La caduta della Repubblica fu di certo pel Machiavelli una grande sventura, perchè lo cacciò dagli affari e lo ridusse nelle più gravi strettezze economiche; ma fu da un altro lato una grande fortuna, perchè gli fece scrivere quelle opere che lo resero immortale. Se egli fosse rimasto sempre nella cancelleria, noi non avremmo di lui avuto altro che le legazioni. Tornato invece alla vita privata, cominciò a raccogliere le proprie idee, ad ordinarle, ed il suo orizzonte intellettuale s'andò subito grandemente allargando. I Medici, divenuti allora potentissimi in Roma ed in Firenze, gli rendevano impossibile sperare il pronto risorgimento del governo popolare nella sua Città, ed egli si rivolse quindi a meditare sulla costituzione di un forte Stato italiano. Così potè concepire il suo sistema scientifico, il quale ebbe un doppio carattere, teorico e pratico ad un tempo. Esso pone in fatti le basi di una nuova scienza politica, della quale il Machiavelli fa continua applicazione all'Italia del suo tempo, cercando i modi pratici, per ordinarla in nazione, riconducendola a vera grandezza. Questo doppio concetto fu da lui esposto nel Principe, nei Discorsi, nell'Arte della Guerra; si trova più o meno, sotto forma diversa, in tutte quante le sue opere. Duplice è anche la base scientifica del sistema, perchè si fonda sulla esperienza e sulla storia, la seconda venendo di continuo a riconfermare le conclusioni della prima. Anche nelle Storie, che furono l'ultima delle opere letterarie del Machiavelli, noi lo troviamo animato sempre dallo stesso concetto politico, da cui lo vedemmo dominato del pari in mezzo agli affari, che prima glielo ispirarono, e da cui fu accompagnato sino alla morte. In esse a lui parve di vedere i grandi avvenimenti cagionati sempre dalla volontà, dall'audacia e prudenza di qualche gran principe o uomo di Stato. E si persuase sempre più, che la rovina d'Italia fu conseguenza inevitabile delle sue divisioni, le quali aprirono di nuovo la via alle invasioni straniere, provocate, secondo lui, sopra tutto dall'ambizione dei Papi. L'Italia, egli concluse costantemente, non sarà mai felice, grande, libera davvero, se non sarà unita, il che può esser solo l'opera di un principe riformatore. E questo principe, che gli era apparso la prima volta sotto le forme del Valentino, come una volontà sicura e intelligente, che ordina e disordina, fa e disfà i popoli a suo arbitrio, divenne più tardi nella sua mente un uomo che operava quasi come una forza della natura, perdeva quindi il suo carattere personale, e con esso ogni valore morale. Pel Machiavelli l'uomo di Stato si fonde e confonde con quella che è l'opera sua propria, dalla quale e dal fine che con essa consegue, deve essere giudicato. È un individuo, la cui individualità si dilegua nella moltitudine che rappresenta, nell'opera che è chiamato a compiere.
