Questi erano i consigli che dava ai Medici il Guicciardini; ben diversi invece furono quelli dati dal Machiavelli, quando venne interrogato.[94] In sostanza egli consigliava nè più nè meno che il ristabilimento della repubblica, sforzandosi però di trovare un modo col quale il Papa ed il Cardinale potessero, durante la loro vita, restar padroni della Città, senza di che sapeva che ogni sua proposta sarebbe stata vana e puerile. Molti lo hanno perciò accusato di contradirsi, rimproverandogli che, dopo d'avere nel Principe suggerito il governo assoluto a Giuliano ed a Lorenzo de' Medici, consigliava ora a papa Leone X la repubblica. Ma ogni contradizione scomparisce del tutto, se per poco si rifletta che il Principe fu scritto per dimostrare come si poteva colla forza formare uno Stato assoluto e nuovo, e come, formandolo in Italia, si poteva ingrandirlo per riunire tutta la Penisola. Adesso invece erano già morti Giuliano e Lorenzo, ai quali questi consigli erano stati indirizzati, ed il Machiavelli veniva interrogato dal Cardinale sopra un altro e assai diverso argomento. Non si trattava più d'uno Stato nuovo a Parma e Modena, o altrove; si trattava di Firenze solamente. Egli aveva già molte e molte volte ripetuto nei Discorsi, nelle lettere familiari, in quasi tutte le sue opere politiche, che se nell'Italia settentrionale e nella meridionale non era possibile altro che una monarchia; se con questa solamente poteva iniziarsi colà uno Stato nuovo, ed ingrossarlo sempre più, nella Toscana invece, massime poi a Firenze, per la grande uguaglianza che v'era e per le antiche consuetudini, solo una repubblica poteva contentare e durare. Di ciò appunto si trattava adesso. Il Papa stesso ed il Cardinale sembravano persuasi, che i Fiorentini, più o meno, volevano tutti la repubblica. Non avendo eredi legittimi, essendo perciò certi che in loro spegnevasi il ramo mediceo di Cosimo il Vecchio e di Lorenzo il Magnifico, mostravano di esitare a far qualche passo decisivo verso la repubblica, solamente per non perdere il loro protettorato assoluto finchè vivevano. Veri o finti che fossero questi loro sentimenti, essi li manifestavano e li facevano credere a molti. Ed il Machiavelli era persuaso d'aver trovato il modo di risolvere l'arduo problema, di fondare cioè sicuramente la libertà per l'avvenire, mantenendo ferma nel presente l'autorità assoluta del Papa e del Cardinale, finchè vivevano. Con tale intendimento egli scrisse il suo nuovo Discorso.

Incomincia adunque con l'esaminare le cagioni della instabilità di tutti i governi che si successero in Firenze, e le ritrova nell'essere stati sempre ordinati a vantaggio d'una sola parte e non del pubblico, nell'essere riusciti tutti una mescolanza ibrida e poco durevole di monarchia e di repubblica. «Questi governi di mezzo,» egli dice, «riescono sempre debolissimi, perchè hanno più vie aperte alla loro rovina. Il principato rovina andando verso la repubblica, e questa andando verso il principato. Ma i governi di mezzo rovinano da ogni lato, sia che vadano verso la repubblica, sia che vadano verso il principato. Vi sono molti che esaltano il governo di Cosimo e di Lorenzo il Magnifico, e vorrebbero perciò ristabilirne oggi uno simile. Ma esso non fu esente dai difetti e dai pericoli già notati negli altri, e questi difetti sarebbero oggi di gran lunga maggiori. I Medici erano allora educati e vissuti nella Città, e la conoscevano assai bene; governavano con una familiarità alla quale non si saprebbero più piegare adesso che sono divenuti potentissimi, dopo essere stati lungamente in esilio. Allora avevano assai favorevole la universalità dei cittadini, ora l'hanno contraria. Nè v'erano come oggi in Italia tanti potenti armati, contro i quali un governo debole non potrebbe più in alcun modo resistere. Dicono molti che Firenze non può stare senza un capo; ma non riflettono costoro che si può avere un capo pubblico ed un capo privato. Nessuno dubita che se si dovesse scegliere un capo privato, tutti preferirebbero uno della casa dei Medici. Quando però si dovesse scegliere tra capo pubblico e privato, sempre piacerà più ai Fiorentini avere il primo, o sia un magistrato eletto dai cittadini, e frenato dalle leggi. È certo in ogni modo, che a volere ordinare il principato in Firenze, dove è sì grande uguaglianza, non si riuscirebbe senza mutare tutto con violenza. E perchè questa sarebbe una cosa non solo difficile, ma ancora inumana e crudele, deve giudicarsi indegna di chiunque desideri essere tenuto pietoso e buono. Io, adunque, lascerò indietro il ragionare del principato, e parlerò della repubblica, anche perchè s'intende la Santità Vostra esservi dispostissima, ed esitare solamente, perchè desidera trovare un ordine con cui l'autorità sua rimanga grande in Firenze, e gli amici vivano sicuri. Parendomi pertanto d'averlo pensato, ho voluto che intenda questo mio pensiero; acciocchè, se ci è cosa veruna di buono, se ne valga, e possa ancora, mediante questo, conoscere quale sia la mia servitù verso di lei.»[95]

