CAPITOLO XV.

Morte di Adriano VI. — Elezione di Clemente VII. Battaglia di Pavia. — Congiura del Morone.

Mentre il Machiavelli lavorava ancora a compiere le Storie avvennero fatti che interruppero per sempre i suoi lavori letterari. Improvvise e grandi complicazioni politiche lo ricondussero agli affari, negli ultimi anni della sua vita, che furono assai infelici, perchè dovette assistere alla rovina della patria, senza che i suoi sforzi valessero in modo alcuno a lenirne i dolori.

Il 14 settembre 1523 moriva Adriano VI. La prossima elezione aveva una grandissima importanza, combattendosi nel Conclave le tendenze rivali della Spagna e della Francia, che fuori si disputavano il dominio d'Italia. Il nuovo Papa poteva facilmente far pendere la bilancia da un lato o dall'altro. La gara s'accese perciò vivissima. I cardinali arrivavano da ogni parte; giunse fra gli altri anche il Soderini sempre potentissimo, sebbene allora liberato appena dalla prigionia, in cui Adriano VI lo aveva tenuto. Quando egli s'avvide che Giulio dei Medici, aiutato dalla Spagna, guadagnava rapidamente terreno, s'unì ai fautori di lui, che così fu sicuro del trionfo. Nella notte del 18 al 19 novembre questi venne eletto, e prese subito il nome di Clemente VII. Tutti sapevano che era un bastardo, quantunque si facesse ogni opera per nasconderlo. Si dice che la fortuna arride ai bastardi; ma essa fu invece a lui tanto nemica, quanto in ogni cosa era stata amica a Leone X. A questo in fatti riuscivano bene anche le cose peggio pensate, a Clemente VII riuscivano male anche i partiti più lungamente ponderati. Il suo pontificato fu non meno funesto a lui, che a Firenze, all'Italia ed alla Chiesa.

Assunse la tiara con la reputazione di buoni costumi, di uomo religioso, accortissimo, instancabile al lavoro, conoscitore degli affari e delle umane passioni. Tutti avevano creduto che egli fosse stato la guida di Leone X, e assai più di lui atto a governare. Ma Leone X, quantunque amasse i piaceri e non volesse durare fatica, aveva pure un certo istinto politico, che gli faceva prendere le più grandi risoluzioni senza molto esitare. Del cardinale Giulio s'era valso solamente per avere le notizie che gli occorrevano, a compiere gli studî necessarî alla piena conoscenza degli affari, per eseguire le proprie deliberazioni. Questi era in fatti un attivissimo strumento, e pareva quindi che guidasse colui che invece serviva. «Così,» osserva il Guicciardini, «le faccende messe in mano di due nature tanto diverse, mostravano quanto qualche volta convenga bene la mistura di due contrari.»[427]

Non appena però Clemente VII si trovò solo a reggere gli affari della Chiesa, si vide subito che a lui mancava assolutamente quella facoltà che costituisce il genio pratico dell'uomo di Stato, la quale, facendogli quasi istintivamente calcolare l'impreveduto, lo spinge a decidere ed operare, senza pericolosi indugi. Timido e irresoluto, il nuovo Papa rifuggiva invece da ogni grande responsabilità, e questa debolezza di carattere, che gli fu sempre funesta, veniva accresciuta dalla natura del suo ingegno, il quale, nei più di facili momenti, si perdeva a bilanciare lungamente il pro ed il contra d'ogni partito da prendere. E come se tutto ciò fosse poco, egli prese a suoi consiglieri due uomini di carattere e d'intendimenti opposti: un Italiano, Giovan Battista Giberti, ed un Tedesco, Niccolò Schömberg. Questi, vestitosi frate al tempo del Savonarola, e fatto poi arcivescovo di Capua, era accorto, tenace, impetuoso, e favoriva con ardore la politica spagnuola, dominando il Papa, da cui si faceva quasi temere. Quegli, il Giberti, si faceva invece amare, ed era uomo più d'impeto e di passione che di ragione, tanto che dopo essere stato grande avversario della Francia, n'era divenuto poi non meno caldo fautore. È facile capire come dovesse essere assai pericoloso il veder salire al pontificato un uomo in balìa di tante incertezze, di così opposti consigli, quando s'avvicinava un gigantesco conflitto, il cui esito poteva da un momento all'altro dipendere dalla sua condotta politica.[428]

