Cacciato il Duca, spenti i suoi più fidi, dopo altre discordie e tumulti, furono richiamati in vigore gli Ordinamenti della Giustizia, e i Grandi vennero da capo esclusi affatto dal governo, che tornò nelle mani del popolo. Questa loro ultima disfatta fu tale, che cercarono, mutando nomi, di confondersi col popolo, contro il quale non osarono più di prendere le armi, «anzi continuamente più umani ed abietti divennero. Il che fu cagione che Firenze non solamente di armi, ma di ogni generosità si spogliasse.»[330] Qui è notevole che il Machiavelli, il quale tanto desiderava il trionfo della democrazia, e tanto odiava l'aristocrazia, pur vide e francamente dichiarò, che col cadere di questa, decaddero le armi dei Comuni italiani, i quali si gettarono poi in braccio ai capitani di ventura, che furono la rovina della libertà, della indipendenza e della forza nazionale, come egli dimostra nei libri seguenti.
Il secondo libro delle Istorie adunque ha grandi lacune, ha molte inesattezze, non parla dei fatti esterni della Repubblica, sopra alcuni fatti interni si ferma a lungo, sopra altri passa leggermente; compilato sulla Cronica del Villani, non ha ricerche originali d'alcuna sorta. Eppure, se anche mettiamo da parte l'episodio principale, cioè quello del Duca d'Atene, con così vigorosa e splendida eloquenza narrato, questo secondo libro rimane sempre un vero capolavoro nella nostra letteratura storica. In esso il Machiavelli, con uno sguardo di aquila, abbraccia nella sua unità la storia di più d'un secolo. I fatti che nel Villani sono narrati con evidenza, ma restano disgregati e come gettati a caso sulla carta; quella serie di rivoluzioni, di sempre nuovi disordini e sempre nuove costituzioni politiche, che, secondo tutti i cronisti ed anche secondo gli storici, sembrano in piena balìa del caso, conseguenza solo di odî brutali e di feroci passioni, si connettono a un tratto mirabilmente, logicamente fra loro, e per la prima volta divengono finalmente una vera storia. Il Machiavelli s'è avvisto che tutte queste rivoluzioni hanno una stessa cagione, un solo scopo, verso cui continuamente sospingono la Repubblica, fino a che essa non tocca la mèta predestinata. Si tratta di una lotta sanguinosa fra il popolo, in cui scorre il sangue latino, e l'aristocrazia feudale, che è di origine germanica, straniera all'Italia. La fine di questa lotta è la distruzione totale prima dei nobili feudali, poi dei Grandi, il che avviene nel 1293, e si compie anche meglio dopo la cacciata del Duca d'Atene. In questo modo tutte le rivoluzioni e costituzioni fiorentine non solo si connettono fra loro, ma si seguono come evoluzione d'una sola e medesima idea. E così, per opera dell'analisi critica del Machiavelli, la storia più intricata e confusa acquista ad un tratto l'evidenza d'una proposizione geometrica. Egli ha illuminato le tenebre con la luce vivissima della sua potente intelligenza, ed ha portato il più mirabile ordine nel caos che ci avevano lasciato i cronisti. Tutto il segreto della storia fiorentina è in questo secondo libro. E qui si può veramente affermare che nessuno è mai riuscito a far meglio, e che i molti i quali non seppero, anche dopo, seguire la via da lui aperta, deviarono sempre dalla mèta, ricaddero nel disordine e nella confusione.
Il terzo libro va dall'anno 1353 fino a poco dopo il 1414,[331] ed è compilato con tre diversi autori. Fino al 1378 il Machiavelli si vale dell'Istoria Fiorentina di Marchionne di Coppo Stefani, nel modo stesso che ha fatto del Villani, fermandosi cioè alle sole rubriche che parlano delle lotte interne della Repubblica, e delle sue riforme politiche. L'argomento proprio di questo libro è la esposizione del modo in cui i partiti, moltiplicandosi, decompongono lo Stato, corrompono la Città, e col distruggere la libertà, spianano la via alla tirannide. L'episodio principalissimo è quindi il tumulto dei Ciompi (1378), che cogli eccessi della plebe pone i germi della potenza futura dei Medici, i quali perciò appunto erano stati i segreti fautori e promotori del tumulto stesso. Nel raccontarlo il Machiavelli si vale della storia che ne scrisse il contemporaneo Gino Capponi. Siccome però questa non è compiuta, così egli deve, verso la fine, tornare di nuovo a Marchionne di Coppo Stefani. Più oltre, nello stesso libro, ricorre anche ad altri autori, ma è difficile determinarli tutti, perchè la narrazione procede qui assai rapida. Il Machiavelli è cautissimo nella scelta delle sue fonti; gli scrittori che preferisce sono sempre i più autorevoli e sicuri nella narrazione dei fatti pei quali se ne giova. Questo però non gl'impedisce di farne un uso affatto arbitrario, quando specialmente vuol dar forza a qualche suo concetto o teoria politica.
