Quest'opera sarebbe però rimasta incerta e precaria, se Francesco I non fosse riuscito ad assicurarsi del Papa che, restando nemico, poteva di nuovo suscitargli avversari per tutto. Furono quindi iniziate pratiche, a concluder le quali venne deliberato, che il Re ed il Papa s'incontrerebbero a Bologna. Leone X giunse in Toscana verso la fine di novembre del 1515, e a dar tempo di compiere i grandi apparecchi che si facevano in Firenze, per riceverlo solennemente, si fermò qualche giorno a Marignolle, nella villa dei Gianfigliazzi. Il 30 del mese entrò per la Porta di San Pier Gattolini,[30] di cui fu necessario demolir l'antiporto, perchè il Papa potesse passare col suo numeroso seguito, del quale facevano parte diciotto cardinali. Alloggiò a Santa Maria Novella, donde si recò il giorno seguente al palazzo dei Medici, ripartendo il 3 dicembre per Bologna. Affermano i cronisti che per più d'un mese s'erano a Firenze adoperate circa duemila persone, spendendo settantamila fiorini e più, per apparecchiare le feste.[31] Le vie e le piazze, per cui doveva passare il Papa, erano piene di archi trionfali, di statue, di obelischi, di tempii, opere tutte dei migliori artisti d'Italia, che allora fiorivano in grandissimo numero nella Città.[32] Alcuni di questi lavori riproducevano antichi monumenti romani,[33] altri erano invenzioni nuove. Antonio da San Gallo aveva fatto un tempio ottagono in piazza della Signoria; Baccio Bandinelli, un gigante nella Loggia; più di tutto richiamava l'attenzione del pubblico la facciata del Duomo, condotta in legno. L'architettura, con bassorilievi e statue, era opera di Iacopo Sansovino, dipinta da Andrea Del Sarto. L'idea prima ne era stata già altra volta suggerita da Lorenzo il Magnifico.[34] Leone X, partito da Firenze, fece il 7 dicembre solenne ingresso a Bologna, dove il Re giunse l'11, per ripartirne il 15. Ritornò il Papa a Firenze il 22 dicembre, restandovi tra feste continue tutto il Natale ed il Carnevale, fino al 19 febbraio, quando ripartì finalmente per Roma.[35].

A Bologna fu concluso un trattato, che era già stato formulato il 13 ottobre 1515. Con esso Leone X non solamente disdisse l'accordo già fatto con l'Imperatore; ma, quello che fu più duro al suo cuore, dovette restituire al Re Parma e Piacenza; promettere di restituire Modena e Reggio al duca di Ferrara, il quale avrebbe reso a lui la somma già pagata all'Imperatore. Francesco I prometteva dal canto suo di difendere Firenze e lo Stato della Chiesa, dare al fratello ed al nipote del Papa dignità e rendite in Francia. La Prammatica Sanzione fu abrogata con un accordo, che sempre più sottometteva la Chiesa gallicana al Re ed a Roma.[36] In questa occasione Francesco I fece due nuove domande. Chiese d'avere in dono il gruppo del Laocoonte, da poco trovato nelle Terme di Tito, e del quale era corsa per tutto il mondo la fama. Leone X che, secondo l'espressione d'un moderno, avrebbe più volentieri ceduto la testa d'un apostolo,[37] promise, con la intenzione però di dare invece una copia. La ordinò infatti a Baccio Bandinelli, ma neppur questa andò poi in Francia, trovandosi anche oggi in Firenze. Chiese inoltre che fosse perdonato al duca d'Urbino, Francesco Maria della Rovere, il quale, dopo aver preso soldo dal Papa, s'era nella guerra inteso colla Francia. Ma qui Leone X tenne duro. Aveva perduto ogni speranza su Napoli; aveva dovuto cedere Parma e Piacenza, promettere Modena e Reggio; voleva pei suoi poter fare assegnamento almeno sopra Urbino, il cui duca egli odiava. Rispose, quindi, che i proprî sudditi voleva punirli, secondo che meritavano le loro colpe. Ed il Re non insistette.[38]

