Dopo la rivoluzione, la sottomissione ed il sacco crudelissimo di Volterra, il Machiavelli arriva all'episodio principale del settimo libro, alla congiura, cioè, scoppiata contro Galeazzo Sforza duca di Milano nel 1476. Lo stile qui si rialza con un vigore che va crescendo sino alla tragica fine del sanguinoso dramma. L'autore descrive con la penna di Tacito i vizî del Duca, che tutti offendeva, tutti insultava, pubblicamente vantandosi delle donne che disonorava, e l'odio feroce che negli offesi animi sorgeva perciò contro queste iniquità. Nel comporre la sua narrazione egli di certo aveva letto la coraggiosa confessione dell'Olgiati, che fu poi pubblicata dal Corio, e però con molta verità, con singolare eloquenza ci pone sotto gli occhi l'animo esaltato di quel giovane e de' suoi due compagni, continuamente riaccesi a cospirare, con la lettura dei classici latini, dal loro maestro Niccola Montano. I discorsi e preparativi che essi facevano, i continui esercizî a ferirsi impetuosamente colle guaine dei pugnali, e sopra tutto la strana mescolanza d'odio pagano contro la tirannide, e di sentimento cristiano, col quale volevano santificare quell'odio, sono descritti, rappresentati con tale evidenza, che noi abbiamo una visione tanto chiara e precisa del modo di sentire e di pensare in quei tempi, quale non si trova nè forse si troverà mai più in nessun altro scrittore antico e moderno. Il Machiavelli supera veramente sè stesso, quando, narrata che ha l'uccisione del Duca nella Chiesa, ci descrive la fine eroica dell'Olgiati, il solo dei congiurati che scampò al primo impeto del furor popolare. Sottomesso alla tortura, egli, come apparisce anche dal suo processo, invocava la Vergine e componeva distici latini, esaltando la libertà, ed affrontando impavido la morte.[408] La prosa italiana difficilmente può presentarci esempî d'uno stile più vigoroso ed eloquente di quello del Machiavelli in questo luogo.
Pure seppe innalzarsi ancora più alto. L'ottavo libro continua il settimo, trattando lo stesso argomento. E perchè le considerazioni generali sulle congiure furono già esposte nei Discorsi, l'autore non fa su di esse nuovi preamboli, ma incomincia subito con quella dei Pazzi, scoppiata a Firenze l'anno 1478. Questa può dirsi il punto culminante della tenebrosa serie dei fatti sanguinosi, ricordati nei due ultimi libri delle Storie. Il Poliziano ed altri testimoni oculari l'avevano narrata, essa era quindi notissima a tutti in Firenze. Il Machiavelli aveva di certo parlato con più d'uno di coloro che vi si erano trovati presenti, ed aveva letto la confessione del Montesecco,[409] uno dei congiurati, la quale venne divulgata quattro mesi dopo l'accaduto, ed è ricordata anche dal Guicciardini.[410] La narrazione d'una tale congiura non poteva quindi permettere capricciose alterazioni; ed essa riuscì non solo esatta e fedele, ma anche un vero capolavoro di stile. La propria eloquenza trascina solo una o due volte l'autore, facendogli aggiungere di fantasia qualche particolare assai secondario, che senza mutar la natura dei fatti, serve a più vivamente colorirli. Di tanto in tanto il racconto, sempre vivace, sempre efficace, è interrotto da brevi considerazioni, esposte rapidamente come di passaggio, in modo da aggiungere, non da togliere forza.