Il concetto del Machiavelli era, in termini generali, semplicissimo: fondare una vera e propria repubblica, lasciando per ora le elezioni dei magistrati in mano dei Medici. Così essi sarebbero stati i veri padroni d'ogni cosa, durante la vita; ma alla loro morte Firenze sarebbe tornata libera davvero. Non era un concetto nuovo del tutto, giacchè per mezzo delle elezioni appunto, Cosimo e Lorenzo il Magnifico erano riusciti a rendersi padroni della repubblica. È vero che così avevano anche ucciso la libertà; ma adesso il Papa era lontano, e nè egli nè il Cardinale avevano successori cui dover pensare; non potevano o almeno non era, secondo il Machiavelli, ragionevole che si dolessero se, dopo la morte loro, la libertà potesse davvero prosperare. In sostanza adunque tutto si riduceva a cercar di persuadere i Medici, che essi acquisterebbero una gloria immortale, se, pur mantenendosi in vita padroni di Firenze, assicurassero fin d'allora il trionfo della repubblica per l'avvenire. A risolvere praticamente l'arduo problema, il Machiavelli ricorre nel Discorso anche a molti ripieghi, che finiscono col rendere assai artificiosa la sua proposta. Egli torna un momento alla vecchia teoria fiorentina delle tre ambizioni, dei tre ordini di cittadini da soddisfare: coloro che vogliono primeggiare e comandare; coloro che sono contenti di partecipare in qualche modo al governo; e coloro che formano la moltitudine, la quale chiede solo libertà e giustizia. Vuole sopprimere tutte le complicazioni dei vecchi Consigli e dei vecchi magistrati, che i Medici, per mera apparenza, avevano risuscitati dagli Statuti anteriori al 1494, ed istituire un Gonfaloniere con la Signoria, il Senato ed il Consiglio Grande. Questa era la forma di governo fondata nel 1494, al tempo del Savonarola, e, con poche modificazioni, durata sino al 1512. Essa era anche quella che in sostanza veniva proposta dal Guicciardini, quando favoriva la repubblica, e più tardi dal Giannotti, sebbene ciascuno, a suo modo, la modificasse.

Venendo poi ai mezzi pratici d'attuare una tale riforma, il Machiavelli incominciava col proporre, che si eleggessero a vita sessantacinque cittadini di quarantacinque anni finiti, nominando uno di essi Gonfaloniere per due o tre anni, od anche a vita. La metà dei sessantaquattro che restavano, doveva formare una specie di Consiglio del Gonfaloniere, per un anno, venendo, nel seguente, sostituita dall'altra metà, e continuando così ad alternarsi. Questi trentadue si dividevano poi in quattro parti di otto cittadini ciascuna, i quali per un trimestre formavano la Signoria propriamente detta, alla cui testa era il Gonfaloniere. E così venivano, egli credeva, soddisfatte le ambizioni più irrequiete. V'era inoltre un Senato o Consiglio dei Dugento, i quali dovevano avere ciascuno quaranta anni finiti. Il Machiavelli che aboliva, come dicemmo, molti dei vecchi magistrati, lasciava invece sussistere gli Otto di Guardia e Balìa, che formavano una specie di tribunale ordinario, e gli Otto di Pratica, che provvedevano alle cose della guerra, e quindi all'Ordinanza, che fu sempre l'istituzione a lui più cara. I Medici l'avevano nel 1512 disciolta, per poi in modo efimero ricostituirla, con una provvisione del 19 maggio 1514, chiamandola Ordinanza del Contado.[96] Su questo soggetto che doveva riuscire assai scabroso, perchè si trattava di far dare dai Medici le armi al popolo, il Machiavelli non si fermò allora, deliberato com'era a tornarvi più tardi, dopo essere cioè prima riuscito a persuader loro la opportunità di ricostituire la repubblica. Per adesso lasciava l'Ordinanza quale essi l'avevano ridotta, proponendo solo che fosse divisa in due parti, ciascuna delle quali venisse comandata da un commissario, eletto ogni due anni dal Papa. Questi ed il Cardinale dovevano inoltre, con l'autorità e balìa di tutto il popolo fiorentino, eleggere il Gonfaloniere, la Signoria, i Dugento, gli altri magistrati. Tale era il mezzo dal Machiavelli escogitato per assicurare ai Medici un potere che, dopo la loro morte, sarebbe andato tutto nelle mani del popolo.

