Ognuno s'aspettava ora di sentire da un momento all'altro già messo a morte il Morone, quando, con maraviglia universale, il Pescara pubblicò un decreto del 27 ottobre, col quale dichiarava di volerlo tenere presso di sè prigioniero, ed ordinava che non si toccassero punto le proprietà di lui, lasciandole per adesso alla moglie ed ai figli, usando loro ogni riguardo.[454] Sentendosi poi vicino alla morte, che lo colpì in fatti il 3 dicembre 1525, nella età di soli trentasei anni, fece testamento, raccomandando all'Imperatore, non solo la vita, ma anche la libertà del Morone, ed ogni benefizio che gli si potesse fare, «perchè altrimenti mi riputerei essere caricato.»[455] L'abate di Nazaria ed il marchese del Vasto, dimostrando anch'essi una singolare premura, scrissero subito al prigioniero, per avvertirlo che il Pescara lo aveva raccomandato a Carlo V, ed aggiungevano assicurazioni della loro buona disposizione. Lo stesso de Leyva, che non gli era stato mai benevolo, scriveva da Milano il 25 marzo 1526: «Si farà maniera che V. S. resterà contenta. Sicchè de novo la torno a pregare, che stia de bon animo, che farò per lei tanto quanto vorrei si facesse per me stesso, e me li raccomando.»[456] Il Morone tuttavia restò per ora in carcere, a disposizione del conestabile di Borbone, che assunse il comando dell'esercito imperiale, e lo tenne come ostaggio, a fin di cavarne danari, dei quali era anch'egli in una estrema necessità. Ma dopo avere avuto da lui parecchie migliaia di ducati, con promessa di altri fino a 20,000, firmò il dì 1º gennaio 1527 un decreto col quale, pure rimproverandogli la congiura, ed accusandolo di pecunia indebitamente estorta in suo privato vantaggio, n'esaltava l'ingegno, il coraggio, l'esperienza, i servigi altra volta resi all'Imperatore. E concludeva poi che, per questi suoi meriti, pei danari recentemente dati in momenti di estremo bisogno, per la volontà dichiarata di volersi di nuovo rendere utile all'Impero, lo liberava e gli faceva grazia generale di tutte le sue colpe.[457] Ma, quello che è ancora più, lo nominava poco dopo commissario generale nell'esercito. Ed in questo ufficio noi lo troviamo sotto le mura di Roma, quando il Borbone morì. Seguìto che fu poi il sacco della Città eterna, e trovandosi Clemente VII chiuso in Castel Sant'Angelo, il Morone ebbe parte principalissima nelle trattative allora fatte per liberarlo. Aiutato dal suo ingegno, dalla sua attività, dalla sua grande esperienza, salì sempre a maggior grado; fu come la mente che dirigeva gl'imperiali nello strazio che fecero dell'Italia, ed era presso l'esercito che assediava Firenze, il giorno 15 dicembre 1529, che fu l'ultimo della sua vita.[458]

Tutto questo finì, com'era naturale, col lasciare mille dubbî, mille incertezze sul suo carattere e sul vero significato della congiura; incertezze e dubbî che crebbero assai più, quando si cominciò a voler vedere un gran patriotta in un uomo che aveva mirato solo e sempre a farsi strada nel mondo, che aveva mutato parte ogni volta che lo richiedeva il proprio interesse, cui solo obbediva. Facendone un patriotta, rimangono assolutamente inesplicabili la sua condotta e quella anche del Pescara, del de Leyva, del Borbone. In fatti, come mai il Morone, avvertito da tanti, sapendo con certezza che il Pescara era ormai in perfetto accordo coll'Imperatore, si sarebbe andato a mettere nelle mani di lui? Ed il Pescara, perchè lo avrebbe salvato e raccomandato? Ammettere in questo scrupoli di coscienza sarebbe assurdo. Non ne ebbe mai, e non c'era ragione d'averne allora, se non ne aveva avuti prima. Anche più impossibile sarebbe immaginare scrupoli o altro simile sentimento, per ispiegare la condotta del de Leyva, del Borbone, dello stesso Carlo V, i quali non avevano promesso nulla, e non dovevano usare riguardi ad un cospiratore. Al patriottismo del Morone non credettero mai i contemporanei che lo conobbero, neppure quelli stessi che lo avevano inviato alla congiura. Il Guicciardini, nella sua Storia d'Italia, dichiara di non aver capito la cecità con cui esso s'era andato a mettere nelle mani del Pescara, del quale conosceva bene la crudeltà e la mala fede. Nelle sue Legazioni, però, appena che lo seppe in prigione, scrisse a Roma: «Io temo che con le sue girandole riuscirà presto a consigliare ed a dirigere gl'imperiali a danno degli alleati.»[459] E così fu.