Ogni libro di questa storia incomincia con alcune considerazioni generali. Il primo, col ragionare brevemente delle emigrazioni ed invasioni dei popoli germanici, il secondo, col discorrer delle colonie. Dal terzo libro in poi abbiamo vere e proprie introduzioni, ciascuna delle quali pone in termini chiari e precisi un problema storico-politico, che dalla narrazione seguente viene dimostrato. Esse sono preziose, non solo per il loro intrinseco valore, ma perchè ci fanno vedere come col Machiavelli la storia s'andò trasformando in scienza politica. Questa trasformazione noi la vediamo seguire quasi sotto i nostri occhi. «Le nimicizie naturali,» così incomincia il terzo libro, «fra il popolo e i nobili sono quelle che dividono e perturbano le città. Esse tennero divise Roma e Firenze, ma in modo diverso; perchè a Roma si manifestavano disputando, e si sopivano con una legge fatta pel pubblico bene; a Firenze invece si cominciavano combattendo, si inasprivano con gli esilî e la morte de' cittadini, si finivano con una legge fatta a solo vantaggio dei vincitori. Quelle di Roma, avvicinando il popolo ai nobili, alimentarono la virtù militare; quelle di Firenze, distruggendo i Grandi, la spensero. Tutto ciò avvenne, perchè il popolo romano voleva dividere coi Patrizî il governo dello Stato; quello di Firenze voleva invece escluderne i Grandi, per esser solo a comandare. Il primo desiderio era giusto, e la nobiltà romana cedette; il secondo ingiusto, e la nobiltà fiorentina dovè resistere. Così si venne alle armi, agli esilî, al sangue, e le leggi furono ingiuste, parziali, crudeli. I nobili dovettero mutare nomi, insegne, costumi, e confondersi col popolo, tanto che quella virtù d'armi e generosità d'animo, che era nella nobiltà, si spense, e nel popolo dove la non era, non si potè riaccendere. Così Firenze sempre più umile e più abietta ne divenne.»[332]
Questo paragone, che si trova più volte ripetuto anche nei Discorsi, non è esatto. Il Machiavelli qui non osserva che l'aristocrazia fiorentina era feudale, di origine straniera, e quella di Roma, di origine nazionale; esagera assai quando dice che le lotte fra il popolo ed i Patrizî furono a Roma sempre pacifiche, e dimentica che anch'esse portarono ad una uguaglianza su cui si fondò poi il Cesarismo. In realtà egli paragona la storia di Firenze con una storia alquanto immaginaria di Roma, cui attribuisce le qualità tutte che egli vuol vedere nel suo concetto ideale delle lotte politiche. Quello che dice di Firenze è però verissimo, profondamente osservato; e le sue considerazioni, a questo proposito, hanno un gran valore intrinseco. Esse somigliano singolarmente a ciò che disse più tardi un grande scrittore moderno, paragonando la storia politica della Francia con quella dell'Inghilterra. L'aristocrazia inglese s'unì alla borghesia nel governare il paese, e ne ricevette sempre nuovo vigore e nuova vita; la francese si separò affatto dalla borghesia, dal popolo, e finì coll'essere distrutta dalla democrazia restata padrona. L'Inghilterra ebbe perciò un regolare progresso, un governo forte, ordinato e libero; la Francia ebbe invece continue rivoluzioni, ed arrivò ad una grande uguaglianza, in mezzo alla quale divennero possibili e si poterono sperimentare tutte le forme di governo. Nè molto diversamente il Machiavelli finisce la sua introduzione al terzo libro, quando dice che «Firenze a quel grado è pervenuta che facilmente da un savio dator di leggi potrebbe essere in qualunque forma di governo riordinata.»[333]
Il duca d'Atene aveva, per fondare la sua tirannide, sollevato la plebe, appoggiandosi sopra di essa. E così, dopo la sua cacciata, si vide apparire nella lotta dei partiti un nuovo ordine di cittadini, che divenne un nuovo germe di discordia. In fatti si videro ora lottare a Firenze il popolo grasso delle Arti Maggiori, il popolo minuto delle Arti Minori e la plebe. Le armi, per la distruzione della nobiltà, erano decadute; le guerre si facevano perciò colle Compagnie di ventura, e quindi col danaro. In tale stato di cose cominciarono a primeggiare la famiglia degli Albizzi ed altri popolani grassi, che prevalevano nella Città, non come facevano una volta i Grandi, con la forza e la violenza, ma per mezzo di quelli che si chiamavano allora i modi civili, o sia impadronendosi degli uffici politici, perseguitando, esiliando gli avversarî come Ghibellini, sebbene questo partito più non esistesse. Il disordine fu grande davvero, ed il Machiavelli, per meglio dipingerlo, per esporre di nuovo le sue considerazioni sulla storia dei partiti, esprimendo tutto il suo dolore dinanzi allo spettacolo della patria e della libertà pericolanti, fa venire dinanzi ai Signori alcuni cittadini, uno dei quali parla ad essi in questo modo: «Nelle città d'Italia tutto quello che può essere corrotto e che può corrompere altri, si