Il Papa s'era liberato da un pericolo imminente; ma era tutt'altro che contento. Egli odiava la Francia, si sentiva umiliato perchè nulla aveva ottenuto pe' suoi, e quindi già sottomano cercava d'avvicinarsi a Massimiliano, a Venezia, per aprirsi la via a nuovi intrighi, a nuove diserzioni. Al duca di Ferrara, che fu subito pronto col danaro, invece di cedere Modena, secondo l'accordo, dette solamente parole. Intanto apparecchiava la guerra d'Urbino, che doveva essere condotta da Lorenzo. Questi esitava, perchè vedeva la difficoltà dell'impresa; ma fu spinto dall'ambizione propria e della madre Alfonsina, dall'insistenza del Papa, che diceva di voler mantener salvo l'onore della Chiesa di fronte al Duca. Se non lo puniva, egli aggiungeva, ogni più piccolo barone dello Stato si sarebbe ribellato.[39] E pubblicò subito l'accusa di fellonia contro il povero Duca. Lorenzo, avanzatosi allora alla testa d'un piccolo esercito, fu in poco tempo padrone del Ducato, e n'ebbe dal Papa l'investitura. Ma ben presto lo spossessato Duca, secondato da Odetto di Foix, signore di Lautrec, che governava Milano per la Francia, ed era scontentissimo della mala fede del Papa; aiutato efficacemente da Federigo di Bozzolo, ardito venturiero, si pose insieme con lui alla testa di numerose bande di ventura, rimaste disoccupate dopo l'ultima guerra, e s'impadronì da capo del proprio Stato, col favore delle popolazioni. Il Papa allora, tutto pieno di sdegno, ricorse agli alleati, che trovò indifferenti e diffidenti.

Si decise perciò di assoldare nuovi capitani di ventura, parte in nome proprio, parte dei Fiorentini, che così costringeva a spendere per una impresa alla quale essi erano affatto estranei ed indifferenti. La guerra intanto ingrossava con grave danno delle popolazioni, taglieggiate da tutti quei soldati di ventura, i quali, non avendo altro da fare, la portavano in lungo più che potevano. E quando le paghe non arrivavano, perchè il Papa spendendo sempre ne' suoi piaceri, pe' suoi cortigiani e protetti, si trovava a secco, essi si rifacevano saccheggiando e taglieggiando di nuovo. Lorenzo così continuava a guidare e comandare l'impresa, ma era poco o punto obbedito dai suoi. Vi furono, ciò nonostante, diversi scontri, in uno dei quali egli venne ferito, e dovette, prima di poter tornare al campo, curarsi alcune settimane a Firenze. Francesco Maria della Rovere era invece rinforzato dai soldati che disertavano il Papa; s'avanzava quindi e devastava spesso il territorio occupato dal nemico. Avrebbe allora potuto vincere, se non si fosse anch'egli trovato alla testa di bande di ventura, delle quali non poteva in nessun modo fidarsi, tanto più che dall'una e dall'altra parte erano a combattere Spagnuoli, i quali non volevano fra loro ammazzarsi. Pertanto, stanco, sfiduciato e senza denari, si decise a cedere il suo Stato, avendo con la mediazione di re Francesco e di re Carlo ottenuto di portar seco le sue robe, specialmente la libreria, con tanti sacrifizî raccolta dal duca Federigo. Così nel settembre del 1517 ebbe fine questa malaugurata guerra, che costò 800,000 ducati, buona parte dei quali il Santo Padre addossò ai Fiorentini, dando loro in assai magro compenso San Leo ed il piviere di Sestino.[40] Fu questo il tempo in cui, essendo morto Giuliano, il Machiavelli mutò la lettera dedicatoria del suo Principe, indirizzandola invece a Lorenzo, che aveva allora sperimentato che cosa erano i soldati di ventura, e trovavasi padrone d'uno Stato nuovo, acquistato per fortuna e per armi. Non sembra però, come già notammo, che il piccolo volume riuscisse mai ad essere presentato ed accettato.