Ma se i contemporanei dovevano giudicar solo dalla conoscenza che avevano del Morone, i documenti pubblicati ai nostri giorni ci pongono in grado di vedere anche meglio come le cose veramente andarono. Il Morone, che aveva servito molti padroni ed era prontissimo a servirne altri, pensava a farsi sempre più potente, servendo il duca di Milano, quando venne da Roma l'idea della lega e l'offerta del regno di Napoli al Pescara. La lega e la guerra corrispondevano ad un vero interesse nazionale, ad un bisogno che, se non era fortemente sentito, era pure assai generalmente inteso dagl'Italiani. Se il Pescara si faceva davvero promotore dell'impresa, si poteva sperare di riuscire a buon fine, e, riuscendo, egli ed il Morone sarebbero divenuti potentissimi. La proposta fu dunque fatta ed accettata con la intesa tacita e vicendevole, che non potendosi riuscire al fine voluto, si sarebbero ambedue rivolti a favorire l'Imperatore. Di ciò, come abbiam visto, il Morone dette prova coi fatti, quando pareva che il suo Duca morisse. Il Pescara, che si era pure avventurato abbastanza, si pose anche subito al sicuro, rivelando ogni cosa all'Imperatore. Aveva continuato ad avere od a fingere d'aver parte nella trama, cavando intanto dai collegati i danari che gli occorrevano a sostenere l'esercito, e così andando innanzi, s'era sempre più persuaso che il Morone poteva, nelle mani sue e degl'imperiali, riuscire un ottimo strumento a conquistare l'Italia, appena che la vanità della congiura fosse apparsa evidente anche a lui. Questi, in ogni caso, era anche, come si vide poi col fatto, l'uomo più adatto ad indicare le persone da cui si potevano in Italia estorcere danari, dei quali gl'imperiali avevano un bisogno così grande ed urgente, che la mancanza di essi li pose più di una volta sul punto di vedere sbandati i loro eserciti. Era poi egli stesso così ricco da poter dare anche del suo, come fece più tardi col Borbone. Così fu che, quando il Pescara lo ebbe nelle mani, iniziò il processo più per forma e per cavarne danaro, per avere un qualunque pretesto ad impadronirsi della Lombardia, che per la speranza di poter nulla apprendere di nuovo. La benignità inaspettata e le raccomandazioni insolite furono certo promosse dal desiderio che si adoperasse a profitto degli imperiali un uomo il quale si era dichiarato pronto a servirli, e poteva veramente riuscir loro di grande utilità.

