Una simile gara aveva luogo anche tra Leone X e le donne gentili, quando v'erano in Corte di quelle che avevano il dono dell'improvvisare latino. Un giorno, trovandosi fra di esse, egli ripeteva un mezzo verso di Virgilio, dicendo: ora posso davvero chiamarmi formosi gregis pastor; ed una, più pronta delle altre, compiendo il verso, aggiungeva: formosior ipse.[55] Il Baraballo, altro infelicissimo verseggiatore, che aveva sessanta anni, e credevasi un secondo Petrarca, era sempre lo zimbello della Corte e del Papa, senza mai avvedersene. Un giorno gli fecero credere di volerlo coronare in Campidoglio, e lo menarono in processione, vestito all'antica, sopra un elefante, tra le acclamazioni della plebe. Arrivati sul Ponte Sant'Angelo, finirono improvvisamente la commedia, con un pretesto qualunque, abbandonando il pover uomo, che rimase sbalordito, senza mai di nulla avvedersi.[56]

La più grande spesa di questo Papa, che aveva una rendita di 420,000 ducati, e faceva sempre nuovi debiti, era la mensa, alla quale accorrevano poeti, cortigiani, cantori, buffoni, parenti veri o supposti, sopra tutto Fiorentini. «A papa Giulio II,» dice un oratore veneto, «bastavano circa quattromila ducati il mese; ma a Leone X non bastavano, per la grande spesa del suo tinello, neppure otto o novemila, e la causa principale di ciò era che molti Fiorentini andavano in tinello a mangiare.»[57] Dicemmo che di rado eccedeva, perchè troppo epicureo; ma la sua mensa era occasione a mille ritrovi, a mille facezie. Ora imbandiva ai suoi parassiti carne di scimmia o di corvo, ora invece cibi delicati. Spesso lasciava la Città, andando a caccia vestito da laico, sempre con la sua lente in mano; altre volte pescava nel lago di Bolsena, o se ne stava alla Magliana, dove aveva bellissimi giardini. E da per tutto lo seguiva uno sciame di poeti, letterati, artisti e cantori, nelle strade, in villa, al Vaticano, e perfino nella sua camera; nè gliene doleva, che anzi amava esser sempre circondato e corteggiato. Un altro de' suoi divertimenti prediletti era la commedia, che egli promosse ed incoraggiò molto, contribuendo così al progresso che essa fece allora. Più volte ne furono rappresentate innanzi a lui del Trissino, del Rucellai, dell'Ariosto, oltre la famosa ed oscena Calandra del Bibbiena, che era fra le preferite, e per essa le scene furono nel 1518 dipinte da Baldassarre Peruzzi. Nel 1519 vennero rappresentati i Suppositi dell'Ariosto in Castel Sant'Angelo, presso il nipote cardinal Cibo. Il Papa fece però le spese della festa, e quindi anche gli onori di casa, ricevendo e benedicendo gli ospiti. Entrato nel teatro, seduto in luogo eminente, ammirò a lungo con la sua lente la scena, che era stata dipinta da Raffaello. Sul sipario era ritratto fra Mariano buffone, in mezzo a diavoli che lo tormentavano. Poi vi fu una splendida cena offerta a cardinali, cavalieri e signore, fra le quali molto si rallegrava il Santo Padre.[58]

È notevole però che con tanto ingegno e tanto gusto, quanto ne aveva di certo Leone X; con sì vivo desiderio d'essere, come fu di fatto, un gran mecenate, egli fosse quasi sempre circondato da letterati assai mediocri, in un secolo che pur ne ebbe di grandissimi. Il Bembo, il Sadoleto, il Molza ed il Rucellai, non certo uomini di genio, ma pur di molto ingegno, erano fra i migliori; gli altri, quasi tutti al di sotto del mediocre, troppo spesso semplici pedanti o anche veri buffoni. Leone X non ebbe la gloria nè la fortuna d'incoraggiare nessuna delle più grandi opere letterarie del suo tempo. Nulla debbono direttamente a lui le storie e gli scritti politici del Guicciardini e del Machiavelli, sebbene questi fosse mosso più volte dalla speranza di riuscirgli accetto, e quegli fosse da lui molto adoperato negli affari di Stato. Il più grande poeta del secolo, Lodovico Ariosto, che il Papa aveva da cardinale assai ben conosciuto, facendogli mille profferte, venuto a Roma, non ebbe da lui che parole. Lo accolse con grandi dimostrazioni d'affetto, gli baciò le gote; ma lì finì tutto. «Sono,» scriveva egli allora, «come quella gazza che in tempo di siccità e di gran sete, trovata che fu l'acqua, dovette aspettare che bevessero prima il padrone, i parenti, i servi, gli armenti, gli animali utili, fino a che non le restò che il morire di sete. Così per me in Roma non v'è nulla da sperare.»

Li nipoti e i parenti, che son tanti,

Prima hanno a ber; poi quei che lo aiutavo

A vestirsi. . . . . . . . . . . . .

Se fin che tutti beano aspetto a trarme

La volontà di bere, o me di sete

O secco il pozzo veder d'acqua parme.

Meglio è star nella solita quïete,