Che provar s'egli è ver che qualunque erge
Fortuna in alto, il tuffa prima in Lete.[59]
Quanto alle arti belle, le cose andarono assai diversamente. Per la scultura e per l'architettura, è vero, egli non fece molto. Michelangiolo venne da lui trascurato, costretto a perder tempo nel far cavare blocchi di marmo a Carrara, nel far lavorare colonne, o ebbe ordine di eseguire opere alle quali il suo genio non si sentiva punto inclinato, che spesso non finiva, e qualche volta neppure incominciava. I celebri monumenti a Lorenzo ed a Giuliano de' Medici, fatti in quel tempo, nella sagrestia nuova di San Lorenzo in Firenze, sono dovuti alla iniziativa del cardinale Giulio, non del Papa. Questi s'occupò certo assai della fabbrica di San Pietro, con grande ardore cominciata già dal suo predecessore; e per continuarla, vendette con scandalo di tutto il mondo cristiano, le indulgenze per le anime dei defunti. Ma il danaro raccolto in questo modo così biasimevole, valse più ad affrettare lo scoppio della Riforma, che a far progredire la costruzione del tempio, la quale allora avanzò meno che sotto tutti gli altri papi. Nessuno potrà tuttavia mettere in dubbio il moltissimo che Leone X fece a pro' della pittura, specialmente per opera di Raffaello, che egli amò e protesse tanto, che pensava di farlo addirittura cardinale. È bensì vero che anche per la pittura Leone X non fece altro che spingere innanzi le grandi imprese già prima iniziate da Giulio II; ma è pur certo che, in questi anni, da lui spronato, incoraggiato, lusingato, Raffaello dette prova d'una febbrile attività, producendo un numero veramente sterminato di opere immortali, che n'eternarono la fama, ma gli abbreviarono la vita, e ne resero più deplorata la morte immatura.
Quando fu eletto Leone X, Raffaello lavorava alla sala dell'Eliodoro, ed appena che l'ebbe finita, pose mano a quella dell'Incendio di Borgo. I soggetti che all'artista vennero ora dati, a differenza di quelli suggeriti sotto Giulio II, avevano qualche cosa di più circoscritto, e diremo anche di più personale, per la maggiore vanità del nuovo Papa, che voleva far troppo chiaramente trasparire le allusioni alla propria persona. La sua figura s'avanza assai spesso in primo piano, con danno qualche volta delle creazioni dell'artista. Nei medesimi anni questi pose mano ai lavori delle Logge vaticane, costruite dall'architetto Bramante, e le coprì d'ornati, di rabeschi, di composizioni diverse, dipinte da' suoi scolari, ma disegnate e dirette da lui. Fu così l'inventore d'un genere nuovo, ispirato dagli antichi monumenti, ma proprio della sua fantasia e del Rinascimento italiano, di cui si direbbe quasi un'artistica cornice. Dipinse la Santa Cecilia e lo Spasimo; disegnò le mirabili storie della Psiche, dipinte poi dai suoi migliori allievi nella Farnesina; fece un numero grandissimo di ritratti. Sotto il pontificato di Leone X furono concepite e condotte ancora la Madonna di San Sisto e la Trasfigurazione, che son certo fra le opere maggiori del grande artista. Egli fu dal medesimo Papa costituito sopraintendente per le arti belle e per gli scavi in Roma. Lavorò quindi moltissimo a misurare, a disegnare i monumenti antichi, a dirigere i lavori per scoprirne altri.[60] E con l'aiuto del suo amico Andrea Fulvio, del suo segretario Marco Fabio Calvo da Ravenna, si pose alla difficile opera d'una pianta archeologica di Roma, fondata sullo studio dei monumenti. Questo lavoro, da Raffaello iniziato, fu dopo la sua morte continuato e compiuto da' suoi compagni. Di lui ci resta solamente qualche disegno ed un proemio sotto forma di lettera a Leone X, piena di calda ammirazione per gli antichi. Attribuita dapprima a Baldassarre Castiglione, che forse ne corresse la forma, e col suo nome pubblicata, essa fu poi, nei giorni nostri, rivendicata a Raffaello suo vero autore.[61] Non si capisce come le forze d'un uomo solo potessero bastare a tanto; ben si capisce com'egli morisse nella giovane età di 37 anni. L'ardore costante, sincero con cui Leone X lo ammirò e protesse, rimarrà sempre l'aureola che splende più viva intorno alla immagine di questo Papa che dette nome al suo secolo.
