Il dì 1º aprile 1525 gl'imperiali che, sebbene vittoriosi, si trovavano senza danaro, vennero ad un accordo, mediante il quale si obbligavano a garantire Milano da ogni assalto nemico. Lo Stato della Chiesa, Firenze, i Medici restavano sotto la protezione dell'Imperatore, al cui esercito, ed era questo il punto essenziale dell'accordo, si dovevano pagare 100,000 ducati. L'insolenza del vincitore, i saccheggi e le continue taglie non cessarono per ciò, anzi crescevano ogni giorno. Gl'Italiani erano quindi sempre più scontenti ed irritati di dover passare, come un branco di pecore, da uno ad un altro padrone, tanto più ora che gl'imperiali, già signori del Napoletano, erano riusciti a farsi padroni della Lombardia. Ma questo scontento, sebbene assai generale, sembrava impotente. I soli che si trovavano in condizione da fare qualche resistenza, erano i Veneziani ed il Papa. Ma i primi pensavano ai loro commerci, alle loro colonie; il secondo non osava e non risolveva mai nulla.

In Francia invece il governo era subito venuto in mano della reggente Luisa di Savoia, ai cui cenni obbediva unanime la nazione, pronta a ripigliare la guerra per vendicare e liberare dalla prigionìa il suo Re. Questo generale ardore di vendetta, questo desiderio di rivincita dava speranza agl'Italiani. E la Reggente, che lo sapeva, fece dire al duca di Milano, e subito dopo anche ai Veneziani, che essa era pronta ad aiutare in Italia un movimento generale per liberarla dal dominio imperiale, rinunziando per parte della Francia ad ogni pretesa sul reame di Napoli, lasciando la Lombardia al Duca. La medesima proposta venne fatta al Papa, che l'accolse subito, e con più ardore degli altri. A lui pareva finalmente di vedere la possibilità di quella guerra nazionale d'indipendenza, che già tante volte gli era stata suggerita, e che i fatti stessi, nell'interesse della Chiesa, ora consigliavano. Essa, così gli avevano detto e con maggiore insistenza molti ripetevano adesso, avrebbe a lui salvato lo Stato, facendogli acquistare quella gloria immortale di liberare l'Italia, che Giulio II aveva un momento sperata, e che lo stesso Leone X aveva più volte invano desiderata.[433] Il datario Giovan Matteo Giberti era quello che più di tutti lo sospingeva e spronava per questa via. Egli s'era in verità cosiffattamente acceso nell'idea d'una guerra nazionale, che incominciò, per mezzo delle sue lettere ai nunzi e messi straordinari del Papa, a riscaldare l'animo di tutti i potentati italiani, perchè non perdessero «l'occasione, che non potria essere al mondo più bella, di liberarsi e acquistar gloria eterna.»[434] Così scriveva il dì 1º luglio 1525 ad Ennio Filonardi nunzio nella Svizzera, e il 10 dello stesso mese scriveva all'auditore Girolamo Ghinucci: «Mi par di vedere rinnovare il mondo, e da una estrema miseria Italia cominciare a tornare in grandissima felicità.»[435] E così a tutti. In nome del Giberti e del Papa, Domenico Sauli genovese, andò a Milano per fare addirittura la proposta d'una lega italiana colla Francia, a fine di liberare la patria comune.[436] Poco dopo partirono le proposte definitive del Papa alla Francia. E queste erano: Milano resterebbe al Duca, cui gli Svizzeri darebbero aiuto; Napoli e Sicilia verrebbero libere in mano del Papa, che potrebbe disporne. La Francia darebbe 50,000 ducati al mese sino a guerra finita, anticipando subito due mesi, e manderebbe a sue spese 600 lance, 6,000 fanti, con la necessaria artiglieria, e 10 galee o più, secondo gli eventi. Per maggior prova di sicurtà e leale amicizia, una principessa francese andrebbe sposa al duca di Milano. Così si sarebbe fermata un'alleanza perpetua tra la Francia e l'Italia, la quale, appena liberata dagl'imperiali, avrebbe dovuto mandare a sue spese 1,000 lance e 12,000 fanti, per liberare il Re, ed essere in ogni caso pronta a difesa della Francia, che prometteva da parte sua uguale aiuto. Tutto sarebbe stato pronto a cominciare la guerra di qua dalle Alpi, quando la Reggente avesse inviato i primi danari, e dato alle sue genti ordine di mettersi in cammino.[437] Il Giberti, che più di tutti s'era acceso, sollecitava con ogni opera queste trattative, ma faceva nello stesso tempo vive premure ai potentati italiani, perchè, senza neppure aspettare gli aiuti francesi, si desse cominciamento all'impresa.

