Il Machiavelli, ricordate in breve queste fazioni, che il Cavalcanti narra a lungo, introduce finalmente sulla scena Cosimo de' Medici, che da gran tempo aspettava l'occasione ormai vicina. Ne fa il ritratto, lodandone i modi, la prudenza singolare, la liberalità grandissima verso gli amici, della quale si valeva a divenir sempre più potente. Egli aveva prima favorito la guerra contro Lucca, ed ora che, condotta dall'Albizzi, era riuscita così male, taceva o ne faceva cadere su questo tutta la colpa. Il Barbadori che s'era avvisto dell'arte finissima, invano andò da Niccolò da Uzzano,[364] per indurlo ad unirsi coll'Albizzi, e cacciare dalla Città Cosimo. Nel farci questo racconto, seguendo le tracce del Cavalcanti, il Machiavelli tralascia il discorso che questi pone in bocca del Barbadori; ma copia, modificandolo nella forma, quello dell'Uzzano, aggiungendovi di suo appena qualche riflessione. «E' si farebbe per te, per la tua casa e per la nostra Repubblica, che tu e gli altri che ti seguono in questa opinione, avessero la barba piuttosto d'ariento che d'oro, perchè i loro consigli, procedendo da capo canuto e pieno di esperienza, sarebbero più savî e più utili a ciascheduno.»[365] «Questa nostra parte voi la chiamate dei nobili; ma se così è, io ti ricordo che i nobili furono sempre in Firenze vinti dalla plebe. Ed ora si aggiunge, che noi siamo divisi e gli avversari sono uniti.[366] Cosimo ha poi in mille modi beneficato il popolo.» «Adunque converrebbe addurre le cagioni del cacciarlo, perchè egli è pietoso, officioso, liberale e amato da ciascuno. Dimmi un poco qual legge è quella che proibisca o che biasimi e danni negli uomini la pietà, la liberalità, lo amore?[367] E benchè siano modi tutti che tirino gli uomini volando al principato, nondimeno e' non sono creduti così, e noi non siamo sufficienti a dargli ad intendere, perchè i modi nostri ci hanno tolta la fede.» «Certo, sebbene e' sia molto difficile il cacciare Cosimo, pure, avendo una Signoria amica, si potrebbe riuscirvi. Ben presto però egli tornerebbe,» «e ne avreste guadagnato questo, che voi l'avreste cacciato buono, e tornerebbeci cattivo, perchè la natura sua sarebbe corrotta da quelli che lo revocassero, a' quali sendo obbligato, non si potrebbe opporre.»[368] Fu quello che in fatti seguì; e di quest'ultima osservazione venne data gran lode al Machiavelli; ma essa, come quasi tutto il discorso, si trovava già nel Cavalcanti.
Niccolò da Uzzano morì, e restarono a contendersi Rinaldo degli Albizzi e Cosimo de' Medici, che coi loro seguaci tenevano da capo divisa la Città. «Qualunque volta,» così scrive il Machiavelli, seguendo sempre il suo modello, «si creava un magistrato, si diceva pubblicamente quanti dell'una e quanti dell'altra parte vi sedevano, e nella tratta de' Signori stava tutta la Città sollevata. Ogni caso che veniva davanti ai magistrati, ancora che minimo, si riduceva fra loro in gara; i segreti si pubblicavano; così il bene come il male si favoriva e disfavoriva; i buoni come i cattivi ugualmente erano lacerati; niuno magistrato faceva l'ufficio suo.»[369] E quando stava per essere eletto gonfaloniere Bernardo Guadagni, amico dell'Albizzi, questi, ad evitare che la elezione fosse annullata, gli dette il danaro necessario per soddisfare alle imposte da lui non ancora potute pagare,[370] chiedendogli che si adoperasse nel nuovo ufficio a cacciar dalla città Cosimo de' Medici, divenuto sempre più potente. Anche nel riferire questo discorso, il Machiavelli ci dà un sunto fedele di quello che si legge nel Cavalcanti. «Gli ricordò che se messer Salvestro dei Medici aveva potuto ingiustamente frenare la grandezza de' Guelfi, ai quali spettava il governo della Città, a cagione del sangue dai loro antenati per essa versato, ben poteva egli giustamente fare contro un solo, quello che ingiustamente era stato fatto dagli altri contro tanti.