Le Istorie Fiorentine. I libri II, III e IV, o la Storia interna di Firenze sino al trionfo dei Medici.
Il secondo libro comincia dalle origini di Firenze, delle quali dice appena alcune parole, per saltar subito all'anno 1215, narrando il fatto del Buondelmonti, cui si attribuisce la prima divisione della Città in Guelfi e Ghibellini. Dal 1215 si salta di nuovo a piè pari fino al 1250, da cui il Machiavelli, come fa anche l'Aretino, incomincia veramente la narrazione non interrotta della storia di Firenze, che in questo secondo libro conduce sino al 1348. Così in ottanta pagine abbraccia tutto il vastissimo periodo, che forma il soggetto della lunga cronica di Giovanni Villani. E di questo autore si vale ora continuamente, una sola volta ricordandone il nome insieme con quello di Dante Alighieri.[315] Se ne vale però assai diversamente che non fece della storia di Flavio Biondo. Lascia da un lato tutte le tradizioni favolose, che il Villani ricorda sulle origini di Firenze; tutti i moltissimi capitoli che narrano la storia generale d'Europa, ed ancora quelli che trattano di guerre esterne della Repubblica. Raccoglie invece le notizie sulle divisioni, le rivoluzioni interne, le riforme politiche, e le ordina a suo modo. Si paragonino le narrazioni che i due scrittori ci danno del fatto del Buondelmonti,[316] delle rivoluzioni e riforme del 1250,[317] del 1267,[318] del 1280,[319] di Giano della Bella e degli Ordinamenti di Giustizia,[320] e si vedrà subito che il Machiavelli non abbandona mai il suo originale. Ciò è più d'una volta confermato dagli errori stessi in cui cade, ora per colpa del Villani, ora per non averlo saputo fedelmente interpretare. Dominato com'era da un suo nuovo concetto, e quindi dal bisogno di dare con esso un proprio ordinamento a tutta la storia di Firenze, egli procede con qualche fretta, senza essere troppo scrupoloso intorno alla esattezza dei minuti particolari, fermandosi sugli avvenimenti che giovano al suo scopo, trascurando invece gli altri, anche se più importanti. Raccogliendo poi in poche pagine molti capitoli della Cronica, gli accade spesso di riunire in un solo anno fatti seguiti in tempi assai diversi, ed anche di determinar male il carattere delle varie istituzioni, il numero dei Consigli della Repubblica, massime quando il Villani adopera un linguaggio politico, di cui nel secolo XVI s'era cominciato a perdere il significato preciso.
Dopo alcune considerazioni generali sulle colonie, il Machiavelli ci dice che Firenze discese da Fiesole città etrusca, i cui mercanti lasciarono il monte e si stabilirono presso il fiume Arno, dove le colonie romane ingrossarono la nascente città, che poi sottomise quella da cui era nata. Ciò detto, arriva subito al 1215, narrando il fatto del Buondelmonti, al quale, come dicemmo, attribuisce l'origine dei Guelfi e dei Ghibellini in Firenze. E non s'avvede che lo stesso Villani aveva, nei precedenti capitoli, narrato una serie di guerre del Comune fiorentino contro i baroni del contado, che furono sottomessi ed obbligati a vivere in città, il che, per opera principalmente degli Uberti, dette origine alla guerra civile prima assai del 1215. Ma quando, dopo un nuovo salto fino al 1250, incomincia la narrazione di avvenimenti meno remoti e meno oscuri, il Machiavelli fa subito due osservazioni, che gettano una luce inaspettata sulla storia delle interne rivoluzioni di Firenze. Egli qui si avvede, che i Ghibellini non sono solamente il partito dell'Impero, ma anche dei nobili feudali; ed i Guelfi, sebbene abbiano anch'essi fra di loro dei nobili, sono il partito della Chiesa e dei popolani. Le divisioni e rivoluzioni di Firenze vengono perciò determinate e regolate da due ordini di cause e di fatti diversi, alcuni cioè interni, altri esterni: le vicende dell'Impero, della Chiesa, degli Svevi e degli Angioini di Napoli[321] da una parte, e dall'altra gli odî naturali nelle città fra grandi e popolani. Il crescere dell'industria e del commercio dava sempre nuova forza ai popolani; l'allontanarsi o indebolirsi dell'autorità dell'Impero in Italia, ne toglieva invece ai grandi destinati perciò a sparire. Queste sono le cause che cagionano le divisioni ed i partiti in Firenze, e ne determinano la storia. In fatti cresce la potenza Federigo II, e subito esso favorisce gli Uberti, capi dei Ghibellini, ed i Guelfi sono cacciati. Muore Federigo II (1250), e gli uomini di mezzo, che erano guelfi, sono padroni della Città, che prende forma nuova e più democratica, con quella che si chiamò la Costituzione del Primo Popolo.