Intanto la Francia, che a tutta possa spingeva l'Italia, non dava in conclusione altro che parole. Essa trattava con la Spagna per liberare il Re, e quindi la sua politica poteva da un momento all'altro mutarsi. Gl'Italiani poi, non solo diffidavano dei Francesi, ma diffidavano anche di loro stessi, nessuno eccettuato, e però ciascuno voleva tenersi aperta un'uscita pel caso, che gli altri si tirassero indietro. E quindi la maggior parte di loro cercaron subito dare un qualche cenno più o meno indiretto della trama a Carlo V o ai suoi rappresentanti, per potere all'occorrenza dichiarare d'essergli stati sempre amici fedeli. Continuavano tuttavia con ardore le pratiche iniziate per l'impresa, deliberati a profittarne, quando le cose riuscissero, come allora si diceva, ad votum. Tale era pur troppo la politica del tempo. Carlo V e i suoi si conducevano, come vedremo, con la stessa mala fede. I Veneziani approvavano l'impresa, ma dicevano di rimettersene a ciò che farebbe il Papa. Questi, che aveva primo cominciato a stringere i segreti accordi, faceva in pari tempo dire all'Imperatore, che stesse attento ai suoi capitani in Italia.[438] Il duca di Milano, che aveva accolto con favore i suggerimenti della Francia, ne rendeva, per mezzo del suo segretario Morone, consapevole il Vicerè, che consigliava di continuare la pratica, per vedere dove la fosse per condurre.[439] Intanto lo stesso Morone continuava a trattare per ottener dall'Imperatore l'investitura del Ducato allo Sforza.

E finalmente arrivò il genovese Domenico Sauli, portando da Roma la proposta concreta della lega italiana contro gl'imperiali. L'occasione pareva allora singolarmente propizia. Francesco I aveva chiesto d'essere mandato nella Spagna, per parlare con Carlo V, ed il Vicerè ve lo aveva condotto all'insaputa del Borbone e del Pescara, che s'erano vivamente opposti, perchè volevano invece tenerlo in Italia, e cavarne profitto. Il Pescara sopra tutti n'era rimasto irritato contro il Vicerè, e nell'ira lo accusava d'essersi mostrato vile a Pavia, avendo più volte gridato: Noi siamo perduti! Aggiungeva d'esser pronto a provarglielo con la spada in mano.[440] E pareva che fosse irritato anche contro l'Imperatore, che si diceva avesse consentito al Vicerè. Per queste ragioni il Sauli trovò grande ascolto, quando fece al Morone la proposta della lega, ed espose, in nome del Papa e del Datario, l'idea d'offrire al Pescara, che sapevano irritato e scontento, il regno di Napoli, se entrava deliberatamente nell'impresa, assumendone la direzione militare.[441] Il segretario dello Sforza parve subito come invasato dalla proposta, e da quel momento fu il maneggiatore principale della congiura, il grande agitatore della politica italiana, senza per questo smetter di sollecitare dall'Imperatore l'investitura del Ducato pel suo signore. Anch'egli, anzi egli più di ogni altro, cercò di tenersi sempre aperta una via alla ritirata, la quale poteva da un momento all'altro divenire necessaria. E lo fece in un modo affatto proprio del suo strano carattere, del suo singolare ingegno, della sua audacia, di quella mala fede, che era grande in lui ed in tutti i politici del secolo. Così ne nacque una specie di tenebroso dramma, che restò per lungo tempo inesplicabile, ed anche oggi, dopo tante nuove ricerche e documenti venuti alla luce, non riesce interamente chiaro.