[371] Confortollo a non temere, perchè gli amici lo avrebbero aiutato colle armi, e Cosimo dalla plebe, che ora sembrava adorarlo, non trarrebbe altri favori che si facesse già messer Giorgio Scali; nè v'era da dubitare delle ricchezze di lui, perchè, quando fosse preso dai Signori, anderebbero anch'esse nelle loro mani. Questo renderebbe finalmente la Repubblica sicura ed unita, e lui glorioso.»[372]
Dal Cavalcanti è preso tutto il racconto della prigionia, dell'esilio e del ritorno trionfale di Cosimo, non solo nelle linee generali, ma anche nei minuti particolari e nei discorsi.[373] Molti incidenti si trovano nel suo libro che non sono in quello del Machiavelli, ma nessuno quasi è nel secondo, che non sia nel primo. Ed anche le parole di rimprovero, che nella fine di questo libro, l'Albizzi, costretto ad esulare, dice a papa Eugenio IV, sono prese dalla stessa fonte.[374] Il Machiavelli però, come sempre, aggiunge col nuovo stile anche la connessione e la profonda intelligenza dei fatti. Egli in vero fu il primo che fece vedere, come la guerra portò al potere gli Albizzi con le Arti Maggiori, e la pace vi portò invece le Minori, dietro le quali stavano come in continuo agguato i Medici, che ottennero il favore della plebe, facendo mostra di favorirla, per poi opprimere tutti. Così potè trasformare in una storia originale e nuova, che poneva in luce l'arte più segreta dei Medici, la narrazione lunga e noiosa del Cavalcanti, scritta pessimamente, nella quale i fatti più gravi e gl'incidenti più insignificanti sono messi gli uni accanto agli altri, senza legame, senza ordine o distinzione di sorta, perdendo il loro significato, il loro proprio valore. Il paragone fra le due opere riesce quindi assai utile, ed è perciò che noi abbiamo creduto opportuno di fermarci a discorrerne così a lungo.
CAPITOLO XIV.
Le Istorie fiorentine. — I libri V e VI, il trionfo dei Medici e le guerre d'Italia. — I libri VII e VIII, Lorenzo dei Medici e le congiure. — I Frammenti storici. — Gli Estratti di lettere ai Dieci di Balìa. — La prima bozza delle Istorie.
I quattro libri che seguono, costituiscono la terza ed ultima parte delle Storie, e procedono assai meno ordinati. Il Machiavelli avrebbe qui dovuto parlare del dispotismo dei Medici, e dei modi con cui distrussero la libertà. Ma era un argomento assai difficile per lui. Anche lodando le loro buone qualità, avrebbe dovuto biasimare aspramente la loro condotta politica, e non poteva farlo con la necessaria libertà, in un'opera dedicata a Clemente VII, che gliene aveva fatto avere la commissione. Il 30 agosto 1524 egli scriveva al Guicciardini: «Attendo in villa all'istoria, e pagherei dieci soldi, non voglio dire di più, per consultarvi; giacchè sono venuto a un punto, che avrei bisogno d'intendere da voi, se offendo troppo con l'esaltare o abbassare. Pure m'ingegnerò di fare in modo che, dicendo il vero, nessuno si possa dolere.»[375] Nel quinto e sesto libro perciò egli si ferma lungamente a parlare delle guerre fiorentine, anzi delle italiane in generale, per sempre più condannare i capitani di ventura, dimostrando di nuovo che essi furon causa della rovina d'Italia. Solo di tanto in tanto ritorna ai fatti interni di Firenze, pei quali continua a valersi del Cavalcanti; ma poi subito ne rifugge, per discorrer nuovamente delle guerre, nel raccontar le quali si vale di Flavio Biondo, di Gino Capponi e del Simonetta, che ne furono spesso testimoni oculari.
