Di questi medesimi anni abbiamo una sua corrispondenza con Giovanni Vernacci, figlio di sua sorella Primerana, il quale trova vasi per affari commerciali in Pera. Da essa di tanto in tanto traspariscono tutta la tristezza da cui il Machiavelli era allora oppresso, ed anche un affetto sincero, vivace tra il nipote e lo zio. Questi che, come abbiam visto altrove, aveva sin dal principio annunziato al Vernacci la propria sventura, gli dava amorevoli consigli nell'agosto del 1513, e gli faceva sapere come alle altre sue calamità s'era in quell'anno per lui infausto, aggiunta la perdita d'una bimba, morta tre soli giorni dopo la nascita.[73] Nel 1514 gli parlava di affari, e gli faceva la proposta d'un matrimonio; il 17 agosto 1515 si scusava se non gli scriveva più spesso, «perchè i tempi sono stati di sorta, che mi hanno fatto sdimenticare di me medesimo. Pure non mi dimentico mai di te, e sempre ti avrò in luogo di figliuolo, e me e le cose mie saranno sempre ai tuoi piaceri.»[74] Queste lettere, andando in Oriente, spesso si perdevano; laonde il nipote scriveva e lamentavasi continuamente del silenzio, ed il Machiavelli era costretto a ripetere le sue attestazioni d'affetto. «La perdita delle mie lettere ti farà credere che io mi sia dimenticato di te, il che non è punto vero, perchè la fortuna non mi ha lasciato altro che i parenti e gli amici, e ne fo capitale. Ma se non scrivo più spesso ancora, egli è che io sono diventato inutile a me, ai parenti ed agli amici, perchè ha voluto così la mia dolorosa sorte. Non mi è restato altro di buono che la sanità a me ed a tutti i miei.»[75] Più tardi, nel 1517, gli scrisse di nuovo e fece scrivere anche dai figli; ma le lettere al solito andarono perdute, e però il 5 gennaio 1518 gli scriveva da capo. Di quest'ultima lettera fece due copie, che dette a due persone diverse, ragguagliandone con un'altra il nipote, il 25 dello stesso mese.[76] L'8 di giugno gli diceva d'amarlo sempre più, per aver esso «fatto prova d'uomo buono e valente. Io sono anzi orgoglioso di te, perchè ti ho allevato. La casa mia è sempre al tuo piacere come pel passato, ancora che povera e sgraziata.»[77] Nè meno affettuose erano le lettere del nipote. Il 31 ottobre 1517 gli chiedeva al solito notizie di lui e della famiglia, dolendosi di non averne da un anno. «Di me più non avete ricordo come di caro nipote. Pure amandovi io sempre come figlio, spero che se avete perso la penna e 'l foglio allo scrivermi, non abbiate perso l'amore che tanto tempo mi avete portato.»[78] Da altre lettere apparisce, come questo affetto dello zio pel nipote non fosse di sole parole, perchè il Machiavelli, in mezzo ai suoi mille fastidî, s'occupava spesso anche degli affari del lontano e affettuoso parente, che in lui riponeva piena fiducia.[79]
Tale era in realtà l'uomo che ci è stato per sì lungo tempo descritto come un mostro, incapace d'ogni sentimento gentile, d'ogni sincero affetto, d'ogni onestà. Egli continuava ora a lavorare, a lottare contro l'avversità e la povertà, dimostrandosi pronto a tutto, pur di guadagnare onestamente qualche cosa per aiutare la famiglia. Nell'aprile del 1518 andò a Genova a trattare gli affari d'alcuni mercanti fiorentini, i quali dovevano colà riscuotere parecchie migliaia di scudi,[80] e poi tornò alla sua villa. Da essa veniva però di tanto in tanto a Firenze, dove aveva sempre una casa, dove aveva qualche faccenda, e dove, non ostante l'avversità dei tempi, serbava pure alcuni amici fidati, coi quali gli era conforto intrattenersi.