Primi a sperimentare le conseguenze dall'incerto carattere del Papa furono i Fiorentini. Sebbene egli da lungo tempo li conoscesse, pure cominciò subito a consultare ognuno sul modo in cui doveva farli governare, e da chi. I più gli rispondevano quello appunto che egli voleva, cioè: mandasse nella Città il cardinale di Cortona, Silvio Passerini, con i due giovani bastardi, Ippolito ed Alessandro de' Medici, perchè in loro nome la reggesse. Se non che, il Passerini, durissimo di modi, era affatto incapace. Ippolito de' Medici, che passava per figlio di una Pesarese e di Giuliano, aveva appena sedici anni. Ed anche più giovane era Alessandro, figlio di Lorenzo e d'una schiava mora o mulatta, da cui aveva ereditato la pelle scura, le labbra grosse, i capelli crespi. Questi due giovani erano l'ultimo avanzo del ramo principale dei Medici. Restava anche Giovanni, allora già noto, e ben presto notissimo come capitano delle Bande Nere; ma esso apparteneva ad un ramo collaterale della famiglia, nè fu mai nelle buone grazie del Papa. Alcuni Fiorentini assai autorevoli, quali Iacopo Salviati, Francesco Vettori e Roberto Acciaiuoli, apertamente disapprovarono l'idea di far governare Firenze dal cardinale di Cortona, e dicevano al Papa con pari franchezza, che Ippolito ed Alessandro era meglio mandarli ora a scuola, per vedere se sarebbero poi riusciti uomini di governo. Lasciasse che, sotto la sua protezione, i cittadini si reggessero da sè; aprisse la sala del Consiglio come tante volte aveva fatto sperare. Ma Clemente VII preferì l'avviso di coloro che lo adulavano, e dicendo di volersi attenere al parere dei più, mandò a Firenze i due bastardi col Cardinale. La conseguenza naturale fu che questi si fece ben presto odiare, e l'odio si rivolse poi contro i Medici, crescendo sempre fino a che scoppiò più tardi in aperta ribellione.[429]

Ma assai più gravi erano gli eventi che s'apparecchiavano altrove. La grande lotta tra Francesi e Spagnuoli doveva ora decidersi col ferro. I primi si ritiravano dalla Lombardia, i secondi s'avanzavano pieni di baldanza. Questi erano comandati da valorosi capitani, perchè Carlo V non li nominava, come troppo spesso seguiva in Francia, per lusinghe di donne o intrighi di cortigiani. V'erano Antonio de Leyva ed il marchese di Pescara napoletano di nascita, ma spagnuolo d'origine, ambedue valorosissimi; v'era il celebre Conestabile di Borbone, che aveva clamorosamente disertato la Francia ed il suo re; v'era il vicerè di Napoli, visconte di Lannoy, fiammingo. Francesco I, essendosi deciso a farla una volta finita, passò ben presto le Alpi con un esercito di 50,000 uomini; ed il 21 ottobre 1524 entrò in Milano. Andò poi subito a Pavia, dove Antonio de Leyva s'era chiuso con 4,000 fanti, e colà doveva quindi decidersi ora la gran lite. Gli Spagnuoli facevano di tutto per tirare dalla loro parte il Papa; ma questi al solito esitava. Non poteva desiderare la loro vittoria nè quella dei Francesi, perchè sarebbe in ambedue i casi rimasto a discrezione del vincitore, divenuto arbitro delle sorti d'Italia. L'interesse dello Stato della Chiesa era perciò immedesimato ora con la indipendenza nazionale, e ciò poteva dare alla politica del Papa una grande importanza. Ma nè Leone X, nè Clemente VII osarono mai di sollevarsi all'altezza cui pareva che gli eventi per forza li chiamassero. E sebbene i migliori statisti italiani, fra cui il Machiavelli, li avessero in mille modi eccitati, spronati per questa via, non seppero far altro mai che tergiversare.