Il Morone era nato solo un anno dopo del Machiavelli; aveva studiato le lettere latine, le lettere greche e la giurisprudenza. Entrato poi negli uffici politici ed amministrativi, servì come segretario, cancelliere o simili, molti e diversi padroni. E fece per questa via rapido cammino, perchè all'ingegno s'aggiungeva in lui, non solo una singolare audacia ed intraprendenza, ma anche una grandissima accortezza nei raggiri diplomatici, talchè fu subito tenuto una delle prime teste politiche d'Italia. Nel 1499, quando Lodovico Sforza fuggì nel Tirolo, il Morone, che era suo segretario, formulò i patti della resa, e sebbene non venissero accettati dai Francesi invasori della Lombardia, noi lo troviamo subito dopo al loro servigio. Più tardi fu promotore della scelta di Massimiliano, figlio di Lodovico, a duca di Milano, servendolo fedelmente e con coraggio, fino a che quel giovane principe, stanco delle molte traversie, accettò l'esilio perpetuo in Francia. E dopo aver corso altre non poche vicende, quando in Italia risorse la fortuna degl'imperiali, s'adoperò moltissimo a far proclamare duca di Milano, il secondo figlio di Lodovico, Francesco Sforza. Di questo era adesso segretario, e nel nome di lui aveva trattato per la investitura del Ducato, che fu dall'imperatore offerta prima a condizioni inaccettabili, modificate poi ed accettate. Nello stesso tempo pigliava il Morone parte attivissima alla congiura, adoperandosi col Papa per la lega italo-francese contro l'Impero. Assunse sopra di sè il carico di guadagnare il Pescara, iniziando tutte le pratiche con tanto ardore, mostrandosi talmente persuaso di poter riuscire, e continuando con una così febbrile attività, da essere lungamente tenuto come il vero autore d'un disegno, che era stato invece concepito a Roma.

Il Pescara, giudicato allora il primo capitano d'Europa, era uomo ambiziosissimo e senza scrupoli, al che si aggiungeva ora, come dicemmo, l'essere egli irritato per la partenza di Francesco I, e per credersi non apprezzato abbastanza dall'Imperatore. Sebbene di origine spagnuola, e nemico del nome italiano, era pur nato in Italia: non pareva quindi che potesse essere addirittura indifferente alle sorti della sua patria. E la promessa d'un gran regno sembrava certo tal cosa da poter guadagnare l'animo di un uomo siffatto. Il Morone che aveva una fede grandissima nella sua propria capacità, nella propria eloquenza, non dubitava perciò di dover riuscire a fargli assumere un'impresa che gli offriva il modo di vendicare sè stesso, liberando la terra ove era nato, facendo la sua fortuna, acquistando gloria immortale. Si presentò dunque a lui, e dopo aver chiesta ed ottenuta la parola di soldato d'onore, che in ogni caso avrebbe serbato il segreto, gli rivelò il disegno dei collegati, e gli fece la grande offerta. Gli ricordò lo scontento universale e l'oppressione dell'Italia, che invocava un liberatore; gli dipinse con vivaci colori la gloria dell'impresa, la felicità di un regno, la santità di una guerra desiderata dal popolo, aiutata dalla Francia, benedetta dal Papa. Ricorse agli esempî della storia antica e della moderna.[442] Con altra forma, dovettero essere le idee stesse che si trovavano già nella esortazione del Principe.

