È questo il tempo in cui finalmente ricomparisce sulla scena politica il Machiavelli. Noi lo troviamo col suo solito carattere, combattuto sempre dalla fortuna, in uffici modestissimi, esaltato da un vivo entusiasmo a favore della patria italiana, che invano cerca salvare, dominato, trascinato da' suoi eterni ideali. Questi ideali, che assai spesso lo fecero apparire visionario e fantastico ai suoi contemporanei, paiono a noi poco meno che sublimi e profetici, perchè sono più vicini al nostro che al suo tempo, e dimostrano più una profonda visione dell'avvenire, che una conoscenza pratica del presente. La quale conoscenza era invece la dote principale del Guicciardini, che perciò ebbe maggiore fortuna e potenza. Più freddo ed impassibile calcolatore, sembra qualche volta ripetere al suo grande contemporaneo le parole di Dante a Farinata degli Uberti:
E' par che voi veggiate, se ben odo,
Dinanzi quel che il tempo seco adduce,
E nel presente tenete altro modo,[473]
Il Machiavelli stesso più di una volta si accorse della contradizione in cui si trovava, quando voleva a forza supporre i suoi contemporanei, il suo paese, de' quali pur vedeva i difetti, troppo migliori che non erano, e capaci di grandi, eroiche risoluzioni. Allora scoraggiato s'abbandonava un tratto al suo spirito satirico, mordace, cinico, che scoppiava improvviso, irresistibile. Ma poi tornava da capo a' suoi ideali, nei quali ebbe fino alla morte una fede incrollabile.
Ai primi del 1525, quando non era anche ingrossata la marea delle nuove calamità, egli meditava dolorosamente sugli avvenimenti che seguivano alla giornata, e finiva l'ottavo libro delle sue Storie, che arriva alla morte di Lorenzo il Magnifico. Voleva egli stesso presentarle al Papa, cui le aveva dedicate, e cercare così di ricevere qualche nuovo sussidio a continuarle. Ne tenne per lettera parola al Vettori, che lo incoraggiò sempre assai poco. Pure il dì 8 marzo gli scrisse da Roma, che il Papa gli aveva chiesto notizia delle Storie, e che egli aveva risposto d'averne letto una parte, e giudicarle tali da soddisfare; sconsigliava però il Machiavelli dall'andare in persona a presentarle, non parendogli opportuno, rispetto ai tempi che correvano. Ma il Papa invece aveva soggiunto: doveva venire, e sono certo che i suoi libri debbono piacere ed essere letti volentieri. Pure il Vettori, sempre freddo, concludeva la sua lettera col dire: è necessario tuttavia non illudersi, perchè, venendo, c'è sempre il caso di restare colle mani vuote, tali sono ora i tempi.[474] Il Machiavelli, dopo aver molto esitato, decise d'andare, e trovò non solo il Papa ben disposto, ma anche Filippo Strozzi e Iacopo Salviati pronti ad aiutarlo assai più efficacemente del Vettori, sempre largo di sole parole. Il Salviati s'era già prima adoperato a fargli avere qualche incarico; ma non era riuscito, perchè al Papa non piacque la proposta.[475] Filippo Strozzi fu invece più fortunato. Per mezzo di Francesco del Vero potè far sapere al Machiavelli già ripartito da Roma, che Sua Santità era pronta a concedergli un nuovo sussidio, per fargli continuare le Storie.[476] Il sussidio in fatti venne poi concesso, e fu di altri cento ducati.[477]
La ragione per la quale il Machiavelli, non ostante le buone disposizioni del Papa, era ripartito da Roma senza nulla concludere a proprio vantaggio, prima anche d'esser sicuro del sussidio per le Storie, è tale che fa molto onore al suo carattere. Arrivato colà dopo la battaglia di Pavia, quando gli animi di tutti gl'Italiani erano sospesi per l'evidente pericolo di vedere da un momento all'altro l'esercito imperiale avanzarsi minaccioso, egli quasi istantaneamente perdette il pensiero de' suoi personali interessi, e ne abbandonò la cura agli amici. Al Papa ragionò invece dei provvedimenti più necessarî a prendersi nelle presenti condizioni, dei modi di fortificare Firenze