Che a promuovere tali e tante opere egli profondesse tesori, ognuno lo capisce facilmente. Se poi si aggiunge che, largo sempre d'aiuti e remunerazioni agli artisti, non era meno largo ai suoi cantori, sonatori e parassiti, non ci sarà da maravigliarsi, che si trovasse sempre in bisogno di danari. Giulio II aveva avuto l'uso di prendere l'eredità dei prelati che morivano in Roma, come già aveva fatto Alessandro VI, il quale a tal fine, ricorreva spesso anche alla iniquità di farli morir di veleno o di ferro. Leone X, in ciò assai più umano ed accorto, abbandonò la scandolosa usanza, e tutti si sentirono più sicuri. Così a Roma accorse gente d'ogni parte, per godere la vita allegra, la tranquillità nuova e la generosa protezione del Papa, che morendo lasciò un gran cumulo di debiti. Doveva al banco Bini 200,000 ducati, ai Gaddi 32,000, ai Ricasoli 10,000, al cardinal Salviati 80,000, al cardinal Santi Quattro 150,000, ed altrettanti al cardinale Armellini. Gli Strozzi furono addirittura per fallire; molti de' suoi intimi restarono rovinati. La Camera apostolica si trovò vuota in modo, che pel funerale di colui che era stato il più splendido dei papi, s'adoperarono le candele di cera poco prima servite per le esequie del cardinale Riario.[62]
CAPITOLO VII.
Il Machiavelli e la sua famiglia in villa. — I suoi figli. — Corrispondenza col nipote Giovanni Vernacci. — Viaggio a Genova. — Gli Orti Oricellari. — Discorsi del Guicciardini. — Il Discorso sopra il riformare lo Stato di Firenze. — Commissione a Lucca. — Sommario delle cose di Lucca. — Vita di Castruccio Castracani.
Il gusto letterario e la moda prevalente nella Corte di Leone X avrebbero dovuto consigliare al Machiavelli di porsi a scrivere poesie, satire, commedie. Da questi lavori poteva certo sperare maggior fortuna, ed egli vi era anche inclinato, come aveva con qualche primo saggio dimostrato, e come dimostrò anche meglio più tardi. Noi lo abbiam visto scrivere i suoi Decennali in mezzo a una moltitudine d'affari, che appena gli lasciavano qualche riposo; lo abbiamo visto, dopo le sue disgrazie, passar buona parte del giorno sotto gli alberi del proprio bosco, accanto ad una fonte, leggendo poeti italiani e latini. Da una lettera che scrisse a Lodovico Alamanni in Roma, il 17 dicembre 1517, si vede che, avendo letto con grande ammirazione l'Orlando Furioso dell'Ariosto, si doleva di non esser da lui stato annoverato fra i molti poeti che nominava. Ed aggiunse, che stava allora scrivendo il suo poema l'Asino, nel quale avrebbe invece reso giustizia al merito eminente dell'Ariosto, che lo aveva dimenticato.[63] Ma questo poema del Machiavelli, che contiene molte allusioni satiriche a' suoi contemporanei, rimase presto interrotto, e se egli compose allora, come fece di certo, altre poesie e lavori puramente letterarî, non furono cose di lunga lena. L'animo suo era troppo addolorato dagli ultimi fatti seguiti in Firenze, dalle sventure che lo avevano colpito; la sua mente era ancor tutta piena delle immagini e memorie del passato; la sua attenzione era troppo vivamente rivolta a meditare sugli avvenimenti che ogni giorno turbavano l'Europa, minacciavano l'Italia. E però solo gli scritti politici potevano allora dargli qualche conforto, perchè solo essi riuscivano ad impadronirsi veramente dell'animo suo, ad occupare tutte le sue facoltà, facendogli per poco dimenticare il triste stato in cui era condannato a vivere.
