Dopo avere narrata la presa del Casentino, per opera del commissario Capponi,[390] e la morte di Rinaldo degli Albizzi, il Machiavelli finisce il quinto ed incomincia il sesto libro, tornando nella introduzione di esso a deplorare il modo con cui allora si facevano le guerre. Narra le fazioni di Lombardia tra il Piccinini, che era ai servigi del Duca, e lo Sforza, che combattè prima pei Veneziani e pei Fiorentini; poi, mutato padrone, pel Duca contro il Piccinini, che ora aveva mutato anch'egli. E qui l'autore torna bruscamente ai fatti di Firenze, dicendo come Cosimo era vissuto in gelosia grandissima verso Neri Capponi e Baldaccio d'Anghiari, il quale venne poi ucciso a tradimento e gettato dalle finestre di palazzo.[391] Di questo ultimo fatto il Cavalcanti ed il Machiavelli[392] danno tutta la colpa agli amici di Cosimo; ma il Guicciardini, forse con maggior verità, afferma invece che primo ordinatore dell'assassinio fu Cosimo stesso, il quale seppe operare in maniera da disfarsi d'uno dei due nemici, indebolendo anche l'altro, senza potere essere accusato da alcuno.[393]

E da capo, giacchè questo libro, al pari del precedente, manca d'ogni unità, si ripiglia la narrazione delle guerre di Lombardia fino a che muore il Duca senza eredi, come da tanto tempo aspettava lo Sforza, suo capitano e suo rivale. Il Machiavelli si ferma qui a narrare la storia della repubblica ambrosiana, che commise l'errore di scegliere a suo capitano lo Sforza, il quale iniquamente la tradì, rivolgendo contro di essa quelle armi che erano a lui pagate per difenderla. Ma sebbene avesse dinanzi a sè la narrazione dello storico Simonetta,[394] pure, essendo egli avversissimo allo Sforza, perchè capitano di ventura e distruttore di una repubblica, colorisce a suo capriccio la brutta storia,[395] senza voler rendere giustizia neppure all'ingegno politico e militare di lui. E rende anche più singolare il suo racconto, ponendo in bocca dei rappresentanti della tradita città, un discorso, che certo essi non avrebbero mai osato di fare allo Sforza; ma che esprime invece, in modo assai chiaro ed eloquente, il giudizio che il Machiavelli faceva della condotta di lui. Venuti adunque al campo del vittorioso traditore, essi così avrebbero parlato: «Noi non possiamo adoperare nè prieghi, nè premi, nè minacce, perchè negli uomini potenti e crudeli non hanno forza. Conoscendo ora la crudeltà ed ambizione tua, vogliamo solo ricordarti i benefizî che hai ricevuti dai Milanesi, per dimostrarti così la tua ingratitudine, e gustare qualche piacere nel rimproverarteli. Noi ti pigliammo al nostro soldo, quando eri da tutti abbandonato, e tu subito incominciasti a tradirci. Chè non differisti insino ad ora a dimostrarci l'iniquo animo tuo; ma ne desti segno, quando fosti appena padrone delle nostre armi, ricevendo in tuo proprio nome Pavia. Oh! infelici quelle città che sono, colle armi mercenarie ed infedeli come le tue, necessitate a difendersi. Noi certo non dovevamo porre speranza in colui che aveva tante volte tradito; ma se la nostra poca prudenza accusa noi, non scusa perciò la perfidia tua, e tu stesso dovrai giudicarti degno della pena dei parricidi.»[396]

Queste guerre dello Sforza sono, può dirsi, l'argomento principale del quinto e del sesto libro. In mezzo al disordine apparente con cui esse procedono, il Machiavelli vede ed espone assai chiaro il loro scopo costante, che ne determina l'unità. La vita di quel capitano, i mezzi con cui arrivò all'ambita signoria di Milano, scalzando prima la potenza del Duca, e tradendo poi perfidamente la repubblica ambrosiana, riescono il più chiaro esempio d'una pertinace e sleale ambizione, dando un'altra prova manifesta della nessuna fede che si poteva avere negli eserciti di ventura, ed in coloro che li comandavano. Dopo di che il Machiavelli narra altre guerre, ed arriva alla fine del sesto libro, conchiudendolo con le vicende seguìte nel reame di Napoli sino alla morte d'Alfonso d'Aragona, ed all'avvenimento di Ferrante al trono.