Quando a poco a poco i tempi divennero più tranquilli, s'andaron nella Città ricostituendo alcuni di quei convegni letterari, che molto diffusi in tutta l'Italia del secolo XVI, formavano una parte essenziale nella società di quel tempo, uno dei piaceri più geniali e desiderati da tutti gli uomini culti in Firenze. Il più rinomato allora fra questi convegni si teneva negli Orti Oricellari, e v'intervenivano molti dei primi letterati non solo di Firenze, ma d'Italia. Bernardo Rucellai, vissuto nella seconda metà del secolo XV, scrittore di satire latine, fautore de' Medici, ricco e potente cittadino, aveva, in sul finire del secolo, comperato un orto in via della Scala. Con molta spesa vi costruì uno splendido palazzo, con più splendido giardino, il quale ben presto fu celebrato pe' suoi bellissimi alberi, ed è nella storia letteraria del tempo conosciuto col nome d'Orti Oricellari. Anch'oggi possiamo avere un'idea abbastanza esatta di quel che dovevano essere allora palazzo e giardino, se da questo leviamo la singolare e colossale statua di Polifemo, messavi più tardi dai Medici, ed alcune piccole costruzioni di pietra che vi furono aggiunte ai nostri giorni, e fanno singolare contrasto col carattere antico. Gli alberi sono tuttavia bellissimi, e paiono invitar sempre sotto le loro ombre al meditare ed al conversare. Attraverso i loro folti rami si vedono ancora le linee eleganti, armoniche dell'antico palazzo, che ha tutto il severo carattere architettonico della scuola di Filippo Brunelleschi e di Leon Battista Alberti.[81] Le ampie sale terrene sono sempre aperte, come a sicuro ricovero dalla pioggia o dal sole nelle ore canicolari. Per poco che la mente si distragga, le ombre del passato sorgono intorno a noi, e ci pare di sentir nuovamente la voce degli uomini che così spesso s'adunavano colà, e dei quali tanto parlano le storie.[82]
Bernardo Rucellai moriva nel 1514. Gli anni che precedettero, e quelli che seguirono di poco il 1512, erano stati così turbolenti da non lasciare agio al pacifico conversare letterario, e però gli Orti furono allora poco frequentati. Dei figli Cosimo e Piero che lo precedettero nella tomba, poco dicono le storie, che parlano invece assai del secondogenito Palla, il quale tenne alti ufficî politici, e s'adoprò tenacemente, fin quasi agli ultimi anni di sua vita, a favore de' Medici, essendosi da essi alienato solo nel 1537. Un altro fratello, Giovanni, come tutti i Rucellai, amico de' Medici, di cui erano anche parenti, si dette con grande fortuna alle lettere, e fu il noto autore della tragedia la Rosmunda, e del poema Le Api. Discepolo o amico dei primi letterati di Firenze, cominciò a raccoglierli intorno a sè; ma aspirando al cappello cardinalizio, se ne andò poi a Roma, presso Leone X, suo cugino. Vestito l'abito ecclesiastico, entrato in prelatura, passò colà la maggior parte del tempo, anche sotto Clemente VII, che lo nominò castellano di Castel Sant'Angelo, ufficio che tenne sino alla morte, seguita nel 1525, quando aspettava maggior grado. Per tutte queste ragioni, sebbene la casa de' Rucellai fosse da un pezzo già molto frequentata, il primo ad iniziar davvero, in modo regolare, le adunanze negli Orti, fu il figlio di Cosimo, che, nato nel 1495, l'anno stesso in cui moriva il padre, ne ebbe il nome, e fu da tutti chiamato Cosimino. Si dedicò alle lettere, scriveva versi e dava grandi speranze di sè, dimostrava indole generosa e benevola assai verso gli amici. Ma per trascorsi di gioventù aveva preso una malattia venerea, che, non ben curata, lo ridusse storpio in modo, che dovè per sempre giacere in una specie di culla o in una lettiga, su cui veniva trasportato. Questa sua sventura, i facili modi, l'indole benevola e lo svegliato ingegno raccolsero intorno a lui tutti i migliori amici di casa Rucellai, i quali lo visitavano assai spesso, sicuri di trovarlo sempre in casa o nel giardino, dove solamente poteva respirare all'aperto.[83]