Il Machiavelli si ferma qui a descrivere minutamente questa costituzione popolare, ma cade, nel descriverla, in molti e gravi errori. La crede fatta in conseguenza dell'accordo tra i Guelfi ed i Ghibellini, quando invece fu fatta dai primi a danno dei secondi, massime dei nobili. Crede che sia la prima costituzione libera di Firenze, dicendo che ai Fiorentini allora «parve tempo di pigliar forma di vivere libero,» e non ricorda la costituzione precedente dei Consoli, nè la istituzione del Podestà, seguìta nel 1207, secondo i cronisti, ed anche prima, secondo i documenti del tempo. Ma v'è di più, egli pone nel 1250 la creazione così del Capitano del popolo come del Podestà, chiamandoli senz'altro due giudici forestieri per le cause civili e le criminali. Invece solo il Capitano del popolo fu creato in quest'anno, a difesa degl'interessi popolari, in opposizione del Podestà, di più antica origine e cavaliere, che pigliava la parte dei nobili. Tanto l'uno che l'altro non erano semplici giudici, ma avevano anche attribuzioni politiche e militari; erano circondati da due Consigli; comandavano in campo gli eserciti del Popolo e del Comune. E per raccoglier tutto in uno, il Machiavelli pone nel medesimo anno anche la istituzione del Carroccio fiorentino, che è assai più antica.[322] Con questa costituzione, egli continua, fu ordinata la libertà, armato il popolo, e la Repubblica estese il suo territorio.[323] Ma il sorgere di Manfredi, dopo la morte di Federigo II, restituì animo e forza ai Ghibellini, che si sollevarono, e dopo una prima disfatta in Città, vinsero i Guelfi a Montaperti (1260), donde tornati vittoriosi, s'impadronirono del governo, che fu così di nuovo tolto ai popolani e dato ai nobili.
Fin qui gli avvenimenti generali d'Italia sono quelli che principalmente hanno determinato la storia dei partiti in Firenze; ma ora incominciano a prevalere le cagioni interne, ed il Machiavelli è, fra tutti gli storici, il primo che se ne avveda, e che si fermi a notare come sia già cominciata, sebbene ancora poco visibile, una grande trasformazione della società fiorentina. Il partito ghibellino andava divenendo sempre più il partito dell'aristocrazia feudale; ma perdeva di numero e di forza innanzi al rapido crescere del popolo, che ingrossava i Guelfi. La gravità di questo fatto non poteva sfuggire ai nobili, che cercarono perciò di transigere, il che affrettò la loro rovina, e più tardi mutò del tutto le parti in Firenze. Essi, adunque, sebbene fossero sempre padroni del Governo, pure, a fine di guadagnare il favore del popolo, e così assicurarsi l'avvenire, secondarono la costituzione delle Arti Maggiori e delle Minori. Ma tutto ciò non valse a nulla. La lontananza dell'Imperatore, la decadenza del suo potere in Italia, il trionfo degli Angioini nel Reame finirono col far cadere di nuovo la Città interamente nelle mani dei popolani, che posero alla testa del Governo i Priori delle Arti (1282). Il Villani, cui sembra sfuggire qui il vero significato ed il valore della nuova magistratura, ricorda solo che il nome di essa fu preso dal Vangelo, là dove Cristo dice agli Apostoli: Vos estis priores. Ma il Machiavelli, che guardava più alla sostanza, senza disputare sull'origine del nome, osserva invece assai giustamente: «Questo magistrato fu cagione, come con il tempo si vide, della rovina dei nobili, perchè ne furono dal popolo per vari accidenti esclusi, e dipoi senza alcuno rispetto battuti.»[324]
Dopo essersi con due parole sbrigato della battaglia di Campaldino (1289), come aveva fatto con quella di Montaperti, ritorna alle rivoluzioni interne, che spianarono la via a quella del 1293, che ne fu l'ultima e necessaria conseguenza. Sebbene i Ghibellini fossero stati a poco a poco superati dal popolo in modo, che quasi scomparvero del tutto, pure «restarono sempre accesi quegli umori, che sono in tutte le città fra i potenti, che vogliono comandare, ed i popolani, che vogliono vivere secondo le leggi. Queste nuove divisioni non si scopersero fino a che i Ghibellini facevano ancora paura; ma come prima essi furono domi, incominciarono quelle a mostrare subito la loro forza. Ogni giorno qualche popolano era offeso dai Grandi, e le leggi non bastavano a vendicarlo, perchè essi con i parenti e gli amici dalla forza dei Priori e del Capitano si difendevano.»[325] Così crebbero i mali umori fino a che non si venne per opera di Giano Della Bella agli Ordinamenti di Giustizia (1293), coi quali i Grandi, come già i Ghibellini, furono del tutto esclusi dalla Signoria, e disfatti. «Il popolo allora trionfò pienamente, e la Città fu molto felice, sendo di uomini, di ricchezze e di riputazione ripiena.»[326] Così i nobili Ghibellini, divenuti potenti coll'aiuto dell'Impero, furono disfatti dai Guelfi, che si divisero in Grandi e Popolani, e questi poi vinsero e distrussero quelli. Tutta la storia di Firenze adunque, non è fin qui altro che un lento e continuo cammino verso la democrazia, la quale finalmente trionfa.
