Tornato a Firenze senza, a quanto pare, aver per via potuto vedere il Guicciardini, che era andato ad Imola, il Machiavelli trovò ammalato il figlio Bernardo,[489] e ricevè lettera dall'altro figlio Lodovico, giovane impetuosissimo, che era assai spesso in dispute e risse sanguinose, che prese più tardi parte assai viva alla cacciata dei Medici, e morì, con la bandiera in mano, combattendo sotto le mura di Firenze assediata dagl'Imperiali.[490] Ora si trovava per affari commerciali in Adrianopoli, di dove moveva aspro lamento contro un prete, che non voleva lasciare una chiesa di patronato dei Machiavelli, non lungi da Sant'Andrea in Percussina. E minacciava di venire a farsi giustizia colle proprie mani, quando il padre non avesse trovato modo di rimediarvi subito. «Non vedo,» egli concludeva, «a che si aspetti tanto. Questo mi pare un modo di cavarci due occhi noi, per cavarne uno al compagno.»[491]

A tutte queste piccole noie s'aggiungevano i pensieri sempre più gravi per le pubbliche faccende. Il Morone era prigione, il Pescara s'avanzava verso Milano, il Papa si trovava al solito senza consiglio e senza risoluzione. Le lettere del Guicciardini e del Machiavelli sembravano ondeggiare fra la disperazione ed un cinico sorriso, che spesso era invece un sorriso disperato. In una, che è senza data, il Machiavelli mandava spiegazioni intorno al significato di qualche motto fiorentino nella Mandragola. Prometteva di comporre le canzonette da cantarsi fra un atto e l'altro; di far andare a Faenza la Barbera, la ben nota cantatrice, insieme co' suoi cantori.[492] In un'altra, senza data del pari, e firmata: Niccolò Machiavelli, istorico, comico e tragico, cominciava col parlare a lungo del matrimonio, che tanto stava a cuore al Guicciardini; poi a un tratto s'interrompeva, scrivendo: «Il Morone ne andò preso, e il ducato di Milano è spacciato; e come costui ha aspettato il cappello, tutti gli altri principi l'aspetteranno,[493] nè ci è più rimedio: Sic datum desuper. — Veggo d'Alagna tornar lo fiordaliso, e nel Vicario suo, ecc. — Nosti versus, coetera per te ipsum lege[494] E poi, mutando da capo bruscamente: «Facciamo una volta un lieto carnesciale, e ordinate alla Barbera un alloggiamento tra quelli frati, che se non impazzano, io non ne voglio danaio, e raccomandatemi alla Maliscotta, e avvisate a che porto è la commedia, e quando disegnate farla. Io ebbi quell'augumento infino in cento ducati per l'Istoria. Comincio ora a scrivere di nuovo, e mi sfogo accusando i principi, che hanno fatto ogni cosa per condurci qui.»[495]

E così continuavano. Il 19 dicembre il Machiavelli tornava sull'affare del matrimonio, e cercando la via a farlo concludere, dava consigli circa il modo di cavar danari dal Papa, per aumentar la dote della fanciulla. Ma il Guicciardini, più orgoglioso e pratico, esitava a parlare di queste cose a Clemente VII, quando erano così gravi le condizioni in cui versavano lo Stato della Chiesa e l'Italia. Allora era morto il Pescara, ed i potentati italiani parevano di nuovo disposti ad addormentarsi, il che rendeva assai maggiore il pericolo in cui tutti versavano. Il Machiavelli concludeva quella stessa lettera, dicendo: Ognuno si crede ora rassicurato, «e parendogli aver tempo, si dà tempo al nemico. E concludo in fine, che dalla banda di qua non si sia per far mai cosa onorevole e gagliarda da campare o morire giustificato, tanta paura veggo in questi cittadini, e tanto male volti a chi fia per inghiottire.»[496] A che il Guicciardini rispondeva il 26, cominciando col parlar nuovamente della commedia, «perchè non mi pare delle meno importanti cose abbiamo alle mani, e almanco è pratica che è in potestà nostra, in modo che non si getta via il tempo a pensarvi, e la ricreazione è più necessaria che mai in tante turbolenze.» Quanto alle cose pubbliche, non sapeva che si dire, vedendo come tutti biasimavano la opinione che solo a lui pareva buona. «Si conosceranno i mali della pace, quando sarà passata l'opportunità di fare la guerra. Noi soli vogliamo aspettare in mezzo alla via il cattivo tempo che viene, e non potremo dire che ci sia stata tolta la signoria, ma che turpiter elapsa sit de manibus[497]