raccozza. I giovani sono oziosi, i vecchi lascivi, e ogni sesso, ogni età è piena di brutti costumi, a che le leggi buone, per essere dalle cattive usanze guaste, non rimediano.... Di qui gli ordini e le leggi non per pubblica, ma per propria utilità si fanno. Di qui le guerre, le paci, le amicizie non per gloria comune, ma per soddisfazione di pochi si deliberano.» «E se alcuna città fu mai da queste divisioni lacerata, la nostra è certo più d'ogni altra.» «Onde ne nasce che sempre, cacciata una parte e spenta una divisione, ne sorge un'altra; perchè quella città che con le sètte più che con le leggi si vuol mantenere, come una sètta è rimasa in essa senza opposizione, di necessità conviene che intra sè medesima si divida.» «Si credeva in fatti che, distrutti i Ghibellini, resterebbero lungamente felici i Guelfi; ma essi si divisero invece in Bianchi ed in Neri. Vinti i Bianchi, si combattè per le divisioni fra popolo e Grandi. E per dare poi ad altri quello che per noi medesimi possedere non sapevamo, ora al re Roberto, ora al fratello, ora al figlio, ed in ultimo al Duca d'Atene la nostra libertà sottoponemmo. Ma perchè non fummo mai d'accordo a vivere liberi, nè d'essere servi ci contentammo, cacciammo il Duca d'Atene, il cui acerbo e tirannico animo non riuscì tuttavia a farci savî, ad insegnarci a vivere. Combattemmo infatti fra di noi più di prima, tanto che l'antica nobiltà fu vinta, e dovè rimettersi in balìa del popolo. Si credette così finita ogni cagione di scandalo, essendosi messo un freno a coloro che per superbia dividevano la Città. S'è visto, invece, quanto l'opinione degli uomini sia fallace, perchè la superbia e l'ambizione de' Grandi non si spensero, ma furono ereditate dai popolani, alcuni dei quali, secondo l'uso degli ambiziosi, cercano ottenere essi il primo grado nella Repubblica, e risuscitano il nome di Guelfi e di Ghibellini, che era già spento. Per carità della patria, spegnete ora quel male che ci ammorba, quella rabbia che ci consuma, quel veleno che ci uccide, ponendo freno all'ambizione di costoro, annullando gli ordini che sono delle sètte nutritori, e prendendo quelli che al vero vivere libero e civile sono conformi.»[334]
I Signori elessero allora cinquantasei cittadini per riformare la Repubblica; ma questi riuscirono solo a portare maggior confusione, perchè, come già molte volte il Machiavelli aveva osservato e qui ripete, «gli assai uomini sono più atti a conservare un ordine buono, che a saperlo per loro medesimi trovare.»[335] Così gli Albizzi ne uscirono più potenti di prima, e quando papa Gregorio XI mosse da Avignone guerra a Firenze, essi, alla testa del popolo grasso, presero tutti i provvedimenti necessarî alla difesa, e condussero la guerra con tanta energia, che non solamente furono respinte le forze del Papa, ma le città da lui dipendenti nel suo proprio Stato vennero sollevate in nome della libertà. E gli Otto della Guerra, sebbene avessero fatto poco conto delle censure, avessero spogliato le chiese dei loro beni, e forzato il clero a celebrare gli uffici divini, ebbero tutto il favore del popolo, e vennero chiamati Otto Santi, «tanto quei cittadini stimavano allora più la patria che l'anima.»[336]
La cagione del potere acquistato dagli Albizzi e dal popolo grasso stava nel fatto che solo i ricchi mercanti, i quali si trovavano alla direzione della grande industria e del grande commercio fiorentino, erano interessati a sostenere le guerre esterne della Repubblica, per aumentarne la potenza, e nello stesso tempo tutelare la libertà dei traffici, coi quali venivano accumulate le ricchezze loro e della Città. Essi erano perciò pronti sempre a tutti i sacrifizî necessarî. Aggravavano di tasse sè stessi e gli altri, nè avevano troppi scrupoli a restringere, occorrendo, le pubbliche libertà. Le Arti Minori, invece, che vivevano della piccola industria e del piccolo commercio interno, volevano la pace, il lusso necessario alla loro florida esistenza, minori gravezze e maggiori libertà; volevano avere anch'esse qualche parte nel governo. Così avveniva costantemente che il popolo grasso trionfava con la guerra, ed il popolo minuto con la pace. E così, non appena fu finita la guerra contro il Papa, cominciarono subito i lamenti per le spese fatte, per le gravezze sopportate. Gli Albizzi allora perderono favore; il popolo minuto invece guadagnò terreno, e si volse a cercare capi che lo guidassero. Ne trovò uno accortissimo in Salvestro de' Medici, il quale, sebbene fosse del popolo grasso, si fece sin d'allora sostenitore degl'interessi del popolo minuto, cominciando così con infinita avvedutezza a spianare la via del principato alla propria famiglia. Il Machiavelli è il primo che veda fin da questo momento, le origini remote della potenza medicea, e determini chiaramente il carattere della loro astutissima e fortunata politica.