Egli continuava a starsene in villa, dove aveva scritto e ritoccava il Principe, continuava i Discorsi, finiva l'Arte della guerra. Posta fra le colline che circondano Firenze, lontana alcune ore da essa, pareva che questa villa, chiudendolo fra boschi e poderi, lo separasse dal natìo luogo, che era stato la sede della sua attività, delle sue gioie, delle fallite speranze e delle sventure. Si sentiva colà come isolato dal mondo, cercava pace nella solitudine e nello studio; pure, guardando a tramontana, di mezzo all'ondeggiar delle vaghe colline, ricomparivano la cupola, il campanile, la torre di Palazzo, a ricordargli continuamente il passato, a non fargli mai dimenticare il presente. Aveva allora cinque figli, quattro maschi ed una femmina. Bernardo, il primo, era nato il dì 8 novembre 1503;[64] Pietro, l'ultimo, il 4 settembre 1514.[65] Degli altri tre, Lodovico, Guido e Bartolommeo, l'età non è certa. Ma in ogni modo la famiglia era numerosa, il patrimonio assai povero, e questi figli davano non poco pensiero. Qualcuno, come Pietro, che ebbe poi vita assai avventurosa nelle armi,[66] era ancora in età tenerissima. Guido era anch'egli fanciullo, giacchè da una sua lettera del 1527, come vedremo, apparisce che allora studiava tuttavia grammatica. D'indole assai mite, si dette poi alla vita ecclesiastica ed alla letteratura, nella quale non uscì mai dalla mediocrità.[67] Di Bernardo, che era assai più innanzi cogli anni, sappiamo poco. Ma una condanna da lui subita nel 1528, per avere bestemmiato al gioco, e tentato di stuprare una donna del contado, non fa certo pensar bene del suo carattere.[68] Lodovico, poco più giovane di Bernardo, era di un'indole violentissima. Una sua lettera del 14 agosto 1525[69] ce lo fa vedere in Adrianopoli, occupato nel commercio, in mezzo a brighe continue, pieno d'ira e desiderio di vendetta. Nello stesso anno aveva già avute varie condanne dagli Otto per diverse risse, nelle quali v'erano state da una parte e dall'altra ferite e sangue. Nè le cagioni di queste risse erano sempre onorevoli; una di esse nacque anzi da gelosia per donna di mal affare.[70] Più tardi, egli si potè, almeno in parte, redimere, combattendo e morendo in difesa della libertà, nell'assedio di Firenze.[71] Intanto era di certo fra quelli che più davano da pensare al padre. Della figlia Bartolommea o Baccia, che andò poi sposa nei Ricci, sappiamo assai poco. Dal secondo testamento, che il Machiavelli fece nel 1532, vediamo che pensava a costituirle una dote sul Monte delle Fanciulle, senza esservi ancora riuscito.
Anche la Marietta rimane assai nell'ombra. Di lei abbiamo una sola lettera, che è scritta al Machiavelli in Roma, poco dopo la nascita d'uno dei figli. Sfortunatamente è senza data; ma la crediamo anteriore agli anni di cui ora ragioniamo.[72] Da essa trasparisce una vera affezione, diremo anzi amore verso il marito. Si duole di non ricevere più spesso lettere di lui, e gli ricorda che sa bene, come ella non possa mai esser lieta, quando è separata da lui, tanto più sentendo che «è in luogo dove c'è gran morbo. Pensate come io sto contenta, che non trovo riposo nè dì nè notte. Il bambino sta bene e somiglia voi. È bianco come la neve, ma gli ha il capo che pare un velluto nero, ed è peloso come voi. E dacchè somiglia voi, parmi bello, ed è vispo che pare che sia stato un anno al mondo, e aperse gli occhi che non era nato, e messe a romore tutta la casa. La bambina si sente male. Ricordovi el tornare.» Da tutte le lettere di famiglia che ci restano, apparisce assai evidente, che questo affetto di moglie e di madre durò nella Marietta inalterato sino alla fine della sua vita. E sebbene non ne abbiamo del Machiavelli a lei, pure da quelle che scrisse ai figli, si vede chiaro che, non ostante i suoi trascorsi, qualche volta veri, ma qualche altra, come già vedemmo, solamente immaginari, anch'egli amò sino all'ultimo la moglie, e fu in famiglia migliore assai che non ci si è voluto far credere.