Pare che allora non solamente il Guicciardini ed il Machiavelli, non sapendo dove posare il capo, cercassero distrarsi colle commedie; ma che molti in Italia, pensassero, in questi anni veramente terribili, a distrarsi colle feste. A Firenze, in fatti, durante il carnevale del 1526, la Compagnia della Cazzuola rappresentava la Mandragola in casa di Bernardino Giordano, con uno scenario dipinto da Andrea del Sarto e da Bastiano da San Gallo, il quale, per la sua perizia in questi lavori, era chiamato Aristotele. Poco dopo, nell'orto di Iacopo Fornaciai, presso la porta San Frediano, a bella posta spianato, con lo scenario dipinto dallo stesso Aristotele, fu rappresentata la Clizia.[498] Si fecero in questa occasione grandissime feste e conviti a nobili, a borghesi e popolani, tanto che se ne parlò per tutta Italia. E dobbiam credere che il Machiavelli vi si abbandonasse non meno degli altri, perchè Filippo dei Nerli,[499] che solo in apparenza gli era amico, dopo essersene con lui rallegrato, scrivendone agli altri, se ne mostrava invece assai scandalezzato. A Venezia, nel medesimo tempo, due private Compagnie facevano recitare, una la Mandragola, l'altra i Menecmi di Plauto, i quali ultimi riuscirono al paragone freddissimi, tanto che i promotori della rappresentazione invitarono gli attori della Mandragola a ripeterla in casa loro.[500] Ed il Machiavelli ebbe dai mercanti fiorentini colà residenti, premuroso invito di mandar qualche altro suo lavoro, per farlo recitare nel prossimo maggio. Ma la rappresentazione apparecchiata in Romagna pel carnevale di quell'anno, non sembra che avesse altrimenti effetto,[501] perchè egli non potè andare a Faenza come aveva promesso, trovandosi occupatissimo in Firenze, o in gite per affari urgenti. Il Guicciardini era anch'esso in moto continuo, e nel gennaio dovè recarsi in fretta a Roma. La notizia improvvisa d'un accordo seguìto tra la Francia e la Spagna, per la liberazione del Re, sebbene non se ne conoscessero ancora i termini precisi, teneva gli animi più che mai sospesi, ed era quindi necessario apparecchiarsi agli eventi.

Di ciò le lettere dei due amici cominciavano ora a parlare con sempre maggiore insistenza. Il Guicciardini, come già vedemmo, aveva da un pezzo affermato che l'Imperatore avrebbe liberato il Re, e che questi poi non avrebbe mantenuto i patti. Il Machiavelli, invece, s'era su di ciò sempre illuso, credendo che il Re non sarebbe stato liberato, e che in ogni caso avrebbe mantenuto i patti. Anche quando s'era sparsa per tutto la notizia dell'accordo, egli durava una gran fatica a non perseverare nella stessa sua erronea opinione. Tanto era di ciò convinto che, quando giunse la nuova che il Re era stato effettivamente liberato, e che si attribuiva questa deliberazione all'accortezza del Papa, egli dette sfogo al suo malumore con l'epigramma che finiva:

E quinci avvien che 'l matto

Carlo re de' Romani e 'l Vicerè

Per non vedere hanno lasciato il Re.[502]

E poco prima, quando la nuova della liberazione non era ancor giunta in Firenze, ma si sapeva che si trattava già degli accordi, egli ne aveva scritto prima a Filippo Strozzi, e subito dopo, il 14 marzo, al Guicciardini, dicendogli che aveva il capo pieno di ghiribizzi per quest'accordo, e ripeteva ancora che o il Re non sarebbe libero, o manterrebbe i patti. «È vero che così lascerebbe rovinar l'Italia, e potrebbe anche perdere il regno; ma avendo esso, come voi dite, il cervello francese, questo spauracchio non è per muoverlo come muoverebbe un altro. Libero poi o non libero che egli sia, l'Italia avrà guerra. E per noi non vi sono che due vie: o abbandonarsi a discrezione del vincitore, dandogli danari, o armarsi. Il primo partito non basta, perchè il nemico ci leverebbe i danari e poi la vita; non resta dunque che l'armarsi.» E qui si abbandonava ad un'altra di quelle ardite idee, tutte sue proprie. «Io dico una cosa che vi parrà pazza, metterò un disegno innanzi, che vi parrà o temerario o ridicolo; nondimeno questi tempi richieggono deliberazioni audaci, inusitate e strane. E sallo ciascuno che sa ragionare di questo mondo, come i popoli sono varî e sciocchi; nondimeno, così fatti come sono, dicono molte volte che si fa quello che si dovrebbe fare. Pochi dì fa si diceva per Firenze, che il signor Giovanni de' Medici rizzava una bandiera di ventura, per far guerra dove gli venisse meglio. Questa voce mi destò l'animo a pensare, che il popolo dicesse quello che si dovrebbe fare. Ciascuno credo che pensi, che fra gl'italiani non ci sia capo a chi i soldati vadano più volentieri dietro, nè di chi gli Spagnuoli più dubitino e stimino più. Ciascuno tiene ancora il signor Giovanni audace, impetuoso, di gran concetti, pigliatore di gran partiti. Puossi adunque, ingrossandolo segretamente, fargli rizzare questa bandiera, mettendogli sotto quanti cavalli e quanti fanti si potesse più.» «Questo ben presto potrebbe aggirare il cervello agli Spagnuoli, e far mutare i disegni loro, coi quali hanno forse pensato a rovinar la Toscana e la Chiesa, senza trovare ostacolo. Potrebbe anche far mutare animo al Re, che vedrebbe d'aver da fare con genti vive. E legatevi al dito questo, che se il Re non è mosso con cose vive e con forze, osserverà l'accordo o vi lascerà nelle peste, perchè essendogli voi stati troppe volte contro, o rimasti a vedere, non vorrà che gli intervenga ora lo stesso.»[503]

Filippo Strozzi mostrò al Papa la lettera che aveva ricevuta dal Machiavelli, e gli parlò ancora della proposta fatta in quella diretta al Guicciardini. Ma erano pensieri troppo audaci, troppo patriottici per farli accettare da Clemente VII, che si smarriva al solo sentirne parlare. Disse che ben presto il Re sarebbe libero ed osserverebbe i patti, il che lascerebbe l'Italia in balìa dell'Imperatore. La proposta d'armare Giovanni de' Medici non gli pareva accettabile, perchè sarebbe lo stesso che dichiarar guerra aperta all'Imperatore. In fatti senza danari Giovanni de' Medici non poteva formare un esercito, e se glieli dava il Papa, sarebbe stato subito responsabile dell'impresa.[504] Così, come nulla s'era fatto dell'Ordinanza, nulla si fece ora del nuovo disegno del Machiavelli.