Così fu concepito e scritto il Principe. Esso ci espone la difficile impresa del riordinamento politico di una nazione in genere, dell'Italia in ispecie, personificandola in un uomo, nel quale la coscienza individuale, morale è destinata, temporaneamente almeno, a scomparire. È forza rimuovere ogni ostacolo al compimento della grande impresa, senza lasciarsi fermare da nessuna considerazione di onesto o disonesto. Questa che fu la via per la quale s'andò formando nella mente del Machiavelli il concetto dell'organismo politico e nazionale dello Stato, fu anche la via per la quale lo Stato stesso s'andò storicamente formando nella realtà. Ciò dà un grandissimo valore al concetto fondamentale del suo libro, e ci spiega il fascino singolare che esso esercitò sulla mente dei pensatori e dei politici, non ostante le critiche e le calunnie con cui fu continuamente assalito. Il metodo dal Machiavelli seguìto lo costrinse ad esaminare con la medesima impassibilità il principe buono ed il principe scellerato, dando all'uno ed all'altro consigli adatti a raggiungere i loro intenti, consigli che esso ricavò da uno studio continuo di tutto ciò che nella storia antica e nella moderna aveva veduto avvenire. Il caso di coscienza che a noi si presenta inevitabile, sembra che non si presenti mai a lui. Egli non domandò a sè stesso, se la immoralità dei mezzi adoperati poteva, anche ottenendo temporaneamente il desiderato fine, distruggere le basi stesse della società che si voleva fondare, e rendere a lungo andare impossibile ogni buono, forte e sicuro governo. Nè domandò se come v'è una morale privata, vi sia anche una morale sociale e politica, che imponga del pari limiti da non doversi in nessun caso oltrepassare, dando alla condotta dell'uomo di Stato una norma che, pur essendo diversa, secondo i tempi e le condizioni sociali, sia regolata anch'essa da principî sacrosanti. Questo è il lato debole, fallace della sua dottrina; quello che ci allontana da lui, ci fa qualche volta orrore, ed è stato la sorgente continua delle accuse e delle calunnie. Ma quando il Machiavelli, dopo la sua analisi, la sua crudele vivisezione, viene alla conclusione finale e pratica dell'opera, allora solamente se ne vede chiaro lo scopo, e se ne possono misurare i pregi e i difetti. Si trattava di costituire l'unità della patria, liberandola dallo straniero; questo avrebbe dovuto essere la mira costante, universale degl'Italiani. Ma nelle condizioni in cui l'Italia e l'Europa si trovavano, non era sperabile conseguire un tal fine, senza ricorrere ai mezzi poco morali di cui la politica di quei tempi si valeva, e che soli sembravano allora possibili. Incalzato da un tal pensiero, dominato dal suo soggetto, il Machiavelli non si fermò a distinguere lo scopo scientifico, generale e permanente dell'opera, dallo scopo pratico e immediato, dai mezzi transitori, che potevano in quel momento sembrare o anche essere necessarî a conseguirlo. Concludeva perciò, generalizzando, che la santità del fine giustifica i mezzi. E ripeteva nuovamente, che l'uomo politico deve tutto osare, pur di riuscire, anche con la violenza, col ferro e col sangue, a redimere la patria, a costituire lo Stato. Spetterà poi al popolo dare alla patria redenta la libertà, difenderla colle armi, consolidarla con la virtù.
Questo secondo concetto è l'argomento dei Discorsi. Essi infatti cominciano con quella che è l'idea fondamentale del Principe; ma si fermano poi a dimostrare come il popolo debba impadronirsi del governo, una volta fondato colla forza, per farlo prosperare con gli ordini liberi. Inesauribile è qui la infinita varietà delle osservazioni giuste, profonde, pratiche, con le quali viene iniziata e svolta la nuova scienza dello Stato. In tutte le letterature difficilmente si troverebbero pagine che, anche da lontano, possano paragonarsi a quelle con cui i Discorsi esaltano l'amore della libertà, la devozione alla patria, il sacrifizio di ogni interesse privato al pubblico bene. In esse e nella esortazione del Principe il patriottismo del Machiavelli si manifesta con un entusiasmo ed una eloquenza che sono insuperabili davvero. Il carattere dello scrittore s'innalza allora dinanzi ai nostri occhi, la sua figura sembra illuminarsi di luce improvvisa; ed egli assume addirittura eroiche proporzioni, quando ci ricordiamo, che questo patriottismo non solo ispirò la sua mente, ma guidò anche la condotta della sua vita.
