Ed ora, in mezzo al tumulto, si presenta al Machiavelli la singolare figura di Michele di Landò, che scalzo e con poche vesti indosso, con tutta la turba dietro, salì sopra la scala del Palazzo, e fu dal popolo proclamato Gonfaloniere. Per mostrarci poi come questo popolano, che ormai ha già esaltato la sua immaginazione, era «sagace e prudente, e più alla natura che alla fortuna obbligato,» egli ci narra un aneddoto che in buona parte è sua invenzione. Dice adunque che Michele di Lando, vedendosi esaltato da un popolo, nell'ebbrezza della vittoria avido di sangue, voleva trovar modo di dominarlo, per impedirgli di trascendere a maggiori eccessi. Comandò quindi che si cercasse un tale ser Nuto, uomo odiatissimo, che era stato dagli avversari del popolo designato per bargello; e tutti allora s'avviarono, pieni d'ira, a cercarlo. Michele di Lando profittò subito del momento, per cominciare con giustizia quel governo che aveva acquistato con fortuna, e non solo ordinò che niuno osasse più di ardere le case, ma fece piantare le forche in Piazza, dimostrando così che era deciso a punir severamente chi non obbediva. In questo mezzo tornò la moltitudine, menando ser Nuto, che fu «a quelle forche per un piede impiccato, del quale avendone qualunque era intorno spiccato un pezzo, non rimase in un tratto di lui altro che il piede.» Secondo il Machiavelli, Michele di Lando non dette l'ordine esplicito d'ammazzare ser Nuto, perchè non ve n'era bisogno. Designando però la vittima odiata, che nessuno avrebbe potuto o voluto salvare, pensò con essa di saziare l'ira popolare. E così avrebbe trovato il modo di risparmiare la vita e le case di molti cittadini, di ristabilire subito l'ordine e la giustizia.[342]

Se non che, tutto ciò non è storicamente vero. Il Capponi, nel suo Tumulto dei Ciompi, non parla del fatto, perchè la sua narrazione si ferma prima d'arrivare a questo punto; ne parlano invece gli altri storici, a cui ora ricorre il Machiavelli, ma essi[343] l'attribuiscono ad uno scoppio feroce e spontaneo d'ira popolare, senza punto accennare che Michele di Lando vi avesse avuto parte alcuna. L'eccidio seguì di certo, e sembra ancora che, dopo averlo compiuto, il furor popolare si calmasse davvero. Ma l'ordine dato da Michele al popolo, e la intenzione con cui l'avrebbe dato, sono menzionati solo dal Machiavelli, e furono da lui inventati. Egli era talmente persuaso, che un uomo il quale, nelle rivoluzioni, nella politica, salga d'un tratto a grande altezza, deve di necessità avere nelle vene una qualche goccia del sangue di Cesare Borgia, che la vedeva anche là dove non ve n'era traccia.[344] Del semplice scardassiere, che godè di una brevissima popolarità, che fece in vero più bene che male, ed ebbe molti lodatori, ma non fu nulla di singolarmente grande, volle formare un accorto politico, un gran personaggio. Lo ammirò oltre misura, perchè lo vide difensore della libertà popolare, senza pensare a valersi mai della prospera fortuna, per tentare di farsi tiranno. Ed una volta cominciato a dipingere il suo quadro in proporzioni assai maggiori del vero, egli lo volle, perchè riuscisse anche più attraente, colorire colla propria immaginazione, la quale troppo spesso vedeva il Valentino per tutto. E continuò, con la stessa ammirazione, con la stessa fantasia, sino alla fine. Quando poi la plebe tornò ai disordini, passando ogni confine, e non valsero ragioni nè minacce a frenarla, Michele, secondo il Machiavelli, corse la Città con la spada in mano, seguito da molti armati, e domò colla forza i ribelli. Così finalmente si sarebbero posati i tumulti «solo per virtù del Gonfaloniere, il quale d'animo, di prudenza e di bontà superò in quel tempo qualunque cittadino, e merita d'essere annoverato in tra i pochi che abbino beneficato la patria loro, perchè la bontà sua non gli fece venir pensiero nell'animo che fosse al bene universale contrario.»[345] Ma tutto ciò è lavoro d'immaginazione. Michele di Lando fu invece un personaggio assai modesto, che spesso divenne involontario, inconscio strumento nelle mani di Salvestro de' Medici, ed in nessun caso avrebbe mai potuto, seriamente aspirare alla tirannide.[346]

Il Machiavelli torna qui a Marchionne Stefani,[347] e poco giovandosi dell'Aretino[348] o di altri, continua la sua narrazione fino al 1414. Esamina, innanzi tutto, le prime conseguenze del Tumulto dei Ciompi, le quali furono una reazione contro l'eccessivo potere della plebe, cacciata ora dal governo, ed un nuovo trionfo delle Arti. Le Minori prevalsero però sulle Maggiori, e salirono quindi in auge i nemici degli Albizzi, come Giorgio Scali e più specialmente ancora Salvestro de' Medici. Questi, che era stato sin da principio il segreto promotore e manipolatore del tumulto, seppe profittare a suo proprio vantaggio della reazione che ne seguì a danno della plebe e delle Arti Maggiori. Egli e non Michele di Lando fu veramente l'accorto politico, e ciò, secondo il Machiavelli stesso, il quale poi, non volendo lodare una condotta senza audacia e di soli sotterfugi, che mirava a distruggere la libertà, esaltò e idealizzò invece il modesto e ardito scardassiere, che non pensò mai ad abusare della fortuna, a danno del popolo ed a suo proprio vantaggio.

