Il Papa aveva sino all'ultima ora vacillato anche con Carlo, ma questi lo fece decidere con la minaccia d'un Concilio, e così finalmente il giorno 29 maggio 1521 fu firmato il trattato, e subito si cominciò la guerra. Insieme coi Fiorentini mise in pronto 600 uomini d'arme; altrettanti ne conduceva da Napoli il Marchese di Pescara Ferdinando d'Avalos, con 2,000 fanti. Al campo imperiale si trovavano già 2,000 Spagnuoli, 4,000 Italiani ed altrettanti fra Tedeschi e Grigioni. Francesco Guicciardini, che era pel Papa governatore di Reggio, mandò 10,000 ducati al Morone, che se ne stava a Trento presso Francesco Maria Sforza, coi fuorusciti milanesi, per scendere ad assalire i Francesi dalla parte di Parma. V'era però sempre una generale e grandissima diffidenza del Papa, temendosi che, avuto una volta quel che voleva, abbandonasse gli amici. Sapevasi bene che anche i Fiorentini assai di mal animo combattevano contro la Francia, avendo grandissimi interessi commerciali in quel paese. Da un altro lato però i Francesi erano malissimo comandati, essendo per intrighi di Corte caduti in disgrazia e stati allontanati dal campo i migliori generali, come il Conestabile di Borbone ed il vecchio Trivulzio, dando invece il comando dell'esercito a Odetto di Foix, signore di Lautrec, il cui merito principale era quello d'esser fratello della contessa di Châteaubriand, amante del Re. Così ne avvenne che i capitani imperiali poterono condurre l'esercito nel Mantovano, e, dopo aver passato prima il Po e l'Adda, s'unirono agli Svizzeri, già arrivati colà, e tutti insieme andarono verso Milano, che il Lautrec non seppe difendere, e fu subito presa.[51]

Leone X se ne stava alla sua villa di Magliana, quando il 28 novembre gli giunse la fausta nuova, e ne fece gran festa, esclamando: questo mi piace più del Papato. Era d'inverno, egli teneva nella stanza acceso il fuoco ed aperta la finestra, alla quale accorreva di continuo per vedere coloro che facevano sollazzo celebrando la vittoria. Questo bastò a far peggiorare di molto un raffreddore che aveva preso alla caccia, e che, essendosene egli tornato subito a Roma, lo condusse colà a morte il dì 1º dicembre, quando già Parma e Piacenza erano state occupate, ed il duca di Ferrara trovavasi circondato e stretto dai soldati della Chiesa. Al solito si parlò anche di veleno, e si fecero molte ipotesi senza fondamento. Il continuo e rapido passaggio dal caldo al freddo, era più che sufficiente a provocare la febbre che lo uccise. Il Vettori osserva, a questo proposito, essere piuttosto da meravigliarsi che non fosse morto prima. Sebbene avesse solo 46 anni, non era punto d'una forte costituzione. «Il suo capo era di una grossezza assai poco proporzionata al corpo, sempre pieno di catarro, e neppure poteva egli dirsi regolato nel vivere, perchè a volte digiunava troppo, a volte invece eccedeva nel mangiare. Ebbe nella sua vita molte vicende; ma gli ultimi otto anni furono davvero fortunatissimi, così pel suo ritorno a Firenze, come per la elezione, e continuò durante tutto il papato, nel quale quanti più errori commise, a tanti più rimediò la fortuna, la quale anche nella congiura dei cardinali gli dette modo di rinnovare il Collegio, empiendolo di suoi amici. Non voleva noie, eppure se ne procurò molte, pel continuo desiderio d'ingrandire i suoi; ma la fortuna, per favorirlo sempre, lo liberò anche da questo pensiero, levandogli, oltre al fratello, il nipote.»[52] E dopo di ciò il Vettori rimane incerto, se in Leone X vi fosse più da lodare o da biasimare. Anche il Guicciardini dice, che in lui si trovava molto dell'uno e molto dell'altro, essendo riuscito più prudente ed assai meno buono che non era stato prima giudicato.[53] La sua morte fu pianta assai dai ricchi banchieri, che gli avevano prestato grandi somme che perdettero, e dai moltissimi cortigiani coi quali egli era stato sempre largo di favori. Contro di essi e contro del Papa uscirono allora sonetti e satire pungenti. Nè mancò chi scrisse da Roma, che questi era morto con pessima fama, e che solo fra Mariano buffone gli aveva raccomandato l'anima.[54]

Certo non poche furono le contradizioni e singolarità del suo carattere. In mezzo ai più grandi avvenimenti politici, quando si combattevano continue e sanguinose battaglie; quando la Riforma divideva, lacerava la Chiesa, Leone X passava il suo tempo fra artisti e letterati, sopra tutto fra improvvisatori, cantori e buffoni. Vago della musica, vanissimo sempre della bella mano e della voce armoniosa, pigliava parte ai concerti de' suoi cortigiani, facendo lauti doni a chi accompagnava il suo canto. Giuocava di continuo agli scacchi ed alle carte coi cardinali; ma più di tutto si dilettava a sentire improvvisare in latino, anche in ciò facendo egli stesso a gara cogli altri, beffandosi di coloro che si credevan poeti solo perchè avevano facilità di far pessimi versi. Molti erano i suoi poeti istrioni. Celebre fra gli altri un Andrea Morone da Brescia, pel suo porgere e per l'arte con cui s'accompagnava colla musica. Credesi che Raffaello lo ritraesse nel suo celebre sonatore di violino. Un altro, per nome Camillo Querno, aveva scritto un poema di ventimila versi, pei quali l'Accademia Romana gli dette una corona di cavoli e d'alloro, e per maggior dileggio anche il titolo d'archipoeta. Il Papa soleva dargli di buoni bocconi, e porgendogli da bere nel proprio bicchiere, annacquava il vino se i versi non riuscivano; se invece gli piacevano, rispondeva subito improvvisandone altri.

Archipoeta facit versus pro mille poetis,

diceva il Querno, ed il Papa rispondeva, riempiendo il bicchiere:

Et pro mille aliis archipoeta bibit.

Il Querno chiedeva da bere:

Porrige, quod faciat mihi carmina docta, Falernum;

ed il Papa ricordavagli, che il vino promuove la podagra:

Hoc etiam enervat debilitatque pedes.