Come abbiamo già detto egli fu sepolto in Santa Croce, nella sua cappella gentilizia, che coll'andar del tempo venne abbandonata ad una compagnia religiosa, la quale v'innalzò un altare e vi seppellì alla rinfusa i proprî fratelli, senza che alcuno ne movesse lamento.[559] La famiglia si estinse ben presto; giacchè dei figli del Machiavelli solo Bernardo ebbe discendenti maschi, uno dei quali, Niccolò, fu canonico, e l'altro, Alessandro, morì nel 1597,[560] lasciando una femmina di nove anni, per nome Ippolita, che andò nei Ricci. La cappella gentilizia, come si può creder facilmente, cadde allora in sempre maggiore abbandono, tanto che si perdette perfino la memoria del luogo preciso dov'era. Il nome del Machiavelli, per le ragioni che già abbiamo altrove lungamente esposte, finì coll'essere poco curato, spesso anzi aborrito fra i suoi stessi concittadini. Nel secolo XVIII la sua fama cominciò invece a risorgere, come si vide per le molte edizioni delle Opere, che rapidamente si seguirono.[561] Nel 1760 furono a Lucca pubblicati alcuni suoi scritti inediti, e nel 1767 il proposto Ferdinando Fossi pubblicò in Firenze un volume di legazioni anch'esse inedite. Finalmente nel 1782 venne in luce la grande edizione fiorentina di tutte le Opere, in sei volumi in quarto, la quale per quei tempi era veramente degna del grande italiano.[562] Fu dedicata a lord Cowper,[563] che insieme col granduca Pietro Leopoldo l'aveva efficacemente promossa. Quel nobile Inglese ebbe quasi cittadinanza in Firenze, dove favorì sempre con ardore i buoni studî, e fu grande ammiratore del Machiavelli. Nel 1787 egli volle, insieme con lo stesso Granduca, essere operoso e largo fautore anche dell'idea proposta da Alberto Rimbotti, d'iniziare una pubblica sottoscrizione, per inalzare in Santa Croce un monumento a Niccolò Machiavelli. Innocenzo Spinazzi, scultore non privo di merito per quei tempi di decadenza dell'arte, lo condusse a termine, ed il dottor Ferroni vi pose la semplice e bella iscrizione:

TANTO NOMINI NULLUM PAR ELOGIUM
NICOLAUS MACHIAVELLI
OBIT ANNO A P. V.[564] MDXXVII

CONCLUSIONE

Il Machiavelli, come abbiam visto, è assai strettamente legato ai suoi tempi. Il concetto che di lui ci formiamo, risulta perciò, in parte non piccola, dal concetto che ci formiamo del secolo in cui egli visse. Nacque in un tempo nel quale la corruzione politica era generale in tutta Europa, ma in Italia più che altrove, perchè maggiore era in essa il numero di coloro che pigliavano parte alla vita pubblica. Questa corruzione faceva quindi più largamente sentire la sua malefica azione in tutta quanta la società italiana. La nostra maggiore cultura rendeva anche meno scusabili i vizî e le colpe d'una politica non più dominata dalle passioni istintive e cieche del Medio Evo, ma conseguenza di calcolo e di astuzia raffinata, crudele e senza scrupoli. Le istituzioni del Medio Evo andavano fra di noi tutte a rapida rovina, lasciando ogni individuo della civile comunanza come abbandonato a sè stesso. In Francia, in Inghilterra, nella Spagna, invece, il feudalismo formava ancora la base su cui s'innalzava il potere sovrano delle grandi monarchie, che avevano quindi più ferme tradizioni, e seguivano una politica la quale, se non era meno corrotta nei mezzi che adoperava, riusciva di certo più determinata e costante, sopra tutto più nazionale, nei fini che si proponeva. La corruzione italiana apparve però ai posteri assai più profonda, più generale che veramente non era, perchè diffusa sopra tutto negli ordini superiori della società, fra gli uomini politici e i letterati, dei quali quasi esclusivamente si occupano le storie. Negli ordini inferiori la virtù e la morale avevano ancora salde e profonde radici, sebbene di essi poco o punto si parli. Questo apparisce ben chiaro nella letteratura popolare, nelle corrispondenze familiari, nella vita di non pochi oscuri personaggi. In una gran parte d'Italia il popolo era in fatti assai più culto e gentile che al di là delle Alpi, e minore era il numero dei delitti. Dei nostri politici molti diffidavano, tutti anzi stavano in guardia contro di loro; non troviamo però che si diffidasse dei nostri mercanti o banchieri, ed in ogni parte d'Europa si chiedevano medici, segretarî, educatori italiani.