Quando incominciò più tardi la lunga guerra dei Fiorentini contro Giovan Galeazzo Visconti, chiamato il Conte di Virtù, signore di Milano, che voleva farsi padrone di tutta Italia, il governo di Firenze tornò di nuovo nelle mani delle Arti Maggiori e degli Albizzi, i quali condussero la guerra con energia e con mirabile patriottismo.[349] Ma essi dovettero aumentare le gravezze, e tener basso il popolo minuto, che ne restò naturalmente assai scontento. Laonde, quando appena cessarono i pericoli e si tornò alla pace, la moltitudine si sollevò subito, rivolgendosi a messer Vieri de' Medici, che divenne come il capo della Città, seguendo sempre la stessa accorta politica di aspettazione.

Il quarto libro descrive in qual modo i Medici arrivarono finalmente a toccare la mèta desiderata. S'incomincia dal 1420, facendo così un salto di parecchi anni, e si arriva fino al trionfo di Cosimo de' Medici, dopo il suo ritorno dall'esilio nel 1434. La ragione del salto non sta solamente nel non essere in quel mezzo seguiti fatti molto notevoli. Il Machiavelli si vale qui esclusivamente d'una nuova fonte, le Istorie Fiorentine di Giovanni Cavalcanti, e queste incominciano appunto dal 1420.[350] Il poco o nessun valore letterario dell'opera, la fece restar lungamente dimenticata; pure come narrazione di avvenimenti contemporanei, essa fu giudicata ed è veramente una guida sicura. Il Machiavelli ebbe quindi ragione di giovarsene moltissimo, più assai che non fece di tutte le altre sue fonti. Qualche volta, mutandone solamente lo stile, la copia addirittura.

I Medici incominciano ora ad essere potenti davvero, ed egli sembra perciò rivolgere più che può lo sguardo dai fatti interni di Firenze, per fermarsi invece a parlare lungamente delle guerre esterne, che aveva finora sempre trascurate. Ne parla però solo per avere occasione a dir male dei capitani di ventura, a notare la funesta azione che esse ebbero sui partiti in Firenze, ponendo in luce l'arte infinita con cui i Medici seppero cavarne profitto. Prende dal Cavalcanti il racconto d'alcune di esse, e lo colorisce a suo modo; ne lascia però da parte altre non poche, seguendo il suo autore nella narrazione che egli ci lasciò dei fatti interni. Il Cavalcanti fa su di essi anche le sue considerazioni, esponendole in lunghissimi, eterni discorsi, che pone in bocca de' suoi personaggi. Questi discorsi sono retorici, gonfi, penosissimi a leggersi; ma hanno il pregio di contenere i ragionamenti che si facevano allora in Firenze. Ed il Machiavelli li imita, qualche volta li copia addirittura. Se non che, quelle retoriche cicalate, per la magica forza della sua penna, diventano eloquentissime, come anche le lunghe, monotone narrazioni del Cavalcanti diventano, spesso con pochi accorti mutamenti, rapide, efficaci, vivacissime. E se a ciò s'aggiunge la connessione logica de' fatti, che egli vi pone sempre di suo, capiremo come questo quarto libro delle Storie possa avere un proprio e non piccolo valore, nonostante la continua imitazione, la quale è tale davvero, che niuno può farsene un'idea chiara, senza paragonare fra loro i due autori. E dal paragone apparisce ancora con quanto poco un uomo di genio possa mutare un pessimo scritto in uno eccellente.

Dopo una breve introduzione sui pericoli che corre la libertà, se le buone leggi non frenano gli eccessi dei nobili, che spingono alla oppressione, e quelli del popolo, che spingono alla licenza, il Machiavelli osserva come queste buone leggi le ebbero gli antichi, non le repubbliche italiane del Medio Evo, che perciò finiron tutte coll'aver bisogno d'essere da qualcuno comandate. «Un esempio manifesto ne dette Firenze, dove le parti nate per la discordia degli Albizzi e dei Ricci, e da messer Salvestro de' Medici con tanto scandalo risuscitate, mai non si spensero. Grandi furono certo i meriti degli Albizzi verso la patria; ma essi divennero subito insolenti, e si lacerarono per invidia fra di loro, il che dette modo ai Medici di riprendere sempre maggiore autorità sul popolo. Così Giovanni arrivò finalmente al primo magistrato, con grande allegrezza dell'universale. Ed invano i più savî, massime Niccolò da Uzzano, avvertirono che già si era al principio della tirannide.»[351]