Eletto Gonfaloniere nel 1378, Salvestro avversò gli Albizzi, favorì i loro nemici ed il popolo minuto, richiamò in vigore gli Ordini della Giustizia andati in disuso. Ma tutto ciò non si potè fare, senza che ne nascesse tumulto, e ne seguissero conseguenze inaspettate. «Non sia mai,» osserva qui il Machiavelli, «alcuno che muova un'alterazione in una città, per credere poi o fermarla a sua posta, o regolarla a suo modo.»[337] Questo fu in fatti il principio del tumulto dei Ciompi, che occupa una gran parte del terzo libro, e che il Machiavelli racconta minutamente con la scorta del Capponi, aggiungendovi di suo molti discorsi e considerazioni.[338] Il popolo e la plebe, avute le prime concessioni, cominciarono a sollevarsi, tumultuando, e facendo alla Signoria sempre nuove domande. Quando appena esse erano soddisfatte, ne aggiungevano subito altre più esagerate, e finalmente cominciarono anche a saccheggiare ed a bruciare le case dei cittadini. Laonde il gonfaloniere Luigi Guicciardini, radunati i capi delle Arti, diceva loro: «Noi abbiamo ceduto a tutte le vostre domande. Si è tolta autorità ai magistrati; si sono raffrenati di nuovo i Grandi; abbiamo mandato in esilio molti potenti cittadini, perdonato a coloro che bruciarono le case e spogliarono le chiese. Che fine avranno omai queste vostre domande? Non vedete che noi sopportiamo con più pazienza l'esser vinti, che voi la vittoria? A che condurranno queste vostre divisioni questa vostra città?»[339]
E dopo che il Machiavelli ha fatto in tal modo parlare il Gonfaloniere, pone in bocca d'un popolano un altro discorso, che ricorda qualche volta il linguaggio di Catilina in Sallustio, e ritrae con singolare eloquenza le passioni selvagge della plebe sfrenata di Firenze. V'è anche una strana mistura di paganesimo e di cristianesimo tutta propria del Rinascimento. «Quando noi dovessimo ora deliberare, se si avessero a pigliare le armi, ardere e rubare le case dei cittadini, forse anch'io consiglierei piuttosto una quieta povertà che un pericoloso guadagno. Ma perchè le armi sono prese e molti mali già fatti, bisogna ora non lasciar quelle, e de' mali commessi assicurarci. Quando altro non c'insegnasse, la necessità c'insegna. La Città è piena di odio contro di noi, e nuove forze contro le nostre teste si apparecchiano. Nè a farci perdonare gli errori vecchi c'è altro modo che farne dei nuovi, raddoppiando le arsioni e le ruberie, cercando di avere in esse molti compagni», «perchè dove molti errano, niuno si gastiga, ed i falli piccoli si puniscono, i grandi ed i gravi si premiano. E quando molti patiscono, pochi cercano di vendicarsi, perchè le ingiurie universali con più pazienza che le particolari si sopportano. Il moltiplicare adunque nei mali ci farà più facilmente trovar perdono.... Duolmi bene ch'io sento che molti di voi delle cose fatte per coscienza si pentono, e dalle nuove si vogliono astenere. E certamente s'egli è vero, voi non siete quelli uomini che io credeva che foste, perchè nè coscienza, nè infamia vi debbe sbigottire;[340] perchè coloro che vincono in qualunque modo vincono, mai non ne riportano vergogna. E della coscienza noi non dobbiamo tener conto, perchè dove è, come è in noi, la paura della fame e delle carceri, non può nè debbe quella dello Inferno capere.»[341]