Ma le divisioni non cessano per questo, che anzi adesso appunto incomincia un periodo transitorio di capi di parte, di ambizioni personali e di nuove discordie intestine, le quali conducono alla tirannide del Duca d'Atene. E questo episodio, che è di certo assai notevole nella storia di Firenze, diviene addirittura principalissimo nel secondo libro del Machiavelli, per la grande estensione che esso gli dà nel raccontarlo. Ci descrive prima il carattere ambizioso di Corso Donati, che turbò la Repubblica; poi le guerre contro Uguccione della Faggiuola e Castruccio Castracani, le quali narra assai più fedelmente che non aveva fatto nella sua fantastica Vita di Castruccio; arriva finalmente alla venuta del Duca (1342), chiamato dai Fiorentini a governarli ed a guidarli nella guerra contro i Ghibellini di Toscana. I cittadini, egli dice, erano, per le loro continue discordie, giunti a tale, che «non sapevano mantenere la libertà, e non potevano tollerare la servitù.» Il Duca perciò fu subito un tiranno armato, un Principe nuovo, ed il Machiavelli, esaltandosi, si ferma lungamente a descrivere per minuto, drammatizzandola con eloquenza, la ben nota istoria. Egli prende i fatti dal Villani; ma v'aggiunge di suo considerazioni, descrizioni, episodî e discorsi. Dalla cresciuta forza e potenza dello stile ci accorgiamo subito, che l'argomento è di quelli che più vivamente lo attraggono. Dimentica perfino i limiti che le proporzioni generali del suo lavoro dovevano imporgli, e si lascia prender la mano dal desiderio di ribadire le sue ben note teorie, che ora pone in bocca dei personaggi del suo dramma.
Quando il Duca è finalmente divenuto sicuro padrone della Città, e si vede chiaro che è deciso a rendersi addirittura tiranno, appoggiandosi alla plebe, il Machiavelli fa venire i Signori a fargli un discorso eloquente e singolarissimo. «Voi cercate,» essi gli dicono, «far serva una città la quale è sempre vivuta libera.... Avete voi considerato quanto in una città simile a questa importi, e quanto sia gagliardo il nome della libertà, il quale forza alcuna non doma, tempo alcuno non consuma, e merito alcuno non contrappesa?... Negli universali odî non si trova mai sicurtà alcuna, perchè tu non sai donde ha a nascere il male, e chi teme di ogni uomo, non si può mai assicurare di persona. E se pure tenti di farlo, ti gravi nei pericoli, perchè quelli che rimangono si accendono più nell'odio, e sono più parati alla vendetta. Che il tempo a consumare i desiderî della libertà non basti è certissimo, perchè s'intende spesso quella essere in una città da coloro riassunta, che mai la gustarono; ma solo per la memoria che ne avevano lasciata i padri loro l'amano.... E quando mai i padri non l'avessero ricordata, i palazzi pubblici, i luoghi de' magistrati, le insegne dei liberi ordini la ricordano, le quali cose conviene che siano con massimo desiderio da' cittadini conosciute. Quali opere volete voi che siano le vostre, che contrappesino alla dolcezza del vivere libero, o che faccino mancare gli uomini del desiderio delle presenti condizioni? Non se voi aggiungessi a questo imperio tutta la Toscana, e se ogni giorno tornassi in questa città trionfante de' nimici nostri, perchè tutta quella gloria non sarebbe sua, ma vostra, e i cittadini non acquisterebbero sudditi, ma conservi, per i quali si vedrebbero nella servitù raggravare. E quando i costumi vostri fossero santi, i modi benigni, i giudizi retti, a farvi amare non basterebbero. E se voi credessi che bastassero, v'ingannereste, perchè a uno consueto a vivere sciolto ogni catena pesa, ed ogni legame lo stringe.»[327] In questo modo lo avvertono, che il suo desiderio della tirannide lo spinge a sicura rovina.