Fra i più assidui frequentatori di queste adunanze, erano Zanobi Buondelmonti e Luigi di Piero Alamanni, poeta assai noto per le sue liriche, pe' suoi poemi cavallereschi, ma più di tutto per il poema La Coltivazione, in cui volle imitare le Georgiche di Virgilio, dimostrando molta eleganza e facilità in un verseggiare, che non è però senza monotonia. Questi due giovani, i quali più tardi divennero ardenti fautori di libertà, erano allora anch'essi amici de' Medici, come quasi tutti coloro che frequentavano gli Orti Oricellari.[84] Assai spesso venivano colà anche due cugini, che si chiamavano, così l'uno come l'altro, Francesco da Diacceto, e però a distinguerli, erano dal colore degli abiti chiamati uno il Nero, l'altro il Pagonazzo, ed appartenevano ambedue alla scuola degli eruditi. Il secondo, nato da Zanobi da Diacceto nel 1466, era stato fra i principali discepoli del Ficino, aveva scritto molte opere filosofiche ed insegnava nello Studio.[85] Un Diacceto d'altra famiglia, ma discepolo del Pagonazzo, e chiamato il Diaccetino, si trovava anch'egli fra i principali frequentatori degli Orti; aveva studiato il greco ed ottenuto dal cardinale dei Medici una lezione nello Studio.[86] Costui era, come l'Alamanni ed il Buondelmonti, ambizioso, audace, passionatissimo. Loro comune amico fu sempre un Giovan Battista della Palla, il quale, essendo stato molto affezionato a Giuliano dei Medici, sperava per tal mezzo d'ottenere il cappello di cardinale, e se ne andò quindi ben presto a Roma ad intrigare. Ma, come vedremo, egli non tralasciò mai di corrispondere per lettere continue co' suoi amici di Firenze, coi quali più tardi cospirò. Frequentavano gli Orti moltissimi altri, fra cui i due ben noti scrittori di storie, Iacopo Nardi e Filippo dei Nerli, questi mediceo, quegli repubblicano, ma per ora anch'egli in buoni termini col Cardinale. V'erano spesso tutti i Rucellai, tutti i più celebri letterati d'Italia, che capitavano a Firenze, fra i quali ricorderemo solo Giangiorgio Trissino, il celebre gentiluomo di Vicenza, erudito, grammatico, poeta tragico ed epico, l'autore della Sofonisba e dell'Italia liberata dai Goti, che tanto faceva allora parlare di sè.[87]
A torto s'è in tali riunioni voluto vedere una continuazione o rinnovamento dell'Accademia Platonica. Questa era morta col Ficino, ed il tentativo di rinnovarla fu fatto assai più tardi da altri uomini. Quelli che adesso frequentavano gli Orti Oricellari, appartenevano, se facciamo eccezione di Francesco da Diacceto e di qualche altro, ad una generazione non solo posteriore, ma anche assai diversa. Tutti ammiratori dell'antichità, tutti più o meno conoscitori delle lingue antiche, non erano di coloro che a tempo di Lorenzo il Magnifico passavano i giorni ed i mesi a disputare sulle idee di Platone, sulle forme di Aristotile, sulle allegorie di Plotino e di Porfirio, sopra questioni di grammatica. Alcuni di essi erano solamente uomini politici, pratici degli affari; altri erano poeti, scrittori di storie, di prose italiane, veri letterati del Cinquecento, contemporanei di Raffaello, di Michelangelo, del Guicciardini, dell'Ariosto, sebbene, essendo ingegni minori assai di questi sommi, e però meno indipendenti, rimanevano più servilmente legati all'antichità. E neppure si deve credere che queste adunanze fossero allora ostili al Cardinale ed al Papa, come si è detto e ripetuto tante volte, a causa della congiura più tardi tramata da alcuni di coloro che spesso v'intervenivano. Quasi tutti erano anzi amici dei Medici; quegli stessi che più tardi cospirarono contro di loro, erano stati per molto tempo in buonissimi termini con essi, e se ne alienarono la prima volta per ragioni affatto personali, alle quali s'aggiunse poi la passione politica. Una riprova di tutto ciò deve vedersi anco nel fatto, che venuto Leone X a Firenze nel 1515, fu invitato negli Orti, dove per rendergli onore, si fece, alla sua presenza, rappresentare la Rosmunda del Rucellai.
Quando queste adunanze erano già fiorenti, vi fu introdotto anche il Machiavelli, ed il suo andare colà non era certamente segno ch'egli s'allontanasse dai Medici; indicava anzi il contrario. Infatti noi troviamo che alcuni anni dopo egli fu introdotto in casa Medici. Il 17 marzo 1519 Filippo Strozzi scriveva da Roma al fratello Lorenzo: «Piacemi assai abbiate condotto el Machiavello in casa e' Medici, che ogni poco di fede acquisti co' padroni è persona per surgere.»[88] Questa lettera da un lato conferma quello che abbiam detto sulla compagnia degli Orti Oricellari, e dall'altro spiega come il cardinal de' Medici cominciasse allora appunto a dimostrare qualche benevolenza al Machiavelli. Se adesso solamente egli fu introdotto in casa Medici, ciò prova del pari quanto esagerate, anzi addirittura immaginarie, fossero le pretese relazioni intime che, secondo molti scrittori, l'autore del Principe avrebbe avute con Lorenzo e Giuliano.