Incomincia poi il settimo libro collo scusarsi d'avere troppo divagato nella storia generale d'Italia; ma ciò gli parve necessario a far meglio intendere quella di Firenze, alla quale ora ritorna per poco, premettendo alcune nuove riflessioni sui modi con cui i Medici, in mezzo alle divisioni, si fecero strada al potere assoluto. «Le divisioni sono in tutte le città inevitabili; ma i capi di parte possono divenire autorevoli e potenti per vie pubbliche o per vie private. Quando si compie lodevolmente una guerra o un'ambasceria, quando si danno utili consigli alla repubblica, allora si sale per vie pubbliche, giovando alla patria, e si trovano amici e aderenti. Quando si rendono benefizî o favori ai privati, e si gratificano con danari o con ufficî; quando si trattiene il popolo con giuochi e feste pubbliche, allora si sale per vie private, e si fanno partigiani che danno origine alle sètte, le quali sono sempre nocive. Queste deve un savio legislatore cercare di spegnere, non potendo mai evitare del tutto le divisioni. Neri Capponi era salito solamente per vie pubbliche; Cosimo de' Medici, per vie pubbliche e private, onde ebbe non solo amici, ma anche partigiani, che formarono una sètta. Essa si tenne più o meno unita dal 1434 al 1455, e potè quindi in ventun anno, per mezzo delle Balìe, riassumere sei volte il governo. Ma dopo la morte del Capponi (1455) i partigiani de' Medici si divisero, volendo alcuni da capo la Balìa, altri le elezioni a sorte. Vinsero i primi, e la sètta divenne allora più potente e audace che mai. Fu questo governo che durò otto anni, insopportabile e violento, perchè Cosimo, vecchio e stanco, lasciò fare ai suoi, che restarono senza freno, e Luca Pitti, suo amico, pensò solo a costruire il proprio palazzo ricevendo donativi da ognuno.»[397]

Segue nel 1464 la morte di Cosimo, ed il Machiavelli deve fermarsi a farne l'elogio. Dice adunque che egli fu esempio unico di potere acquistato in città libera, senza le armi, solo con la prudenza e l'astuzia. Seppe per trentun anno tenere lo Stato, rivolgendo così le divisioni interne della Città come le guerre esterne a proprio vantaggio, perchè conosceva i mali discosto e preparava i rimedî a tempo. Accenna alla protezione data da Cosimo alle lettere ed alle arti; ma neppure in questo luogo trova modo di parlare alquanto largamente della nuova cultura che fu allora iniziata a Firenze, e nella quale i Medici ebbero così gran parte. Non volendo o non potendo dir tutto quello che pensava del carattere politico di Cosimo, conclude ricordandone alcuni detti, che abbastanza chiaramente lo dipingono anche nelle sue parti meno lodevoli. — Gli Stati non si governano coi paternostri. — Meglio città guasta che perduta. — Con due canne di panno rosate si fa un uomo dabbene.[398] — Con queste ultime parole Cosimo rispondeva a coloro che lo accusavano di fare entrare nel Palazzo e negli ufficî uomini di poco conto. Basta, egli voleva dire, che si dia loro il panno rosso per farsi il lucco, che saranno cittadini rispettabili come gli altri.

Qui la storia del Machiavelli entra in un nuovo argomento, che forma il soggetto principalissimo dei due ultimi libri. La società italiana s'andava sempre più corrompendo; il dispotismo trionfava per tutto; le guerre erano condotte in modo sempre più vergognoso: unica protesta, unico segno d'energia e d'amore alla libertà erano le congiure, che in questi anni furono molte. E però esse e le arti con cui i tiranni cercavano difendersi contro i proprî sudditi, sono ora il soggetto principale della narrazione. I fatti che il Machiavelli deve da qui innanzi esporre, si trovavano ricordati in molti scrittori contemporanei, ed erano allora freschi nella memoria di tutti. Una ricerca ed uno studio delle fonti è quindi inutile. Egli narrava quello che tutti sapevano e ripetevano; cercava qualche volta le altrui narrazioni ed anche i documenti autentici, qualche altra s'affidava alla memoria. Ciò che ora sopra tutto l'occupa è l'analisi delle passioni e dei sentimenti che animavano i congiurati, le cui imprese egli descrive, rappresenta con una eloquenza, con una potenza tale che alcune di queste pagine sono fra le più belle della sua storia. Ma anche qui, a meglio ottenere il suo intento, più d'una volta non ha scrupolo d'aggiustare i fatti, e comporre i discorsi a suo arbitrio.

