Agli storici eruditi in generale mancava ogni spontaneità e vivacità, ogni colorito. E sotto questo aspetto riuscivano inferiori ai cronisti del Trecento ed anche a coloro che, nello stesso Quattrocento, per mancanza di cultura classica li imitavano. Chi, per esempio, legge le storie del Bracciolini, non si avvedrebbe che egli era stato segretario della Repubblica fiorentina. Giammai un aneddoto, un ritratto copiato dal vero, una descrizione di uomini o di luoghi personalmente veduti. E questo può dirsi un carattere generale degli eruditi. Essi però abbandonarono la via tenuta dai cronisti, i quali narravano cronologicamente i fatti, senza punto coordinarli fra loro. Gli eruditi invece, anche in ciò imitando gli antichi, li aggruppavano, li collegavano. Era però un collegamento più letterario e formale che logico. Ma questa unità letteraria e formale aprì la via alla unità intrinseca e logica.
Quelli che primi entrarono per questa via, iniziando così la critica storica, furono il Biondo e più specialmente l'Aretino. Essi vennero spinti a ciò dalla natura del loro ingegno, ed anche del soggetto che avevano impreso a trattare, perchè non si limitarono solo alla storia contemporanea; ma si occuparono molto di storia generale del Medio Evo. E questo doveva di necessità spingerli alla critica delle fonti.
Noi avemmo già occasione di notare che Flavio Biondo fu uno di coloro che iniziarono la critica storica nel tempo stesso che altri iniziavano la filologica e la filosofica. Egli in fatti non solo esamina la diversa credibilità degli autori; ma anche quando narra avvenimenti contemporanei dei quali ha avuto notizia da testimoni oculari, discute se questi erano in condizione da conoscere il vero e da volerlo fedelmente esporre. Qualche volta, perfino dall'esame di una frase popolare, sa cavare la prova della credibilità di alcuni avvenimenti storici.[287] Leggendo i suoi scritti si vede, come fu già osservato da altri, che la critica era allora nell'aria stessa che si respirava. Essa pareva qualche volta che nascesse spontaneamente prima quasi, che gli scrittori che la promovevano ne fossero del tutto consapevoli.
L'Aretino però che precedette il Biondo aveva maggiore ingegno ed originalità, più vasta dottrina e non minore spirito critico. Egli scrive che vuole non solamente narrare, ma anche esporre «le cagioni dei partiti presi e rendere giudizio delle cose accadute.»[288] Certo non sempre riesce nel suo intento; ma più di una volta apparisce come un precursore del Machiavelli, quasi un anello di congiunzione fra gli storici del secolo XV e quello del XVI. Dopo avere accennato agli Etruschi ed ai Romani, incomincia col dare uno sguardo alla storia generale del Medio Evo. Suo scopo è qui, egli lo dice chiaramente, di ricercare le origini storiche della città di Firenze, abbandonando le volgari e favolose opinioni (vulgaribus fabulosisque opinionibus rejectis).[289] Senza dubbio fu il primo (e gli fa grande onore) che abbandonò tutte quante le favolose e spesso puerili leggende, sulle origini della Città, leggende di cui le cronache, a cominciare dal Villani, sono piene. Si ferma invece a parlar di Firenze colonia romana. Così pure lascia da parte il racconto favoloso di Firenze distrutta da Totila e ricostruita da Carlo Magno, più di una volta correggendo il Villani, che è pure, nei primi libri la sua fonte principale. A differenza dal Bracciolini, egli non è contento di narrar solamente le guerre esterne, fermandosi spesso a parlare anche dei fatti interni di Firenze. E, quello che è anche più notevole, in questi casi non si contenta dei soli cronisti, ma ricorre anche ai documenti d'archivio, di che la sua opera dà spesso prove sicure. La storia speciale di Firenze incomincia col secondo libro e nei nove successivi è condotta fino al principio del secolo XV. Non ostante i suoi molti pregi, questa storia non riesce però, come abbiam già notato, a liberarsi da molti difetti degli umanisti, specialmente nei discorsi qualche volta interminabili che pone in bocca dei personaggi.[290]
Questi difetti sono assai più visibili nel Bracciolini, il quale, dopo avere accennato, in sei o sette pagine, gli avvenimenti seguìti fino al 1350, comincia a procedere più lento, fermandosi però sempre alla sola narrazione magniloquente delle guerre, che nella sua storia paion tutte guerre degli antichi Romani.[291] Egli scrive con assai minore critica dell'Aretino e con più fretta, ma con maggiore vivacità e spontaneità di forma latina. Questo bastò, perchè il suo libro avesse allora gran fama.