Rimaneva ancora l'ultima parte, la più importante della riforma, quella cioè con cui bisognava soddisfar subito alla universalità dei cittadini. A tal fine, proseguiva il Machiavelli, cominciando subito ad esaltarsi, è necessario riaprire la sala del Consiglio Grande. «Senza satisfare all'universale, non si fece mai alcuna repubblica stabile; non si satisfarà mai all'universale dei cittadini fiorentini, se non si riapre la Sala; però conviene, a volere fare una repubblica in Firenze, riaprire questa Sala e rendere questa distribuzione all'universale. E sappia Vostra Santità, che chiunque penserà di torle lo Stato, penserà innanzi ad ogni altra cosa di riaprirla, e però è partito migliore, che quella l'apra con termini e modi sicuri.»[97] Bisognava adunque ricostituire il Consiglio Grande, componendolo di mille o almeno di seicento cittadini. E non occorreva determinare il modo della elezione, perchè si dovevano in esso alternare tutti coloro che, secondo gli antichi statuti erano cittadini beneficiati o sia abili al governo. Suo ufficio principalissimo doveva essere, oltre l'approvazione delle leggi, la elezione dei magistrati. Queste attribuzioni però gli venivano per ora solo in minima parte concesse, dovendo restare ai Medici, finchè vivevano il Papa ed il Cardinale. E quindi il Machiavelli suggeriva ai Medici, che di tanto in tanto chiamassero il Consiglio ad un più largo esercizio de' suoi diritti. Così si sarebbe cominciato fin d'ora ad educare il popolo alla libertà, nel che stava lo scopo principalissimo che egli si era proposto nel Discorso.

«Con questi ordini,» così egli conchiudeva, rivolgendosi al Papa ed al Cardinale, esaltandosi sempre di più, «voi siete i padroni assoluti di tutto. Nominate i principali magistrati, il Gonfaloniere, la Signoria, i Dugento; fate le leggi con l'autorità di tutto il popolo; ogni cosa dipende dal vostro arbitrio; nè, durante la vostra vita, v'è alcuna differenza da questo governo ad una monarchia. Alla vostra morte, lasciate alla patria una vera e libera repubblica, che dovrà a voi la sua esistenza.» «Io credo che il maggiore onore che possono avere gli uomini, sia quello che volontariamente è loro dato dalla loro patria; credo che il maggior bene che si faccia ed il più grato a Dio, sia quello che si fa alla sua patria. Oltre di questo, non è esaltato alcun uomo tanto in alcuna sua azione, quanto sono quelli che hanno con leggi e con istituti riformato le repubbliche e i regni: questi sono, dopo quelli che sono stati Iddii, i primi laudati.... Non dà adunque il Cielo maggiore dono ad un uomo, nè gli può mostrare più gloriosa via di questa; ed in fra tante felicità, che ha date Dio alla casa vostra ed alla persona di Vostra Santità, è questa la maggiore, di darle potenza e subietto da farsi immortale, e superare di gran lunga per questa via la potenza e la avita gloria.»[98]