Ma chi lo ascoltava era un soldato, su cui non potevano nulla l'eloquenza e le ricordanze storiche o patriottiche, il quale guardava solo al presente, al reale, al suo interesse personale. Il Pescara sapeva che valore avevano le armi imperiali, e quanto deboli erano quelle degl'Italiani, sempre discordi, sempre diffidenti gli uni degli altri, e sapeva anco qual certezza c'era da avere negli aiuti promessi dalla Francia, che per liberare il suo Re, poteva da un momento all'altro mutare politica, piegandosi ad ogni patto. Oltre di ciò, egli era già ammalato d'una malattia, che doveva in breve condurlo alla tomba. Non poteva quindi accettar cambiali a lunga scadenza. Ma non era neppure uomo da respingere senz'altro le troppo lusinghiere proposte, che il Morone gli faceva, in nome del Papa e degli altri potentati. In sostanza, o l'impresa diveniva veramente tale da poter riuscire, ed egli allora avrebbe di certo accettato l'offerta, o in nessun modo sarebbe apparso sperabile il condurla a buon termine, ed anche in questo caso a lui sarebbe convenuto far mostra per ora di entrar nella trama, se non altro per conoscerla e trarne sicuro vantaggio, rivelandola all'Imperatore. Intanto poteva dagli alleati cavar danari, che era la cosa di cui più urgentemente aveva bisogno pel suo esercito privo di tutto. Giurato adunque il segreto, e saputo di che si trattava, non accettò nè ricusò d'assumere la direzione dell'impresa; ma ne dimostrò subito le gravi difficoltà, e dichiarò che voleva prima esser sicuro di non violare le leggi cui era tenuto, come soldato d'onore, come vassallo dell'Imperatore. Avrebbe fatto studiare il caso da persone competenti, lo stesso facessero lo Sforza ed il Papa, in termini generali ben inteso, senza nomi di persone, perchè non trasparisse ad anima viva il geloso segreto. Le risposte del Papa e dello Sforza non si fecero molto aspettare, quantunque la troppo ingenua domanda avesse tutta l'apparenza d'un pretesto. Legami verso la patria i generali d'allora non ne avevano, e meno di tutti poteva averli verso la Spagna o l'Impero il Pescara, che era nato a Napoli. Non restavano quindi che i doveri di vassallo, ai quali solamente egli aveva accennato. Ma gli fu subito osservato, che il Napoletano era feudo della Chiesa, e che ai possessi nella Spagna egli poteva, volendo, rinunziare fin d'ora per l'acquisto d'un regno. A lui non si proponeva in fatti nulla di straordinariamente insolito, secondo le idee di quel tempo. Non era il Borbone passato dalla Francia a servizio dell'Impero? Non aveva fatto lo stesso il principe d'Orange, e non era Pietro Navarro passato per dispetto dalla Spagna alla Francia? Se costoro furono dai posteri chiamati traditori della patria, essi continuavano allora ad esser tenuti fra i capitani più stimati e più rispettati, meritevoli di biasimo solamente per avere abbandonato il proprio signore.[443] Il Pescara non era certo uomo da pretendere d'esser più scrupoloso degli altri, e quando avesse voluto mutar bandiera, non gli sarebbero mancate ragioni o pretesti, massime poi essendo istigato dal Papa.

Le trattative andarono perciò innanzi attivissime; ma la Francia prometteva sempre, senza mai muoversi.[444] Il Pescara faceva con insistenza continue domande di danari, che bisognava dargli, e intanto, con generale maraviglia, si sentiva che scendevano dalle Alpi altri Lanzichenecchi. Da per tutto si andava inoltre ripetendo che l'Imperatore era già consapevole della congiura. In fatti d'ogni cosa lo aveva con lettere continue ragguagliato il Pescara, sollecitandolo a conchiudere subito accordi con la Francia, perchè in Italia tutti gli erano nemici, tutti desideravano cacciarne l'esercito imperiale: il nome tedesco e spagnuolo era universalmente odiato.[445] Dalle lettere del Giberti si vede in fatti assai chiaro, come a Roma già si sapesse che la congiura non era più un segreto per nessuno, e si sospettasse che non solo il Pescara, ma anche il Morone tradisse.[446] Questi, appena saputo che si era gravemente ammalato il suo Duca, dichiarò al Pescara, che avrebbe dato il Ducato in balìa dell'Imperatore, piuttosto che vedervi tornare Massimiliano Sforza, mostratosi inettissimo a governare. E non solo lo aveva detto; ma, sebbene i Veneziani ed il Papa, coi quali allora cospirava, si fossero dichiarati contrarissimi, aveva subito apparecchiato ogni cosa, per porre in atto il suo pensiero, quando fosse veramente seguìta la morte del Duca.[447] Ma nessuno aveva mai fatto assegnamento sulla buona fede del Pescara o del Morone; s'era calcolato solo sul loro egoismo, sulla loro ambizione. Si riteneva che, quando la congiura fosse stata per riuscire, vi avevano ambedue troppo da guadagnare, per volerla abbandonare; si era anche convintissimi che avrebbero tradito, e si sarebbero subito rivolti all'Imperatore, quando appena quella probabilità fosse cominciata a venir meno. E quindi ciò che metteva adesso pensiero e sconfortava grandemente era l'arrivo dei Lanzichenecchi, la mancanza di ogni aiuto dalla Francia, la nessuna vicina speranza di averne.