A questa diversa morale, che v'era far due parti della società, s'aggiungeva negli ordini superiori di essa, un conflitto nel concetto stesso che gl'Italiani s'erano formato della vita. La morale cristiana, teoricamente almeno, dominava sempre nelle private relazioni, era da tutti riconosciuta indiscutibile; ma veniva poi abbandonata nella vita pubblica, nella quale pareva che avesse perduto affatto ogni valore così teorico come pratico. La buona fede, la lealtà, la bontà cristiana avrebbero, si diceva, menato a certa rovina il principe, il governo che avessero voluto prenderle davvero a regola costante di condotta politica. Questo era ciò che istintivamente sentivano e pensavano allora tutti, ma gl'Italiani ne avevano fatto una teoria, che apertamente proclamavano. La contradizione che v'era nell'accettare questa doppia norma, appariva di certo anche ad essi visibile; ma nessuno pareva che si curasse molto di cercare un modo di sopprimerla, ricostituendo l'armonia interiore. La coscienza si sentiva quindi dolorosamente divisa e lacerata, come tirata in due opposte direzioni, in fondo all'una delle quali si trovava il Paradiso, in fondo all'altra l'Inferno. E si concludeva spesso col dire, che bisognava pure decidersi ad «amare più la salute della patria che la salvezza dell'anima»

Un tale stato di cose doveva avere le sue inevitabili e gravi conseguenze nella vita e nella letteratura. Lo scetticismo di fatti invase gli animi; s'indebolì il sentimento religioso; si cercò di esaminare il mondo e la realtà quali allora erano o sembravano essere, senza occuparsi d'altro. Crebbe sempre più l'ammirazione per gli antichi Greci e Romani, i quali riconducevano appunto allo studio della realtà e della natura, senza pensiero alcuno dell'oltre-tomba, e non solo riconoscevano le necessità della politica, ma ponevano accanto agli Dei coloro che ad esse obbedivano per salvare la patria, non lasciandosi mai fermare dagli scrupoli della morale cristiana. La pittura, la scultura si dettero anch'esse allo studio dell'antico, della natura, della forma, della bellezza esteriore e sensibile; cercaron di essere pagane in una società cristiana. Se non che in esse la forma greco-romana venne lentamente, inconsapevolmente ravvivata da uno spirito nuovo e ne nacque quell'arte del Rinascimento, che è una creazione tutta italiana, quasi una prima conciliazione intellettuale del Cristianesimo col Paganesimo, dello spirito colla natura, del cielo colla terra. Ma nella condotta pratica della vita non era facile il riuscire a trovare una simile conciliazione. Ed in vero una parte non piccola della nostra letteratura, la novella e la commedia soprattutto, che con grande fedeltà ritraggono i costumi ed i tempi, ci rendono immagine del disordine interiore, che travagliava l'animo e l'intelletto italiano. Lo spirito nazionale lottava duramente in mezzo ad una trasformazione politica, sociale ed intellettuale. Sarebbe stato necessario trovar la base d'una morale naturale e razionale, che, rispettando le condizioni reali, pratiche della vita, non si trovasse in contrasto con i precetti della religione rivelata; conquistare la indipendenza della ragione o della coscienza, senza distruggere la santità della fede. Ma quando l'Italia, dibattendosi ancora in questa lotta, vedeva già incominciare a sorgere sull'orizzonte una nuova luce intellettuale, che poteva far sperare un migliore avvenire di civiltà e di moralità, l'Europa le piombò addosso e la soffocò, accusandola poi d'aver lasciato compiere ad altri l'opera da essa gloriosamente iniziata.