Sebbene una tal conclusione ci riconduca al pensiero dominante del Machiavelli, e ricordi la celebre esortazione finale del Principe, pure noi non possiamo attribuire a tutto il Discorso un grande valore scientifico, e neppure un grande valore pratico. Egli o ripete idee che già aveva esposte altrove più ampiamente, o accetta senz'altro dottrine universalmente divulgate in Firenze. La forma di repubblica da lui proposta è, ne' suoi lineamenti generali, quella stessa che allora tutti più o meno consigliavano. E quanto alle modificazioni con cui voleva migliorarla, i suoi suggerimenti restavano di gran lunga inferiori a quelli assai più accorti e pratici, che aveva dati dalla Spagna il Guicciardini nel primo de' suoi discorsi.[99] I ripieghi poi coi quali voleva apparecchiare il passaggio dal dispotismo presente alla futura libertà, erano davvero troppo sottili ed artifiziosi, com'ebbe a notare più tardi Alessandro de' Pazzi, quando fu del pari interrogato dal cardinale dei Medici.[100] E quando essi fossero stati davvero accettati, difficilmente avrebbero ottenuto l'intento cui miravano. Una repubblica lasciata in pieno arbitrio d'un papa come Leone X, o avrebbe portato ad immediato conflitto col popolo, o avrebbe reso sempre più difficile fondare in avvenire la libertà. In tal modo non poteva quindi il Discorso riuscire nè scientifico nè pratico abbastanza, ma solo fantastico. Ciò non ostante, esso dimostrava ancora una volta quanto sincero, costante, profondo fosse nel Machiavelli l'amore della libertà. Dopo aver tanto desiderato il favore dei Medici, per poter essere in qualche modo adoperato da loro negli affari, appena essi rivolgono a lui lo sguardo e lo interrogano, non sa far altro che ripetere con entusiasmo irrefrenabile un solo e medesimo pensiero: la maggior gloria, la più grande fortuna che si possa dai mortali desiderare su questa terra, sta nel sapere e nel volere fondare uno Stato libero, civile e forte. E di ciò era tanto convinto, che non capiva come non dovesse subito convincersene ognuno. Questo gli fece credere di poter persuadere prima Giuliano e poi Lorenzo a farsi redentori d'Italia; questo gli faceva sperare adesso d'indurre Leone X a fondare per l'avvenire la libertà di Firenze. Ma s'illuse la prima e la seconda volta, senza però mai perdere la sua fede o smettere il pensiero di tornare alla prova. Per ora il Papa non dava nessuna importanza a tutte le proposte che da più parte gli venivano, principalmente per istigazione del Cardinale.[101] L'uno e l'altro del resto avevano promosso questi scritti solo col fine di alimentare speranze ed illusioni nei più caldi amatori di libertà, e così tenerli sospesi e tranquilli, scoprendone in pari tempo le più riposte intenzioni.

Il cardinale però sembrava che volesse veramente avvicinare a sè il Machiavelli. Lo aveva da poco conosciuto di persona, gli aveva cominciato a scrivere qualche lettera, a rendere qualche favore. Pareva quindi che dovessero per lui cominciare tempi migliori; ma erano ancora segni così tenui e favori così meschini, che qualche volta riuscivano più ad umiliarlo che ad esaltarlo. Nell'anno 1520 ebbe in fatti dalla Signoria e dal Cardinale una prima commissione a Lucca, per trattar gli affari d'alcuni mercanti fiorentini, i quali avevano colà un credito di 1600 fiorini con un tal Michele Guinigi, che non voleva pagare. Questa privata faccenda avrebbe dovuto esser decisa dai tribunali ordinarî, ma s'era andata complicando ed arruffando in maniera, che veniva ora trattata dai due governi. Il Guinigi aveva ereditato dal padre una grossa fortuna, la più parte della quale era stata vincolata ai suoi figli, sapendosi che egli l'avrebbe subito mandata a male. Oltre i debiti da lui contratti con Fiorentini e con altri non pochi per faccende commerciali, ne aveva già fatto altri moltissimi al gioco, ed era nella impossibilità di pagarli. Si cercava dunque d'ottenere dalla repubblica lucchese, che l'affare venisse eccezionalmente rimesso nelle mani di arbitri, con facoltà d'annullare questi secondi debiti, o almeno dare precedenza assoluta ai primi. In tal caso solamente i parenti e tutori dei figli del Guinigi promettevano di pagare quelli che risultavano da affari commerciali, cosa che in nessun modo avrebbero consentito pei debiti fatti al giuoco. Se non che questi erano stati contratti con carte così legali e regolari, che occorreva a metterli da parte l'intervento del potere politico. Ove ciò non si fosse ottenuto, la fortuna di Michele Guinigi, cui spettava solo l'usufrutto, sarebbe rimasta vincolata tutta ai suoi figli minori, ed i parenti che ne avevano la tutela, avrebbero con loro pieno diritto negato di nulla concedere ai creditori fiorentini. Il Machiavelli, dopo lungo negoziare, ottenne che il Consiglio Generale di Lucca deliberasse di rimettere la cosa al pretore ed a tre arbitri, che rivedessero i libri; esaminassero quali obblighi erano contratti veramente per debiti giustificati, quali erano fittizi, e nei casi dubbi ne riferissero agli Anziani della repubblica, i quali avrebbero portata di nuovo la cosa al Consiglio Generale.[102]