Il Machiavelli, com'era naturale, venne assai bene accolto negli Orti, e Cosimino specialmente lo ammirò molto, legandosi a lui d'un affetto sincero, che fu ricambiato con vera amicizia. A lui ed a Zanobi Buondelmonti il Machiavelli dedicò i Discorsi; di lui con vivo dolore parlò nell'Arte della Guerra, poco dopo la morte immatura. A questi amici cominciò a leggere i Discorsi, che molto piacquero, e dettero luogo a discussioni assai animate, che finivano sempre incoraggiandolo a continuare con zelo indefesso l'opera intrapresa, la quale il Nardi dice «di nuovo argomento, non più tentata (che io sappi) ad alcuno.» Ed aggiunge, che il nuovo ospite fu tanto amato da quei giovani, che essi trovarono modo anche di sovvenirlo cortesemente, perchè si dilettavano oltre ogni dire della sua conversazione, e ne ammiravano gli scritti per modo, che egli non fu poi giudicato senza colpa, quando il loro animo si trovò infiammato ad imprese audaci e pericolose a favore della libertà.[89] Questa benevola accoglienza si spiega facilmente. Ammiratore sincerissimo degli antichi, il Machiavelli aveva pure, studiando le loro opere, ritrovato tutta l'indipendenza del proprio spirito, meditando con originalità vera sugli avvenimenti del suo tempo. E quindi le sue opere riuscirono a quegli uditori, ancora troppo servilmente imitatori dell'antichità, come la rivelazione della loro più intima coscienza. Anche in mezzo a questi fautori dei Medici, egli che non sapeva mai parlare o scrivere diversamente da quel che sentiva, manifestò tutto il suo amore di libertà, tutto il suo entusiasmo per la repubblica romana. Nè ciò produceva scandalo veruno. Ogni dotto Italiano ammirava allora l'antica Roma; ogni vero Fiorentino si sentiva repubblicano; i Medici stessi facevano mostra di voler governare Firenze a repubblica, e promettevano di sempre più ridurla tale. Il Machiavelli perciò si espandeva, si manifestava liberamente fra quei giovani, esaltandosi e tornando di continuo all'idea prediletta della sua Ordinanza, cioè del popolo armato. Cavando esempi dalla storia antica, esponeva in che modo poteva armarsi l'Italia di buone armi, tali da resistere agli stranieri, tutelare la dignità e la indipendenza nazionale. Questi erano i ragionamenti stessi ripetuti poi nella sua Arte della Guerra, che andò via via leggendo ai giovani amici. La nuova opera, che fra poco esamineremo, è in fatti composta a forma di dialoghi tenuti negli Orti Oricellari fra i principali frequentatori di quelle adunanze. L'entusiasmo, non solamente letterario, ma politico, che con tali discorsi e con tali letture il Machiavelli destava in essi, s'accendeva sempre di più; ma egli, tutto compreso del suo soggetto, trascinato dalle proprie idee, non s'accorgeva che le sue parole producevano qualche volta sull'animo loro, l'effetto stesso di una scintilla sulla polvere da sparo, e potevano perciò avere pericolose conseguenze. Se ne tornava quindi tranquillo nella solitudine della sua villa, e continuava a porre sulla carta i ragionamenti avuti, per tornare poi a leggerli ed a discuterli coi suoi amici ed ammiratori.
Tutto questo però, allora almeno, non gli noceva punto appresso ai Medici, anzi faceva sì che, secondo la frase adoperata dallo Strozzi, egli fosse tenuto veramente «persona per sorgere.» Molto in fatti parlavano di lui coloro che circondavano il Cardinale, il quale, come altra volta lo aveva da Roma, per mezzo del Vettori, interrogato sulla politica generale d'Italia, così ora lo incitava a scrivere sul modo di riformare il governo di Firenze, indirizzando il suo discorso a Leone X, che in sostanza era il vero padrone della Città. Usavano allora i Medici, massime il cardinal Giulio, interrogare così le persone più autorevoli; ed era anche assai gradito ai Fiorentini esporre le proprie opinioni sugli eventi che seguivano alla giornata, sulle riforme da portare nel governo, per rendere contenta la loro sempre irrequieta città. Abbiamo quindi un numero non piccolo di tali discorsi, più o meno eloquenti, più o meno audaci o accorti, scritti in questi anni appunto.