Senza aver ricevuto una grande cultura classica, il Machiavelli cominciò subito ad ammirare anch'egli, sopra ogni altra cosa, l'antichità pagana, massime i Romani. Colla loro storia e letteratura si formò in fatti il suo spirito. La natura lo aveva dotato d'una straordinaria chiarezza ed acutezza di mente; d'un gusto squisito per la eleganza della forma; d'una fantasia vivacissima, che, senza renderlo veramente poeta, pur lo dominava di continuo; d'uno spirito mordace e satirico, che vedeva il lato comico delle vicende umane, e dava maggior forza all'atticismo pungente di quei sarcasmi, che gli procurarono tanti nemici e detrattori. La sua indole non era, come da molti fu creduto, cattiva, nè di lui si potè mai citare una sola azione malvagia. Ma i suoi costumi erano molto liberi, sebbene assai meno di quanto apparirebbe dal linguaggio che, secondo l'uso di quei tempi, egli usava nelle lettere e nelle commedie. Alla moglie, ai figli restò sempre affezionato in tutta la vita, fino alla morte. Viveva però tutto nell'intelletto, lì era la fonte vera della sua grandezza. Fra le doti della sua mente, quella che sopra ogni altra predominava e per la quale di gran lunga superava i contemporanei, era una singolare facoltà di ritrovar le vere cagioni dei fatti storici e sociali. Non fu mai un paziente indagatore di minuti particolari, e non ebbe neppure quel genio speculativo che si leva a considerazioni metafisiche, astratte sulla natura dell'uomo, dalle quali sembrava anzi rifuggire. Ma nessuno poteva al pari di lui ricercare, scoprire le origini e le conseguenze d'una rivoluzione politica o d'una trasformazione sociale; nessuno al pari di lui vedeva le qualità che determinano la natura d'un popolo o d'uno Stato: nessuno poteva come lui esporre quale era il carattere vero, non tanto di questo o di quel sovrano o capitano in particolare, quanto del sovrano, del capitano, dell'aristocrazia, del popolo in generale. Su di ciò si fondava la sua scienza politica, in ciò si manifestava la straordinaria originalità della sua mente.

E queste medesime qualità eran quelle che lo spingevano irresistibilmente a vivere in mezzo agli affari, fra i quali trovava materia continua alle proprie osservazioni e riflessioni. Ma negli affari il Machiavelli non potè mai avere grande fortuna, perchè, non ostante le molte e rare attitudini che aveva per essi, non possedeva abbastanza quello spirito pratico, che fa conoscere subito il carattere personale degli uomini, e trovare come per istinto il modo di condurli e dominarli. In ciò era anzi superato da molti de' suoi contemporanei, specialmente dal Guicciardini. Entrato nella cancelleria della Repubblica, egli non fu in sul principio altro che un segretario eccellente. La cura assidua da lui posta nei doveri d'ufficio, la sua attività febbrile, la tendenza a meditare e proporre sempre nuovi disegni, gli fecero guadagnare la fiducia del Soderini, che lo adoperò subito in affari di maggior momento; ma egli restò sempre un subordinato.