Egli si trattenne per questa faccenda parecchi mesi a Lucca, dove passò il tempo, studiando al solito la forma di quel governo, e pigliando su di esso alcuni appunti. Noi abbiamo in fatti un suo Sommario delle cose della città di Lucca,[103] che il Machiavelli dovè scrivere in questo tempo. È un abbozzo compilato in fretta, nè senza qualche inesattezza; non vi mancano però opportune osservazioni. Nove cittadini ed un Gonfaloniere, egli dice, componevano la Signoria, che mutava ogni due mesi, dopo i quali ciascuno aveva divieto per due anni, cioè non poteva in quel tempo essere rieletto. Seguiva un Consiglio di trentasei, che si rinnovava da sè ogni sei mesi, non potendo, chi aveva seduto un primo semestre, continuare nel secondo, ma bensì nel terzo. Il Consiglio Generale durava un anno, ed era composto di settantadue[104] membri, i quali venivano eletti dalla Signoria e da dodici altri cittadini nominati dai trentasei; avevano divieto un anno. La Signoria esercitava grandissima autorità nel contado, il quale, secondo l'uso repubblicano di quei tempi, non godeva delle libertà politiche; ma ben poca ne aveva nella città, dove poteva solo radunare i Consigli, e proporre le deliberazioni apparecchiate nelle Pratiche, che a Lucca si chiamavano Colloqui, ai quali erano invitati i più savî cittadini. Il Consiglio Generale era il vero padrone della città; faceva leggi e tregue; pronunziava condanne a morte senza appello, e i partiti si vincevano in esso con tre quarti dei voti. V'era nonostante un Potestà,[105] che aveva autorità nelle cause civili e nelle criminali.

Il Machiavelli osserva che questo governo a Lucca operava bene, quantunque non fosse senza difetti. Loda il non dare alla Signoria molta autorità sui cittadini, «perchè così hanno sempre fatto le buone repubbliche giacchè il primo magistrato facilmente può abusare, se non è frenato. Non avevano i Consoli romani, non avevano e non hanno autorità sulla vita dei cittadini il Doge e la Signoria di Venezia.» A Lucca però la Signoria mancava, secondo il Machiavelli, della dovuta maestà, «perchè la breve durata dell'ufficio, e i molti divieti obbligavano a nominare persone di poco conto. Si era quindi necessitati di continuo a richiedere nei Colloqui il consiglio di privati cittadini, il che non si usa nelle repubbliche bene ordinate, nelle quali il numero maggiore distribuisce gli ufficî, il mezzano consiglia, il minore esegue.» Questa infatti, era allora tenuta la norma fondamentale e la base necessaria d'ogni regolare governo, non essendovi alcuna idea della moderna divisione dei poteri. E perciò il Machiavelli continuava: «Così facevano a Roma il popolo, il Senato, i Consoli; così fanno a Venezia il Gran Consiglio, i Pregadi, la Signoria. Ma a Lucca invece questi ordini sono confusi perchè il numero mezzano, cioè i Trentasei distribuiscono gli uffici; i Settantadue e la Signoria parte consigliano, parte eseguono. Pure anche da ciò non viene nel fatto gran danno, per la ragione già notata, che i magistrati non sono, per la loro poca maestà, punto ricercati, e i ricchi si occupano più che altro delle loro private faccende. Questo è tuttavia un ordine da non raccomandarsi.» Loda poi l'autorità data al Consiglio Generale sulla vita dei cittadini, perchè questo è, secondo lui, un gran freno all'ambizione dei potenti, i quali non sarebbero mai condannati da pochi giudici. Vorrebbe però che vi fosse, come a Firenze, un tribunale di quattro o sei magistrati per giudicare le minori cause civili e criminali fra i cittadini, lasciando al Potestà quelle del dominio, e tutte le altre a lui devolute dagli Statuti. «Se una tale magistratura non si istituisce,» egli diceva, «le minori cause che occorrono alla giornata, saranno sempre trascurate con danno e pericolo della libertà. Infatti anche a Lucca s'è dovuto venire ad una legge speciale, che fu chiamata dei discoli, per la quale, nel settembre e nel marzo, i Consigli riuniti deliberano di mandare, per tre anni, fuori dello Stato un certo numero di giovani creduti più pericolosi. Essa mise di certo un freno, ma è pure riuscita impotente contro l'insolenza della famiglia, che è chiamata di quelli di Poggio.» Questo breve Sommario, come si vede facilmente, non ha gran valore; ma dimostra, che allora come sempre il Machiavelli non lasciava mai fuggire alcuna occasione per studiare le istituzioni, gli ordinamenti politici dei popoli vicini o lontani, cercando d'indagare e suggerire i modi per migliorarli.