Questa guerra ebbe parecchie gravi conseguenze. Scontentissimi restavano i Fiorentini, per le grandi spese, cui erano stati, senza ragione, costretti, nè meno scontenti erano allora in Roma i cardinali. Sino all'aprile del 1517 Leone X non ne aveva nominati che otto; e quindi molti nel Collegio erano ancora gli eletti o aderenti di Giulio II, venuto appunto dalla famiglia Della Rovere, e dovevano naturalmente essere assai irritati dalla guerra mossa al duca Francesco Maria. E v'era già nel Collegio un'altra causa di fiero malumore. Il Papa, durante la sua ultima dimora in Toscana, s'era mescolato nelle cose di Siena, favorendo una rivoluzione, per la quale fu spossessato Borghese Petrucci figlio di Pandolfo e fratello del cardinale Alfonso, ponendovi invece un altro Petrucci Raffaele, cugino di Borghese. Ora Pandolfo era stato fra coloro che molto s'adoperarono pel ritorno dei Medici in Firenze, ed il Cardinale aveva anche assai contribuito all'elezione di Leone X. La rivoluzione promossa ora dall'ingratitudine del Papa non solo obbligava il Cardinale ad abbandonar Siena, ma lo privava ancora de' suoi averi. Egli se ne stava quindi a Roma, pieno di tanto sdegno, che portava il pugnale quando usciva a caccia col Papa, e persino quando andava in Concistoro, sperando d'avere occasione ed animo alla vendetta. Cercava intanto e trovava aderenti ad una congiura, e questi crebbero di numero per la guerra d'Urbino. Guadagnò facilmente l'animo del cardinal Soderini, che non aveva mai perdonato al Papa la cacciata del fratello ex-gonfaloniere, sebbene questi sembrasse viversene tranquillo ed onorato in Roma, dove morì poi nel 1522, e fu sepolto in Santa Maria del Popolo. Nè aveva mai perdonato la promessa fatta e non mantenuta del matrimonio fra casa Medici e casa Soderini. Il cardinal Riario, che era parente dello spodestato duca d'Urbino, tenuto in disparte e non curato dal Papa, s'unì anch'egli ai malcontenti. Tutto era pronto, quando furono intercette alcune lettere del cardinal Petrucci al suo segretario, dalle quali appariva che la congiura era ordita e vicina ad avere effetto. Un chirurgo assai celebre, Battista da Vercelli, che veniva a Roma sotto colore di curare il Papa della sua fistola, doveva amministrargli il veleno. Senza indugio vennero allora messi in carcere i cardinali Petrucci, Sauli e Riario. Il primo fu strangolato; il suo segretario ed il chirurgo, che fu preso a Firenze, finirono fra atroci tormenti. Il cardinal Sauli venne liberato pagando 50,000 ducati, ed il cardinal Riario fu condannato a pagarne 150,000. I cardinali Soderini ed Adriano, che furono in Concistoro costretti a confessare la loro partecipazione alla congiura, vennero condannati in 12,500 ducati ciascuno. Quando però avevano già convenuto di dover essere liberati mediante una tal somma, questa venne dal Papa raddoppiata, ed essi si dettero allora alla fuga. Il primo fu lasciato vivere tranquillo a Palestrina, il secondo fu degradato e privato dei suoi averi.[41]

In tutto questo processo Leone X dette prova d'una gran mala fede, perchè egli volle non solo punire i colpevoli, ma far le sue vendette, e profittar della congiura, per cavar dai cardinali più danaro che poteva, avendone in quel momento grandissimo bisogno. E di ciò s'ebbe nuova conferma quando, il 26 giugno 1517, nominò in una sola volta 31 cardinali, dai quali ebbe una somma grossissima, che si disse ascendere sino a 500,000 ducati, che tuttavia non bastavano alle larghe e continue spese. Con una così scandalosa infornata di cardinali, il Papa mirava anche a riempire il Collegio di sue creature, ed avere in esso una sicura maggioranza, che lo secondasse nelle faccende politiche, e non ponesse ostacolo alla elezione, che voleva allora fare al cardinalato, del cugino Giulio, il quale in gran parte aveva anche consigliata e condotta la lucrosa operazione.[42]