Incomincia col narrare la fine di Iacopo Piccinini, il quale da Milano, incoraggiato dallo Sforza, andò a Napoli, dove fu proditoriamente ucciso da Ferrante d'Aragona. Il Machiavelli non esita punto a vedere in ciò l'accordo ed il tradimento dei due principi italiani, i quali, come tutti i tiranni, «quella virtù che non era in loro, temevano negli altri, e la spensero in modo da non poterla più ritrovare in alcuno, il che fu poi causa della rovina comune.»[399] Il Guicciardini invece è più cauto, ed osserva che se pure vi fu l'accordo, sempre sdegnosamente negato dallo Sforza, non era possibile averne certezza, perchè i due sovrani non lo avrebbero mai concluso in modo da farlo conoscere agli altri.[400]

Segue la congiura tramata a Firenze contro Piero dei Medici, uomo debole d'animo e di corpo, ma che pure, in questa occasione, riuscì superiore all'aspettativa. Il Machiavelli nondimeno colorisce il fatto in modo da far risaltare anche più del giusto la prudenza e prontezza dimostrate allora da Piero. Questi ricevette da Ercole Bentivoglio una lettera, con cui venne avvertito che i suoi nemici avevano raccolto genti, le quali già erano in via per Firenze. Allora, sebbene fosse ammalato in villa, scrisse subito, dando ordini per avere armati in sua difesa e, accompagnato da essi, si fece in lettiga portare nella Città, dove la sua inaspettata prontezza gli fece trovar modo di aggiustar le cose. Ma di tutto ciò il Machiavelli non si contenta, e per descrivere Piero anche più astuto che non fu realmente, afferma che egli, accortosi delle trame contro di lui ordite, finse d'aver ricevuto la lettera dal Bentivoglio, perchè gli servisse di pretesto ad armarsi improvvisamente. Questa infedeltà storica da esso ideata a favore del Medici, non gl'impedisce però di biasimare la condotta tenuta da lui e dagli amici nel perseguitare gli avversarî, in modo «che pareva che Iddio avesse loro dato quella Città in preda.»[401] Nè si può supporre che simili errori siano sempre involontarî, perchè vi sono spesso prove del contrario. Un esempio ne abbiamo poco dopo, quando gli esuli che volevano tornare a Firenze, si rivolsero a Piero. Gli scrisse fra gli altri Angelo Acciaiuoli, chiedendo grazia con un linguaggio alquanto ironico, e quasi offensivo, cui egli rispose negando la grazia, in modo però abbastanza cortese e dignitoso. Sono a stampa le due lettere, che il Machiavelli certo vide, perchè ne riporta fedelmente alcune frasi, alterandone però il resto in maniera da fare apparire l'Acciaiuoli più rimesso, e Piero più duro e cinico che non fu.[402] Dominato dalle sue teorie, e qualche volta anche eccentrico, egli obbediva spesso al solo capriccio della sua fantasia.

Non fu quindi senza ragione se l'Ammirato, giunto a questi medesimi tempi nelle sue Storie fiorentine, perdè la pazienza, e dopo avere notato in quelle del Machiavelli diversi errori, affermò che esso «scambia i nomi e gli anni, aggiunge, toglie, diminuisce, e, quello che è più, non sempre per solo errore, ma anche a disegno e per rendere la sua narrazione più eloquente.»[403] Ed in vero poco più oltre, nel descrivere la battaglia seguìta l'anno 1466 alla Molinella, tra i Veneziani e i Fiorentini, egli finisce al solito con queste parole: «Vennero a una ordinata zuffa, la quale durò mezzo un giorno, senza che niuna delle parti inclinasse. Nondimeno non vi morì alcuno; solo vi furono alcuni cavalli feriti, e certi prigionieri da ogni parte presi.»[404] Anche qui, l'Ammirato giustamente osserva, v'è grandissima esagerazione,[405] perchè gli scrittori del tempo parlano tutti più o meno di parecchie centinaia di morti, ed il Guicciardini dice addirittura, che quello fu «un bel fatto d'armi.»[406]

Ed ora si torna alle congiure. Bernardo Nardi, esule fiorentino, messosi d'accordo con Diotisalvi Neroni, andò a Prato per sollevare quella terra contro Firenze e contro Lorenzo e Giuliano dei Medici, che erano allora successi a Piero. Nel narrare questo fatto, il Machiavelli ci descrive una scena ignorata dagli altri scrittori, ma assai poco credibile. Il Nardi, secondo lui, s'impadronì del Podestà, ed era per impiccarlo alle finestre del Palazzo, quando questi, trovandosi col capestro al collo, gli fece un discorso così ben ragionato, con tali e tante promesse, che lo persuase a lasciarlo andar via libero.[407] Allora il Podestà fu di nuovo padrone della terra, la congiura andò a monte, ed il Nardi venne decapitato. Il vero è invece che l'impresa fallì, perchè il popolo non si mosse, ed al rappresentante del governo fiorentino non fu quindi difficile vincere subito i ribelli e punirli.