Ma la storia erudita decadeva al tempo del Machiavelli; l'Aretino ed il Bracciolini, che le avevano dato rinomanza, appartenevano ad un'altra generazione. La lingua italiana che era tornata in onore, il grande e continuo studio che degli avvenimenti politici avevano cominciato a fare gli ambasciatori e gli uomini di Stato italiani, rendevano necessario un altro modo di trattarla. Si voleva una storia scritta in italiano, che fosse ad un tempo eloquente, vivace e fondata sullo studio della realtà, sulla conoscenza dell'uomo e delle vere cagioni dei fatti, che dovevano essere fra loro logicamente connessi. La forma moderna, quella stessa a cui anche oggi tutti miriamo, doveva finalmente nascere. Per questa ragione, quando gli amici del Machiavelli trovarono nella sua Vita di Castruccio Castracani il nuovo stile storico, gli furono prodighi di lodi, e lo incoraggiarono a trattare anche questo genere.
Non dobbiamo però dimenticare, che allora il Guicciardini aveva già scritto la sua Storia fiorentina, della quale abbiamo altrove parlato.[292] E sebbene essa non sia che un lavoro giovanile, fino ai nostri giorni restato inedito in casa de' suoi eredi, e quindi ignoto a tutti, pure vi si ritrovano già i caratteri sostanziali di quel genere storico, che è una delle creazioni più originali degli Italiani del Rinascimento. Il circoscriversi, com'egli fece, alla narrazione d'avvenimenti che si possono dire contemporanei, ed il non avere del tutto abbandonato la divisione per anni, dimostrano, è vero, che nel suo scritto resta ancora qualche debole legame con la forma della cronica e degli annali. L'evidenza però e la precisione della narrazione sono maravigliose; grande è l'accuratezza delle indagini fatte anche su documenti originali. La connessione intrinseca degli avvenimenti, l'analisi del carattere degli uomini politici, l'esatta descrizione dei partiti e delle ambizioni personali, sopra tutto dell'azione esercitata dai principi, dai capi di parte e dalle passioni popolari sugli avvenimenti, danno a quest'opera giovanile un altissimo valore.
Il Machiavelli spezzò finalmente ogni legame colla cronica. Egli non conosceva l'opera del Guicciardini, a cui l'autore stesso, già troppo occupato negli affari, dava poca importanza: si direbbe quasi che la tenesse celata. Ricevuta, per favore del cardinale de' Medici, la commissione di scrivere le storie di Firenze, voleva incominciarla dal 1431. In quest'anno Cosimo il Vecchio era tornato potentissimo dall'esilio, e l'autorità dei Medici s'era potuta finalmente consolidare. Gli avvenimenti dei tempi anteriori erano stati già trattati dall'Aretino e dal Bracciolini, «duoi eccellentissimi istorici.»[293] Si dovette però ben presto accorgere, che essi «avevano parlato solo delle guerre esterne; ma delle civili discordie, delle intrinseche inimicizie e degli effetti che da quelle erano nati, avevano o taciuto o ragionato appena fugacemente. Ed in ciò essi errarono, perchè nessuna lezione è utile a coloro che governano, quanto quella che dimostra le cagioni degli odî e delle divisioni, massime in una città come Firenze, in cui le divisioni furono per numero infinite; portarono esili, morti, devastazioni, e pure non poterono impedire la prosperità della Repubblica, anzi pareva che l'aumentassero.» Come apparisce da ciò che abbiam detto più sopra non è esatto il dire che delle cose interne l'Aretino non si sia occupato. Di esse in ogni modo il Machiavelli si propose d'occuparsi; e questo costituisce il pensiero che informa e dirige i primi libri delle sue Istorie Fiorentine (a cominciare dal secondo), ne determina il carattere e la grande originalità, facendo di lui il vero fondatore della storia civile e politica. Non bisogna però credere che egli proceda sistematicamente, tutto sottoponendo ad un solo e medesimo concetto. La sua storia, scritta in più anni, ha carattere, nei suoi varî libri, diverso e mutabile. Spesso anche l'autore si lascia trascinare da simpatie o antipatie personali, che egli ha per alcuni uomini o fatti sui quali si ferma più lungamente.[294]