Dopo avere adunque accennato alle sue ben note idee sul crescere e decadere degli Stati, osserva che nelle umane società prima sorgono i capitani e le armi, poi la filosofia e le lettere. «Le armi portano vittoria, la vittoria quiete, nè si può la fortezza degli animi con il più onesto modo, che con quello delle lettere corrompere. L'Italia percorse anch'essa queste vicende, riuscendo con gli Etruschi ed i Romani ad essere ora felice, ora misera. E sebbene, dopo la rovina dell'Impero, non si fece nulla che riuscisse a redimerla, riunendola sotto un virtuoso principe che sapesse farla gloriosamente operare, pure essa potè per qualche tempo avere la virtù necessaria a difendersi dai barbari. Ma si venne poi a tempi i quali non furono per la pace quieti, nè per la guerra pericolosi. I principi e gli Stati, è vero, si assaltavano l'un l'altro; ma non si possono chiamare guerre quelle in cui gli uomini non si ammazzano, le città non si saccheggiano, i principati non si distruggono. Esse si cominciavano senza paura, trattavansi senza pericolo, finivansi senza danno. E così quella virtù militare, che altrove fu spenta dalla lunga pace, venne fra di noi spenta da tali guerre, come si vedrà per ciò che diremo dal 1434 al 1494, quando fu di nuovo aperta la via ai barbari, e rimessa l'Italia nella loro servitù.» «E se nel descrivere le cose seguite in questo basso mondo, non si narrerà o fortezza di soldati o virtù di capitani o amore verso la patria di cittadino, si vedrà con quali inganni, con quali astuzie ed arti i principi, i soldati e capi delle repubbliche, per mantenersi quella reputazione che non avevano meritata, si governavano.»[376] Questa è la introduzione al quinto libro.
Comincia poi il Machiavelli a parlar delle due scuole della milizia italiana, capitanate l'una da Francesco Sforza, l'altra da Niccolò Fortebracci e da Niccolò Piccinini. Narra rapidamente, incompiutamente, con assai poca esattezza le loro imprese nello Stato della Chiesa dopo l'anno 1433,[377] sempre col solo scopo di far conoscere la triste natura di quelle guerre, le grandi rovine che portarono alla libertà ed all'Italia. E tutto ciò, ora venendo bruscamente ai fatti interni di Firenze, ora allontanandosene di nuovo non meno bruscamente. Il ritorno trionfale di Cosimo, e le persecuzioni che subito ne seguirono, conducono l'autore a fare alcune osservazioni, le quali rivelano che cosa egli veramente pensasse di quei fatti, e perchè rifuggisse dal narrarli. «Ai cittadini allora non solo l'umore delle parti nuoceva; ma le ricchezze, i parenti, le inimicizie private. E se questa proscrizione fosse stata dal sangue accompagnata, avrebbe a quella d'Ottaviano e di Silla renduto similitudine, ancora che in qualche parte nel sangue s'intingesse; essendo stati decapitati Bernardo Guadagni ed altri cittadini.»[378] Non furono mutati i magistrati, ma alterate le loro attribuzioni, diminuita la loro importanza politica. Si trovò con le Balìe il modo d'assicurare in favore dei Medici le nuove elezioni, anzi questa fu poi sempre la loro arte di governo.[379] Poco altro ci dice della storia interna di Firenze il quinto libro, che torna ora a parlar delle principali guerre italiane, sulle quali assai più lungamente si ferma.[380]