Questa congiura, che fu detta del Morone, prova che l'idea di rendere l'Italia indipendente colle proprie forze, era allora nel pensiero di molti, e poteva anche essere effettuata, quando vi fosse stata sincera unione fra gl'Italiani, ed un uomo valoroso e grande l'avesse deliberatamente sostenuta colle armi. Se l'Italia, in fatti, era debole, i suoi nemici erano spesso in guerra fra di loro, e disordinati per modo che più d'una volta si trovarono sul punto d'andare a rovina, senza quasi essere combattuti da altri. Ma l'uomo necessario non sorgeva, e quando si veniva alla prova dei fatti, ognuno voleva operare a suo vantaggio esclusivo: così tutto andava a rifascio. Questo concetto d'indipendenza nazionale, di cui pur tanto si parlò dai tempi di Giulio II in poi, era allora vagheggiato dagl'Italiani più per entusiasmo letterario, e per sostenere interessi locali o personali, che per bisogno generale e fortemente sentito d'una patria comune. Non si poteva quindi, in nessun caso, arrivare a grandi e durevoli resultati. Lo stesso Machiavelli, fino a che restò segretario della Repubblica fiorentina, non riuscì mai a vederlo chiaramente, dimostrandosi anch'esso pronto a sacrificar tutto agl'interessi del suo piccolo Comune. Uscito però d'ufficio, egli fu ben presto il solo che comprendesse e sentisse fortemente l'idea nazionale, esponendola senza incertezze o secondi fini, con sublime eloquenza cercando convincerne gli altri. Ma perciò appunto dovette d'allora in poi passar la sua vita d'illusione in illusione, di speranza in speranza, vedendo un dopo l'altro svanire i sogni dai quali era sempre dominato. Nulla però fa credere che egli si fosse un momento solo illuso sulla condotta del Morone, quantunque la congiura si direbbe qualche volta ispirata dal Principe e dai Discorsi. A lui dovette apparir chiaro, che nessuno di coloro i quali vi presero parte, aveva pur l'ombra di quel forte e sincero patriottismo, che egli sapeva essere più di ogni altra cosa necessario a porre in atto la grande idea.

CAPITOLO XVI.

L'esercito imperiale s'avanza in Lombardia. — Il Guicciardini Presidente della Romagna, poi Luogotenente al campo. — Il Machiavelli rientra negli affari. — Sua gita a Roma. — È inviato presso il Guicciardini a Faenza. — Sua gita a Venezia. — Corrispondenza col Guicciardini. — È nominato Cancelliere dei Procuratori delle Mura. — Attende ai lavori per le fortificazioni della Città.

L'esercito imperiale, padrone ormai del ducato di Milano, comandato dal conestabile di Borbone, che aveva con sè il Morone, s'apparecchiava baldanzoso ad andare oltre, e nuovi avvenimenti sempre più funesti all'Italia erano inevitabili. A questi era rivolta adesso l'attenzione dei politici italiani, che tutti in un modo o nell'altro vi pigliavano parte. Anche il Machiavelli fu ricondotto ora in mezzo agli affari, e più volte mandato al campo degli alleati, dove trovò il Guicciardini luogotenente generale del Papa. Ambedue fecero prova di tutta la loro energia, di tutto il loro ingegno, dimostrando invano le migliori qualità del loro carattere. Il Machiavelli però era già innanzi cogli anni e vicino alla morte, in condizione sempre subordinata, a servizio d'uno Stato dipendente dall'autorità del Papa; poteva quindi far poco altro che mostrare la sua buona volontà, il suo ardente patriottismo, il suo dolore per le sorti infelici della patria. Il Guicciardini era invece nel vigore delle forze, investito sempre di altissimi uffici, e questo fu anzi il periodo più importante della sua vita politica. Egli aveva in Roma un suo rappresentante nella persona di messer Cesare Colombo, cui scriveva lettere continue, perchè ne riferisse al Papa ed ai cardinali. Esse ci danno un ritratto fedele degli avvenimenti del tempo, e sono una sicura testimonianza della sua grande intelligenza politica, delle sue qualità di vero uomo di Stato.

Mandato governatore nell'Emilia, s'era fatto molto lodare per la energia e prontezza dimostrate durante la guerra. Nel 1524 fu perciò nominato Presidente della Romagna, con incarico di pacificare quel paese lacerato dalle fazioni, insanguinato da continui delitti. E voleva subito usare severità contro i colpevoli, per venir poi alla clemenza. Ma quando ebbe a Forlì fatta eseguire la prima condanna capitale, pronunziata contro uno «imbrattato nelle ribalderie insino agli occhi,» dovette avvedersi d'andare incontro a difficoltà più gravi assai che non pensava.[460] I ribaldi ricorrevano al Papa per protezione, si facevano raccomandare, ed ottenevano salvocondotti. Ciò faceva subito crescere i delitti, e indeboliva l'autorità del Presidente, che ne restava irritato e sgomento.[461] Un Bastiano Orsello, che aveva ammazzato l'avo, ed era accusato d'aver commesso in un tumulto sedici o diciotto omicidi, oltre infinite rapine, trovava anch'esso protezione in Giovanni dei Medici e nel Papa.[462] E mentre il Guicciardini si lamentava d'uno, facevasi grazia ad un altro, tanto che egli esclamava sdegnato: «Meglio far grazia a tutti gli assassini, invitandoli a far peggio! È stato per Dio! un bel ghiribizzo. Si sono visti girare liberamente omicidi, che nelle piazze di Forlì avevano giocato alla palla colle teste degli uccisi!»[463] Pure egli, profittando delle più gravi cure che assediavano il Papa, andò innanzi per modo, che alla fine dell'anno potè annunziare di aver pacificato la Romagna.[464]