Leone X cercava intanto di trar profitto dalla Francia, valendosi dell'opera di Francesco Vettori, che trovavasi colà ambasciatore dei Fiorentini, e per mezzo di lui concluse il matrimonio fra Lorenzo de' Medici e Maddalena de la Tour d'Auvergne, congiunta alla famiglia reale. Nel marzo del 1518 Lorenzo andò ad Amboise con un lusso non minore di quello del Valentino, con doni ricchissimi per la sposa e la regina, doni ai quali si attribuiva il valore di 300,000 ducati. Egli tenne a battesimo il Delfino, e fu tra continue feste, che si ripeterono poi al suo ritorno in Firenze, dove ricominciò a governare, sempre però con poca voglia di restarvi;[43] giacchè non poteva fare a suo modo, ma doveva destreggiarsi fra i repubblicani della Città, e gli ordini imperiosi del Papa, che lo voleva docile strumento ai suoi disegni. Stando al giudizio del Vettori, ed a quello ancora più esplicito del Machiavelli, Lorenzo s'era finalmente persuaso che solamente con quelli che chiamavano i modi civili, si poteva governare Firenze, ed era così riuscito ad essere accetto ai Fiorentini.[44] Ma pare che appunto per la necessità di governare in tal modo, e per la sua mal ferma salute, sempre più affranta da vecchi morbi e da continui vizî, si fosse di tutto ciò annoiato; onde se ne andò a Roma, dove ben presto fu chiaro che s'avvicinava rapidamente alla morte. Non volle allora altra compagnia che quella del cognato Filippo Strozzi e di un buffone, il quale pareva gli fosse unico conforto nelle ultime ore della sua vita, che finì il 4 maggio 1519. Sei giorni prima era morta la moglie, dopo aver partorito una figlia, che fu la celebre Caterina dei Medici, divenuta poi così infausta regina alla Francia. Giuliano era già morto il 17 marzo 1516, e quindi con Lorenzo finiva la stirpe legittima di Cosimo il Vecchio. Non restava che il Papa e qualche figlio illegittimo, fra i quali principalissimo il cardinal Giulio, che venne ora a governare Firenze. Uomo pratico degli affari, prudente, semplice nel vivere, ecclesiastico e però anch'egli senza eredi, faceva sperare che gli dovesse riuscire più agevole il governare con quella civile temperanza e quella apparenza di libertà, tanto amate dai Fiorentini. Fu questo infatti il momento nel quale molti autorevoli cittadini vennero consultati sulla forma di governo più adatta a Firenze; e si ebbero, come vedremo, molti pareri, fra i quali uno dal Guicciardini ed uno dal Machiavelli. Il primo consigliava al solito un governo ristretto in mano di pochi amici fidati; il secondo, invece, un governo fondato sul favore del popolo,[45] com'era stata sempre sua costante opinione. Ma tutti questi discorsi rimasero discorsi.

Le cose d'Europa intanto s'ingarbugliavano di nuovo, ed il Papa, sebbene non avesse più il fratello Giuliano, nè il nipote Lorenzo cui pensare, pur teneva sempre con la stessa avidità rivolti gli occhi a Parma, Piacenza, Ferrara e Perugia, che voleva adesso avere per tutelare, così almeno diceva, l'indipendenza della Chièsa. Un tentativo fatto contro Ferrara verso la fine del 1519, gli andò a male. Nel seguente anno gli riuscì invece un assalto improvviso contro Perugia, donde s'era allontanato il signore Giovan Paolo Baglioni. Questi, sebbene si fosse sempre condotto da volpe e da lupo, ora si lasciò invece, come un agnello, cadere nelle mani del Papa, che, invitatolo prima colle lusinghe, lo prese e decapitò poi in Castel Sant'Angelo, nel giugno del 1520.

Intanto, ai primi del 1519, era morto Massimiliano I, e cominciò subito la gara tra re Carlo e Francesco I per la corona imperiale. Il Papa, che non voleva la elezione nè dell'uno nè dell'altro, trattava in segreto con ambedue, e sperava di veder riuscire invece qualcuno dei principi elettori della Germania. Alleato della Francia, egli aveva nello stesso tempo discusso un accordo segreto con Carlo, da durare tutta la loro vita. Sembra però che, saputo appena della morte di Massimiliano, non volesse più firmarlo, e concludesse invece una capitolazione con Francesco I, mostrando di volerlo favorire nella elezione. Parlavasi anche d'un altro segreto accordo con Francesco Maria Sforza, figlio del Moro, erede presuntivo della Lombardia, tenuta sempre dai Francesi. Lo Sforza, dicevasi, avrebbe fatto cessione di tutto al cardinal Giulio, ricevendone in cambio il cappello cardinalizio, la cancelleria ed i benefizî che questi godeva allora, con l'entrata di cinquantamila ducati.[46] Ma il 28 giugno 1519 veniva eletto come re dei Romani Carlo, che fu quinto di questo nome. Giovane, ambizioso, di grande ingegno politico e militare, egli univa adesso la potenza dell'Impero alla sovranità della Spagna, dei Paesi Bassi, del reame di Napoli; era quindi prevedibile, che fra poco sarebbe stato l'arbitro dei destini dell'Europa. Il Papa perciò insisteva sempre di più per stringere alleanza con la Francia; aveva anzi già firmato il trattato, e lo inviava a Francesco I, che esitava, temendo sempre i soliti inganni. E allora, senza perder più tempo, strinse invece accordo con Carlo V, il quale gli promise non solamente di difendere gli Stati de' Fiorentini e della Chiesa; ma di cedergli anco le tanto agognate provincie di Parma e Piacenza, di aiutarlo contro il duca di Ferrara. Milano sarebbe stata ripresa per darla a Francesco Maria Sforza; e pel cardinal Giulio, che aveva promosso e condotto questo trattato, fu stipulata una pensione sul vescovado di Toledo; un'altra fu stipulata pel fanciullo Alessandro, bastardo del duca Lorenzo.[47]