Il Montesecco, sebbene fosse un soldato di ventura, ricusò di prender parte alla esecuzione della congiura, quando seppe che Lorenzo e Giuliano dovevano essere pugnalati in Duomo, nel momento della elevazione dell'ostia. Non volle unire il sacrilegio al tradimento. Vennero quindi scelti in fretta due altri, uno dei quali era prete, e si credeva perciò che, avendo con le cose sacre maggiore familiarità, dovesse avere minori scrupoli. Ma questo fu invece causa della rovina dell'impresa, «perchè se mai in alcuna faccenda si ricerca l'animo grande e fermo, e nella vita e nella morte per molte esperienze risoluto, è necessario averlo in questa, dove si è assai volte veduto agli uomini nell'arme esperti e nel sangue intrisi l'animo mancare.»[411] Il Machiavelli è insuperabile, quando descrive i congiurati che, per esser sicuri di colpire a un tratto le due vittime predestinate, cercarono Giuliano e lo condussero in chiesa. «È cosa veramente degna di memoria, che tanto odio, tanto pensiero di tanto eccesso si potesse, con tanto cuore e tanta ostinazione d'animo, da Francesco (dei Pazzi) e da Bernardo (Bandini) ricoprire. Perchè condottolo nel tempio, e per la via e nella chiesa con motteggi e giovanili ragionamenti l'intrattennero. Nè mancò Francesco, sotto colore di carezzarlo, con le mani e con le braccia strignerlo, per vedere se lo trovava di corazza o d'altra simile difesa munito.»[412] Di poi, nel momento fissato, gittatoglisi sopra, «lo empiè di ferite, e con tanto studio lo percosse, che, acciecato da quel furore che lo portava, sè medesimo in una gamba gravemente offese.» Lorenzo era scampato al pugnale degli assassini, ed il Bandini, vistolo ancora vivo dopo che Giuliano era morto, invano gli si scagliò contro con grandissimo impeto, ammazzando un altro che gli si parò allora dinanzi, perchè Lorenzo fu in tempo a salvarsi nella sagrestia.[413] Il tumulto divenne tale «che pareva il tempio rovinasse.»[414] La tremenda confusione di uomini, di grida, di ferite e di sangue è qui viva dinanzi a noi, nè meno vivamente sono descritte le stragi che nei giorni seguenti furono commesse dal popolo adirato, sempre più eccitato all'odio ed alla vendetta contro i congiurati dallo sdegno irrefrenabile di Lorenzo dei Medici. Francesco dei Pazzi venne con altri impiccato alle finestre del Palazzo; il suo vecchio parente, Iacopo, invano chiamò in aiuto il popolo, invano gridò il nome della libertà. «L'uno era dalla fortuna e liberalità dei Medici fatto sordo, l'altra in Firenze non era conosciuta.... Le membra dei morti o sopra la punta delle armi fitte o per la Città trascinate si vedevano.»[415] Iacopo fu preso, mentre fuggiva su pei monti vicini, nè i montanari gli dettero ascolto, quando pregò che per pietà l'ammazzassero. Condannato a morte e sepolto nella tomba de' suoi, ne venne tirato fuori perchè scomunicato, e fu sotterrato lungo le mura. Poi di nuovo lo disseppellirono, trascinandolo per le vie della Città, collo stesso capestro col quale lo avevano impiccato. Finalmente il cadavere venne gittato in Arno, dove galleggiò lungo tempo, spettacolo orrendo agli occhi di tutti.[416]
Dopo questo episodio principalissimo, l'ottavo ed ultimo libro continua con la narrazione di altre guerre e congiure italiane, arrivando sino alla morte di Lorenzo dei Medici nel 1492, con la quale finisce. Il Machiavelli si ferma qui a descriverne il carattere ed a tesserne l'elogio. Lo dice potente e fortunato in tutto, salvo nelle cose del commercio, che andarono a lui tanto male, quanto erano andate bene a Cosimo. Accenna, in termini assai generali, alle opere pubbliche da lui compiute, alla protezione data alle arti ed alle lettere, alla grande reputazione acquistata fra tutti i principi. «La quale riputazione ciascun giorno per la prudenza sua cresceva, perchè era nel discorrere le cose eloquente ed arguto, nel risolvere savio, nell'eseguirle presto ed animoso. Nè di quello si possono addurre vizî che maculassero tante sue virtù, ancora che fosse nelle cose veneree maravigliosamente involto, e che si dilettasse d'uomini faceti e mordaci, e di giuochi puerili più che a un tanto uomo non pareva si convenisse.»