Ed allora la sua attenzione si rivolse agli avvenimenti che seguivano fuori di quella provincia, dando giudizi e consigli così giusti, così pratici, che paiono qualche volta addirittura profetici. Poco prima della battaglia di Pavia, egli scriveva che, a suo giudizio, vincevano gl'imperiali.[465]

E quando la previsione s'era avverata, aggiungeva: «Ormai tutto riuscirà a nostro svantaggio. Gl'Italiani non hanno forze per resistere, ed il capitolare sarà la nostra servitù.[466] Questo sarebbe il tempo di audaci disegni, e io loderei chi pigliasse un partito nel quale la speranza fosse uguale al pericolo.[467] È vano sperare nei Francesi, che non pensano mai al domani, e saranno pronti a tutto per liberare il loro Re. Capisco che ora ogni buon cervello si smarrisce; ma chi si avvede che stando fermo gli viene addosso la rovina, deve preferire i più gravi pericoli alla morte sicura.»[468] E quando venne notizia della cattura del Morone, nel quale egli non ebbe mai fiducia, scriveva: «Ormai gl'imperiali non aspettano più. Forse vorranno subito rendersi padroni del Milanese, il che può loro riuscire per la debolezza del Duca, e per qualche nuova girandola del Morone. Noi non abbiamo nulla da sperare, perchè essi si spingeranno ancora più innanzi ad occupare le terre della Chiesa, o a mutare lo Stato di Firenze, o a qualche cosa anche peggiore, quando ne vedessino l'occasione. Cesare vuol farsi signore d'Italia, e non potrà mai essere amico di chi deve opporglisi. È vano sperare in un accordo colla Francia, che ora è prostrata, perchè esso sarebbe sempre a nostro danno. Nessun accordo riuscirebbe stabile, senza la liberazione del Re, il quale poi non osserverebbe i patti che fossero a suo carico. Il vero è che Cesare farà i fatti suoi, mentre gli altri stanno addormentati, e così prevarrà contro tutti, non per maggior forza, ma fatali omnium ignavia[469] Queste parole sembrano preveder chiaramente l'avanzarsi degl'imperiali fino al sacco di Roma ed all'assedio di Firenze. Nè dalla sua opinione si rimosse il Guicciardini, quando seppe che un messo dell'Imperatore faceva proposte d'accordo, e che il Papa trattava. «L'Imperatore,» egli scriveva, «vuole abbattere la Francia e i Veneziani, deve quindi assicurarsi prima del Papa, e lo farà appena ultimata la faccenda di Milano. Egli sarà in ogni caso l'arbitro d'Italia. Il Papa avrà di principe solamente il nome, e verrà per ora tenuto a bada con proposte che finiranno in sogni.[470] Ma pur troppo io temo che si appiglierà al partito più da poco. A chi ha paura della guerra bisogna mostrare i pericoli della pace. La troppa prudenza è ora imprudenza, nè si possono più prendere imprese misurate. È necessario correre alle armi, per fuggire una pace che ci rende schiavi.»[471] Ed anche questo s'avverò. La guerra divenne inevitabile, ed il Guicciardini fu chiamato a Roma, per essere prima consultato e poi mandato al campo come Luogotenente generale. Egli allora affidò il governo della Romagna a suo fratello Iacopo, cui lasciò scritte lunge e minute istruzioni, le quali sono un'altra prova della sua attitudine a governare.[472]