Si disputò assai lungamente sulle ragioni che potevano aver indotto il Papa a gettarsi così repentinamente nelle braccia di un principe tanto potente, rendendolo ancora più potente, abbandonando il re di Francia, col quale s'era poco prima imparentato. Si pretese da alcuni che lo avesse fatto per dar forza a Carlo V contro la Riforma, che vedeva sorgere minacciosa. Ma coloro che più lo conoscevano, negarono fede a tali supposizioni, inclinando a non vedere in lui altro che ragioni d'interesse personale, sopra tutto l'eterno desiderio di aver Parma e Piacenza, che Francesco I non volle dare, e Carlo V promise. Così dice il Vettori, che era stato allora ambasciatore fiorentino in Roma ed in Francia.[48] Il Guicciardini nega anch'egli risolutamente, che il Papa fosse in tutto ciò mosso da alcun vero interesse per la religione, ed anzi attribuisce a colpa di lui il progresso che fece la Riforma, pel modo scandaloso con cui lasciava vendere le indulgenze pei vivi e pei morti, a solo fine di far danaro. La indignazione salì al colmo, egli dice, quando si videro molti ministri vendere per poco prezzo, o giocarsi nelle taverne la facoltà di liberare le anime dei morti dal Purgatorio, e quando si sentì che il Papa, con incredibile leggerezza, aveva concesso a sua sorella Maddalena l'emolumento e la esazione delle indulgenze in molte parti della Germania.[49] «Forse,» egli conchiude altrove, «il Papa fu mosso dal desiderio di aver Parma, Piacenza e Ferrara; forse dalla paura di vedere i due sovrani unirsi a suo danno, e forse anche dalla speranza di fare qualche gran cosa prima di morire. Il cardinale dei Medici, conscio di tutti i segreti del Papa, mi disse che questi sperava cacciar prima con l'aiuto di Carlo V i Francesi da Genova e da Milano; poi, con l'aiuto dei Francesi, Carlo V dal Napoletano, vendicandosi quella gloria della libertà d'Italia, alla quale aveva prima manifestamente aspirato l'antecessore. Sapeva bene, che questo non gli poteva riuscire colle proprie forze, e che non era facile avere poi per alleato colui che aveva prima combattuto; ma pure sperava che a suo tempo avrebbe potuto, con elezione di cardinali francesi e con altre lusinghe, indurre il Re ad aiutarlo, e quasi pigliare in luogo di sollazzo, che a Cesare accadesse il medesimo che era accaduto a lui.»[50] E questo è il più probabile. Sebbene dominato sempre da personali interessi e poco curante della religione, Leone X era pure un uomo d'ingegno ed assai ambizioso. Non avendo omai eredi a cui dover pensare, lasciavasi più facilmente indurre a meditare qualche disegno grandioso e d'interesse generale, che potesse farlo passare appresso i posteri come principe liberatore. Ma anche in ciò era come sempre mutabile ed incerto; e quindi ora lasciava credere, e forse anche credeva per un momento egli stesso, di voler ricostituire la repubblica in Firenze; ora mostrava e pareva davvero che volesse, come il suo predecessore, liberare l'Italia dagli stranieri, ed assicurare lo Stato della Chiesa. Questa grande, sebbene incerta e mutabile ambizione, fu quella che più volte illuse il Machiavelli, il quale, dominato come era sempre dai suoi ideali politici, troppo facilmente sperava. Così era stato ispirato a scrivere il Principe, e tante lettere aveva mandate al Vettori e ad altri, per alimentare una fiamma, la quale, quando più sembrava riaccesa, spegnevasi da capo a un tratto, senza lasciare alcuna traccia di sè.