Il popolo, egli osservò inoltre, a voler essere libero veramente, deve essere armato, e questo lo spinse a scrivere l'Arte della Guerra. Il lungo studio fatto sul diverso ordinamento degli eserciti nazionali e stranieri, antichi e moderni lo condusse al concetto della sua Ordinanza, e gli fece dichiarare altamente, che la forza vera degli eserciti sta nella virtù pubblica e privata, non meno che nella bontà degli ordinamenti militari. L'educare gl'Italiani alle armi, ad esser sempre pronti a dare la vita e tutto alla patria, sarà, egli conclude, il solo efficace principio del risorgimento nazionale. Ed anche in quest'opera esalta la virtù con un calore, con una convinzione, che gl'ispira una eloquenza, che non era di parole solamente. Ed in verità, come noi più volte abbiam visto, gli anni migliori del Machiavelli, tutte le sue forze, la sua costante, irrefrenabile attività, vennero, ogni volta che se ne presentò l'occasione, dedicati a porre in atto le idee che furono poi esposte nell'Arte della Guerra. Quando noi lo vediamo predicare la necessità di armare il popolo, di educarlo a morire per la patria, e con indomita persistenza convincere di ciò il Soderini e la repubblica di Firenze, come si può non ammirarlo? Ma egli non si fermò a questo, che nella sventura e sotto le persecuzioni dei Medici, ricominciò da capo la stessa propaganda fra i giovani degli Orti Oricellari. Più tardi ancora, dimentico di sè, de' suoi privati interessi, dell'età avanzata, della mal ferma salute, cercò di convertire alla sua fede patriottica lo stesso Clemente VII. Offrendosi pronto ad iniziare, vecchio com'era, l'opera generosa in quei giorni funesti, nei quali gli eserciti di Carlo V s'avanzavano a danno di Roma, di Firenze, dell'Italia tutta, finiva coll'infondere una momentanea scintilla di entusiasmo nell'animo stesso, sempre incerto e vacillante di quel papa. Allora è forza riconoscere che v'è davvero in lui una grande, una nobile passione, che lo redime, lo rialza, lo pone al di sopra di tutti i suoi contemporanei: un amore vero, ardente, irresistibile della libertà e della patria, un'ammirazione sincera della virtù. Così la fronte di colui che, con tanta ostinazione, ci fu sempre descritto come la personificazione del male, dell'inganno, si circonda a un tratto d'un'aureola luminosa ed inaspettata.
Tale è il processo che seguì la mente del Machiavelli nelle varie sue opere. Separandole, non se ne può vedere l'intima connessione; si smarrisce il loro scopo, e si dà luogo alle più strane interpretazioni e calunnie. Riunendole, non solo se ne comprende assai meglio tutto il grande valore; ma si vede anche quale fu la via che il pensiero nazionale, individuandosi in lui, tenne per cercar di uscire dalle dolorose contradizioni in cui si travagliava. L'Italia era divenuta incapace d'una riforma religiosa, quale seguì in Germania ed in Inghilterra. Invece di slanciarsi verso Dio, come già le aveva predicato il Savonarola; invece di cercar forza in un nuovo concetto della fede, quale fu predicato da Martino Lutero, si volse all'idea dello Stato e della patria, che solo col sacrifizio di tutti al bene comune si possono solidamente costituire. Pareva che questa fosse l'unica via allora possibile fra noi ad una vera redenzione nazionale. L'unità della patria risorta avrebbe reso necessaria, inevitabile la ricostituzione della morale, riacceso la fede nella virtù pubblica e privata, fatto trovar modo di santificare di nuovo lo scopo della vita. Questo concetto, che noi troviamo vagamente e debolmente sentito da moltissimi dei nostri più grandi scrittori e statisti in quel tempo, fu il pensiero dominatore del Machiavelli, l'ideale a cui sacrificò la sua vita intera. Ma la decadenza nazionale era divenuta inevitabile, gli avvenimenti incalzavano inesorabili, ed egli morì dinanzi allo spettacolo dell'Italia che andava in rovina, invasa dagli stranieri. Il suo grande pensiero rimase perciò un sogno, ed egli fu quindi l'uomo meno compreso e più calunniato che la storia conosca. Oggi che il popolo italiano ha incominciato a redimersi politicamente, che la patria si è costituita secondo la profezia del Machiavelli, il cui sogno divenne una realtà, è venuto il momento in cui può essergli finalmente resa giustizia.
APPENDICE DI DOCUMENTI
DOCUMENTI
DOCUMENTO I. (Pag. [39])
DUE LETTERE DI LODOVICO MACHIAVELLI A NICCOLÒ SUO PADRE.