[417] Questi elogi, sebbene in gran parte meritati, e da tutti universalmente ripetuti, sono pure espressi in forma alquanto vaga e generica, perchè il Machiavelli non sapeva senza riserve, esplicite o sottintese, ammirare colui che aveva con tanta astuzia finito di distruggere la libertà di Firenze, e s'era dato a proteggere letterati ed artisti, quando invece vi sarebbe stato bisogno di formare soldati. Il Guicciardini, invece, che non ebbe mai troppo ardenti entusiasmi repubblicani, e scrisse la Storia fiorentina nella sua gioventù, quando i Medici erano in esilio, e non si prevedeva ancora che potessero tornare, si trovò, nel parlare di Lorenzo, in una condizione d'animo più libera ed indipendente. Ce ne lasciò quindi un ritratto assai fedele, un giudizio più sicuro e determinato. Lo dichiara un tiranno, ma il più amabile che si potesse avere. Ne riconosce e ne esalta l'ingegno vario, elegante, originale. Come uomo politico lo crede inferiore a Cosimo, che in condizioni assai più difficili corse minori pericoli, e fondò uno Stato che Lorenzo fu spesso in procinto di perdere. Questi ebbe una superbia grande, governò col sospetto e collo spionaggio, esaltò gli uomini di poco conto, abbassò i più autorevoli e reputati, promosse la corruzione. E tutto ciò il Guicciardini dice colla massima calma, senza mai esaltarsi nè in favore, nè contro la libertà o i Medici.[418]
Seguono ora i Frammenti storici,[419] che son brani staccati, i quali dovevano formar parte dei libri seguenti, che non furono mai compiuti. Se diamo ad essi un'occhiata, vedremo facilmente come furono compilati dal Machiavelli, ed apprenderemo anche il modo da lui tenuto nel comporre il più recente periodo delle sue Storie. Questi Frammenti vanno dal 1494 al 1499, e sono divisi in due parti, la seconda delle quali, ancora più informe, è intitolata: Estratto di lettere ai Dieci di Balìa. I Dieci ricevevano, com'è noto, le lettere dei commissarî di guerra e degli ambasciatori. Da esse il Machiavelli ricavò i suoi Estratti, che sono semplici appunti, con i quali compose poi i Frammenti, che sono già brani staccati da far parte delle Storie, generalmente narrazioni di guerre della Repubblica. La forma dei Frammenti e degli Estratti è molto varia, qualche volta quasi finita e limata, qualche altra invece allo stato di primissimo abbozzo. In alcuni punti vi si trovano perfino le frasi stesse delle lettere su cui furono composti. Spesso infatti vi leggiamo: le vostre genti, i vostri ambasciatori fecero, dissero questo o quest'altro. Qualche volta vi si trovano semplici richiami per memoria dello scrittore: «domanda di questa risposta mess. Francesco Pepi.»[420] Una tal forma informe apparisce anche più visibile verso la fine. Tutto vi è dall'autore accennato appena, per doverlo poi meglio studiare: «A dì otto di aprile 1498 morì il re Carlo di apoplessia, e quel medesimo dì seguì il caso del Frate, del quale si vuole dire appunto.»[421] Spesso rimanda ad altre ricerche da farsi nelle lettere e nei documenti d'archivio: «Tutta la pratica si vede per una lettera che è in filza. — Sono in filza molte lettere, dalle quali si caverà ordine, come e quando le genti inimiche venissero a Marradi.»[422]
Un tal modo di comporre le storie contemporanee era allora assai generale. Il Diario del Buonaccorsi è compilato colle lettere ai Dieci ed ai Signori; i Diarî di Marin Sanuto non son quasi altro che una gigantesca collezione di lettere e relazioni d'ambasciatori, cui ne furono aggiunte moltissime altre di privati. Il Machiavelli però che, come il Guicciardini, scriveva una storia, non un diario, raccolto che aveva i suoi materiali, doveva ordinare i fatti e dar grande importanza allo stile. Dopo quindi d'aver messo sulla carta i suoi estratti, componeva con gran cura alcuni brani della narrazione; poi collegava tutto, secondo un disegno generale, scrivendo e riscrivendo da capo. Anche le sue Nature di uomini fiorentini non sono altro che quattro ritratti scritti e corretti, per esser poi messi nelle Storie, come chiaro apparisce dalla loro forma,[423] e dall'essere qualcuno di essi già entrato a far parte dei Frammenti.