contro qualche improvviso assalto. A lui, ai cardinali, a quanti potè vedere di coloro che frequentavano la Corte, espose con ardore la sua vecchia idea della milizia nazionale, cercando persuadere ad ognuno, come unico rimedio efficace sarebbe ora dar le armi al popolo, chiamandolo alla difesa della patria minacciata dagli stranieri. E con tanto calore, con tanta eloquenza ne parlò, che gli parve finalmente d'esser riuscito a convincerne il Papa ed alcuni di coloro che gli erano vicini. Nel giugno di quell'anno fu in fatti mandato al Guicciardini in Romagna, con un Breve di Clemente VII che lo chiamava dilectum filium Nicolaum Macchiavellum,[478] per esporgli il suo disegno, e cercare d'effettuarlo colà, dove il popolo era assai armigero. Iacopo Salviati e lo Schonberg ne parlarono al Colombo, invitandolo a scriverne anch'egli subito al Guicciardini. E questi, che era forse la testa più fredda e pratica che avesse allora l'Italia, gli rispondeva da Faenza il 15 giugno 1525: «Ho visto quel che dicono circa la venuta del Machiavelli. Aspetterò il suo arrivo, per intender prima il disegno suo, e dar poi il mio avviso; perchè è cosa da considerarla bene, e così direte anche a loro. Intanto chiedete a che fine mira il Papa con questa proposta; chè se ne spera rimedio ai pericoli presenti, è provvisione che non può essere a tempo.»[479]
Il 19 scriveva, che il Machiavelli era arrivato ed aveva esposto il disegno dell'Ordinanza. «Certo, se questa cosa potesse condursi al fine desiderato, sarebbe una delle più utili e più laudate opere che Sua Beatitudine potesse fare. Ed a me non farebbe paura dar le armi al popolo, se però fosse d'altra sorte che è questo, perchè allora con pochi buoni ordini e con severità si provvederebbe a tutto. Ma la Romagna, lacerata da nimicizie crudeli, è divisa in due grandi fazioni, dette ancora dei Guelfi e dei Ghibellini, le quali s'appoggiano una alla Francia, l'altra all'Impero. La Chiesa non ci ha veri amici, e però quando si trovasse in guerra con Cesare, le sarebbe di grandissimo pericolo avere armato gli amici di lui, sperando valersene a proprio vantaggio. Questa impresa dovrebbe esser fondata sull'amore del popolo, che in Romagna manca del tutto alla Chiesa. Qui non son sicuri nè della roba, nè della vita, e guardano perciò sempre ai principi stranieri, dai quali in tutta la provincia dipendono. Lo sperare poi di comporre l'Ordinanza, come vorrebbe il Machiavelli, d'uomini non legati a nessuna delle due fazioni, sarebbe lo stesso che non voler trovare alcuno. Pure, se deve in ogni modo tentarsi l'impresa, io mi ci metterò con ogni mia forza, e così dovrebbe fare Sua Santità, perchè una volta che fosse iniziata, bisognerebbe tenerne più conto che di qualunque altra cosa.» Aggiungeva poi che l'idea d'addossare, come voleva il Papa, la spesa alle già troppo esauste Comunità, era pericolosissima, e sarebbe riuscita solo ad irritarle, sin dal principio, contro una istituzione cui bisognava invece affezionarle.[480] Il 23 giugno tornava ad esprimere i suoi dubbi, invitando il Colombo a far leggere la lettera prima allo Schonberg ed al Salviati, riferendo i giudizî e le opinioni loro; poi al Papa, notando attentamente «li moti e parole sue.»[481] Mentre però egli era così sospeso pel dubbio di vedere il Papa gettarsi, senza riflessione e senza energia, in una impresa assai incerta, già in questo ogni entusiasmo s'era spento come fuoco di paglia, specialmente quando sentì che bisognava spendere. Non pensò più neppure a rispondere. Laonde il Machiavelli, avendo invano aspettato lettere fino al 26 luglio, persuaso ormai che nè il Guicciardini, nè il Papa osavano dar le armi al popolo, e non volendo invano perdere il suo tempo, se ne tornò a Firenze, dichiarando tuttavia che sarebbe stato sempre pronto ad ogni loro cenno.[482] Fino alla morte egli non perdette mai la sua fede nell'Ordinanza.