Francesco I s'era intanto fortemente trincerato nel suo campo, quando nuovi Tedeschi scendevano ad ingrossare il nemico. Il suo esercito era sempre assai numeroso; ma egli aveva dovuto mandare nel mezzogiorno d'Italia il duca d'Albany con 3,000 fanti e 2,000 cavalli; i suoi Grigioni erano partiti per difendere il castello di Chiavenna, e le nuove genti mandate di Francia in suo aiuto, erano state sbaragliate per via. Gli stava di fronte il grosso del nemico, ed alle spalle, in Pavia, era Antonio de Leyva, che aveva già fatto fortunate sortite, in una delle quali il valoroso Giovanni dei Medici era stato gravemente ferito, e messo così per qualche tempo fuori di combattimento. Nella città cominciavano a mancare i viveri, nel campo imperiale mancavano i danari; e tutto consigliava perciò il Re ad aspettare, a non dare battaglia. Ma il Pescara, cui il tempo stringeva, lo provocava ogni giorno con abilissime scaramucce, ed a lui parve finalmente viltà non accettare. In sul mattino del 24 febbraio 1525 il capitano spagnuolo penetrò nel campo dei nemici, per una breccia aperta la notte, nel muro del parco, in cui essi alloggiavano, e nello stesso tempo il de Leyva uscì da Pavia. I Francesi, che erano già pronti, s'avanzarono schierati in battaglia. Dapprima pareva che la vittoria loro arridesse; ma poi il Pescara, alla testa de' suoi archibusieri, mise in rotta i loro uomini d'arme, ed il Frundsberg diede prova d'ugual valore coi suoi lanzichenecchi. Il de Leyva s'era unito agli altri nel dar l'assalto ai Francesi. Gli Svizzeri, che già a Marignano avevano cominciato a perdere la loro reputazione d'invincibili, si misero in rotta, e così ben presto la vittoria fu degl'imperiali. Caddero quel giorno i migliori capitani di Francia; il suo valoroso esercito fu disfatto, e diecimila cadaveri rimasero sparsi sulla strada che da Pavia conduce alla Certosa.[430] Ma il peggio di tutto fu che venne fatto prigioniero lo stesso Francesco I, il quale scrisse allora a Luisa di Savoia sua madre: «Tutto è perduto fuorchè l'onore e la vita, che è salva.»[431] Il Pescara, il de Leyva e il Frundsberg furono gli eroi di questa battaglia, la più decisiva di quante se n'erano da secoli combattute,[432] perchè essa rese Carlo V il più potente fra tutti i sovrani d'Europa, arbitro dell'Italia, che ormai aveva perduto la sua indipendenza.

Poco dopo la battaglia di Pavia avvenne un fatto stranissimo, che fu molto diversamente interpretato e narrato dagli storici. Esso è, fra le altre cose, una prova assai chiara che gl'Italiani non solo vedevano la disperata condizione in cui si trovavano, ma volevano uscirne, e che le aspirazioni, le speranze espresse dal Machiavelli nella esortazione del suo Principe, eran pure, sebbene assai vagamente e fiaccamente, sentite da moltissimi. Mancava però la virtù necessaria a metterle in atto. Diffidavano tutti gli uni degli altri, e anche per rendersi indipendenti cercavano, speravano aiuto solo dagli stranieri. Non v'era uomo capace d'assumere la direzione della grande impresa: meno d'ogni altro poteva poi quest'uomo essere Clemente VII, che il fato sembrava, quasi per ironia, ostinarsi a fare apparire come il rappresentante delle più nobili aspirazioni nazionali.