La sua opera è divisa in otto libri, che formano tre parti assai ben distinte fra di loro. Il primo è una introduzione generale sulla storia del Medio Evo, per cercare in esso le origini del Comune, e farsi un'idea chiara della nuova società formatasi dopo la caduta dell'Impero Romano. Questo libro, incominciando dalle invasioni barbariche, si distende fino ai primi del secolo XV, e si può esaminare come un lavoro a parte. I tre successivi narrano la storia civile, interna di Firenze, dalle origini fino al ritorno di Cosimo nel 1434. Gli ultimi quattro trattano gli avvenimenti seguiti dopo, fino al 1492, anno in cui morì Lorenzo il Magnifico. Ed in questi l'autore cambia nuovamente il suo metodo, giacchè sembra non avere più voglia di fermarsi ai fatti interni della Repubblica, i quali lo avrebbero obbligato ad esporre minutamente come fu dai Medici distrutta la libertà. Scrivendo per commissione del cardinal Giulio, al quale, quando fu papa, dedicò poi la sua opera, il Machiavelli doveva naturalmente rifuggire da un argomento, che non avrebbe potuto nè voluto trattare con la fredda impassibilità, di cui diè prova il Guicciardini nella sua Storia fiorentina. Si fermò quindi lungamente a parlare, invece, delle guerre esterne, che in quegli anni furono condotte da capitani di ventura, dei quali potè far conoscere tutta la malvagità, insieme con la inutilità delle loro armi, con i pericoli che da esse venivano agli Stati italiani. Seguono i Frammenti storici, che dovevano formare il libro nono, non mai compiuto.
Il primo libro è stato dai critici assai lodato, anzi esaltato. Si è voluto in esso vedere un concetto nuovo, originale, il primo tentativo di narrare, per sommi capi, la storia generale del Medio Evo; si è voluto anche trovarvi una grande erudizione, un ordine ammirabile, una esatta e nuova distribuzione, che pone in luce i fatti principali, trascurando sempre tutto ciò che è secondario, tale in sostanza che fu necessario, a chi trattò lo stesso soggetto, d'imitarla sempre.[295] Ma per mettere le cose a posto, bisogna innanzi tutto ricordarsi, che l'idea d'una storia generale del Medio Evo non era nuova. Una tale storia l'aveva già scritta in grandi proporzioni Flavio Biondo, ed anche Leonardo Aretino se ne era occupato nel suo primo libro, come dopo di lui fece ampiamente e di proposito il Machiavelli. E quanto alla erudizione, è pur forza riconoscere che dal Biondo egli la prese tutta, assai spesso compendiandolo, qualche volta anche traducendolo.[296] Molti errori di fatto sono dal primo senz'altro passati nel secondo, che dallo stesso originale imitò ancora quella che è la parte migliore nella distribuzione generale della materia, la quale più volte, invece, per sola sua colpa, disordinò a capriccio. Trattandosi però di raccogliere in sessanta pagine in ottavo tutto ciò che era contenuto in un grosso volume in foglio, l'imitazione non poteva mai oltrepassare certi confini. Nel Machiavelli v'è inoltre un nuovo concetto politico, generale, a cui il Biondo non avrebbe saputo mai sollevarsi, e che informa tutto questo primo libro, dandogli, come vedremo, un nuovo e grande valore. Ma discorriamo prima delle imitazioni.