Vedemmo altrove[90] come il Guicciardini nel 1512, essendo nella Spagna, dove prevedeva già le caduta del Soderini, ma non sapeva ancora del ritorno de' Medici, scrivesse un discorso, in cui con grandissimo acume suggeriva i modi secondo lui migliori per rendere più forte e sicura la Repubblica. E vedemmo pure, come avuta appena notizia del mutamento seguito nella Città, ne scrivesse un altro, nel quale, senza ancora troppo dichiararsi pronto a mutar parte, esponeva invece i modi con cui il governo dei Medici avrebbe potuto rafforzarsi.[91] Più esplicitamente e più largamente ancora trattò questo medesimo soggetto in un terzo discorso, scritto nel 1516, quando, già da tre anni tornato a Firenze, era divenuto uno dei loro più caldi fautori. «I Medici,» egli scriveva allora, «s'erano impadroniti della Città contro il desiderio e la volontà del massimo numero dei suoi abitanti. La elezione di Leone X aveva, è vero, mutato le cose in loro favore; ma era tuttavia necessario pensare all'avvenire con accorti provvedimenti, se non si voleva da un momento all'altro vedersi esposti a gravissimi pericoli. Il principale ostacolo a questi provvedimenti trovavasi però nella indifferenza di Giuliano e di Lorenzo, i quali avevano messo così alto la loro mira, che poco o punto si curavano di Firenze, pensando invece a formarsi altrove uno Stato. E questo era un sogno pericoloso, perchè nella sua effettuazione urtava contro difficoltà insormontabile. A Firenze i Medici, sotto le apparenze di repubblica, avevano un dominio assai più solido e sicuro di quello che potevano sperare a Parma, a Modena o altrove. Era bene ricordarsi, che i nipoti di Calisto III e di Pio II, contentandosi di poco, restarono nel loro grado anche dopo la morte di quei papi; il duca Valentino, invece, che voleva grande e nuovo Stato, rovinò.» «E la ragione ci è manifesta, perchè privati acquistare Stati grandi è cosa ardua, ma molto più ardua conservarli, per infinite difficoltà che si tira dietro un principato nuovo.»[92] Qui è chiaro che il Guicciardini si dimostra contrario affatto non solamente alle illusioni del Machiavelli sul Valentino; ma allo stesso concetto fondamentale del Principe, non che ai consigli che l'autore di esso aveva già dati ai Medici per mezzo del Vettori, quando si parlava della formazione d'uno Stato nuovo a Parma ed a Modena. I Medici, secondo il Guicciardini, avrebbero fatto assai meglio e operato da savi smettendo queste illusioni pericolose, pensando solo a conservare quello che avevano in Firenze. A tal fine occorreva formarsi un nucleo d'amici fidati e sicuri, i quali conoscessero bene la Città, e fossero perciò in grado di dare aiuto e consigli opportuni. «Senza affidarsi ad essi troppo ciecamente, ma tenendo sempre nelle proprie mani la briglia, è pur necessario dar loro favori e potere. Con i favori si è ben sicuri di potersi guadagnare l'animo di ciascuno, giacchè ora non sono più i tempi dei Greci e dei Romani, che si contentavano della sola gloria. Non v'è oggi in Firenze alcuno, il quale ami tanto la libertà, che non si volti facilmente ad un altro reggimento qualunque, se può in esso avere maggior parte e miglior essere che nella repubblica. Quanto poi alla universalità dei cittadini basta fare economia per non aggravarli di tasse, curare che la giustizia civile sia bene amministrata, difendere i deboli contro i potenti, usare con tutti modi cortesi. A coloro che consigliano di prendere addirittura in Firenze il dominio assoluto, senza alcuna ombra di civiltà e di libertà, bisogna ricordare, che non si potrebbe prendere un partito peggiore, più pieno di sospetti, di difficoltà, ed, a lungo andare, anche assai crudele e quindi pericoloso a tutti.»[93]