Di qui si vien subito alla guerra contro Filippo Maria Visconti, che aspirava al dominio d'Italia. E gli Albizzi furono di nuovo a capo del governo, di nuovo conducendo con molta energia la guerra, che finì nel 1424 con la rotta di Zagonara.[352] Il Cavalcanti dice che la battaglia «incominciò grandissima e mortale;» ma che i Fiorentini furono per imperizia dei capitani circondati e messi in fuga. Il generale supremo fu fatto prigioniero; Lodovico degli Obizzi, uno dei capitani, fu morto; un terzo affogò nell'acqua.[353] Secondo l'Ammirato furono inoltre disarmati dal nemico 3200 cavalieri.[354] Tutto questo fa credere che, oltre i capitani, morissero anche parecchi soldati. Ma al Machiavelli, che pure ha dinanzi a sè la narrazione del Cavalcanti, non par vero di trovare una prima occasione ad esprimere il disprezzo che aveva per le armi mercenarie, e senza parlare d'alcuna resistenza, conclude dicendo, che «in tanta rotta per tutta Italia celebrata, non morì altri che Ludovico degli Obizzi, insieme con due altri dei suoi, i quali cascati da cavallo, affogarono nel fango.»[355] Vedremo che lo stesso presso a poco egli ripete anche di altre guerre fatte allora, nelle quali la resistenza fu assai maggiore ed il numero dei morti meglio conosciuto.

La rotta di Zagonara ebbe per sua immediata conseguenza, la disfatta in Firenze delle Arti Maggiori e degli Albizzi. In tutte le piazze si gridava contro la loro ambizione. «Ora hanno creato costoro i Dieci per dar terrore al nimico? Ora hanno eglino soccorso Forlì e trattolo dalle mani del Duca? Ecco che si sono scoperti i consigli loro, ed a qual fine camminavano: non per difendere la libertà, la quale è loro inimica, ma per accrescere la potenza propria, la quale Iddio ha giustamente diminuita. Nè hanno solo con questa impresa aggravata la Città, ma con molte, perchè simile a questa fu quella contro al re Ladislao. A chi ricorreranno eglino ora per aiuto? A papa Martino, stato a contemplazione di Braccio straziato da loro? Alla reina Giovanna, che per abbandonarla l'hanno fatta gettare in grembo al re di Aragona?»[356] Chi mai crederebbe che questo discorso è addirittura calcato sopra quello già scritto dal Cavalcanti? E pure è così certamente.[357] Vennero allora creati venti cittadini, per mettere nuove imposte, e pagar le spese della guerra. Essi però aggravarono principalmente i popolani grassi; e questi si radunarono in Santo Stefano, dove Rinaldo degli Albizzi tenne loro un discorso, che il Cavalcanti ci dà in quindici pagine, diluendo in un mare di frasi le proposte che furono fatte, e che il Machiavelli raccoglie, con grande evidenza, in poche parole. Bisognava rendere, disse l'Albizzi, lo Stato ai potenti, e torre autorità alle Arti Minori, riducendole da quattordici a sette.[358] Seguono ancora altri discorsi, che son sempre imitati dal Cavalcanti. E finalmente l'Albizzi riceve dai suoi incarico di guadagnare alla parte Giovanni dei Medici. Ma questi gli rispose dichiarandosi avverso alle novità, amico del popolo,[359] il che gli accrebbe subito favore grandissimo nella Città. E qui il Cavalcanti continua, in venticinque capitoli, a parlare delle guerre esterne, che il Machiavelli tralascia quasi del tutto, ricordandone appena qualche aneddoto.

Seguìta la pace, rinacquero al solito le discordie, e Giovanni dei Medici favorì la legge del Catasto, la quale, dando modo di mettere le imposte secondo i redditi accertati, e non più ad arbitrio, era dal popolo grasso avversata, dal minuto desiderata, e fu vinta coll'aiuto di Giovanni,[360] che poco dopo morì (1429). La descrizione della sua morte, il discorso ai figli, e perfino il suo elogio son presi sempre dalla stessa sorgente, migliorandola con la solita arte.[361] Corre poi il Machiavelli rapidissimamente sopra altri fatti, ed arriva alla guerra contro Lucca, che riuscì in fine tutta a favore dei Medici. Deliberata, per opera d'Astorre Gianni e di Rinaldo degli Albizzi, i quali andarono commissari al campo, essa fu ben presto causa della loro rovina. Astorre Gianni si condusse con grande crudeltà contro Seravezza che pur si era già spontaneamente arresa. E però alcuni di quei cittadini vennero in Firenze, dicendo: «Questo vostro commissario non ha d'uomo altro che la presenza, nè di Fiorentino altro che il nome: una peste mortifera, una fiera crudele, un mostro orrendo, quanto mai da «alcuno scrittore fosse figurato.»[362] Astorre allora fu richiamato, e l'Albizzi, pieno di sdegno perchè lo accusavano di aver mercanteggiato sugli approvvigionamenti dell'esercito e sulle prede di guerra, abbandonò il campo e rinunziò l'ufficio.[363] Dopo di che la guerra andò di male in peggio, ed i Fiorentini vennero disfatti presso il Serchio.