Il Machiavelli, com'è ben noto, non era il primo a porre questi lunghi discorsi nella sua storia. Gli eruditi, per imitare gli antichi, avevano già da un pezzo introdotto un tale uso, di cui assai spesso fecero anche abuso. Mentre però gli antichi storici, dandoci anch'essi discorsi solamente immaginarî, riuscivano eloquenti e veri, perchè facevano parlare i Greci ed i Romani nel modo in cui veramente sentivano; gli eruditi, volendo far parlare da Romani gl'Italiani del Medio Evo e del secolo XV, finivano col fare solo poveri esercizî di retorica. E lo stesso difetto si riscontra anche in molti storici del Cinquecento. Un valore ben diverso hanno però i discorsi del Guicciardini e del Machiavelli. Il primo qualche rara volta pone in bocca de' suoi personaggi quello che veramente dissero; quasi sempre fa da loro esporre le cause, le relazioni e le conseguenze reali dei fatti stessi. E così i suoi discorsi riescono ad avere un gran valore, sebbene di tanto in tanto non manchi in essi un po' di retorica. Quelli del Machiavelli, immaginarî anch'essi, espongono invece i sentimenti, le considerazioni proprie dell'autore intorno agli avvenimenti storici, e sono perciò sempre profondi, eloquentissimi, sebbene, se si guarda ai personaggi che parlano, l'anacronismo e la inverosimiglianza siano spesso assai visibili. Chi infatti può credere che i Signori di Firenze avrebbero mai osato parlare al Duca d'Atene, armato e già padrone della Città, con tanto ardire, manifestando un così profondo amore della libertà? Pure il loro discorso riesce eloquentissimo, perchè esprime quello che i fatti stessi dicevano ed ispiravano al Machiavelli, il quale, esaltato dalla sua propria narrazione, è quello veramente che parla, e parla con profonda convinzione.
Dopo di ciò, sempre colla scorta del Villani, egli prosegue la storia della tirannide del Duca, dell'odio che ne nacque nel popolo, delle tre congiure contemporaneamente ordite da tre ordini diversi di cittadini, e finalmente ci descrive con vivissimi colori lo scoppio feroce dell'ira popolare, che prima cacciò il tiranno, e poi si rivolse contro i più fidi seguaci e sostegni di lui, specialmente contro il conservatore Guglielmo d'Assisi ed il suo figlio di 18 anni.[328] «Appariscono gli sdegni maggiori e sono le ferite più gravi, quando si ricupera una libertà che quando si difende.... Furono messer Guglielmo e il figliuolo posti intra le migliaia de' nemici loro, e il figliuolo non aveva ancora diciotto anni. Nondimeno l'età, l'innocenza, la forma sua nol poterono dalla furia della moltitudine salvare; e quelli che non poterono ferirgli vivi, gli ferirono morti, nè saziati di straziarli col ferro, con le mani e con i denti gli laceravano. E perchè tutti i sensi si soddisfacessero nella vendetta, avendo prima udito le loro querele, veduto le loro ferite, tocco le lor carni lacere, volevano che ancora il gusto le assaporasse, acciocchè, come tutte le parti di fuori ne erano sazie, quelle di dentro ancora se ne saziassero.»[329] Anche questi ultimi particolari sono, con poche alterazioni, cavati dal Villani; ma lo stile è tale che solo il Machiavelli sapeva trovarlo, specialmente quando doveva manifestare odio alla tirannide, amore alla libertà.