Abbiamo poi mille altre prove della grandissima cura che il Machiavelli poneva nello stile. Trovasi fra i suoi manoscritti parte non piccola d'una bozza, a quanto pare, già qualche volta corretta, delle Storie. Essa fu recentemente pubblicata, e se la paragoniamo con le stampe che ci danno lo stesso lavoro di nuovo riveduto dall'autore, potremo osservare che le ultime correzioni furono quasi tutte di sola forma, e avremo un'idea del modo, del criterio con cui furono fatte. Certo anche il Machiavelli si lascia di tanto in tanto vincere dal desiderio, allora comune fra i letterati, d'usar frasi e parole ricercate, di dare maggiore dignità al periodo, rendendolo più latino che non veniva alla prima. Ma tutto ciò faceva meno assai de' suoi contemporanei. Correggendo, egli mirava sopra tutto a rendere lo stile sempre più semplice e chiaro, ad aumentarne con la maggiore naturalezza il vigore e l'efficacia.[424] Il linguaggio parlato, con tutta la sua nativa spontaneità, qualche volta anche coi suoi idiotismi, non iscomparisce mai affatto neppur dalle Storie, sebbene in esse più che altrove il Machiavelli cercasse, con uno studio continuo dei classici latini, di raggiungere una maggiore solennità. In ogni modo, qui come altrove, la maravigliosa potenza del suo stile nasce principalmente dalla sua semplicità: più egli si esalta, più semplice, più spontaneo diviene. Ma il suo vigore, il suo calore, non bisogna dimenticarlo, risultano solo in parte dalle doti proprio dell'ingegno, dalle qualità del pensatore, giacchè in parte non piccola risultano anche dall'entusiasmo che sempre anima il cittadino per la patria e per la libertà. Qui è sopra tutto, come vedemmo, la sorgente principale de' suoi pregi e difetti così nelle Storie, come nelle opere politiche del Machiavelli, il che sarà più evidente, se le paragoniamo con quelle del Guicciardini.
Questi non ha teorie da dimostrare, non entusiasmi che lo trasportino mai; è sempre sereno, tranquillo, impassibile. Qualche volta si lascia vincere dal desiderio di lodare un po' troppo sè stesso, e troppo deprimere i suoi avversarî politici; ma trionfa poi subito il bisogno irresistibile di ritrarre la realtà vera dei fatti, le loro cause e conseguenze prossime, perchè questa è la natura del suo ingegno. Nei Ricordi autobiografici egli mette in luce le proprie debolezze, i difetti, i vizî de' suoi antenati, con una franchezza che pare cinismo, ed è invece bisogno di descrivere gli uomini quali sono. Nell'immensa moltitudine di fatti che espone nella sua Storia d'Italia, non riesce, è vero, a trovare un ordine razionale, anzi non lo cerca neppure; ma non li riunisce mai in un ordine artificiale e forzato. S'attiene ancora un po' troppo alla forma di annali, abbandonata affatto dal Machiavelli, ed è costretto perciò ad interrompere continuamente il filo della narrazione, per riprenderla da capo nell'anno successivo. Ciò la rende spesso intralciata e faticosa. Di certo la storia d'Italia è ben più varia, più multiforme di quella di Firenze, trattata dal Machiavelli, ed è così piena d'avvenimenti fra di loro oscuramente connessi, che neppur noi oggi riusciamo a darle ordine logico ed unità razionale. Ma lo spazio di tempo che il Guicciardini abbraccia è anche assai più ristretto. Egli si occupa solo di fatti contemporanei, in molti dei quali ebbe grandissima parte; e però di essi e degli uomini che li compierono, sempre vasta, profonda è la sua conoscenza. Non v'ha luogo ad ipotesi, a teorie, e neppure a cercare le grandi leggi della storia o le cause remote degli avvenimenti. Ciò che sopra tutto occorre è solo un esame severo, accurato della realtà. Ed in questo appunto il Guicciardini riesce inarrivabile davvero.