Da Firenze si salta in fatti alla morte di Giovanna II di Napoli, alla venuta di Alfonso d'Aragona ed alla guerra da lui sostenuta contro i Genovesi, che lo fecero prigioniero insieme con due suoi fratelli, e li condussero al duca Filippo M. Visconti, per ordine del quale avevano combattuto. Qui il Cavalcanti immagina uno strano e assurdo discorso del Duca, dopo del quale esso avrebbe senz'altro liberato i prigionieri, colmandoli di cortesie, con parole sempre retoriche, ampollose e vuote.[381] Il Machiavelli compone invece un discorso, mediante il quale Alfonso d'Aragona avrebbe, con assai accorte ragioni, persuaso il Duca a lasciarlo libero. Questo discorso non ha certo nulla di storico; ma espone quali furono le vere ragioni che, secondo il Machiavelli, dovettero decidere il Duca a liberare i prigionieri. «A lui più che ad altri era pericoloso,» così gli avrebbe detto il Re, «col tener prigionieri gli Aragonesi, far trionfare in Napoli gli Angioini. Milano avrebbe allora avuto i Francesi a settentrione ed a mezzogiorno, rimanendo così in loro balìa. A nessuno quindi più che a lui importava il trionfo degli Aragonesi in Napoli, se già ei non volesse soddisfare ad un suo appetito, piuttosto che assicurarsi lo Stato.»[382]
Segue, in conseguenza di ciò, la rivoluzione dei Genovesi, sdegnati d'aver combattuto invano, vedendosi costretti a ricondurre liberi sulle proprie navi i prigionieri che avevano presi. Di qui la loro alleanza con Firenze e Venezia contro Milano, che fu difesa dalle armi di Niccolò Piccinini.[383] Ed ora il Machiavelli incomincia a valersi dei Commentarî di Neri Capponi, giovandosene anche nel narrare le guerre tra lo Sforza ed il Piccinini.[384] Va d'un tratto alle vicende del celebre e fiero cardinal Vitelleschi, che raccoglie da Flavio Biondo.[385] E si ferma poi a narrare la battaglia d'Anghiari, vinta dai Fiorentini con le loro armi mercenarie, contro l'esercito del Piccinini, il quale combatteva pel Visconti. Qui si lascia trascinar nuovamente dalla voglia di parlar male dei soldati di ventura. Avendo dinanzi a sè scrittori autorevoli, che davano narrazioni minute e fedeli della battaglia, se ne allontana per esagerar contro il vero, in modo appena credibile. Dopo aver detto che il Piccinini fu disfatto pienamente, aggiunge che «in tanta rotta, in sì lunga zuffa, che durò dalle venti alle ventiquattro ore, non vi morì altri che un uomo, il quale non di ferite o altro virtuoso colpo, ma, caduto da cavallo e calpesto, espirò.» «I capitani non vollero inseguire il nemico, ma contro il volere dei commissari fiorentini, contro ogni buono ordine di guerra, andarono in Arezzo a deporre la preda fatta, liberando gli uomini d'arme che avevano presi al nemico. Onde è da meravigliarsi solamente, che si fosse trovata in questo tanta viltà da lasciarsi vincere da un esercito siffatto.»[386] Eppure nulla di tutto ciò dicono gli scrittori del tempo. Il Capponi, che era commissario al campo, si duole molto dell'esercito; ma afferma che il nemico venne inseguito sino ai fossi degli alloggiamenti, e che furono fatti 1540 prigionieri. Parlando poi della cura che i Fiorentini dovettero prendere dei loro feriti, ci fa chiaramente capire che la battaglia non era stata senza sangue, come affermò poi il Machiavelli.[387] Flavio Biondo, che per questi tempi è anch'esso molto autorevole, parla di sessanta morti e quattrocento feriti tra i ducheschi, di dugento feriti e dieci morti tra i Fiorentini, oltre seicento cavalli d'ambo le parti, distesi sul suolo dalle artiglierie. E aggiunge che il capitano Astorre Manfredi fu fatto prigioniero dopo essere stato ferito.[388] Il Bracciolini dice che vi furono quaranta morti e molti feriti da parte del nemico.[389]