Il fatto che decise l'indirizzo de' suoi studî e della sua mente, che gli aprì la via già dalla natura a lui predestinata nella scienza, ed incominciò la sua vera educazione politica, fu la legazione al Valentino. Si persuase allora che un avventuriero di pessimo carattere morale, capace d'ogni più malvagia azione, poteva avere grandi qualità come uomo di Stato e come capitano. Percorrendo una via sanguinosa di tradimenti, il Duca riuscì in fatti ad estirpare i più tristi tiranni della Romagna, e vi fondò un governo che ricondusse l'ordine, la quiete, una pronta, sebbene spesso sanguinosa, amministrazione della giustizia in mezzo a quelle fiere popolazioni, che si sentirono subito sollevate, incominciarono a prosperare, e si affezionarono al nuovo signore. Se questi fosse stato più buono o men tristo, se avesse esitato, la sua pietà, pensò il Machiavelli, sarebbe stata crudele; e l'immagine del Valentino gli apparve come la vivente personificazione dell'enigma che travagliava il secolo, e cominciò a spiegargliene il significato. Cominciò a veder chiaro, che la politica ha fini e mezzi suoi proprî, i quali non son quelli della morale individuale; che le virtù e la bontà privata possono qualche volta fermare a mezzo l'uomo di Stato, rendendolo incerto, senza farlo riescire nè buono nè tristo, che era il peggio di tutto, secondo il Machiavelli. Non bisogna mai esitare, egli diceva, ma entrare risolutamente in quelle vie che la natura delle cose dimostra necessarie. Esse saranno sempre scusate, quando conducono al fine desiderato e necessario, alla formazione, cioè, alla grandezza e forza dello Stato. Colui che in ciò riesce, anche per vie malvagie, potrà certo, come privato cittadino, essere biasimato; ma meriterà pure, come principe, gloria immortale. Se invece manda a rovina lo Stato, sia pure per la bontà del suo animo che lo fa esitare, sarà sempre come principe inetto, condannato. Tale è il vero significato della massima del Machiavelli: il fine giustifica i mezzi.

Queste idee non lo abbandonarono più in tutta quanta la vita, e furono la base su cui cominciò a costruire le sue dottrine politiche. Ma tornato a Firenze, gli affari incalzanti non gli lasciavano tempo a meditare o scrivere libri. Le sue varie legazioni gli dettero occasione di esaminare l'ordinamento politico e militare della Francia e della Germania che egli ritrasse mirabilmente ne' suoi dispacci, nelle sue relazioni. Imparò così a conoscere gl'immensi vantaggi che vengono alla forza d'una nazione, al benessere universale dalla formazione d'un grande Stato, di un esercito forte. Questo esame che potè fare degli ordinamenti militari in varî paesi, massime la Svizzera e la Germania; l'esperienza avuta nelle guerre d'Italia, sopra tutto di Pisa; lo studio indefesso che fece nella storia degli eserciti greci e romani, gl'insegnarono a deplorare i soldati mercenarî, i capitani di ventura, e sorse così innanzi alla sua mente l'ideale d'un popolo armato e libero. Di qui ebbe origine il concetto della sua Ordinanza, intorno alla quale fece tanti studî, e spese invano tante fatiche. Ma queste idee, che s'andavano via via formando nella sua mente, vi restavano come frammenti staccati, non si potevano coordinare in un sistema scientifico, finchè egli era costretto a girar di continuo pel territorio fiorentino o anche fuori, a scrivere nel suo ufficio lettere infinite per affari, spesso di assai piccola importanza. Si provò per distrazione a comporre alcuni versi, ad abbozzare qualche commedia; ma erano lavori che restavano assai spesso interrotti, per mancanza di tempo e di quiete. Pure le sue osservazioni sociali e politiche sugli uomini e sugli affari, continuavano sempre, e crescevano d'importanza, massime quando la Repubblica si trovò in momenti difficili, tra pericoli che d'ora in ora ne minacciavano l'esistenza. Egli la servì fino all'ultimo con fedeltà, con disinteresse grandissimi, e fece di tutto per impedirne la caduta, che fu inevitabile. Così dopo quattordici anni d'indefesso lavoro, dopo aver compiuto molte legazioni, dopo aver maneggiato grandi somme di danaro per l'ordinamento delle milizie e le spese della guerra, si trovò finalmente senza ufficio, povero come prima.