Non mancavano neppure diffidenze tra il Pescara ed il Morone. Questi sapeva d'essere odiatissimo dagli Spagnuoli, e sopra tutti dal de Leyva, che aveva minacciato d'ucciderlo, quando lo avesse avuto nelle mani. Conosceva poi assai bene il Pescara, e aveva detto al Guicciardini: «Non essere uomo in Italia nè di maggior malignità, nè di minor fede.»[448] E da ogni lato lo avvertivano ora, che stesse in guardia, altrimenti avrebbe fatto una misera fine nelle mani di quel tristo. Al quale egli stesso riferì le voci che correvano, aggiungendo però: «Io ho fede in V. S. come in Dio.»[449] In fatti il Pescara stesso, nelle lettere che scriveva a Carlo V, rivelando la congiura, le offerte, i discorsi fattigli dal Morone, aggiungeva di tenersi ben sicuro di poterlo «condurre dove voleva.»[450] Il vero è che giocavano ambedue un doppio giuoco, e n'erano consapevoli del pari. Il capitano imperiale aveva lasciato capire, che non avrebbe esitato a fare davvero, quando avesse potuto esser sicuro della corona promessagli; ma non s'era mai illuso fino a credere che questa sicurezza vi potesse esser davvero. Il Morone invece, come succede spesso ai più furbi, s'era molto illuso, non però quanto s'è voluto supporre da alcuni scrittori. Egli non era affatto cieco alle difficoltà cui s'andava incontro, e sapeva bene che avrebbe messo a rischio la propria testa, se troppo scopriva il Pescara. Pure gli dava qualche sicurtà il sapere quali ambiziosi desideri nel fondo del suo animo questi nascondesse. E da un altro lato gli aveva pure fatto ben capire che, quando l'impresa fosse stata per fallire, anch'egli sarebbe stato pronto a gettarsi con tutte le sue forze a servizio dell'Imperatore. Per tutte queste ragioni adunque, invitato dal Pescara ad andare a conferire con lui, che si trovava ammalato nel castello di Novara, v'andò col de Leyva, sebbene tutti lo avvertissero che correva alla sua estrema rovina.[451]

Il 13 ottobre ebbe un primo abboccamento, il 15 un secondo,[452] uscendo dal quale fu fatto prigioniero e menato nel castello di Pavia, dove il 24 venne il Pescara col de Leyva e l'abate di Nazaria ad esaminarlo. C'era poco da chiedere e poco da rispondere, perchè il Pescara già sapeva tutto, e lo sapeva dal Morone stesso. Questi, non ostante, scrisse di sua mano la propria confessione. Ed in essa, dopo aver protestato contro la ingiusta violenza che subiva, contro la fede tradita, diceva al generale di Carlo V, che non poteva rivelar nulla, che già non gli avesse detto e ripetuto più volte. Esponeva tuttavia la storia della congiura, ricordando l'offerta del regno di Napoli, le trattative per la investitura di Milano allo Sforza, che aveva dichiarato d'accettarla, continuando nel tempo stesso gli accordi per la guerra nazionale contro l'Imperatore.[453] Quest'ultima dichiarazione fu il pretesto, di cui il Pescara si valse per andar subito a Milano, ed impadronirsi della Lombardia.