Da Firenze scrisse più volte al Guicciardini, senza per qualche tempo tornare sull'argomento. Ragionavano fra loro d'affari privati e di facezie, colle quali cercavano una distrazione dalle miserie in cui l'Italia si trovava, e dai maggiori pericoli che la minacciavano. Non potevano però fare che di tanto in tanto non parlassero anche di questi pericoli, con animo assai addolorato. Il 17 agosto il Machiavelli accennava al matrimonio proposto tra una delle figlie del Guicciardini ed un ricco fiorentino; poi si rallegrava molto che all'amico fosse piaciuta la sua Mandragola, tanto da volerla far rappresentare a Faenza nel carnevale prossimo, e prometteva d'assistere alla rappresentazione. Gli mandava una medicina, dalla quale diceva d'avere molte volte ricevuto grande benefizio, massime quando aveva troppo lavorato.[483] Aggiungeva che forse andrebbe presto a Venezia, nel qual caso si sarebbe, ritornando, fermato a Faenza per rivedere gli amici.
Il 19 agosto, in fatti, dai Consoli dell'Arte della lana, e da quelli che i Fiorentini avevano in Romania, chiamati anche Provveditori di Levante, fu mandato a Venezia per un affare d'assai poco momento. Alcuni mercanti fiorentini, tornando dall'Oriente, con molto danaro, sopra un brigantino veneto, arrivati che furono in un porto di quella repubblica, trovarono il brigantino padroneggiato da un G. B. Donati, che accompagnava l'oratore turco. Questo Donati li chiamò, e dopo aver loro «fatto sopportare molte cose indegne, non che altro di essere riferite, gli sforzò finalmente a riscattarsi con 1500 ducati d'oro.»[484] Di ciò si chiedeva dai Consoli risarcimento alla Serenissima Repubblica, essendo il Donati cittadino veneto. E di questa commissione che finì subito, abbiamo solo la credenziale, la istruzione dei Consoli al Machiavelli, e la lettera, in cui è l'esposizione del fatto,[485] senza che altro se ne sappia. Invece sappiamo che allora appunto si sparse per Firenze la voce, ch'egli avesse a Venezia tentato la sorte, vincendo al lotto da due a tre mila ducati. Così gli scriveva Filippo de' Nerli, il quale aggiungeva la notizia, che il Machiavelli era stato imborsato fra i cittadini abili agli ufficî politici, avendo gli Accoppiatori chiuso un occhio sulle difficoltà che si presentavano; e ciò era riuscito, perchè era stato raccomandato da donne a lui benevole.[486] Su di che il Nerli andava celiando, con un linguaggio e con allusioni che per noi sono ora poco facili ad intendere. Si capisce che dagli amici e dagli Accoppiatori era stato veramente favorito, non avendo essi tenuto conto della voce diffusa dagli avversarî, che egli non avesse tutte le condizioni richieste dalle leggi per l'ammissione agli ufficî politici.[487] Quanto alla pretesa vincita al lotto, o fu cosa d'assai poco momento, o addirittura una favola, perchè non se ne trova nessun altro riscontro, e due o tre mila ducati erano a quel tempo tale somma da far mutare condizione al Machiavelli, che non ebbe mai questa fortuna. Neppure il Canossa, allora ambasciatore a Venezia, che lo vide in quei pochi giorni due volte, dando di lui notizia al Vettori, accennò punto alla pretesa vincita. Scriveva solamente, che avevano fra loro parlato delle cose pubbliche, delle quali, concludeva, non v'era da dir altro, se non che «ce ne andiamo in servitù, o per dir meglio la compriamo. Tutti lo conoscono e nessuno vi rimedia.»[488]