Molte furono le sue accurate ricerche anche nei documenti,[425] grande la sua esperienza; nessuno conobbe e ritrasse al pari di lui il carattere degli uomini di Stato, e i più oscuri intrighi diplomatici del suo tempo. Nato, educato in Firenze, che era allora il più gran centro di attività, di accortezza e di coltura politica, andò assai giovane alla corte di Ferdinando il Cattolico, dove imparò a conoscere gli affari d'Europa. Tornato in Italia, venne adoperato a servizio dei papi, in altissimi uffici. Tenne il governo di vaste provincie in tempi assai difficili; ebbe una parte notevolissima nei grandi avvenimenti che allora seguivano in Italia, e si mostrò sempre un vero uomo di Stato. Questa esperienza, queste qualità si ritrovano nella sua grande opera. Gl'Italiani avevano da un pezzo imparato a scrivere ammirabili storie municipali; il Guicciardini fu il primo che scrisse con egual pregio una storia generale. All'acuta penetrazione dei Fiorentini egli aggiunse la pratica della grande politica in Italia ed in Europa, una indipendenza e larghezza di giudizio, che non si lasciava mai vincere da pregiudizî locali, nè si spingeva mai a speculazioni troppo audaci. Tutto ciò si vede così nella narrazione, come anche nei discorsi di cui la sua storia è piena. Se quelli del Machiavelli partono spesso da un concetto generale e mirano a dimostrarlo, quelli del Guicciardini cercano invece di mettere in luce la natura dei fatti e il loro legame, dimostrandone le cause e le conseguenze più prossime; dicono ciò che nel momento determinato, nell'ora che fugge, è necessario ed è possibile fare. Altri ideali, intellettuali o morali, egli non ne ha mai; quasi ne rifugge come da vane illusioni.
L'adagio, così spesso ripetuto, che lo stile è l'uomo, trova anche qui una singolare conferma. La Storia fiorentina del Guicciardini, tutte le altre sue Opere inedite, scritte nella prima gioventù, o più tardi in mezzo agli affari, senza ambizione letteraria di sorta, hanno una tale evidenza, una così spontanea eleganza, che il suo stile si confonderebbe con quello del Machiavelli, se non fosse il calore dell'entusiasmo che anima sempre il secondo, e non riesce mai ad alterare la impassibile serenità del primo. Quando invece questi si pose a scrivere la Storia d'Italia, e volle mirare a maggiore solennità, a maggiore dignità di forma, raggiunse certo una eloquenza più grandiosa; ma perdette subito la primitiva e spontanea semplicità. La sua frase troppo studiata, il suo periodo troppo ciceroniano stancano affannosamente il lettore. Nè è vero, come si disse, che ciò gli avvenne perchè non ebbe il tempo necessario a rivedere e correggere. Fu anzi la lima, fu l'artificio studiato e cercato quello che alterò e sciupò il suo stile. Se ne ha prova chiarissima nel manoscritto originale, corretto, ricopiato un gran numero di volte.[426] Le sue lettere, le sue legazioni, buttate giù alla prima, sono sempre semplicissime ed eleganti. Quando volle innalzare le sue idee, rivestirle di forme solenni, grandiose, sentiva come un bisogno di allontanarle da sè, e diveniva artificioso. Sublime invece pareva al Machiavelli ciò che più profondamente sentiva; ciò che era più vicino, più intimo al suo spirito. Ogni volta che dinanzi a lui balenavano i suoi ideali, egli si sollevava al di sopra di sè stesso, ed acquistava una forza, una evidenza, una spontanea naturalezza, nella quale superò tutti nel suo secolo. In lui ardeva più viva e pura la fiamma del patriottismo; fu più grande scrittore, perchè migliore assai era il suo animo, nonostante le calunnie de' suoi detrattori. Divenne perciò il nostro più grande prosatore, come Dante era stato il nostro più grande poeta.