi, pronunziavano solenni discorsi che riuscivano retorici. Tale era il carattere generale di questi scrittori. Leonardo Aretino però faceva, pel suo raro ingegno critico, in non piccola parte, eccezione. È ben vero che egli dice d'essersi messo a scrivere, «perchè le gloriose opere del popolo fiorentino meritano d'essere tramandate ai posteri, e la guerra da essi sostenuta contro Pisa può essere paragonata a quella dei Romani contro Cartagine. Sgomenta però la difficoltà dell'impresa, e soprattutto la rozzezza dei nomi moderni, che sono restii ad ogni eleganza.»[286] E con tali parole sembrerebbe voler seguire la via di quasi tutti gli altri storici eruditi. Ma così non era, a causa appunto della originalità del suo ingegno.